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Walter Van Beirendonck: usi e costumi del pop

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La ferocia di un messaggio va sempre commisurata all’istruzione del suo destinatario. È ben più complesso costruire un messaggio rivolto a molti che esemplificarne uno rivolto a pochi. È questo uno dei principi dell’arte popolare, della democrazia linguistica che fonda la società contemporanea la quale molto spesso si rifugia in forme arcaiche per abbellire un concetto, estraniandolo dal suo originario significato. Nel 1980 un giovane belga, dal nome Walter Van Beirendonck, decise di recuperare il motivo pop, inteso come popular, intessendo l’uniforme di un popolo dimenticato, obbligato a vestirsi di scienza per mostrarsi credibile



Walter Van Beirendonck fist 1992 invitation
Walter Van Beirendonck, 'Fist' Spring-Summer 1992 invitation, MoMu Collection ©

La sua divisa è antitetica e futurista, figlia ribelle del conservatorato ma al contempo dedita interprete dei desideri celati dell’umanità. Il suo primo show “Sado”, tenutosi nel 1980, è il ritratto del suo concetto di abito. Leather, latex e metallo scandiscono i millimetri di tessuto che rivestono il corpo maschile, un corpo che smetteva di essere pelle ma anatomia spuria, anarchica, che attingeva alla cultura bondage per ritrarsi senza alcuna cornice.

‘’Non voglio dover dipendere dall’arte, voglio essere il suo messaggero’’

disse ad ID Magazine Walter Van Beirendonck quando gli venne chiesto ‘’l’abito è arte che si indossa?’’, ed è in questa singola battuta che si racchiude l’obiettivo ultimo delle collezioni del designer: tradurre, sedurre e ammaliare l’occhio critico del giudizio conservatore. Non a caso la collezione Paradise Pleasure Production è l’incontro tra giusto e sbagliato, morale e moralismo. Abiti in latex cut out, catene ed inserti metallici sigillano le perversioni dell’uomo, che sembra quasi gridare il suo desiderio di umanità, senza voler appartenere ad alcuna categoria, ma di volersi sentire compreso e parte di un gruppo, di quella massa, davanti alla quale la couture si volta. E anche se il suo intento è quello di dare un volto ai molti, le sue collezioni non ambiscono ad un corposo guadagno finale ma investono sulla sperimentazione. Il suo brand Wild and Letal Trash rappresenta come i desideri del pubblico a volte siano il ritratto fedele di un consumo smisurato, che si muove nel buio del desiderio di sentirsi accettati dalla società. I suoi accessori, bracciali a forma d’orologio e stivali dorati e military jacket con annessi onori militari, sono la fotografia di un costume tradizionale del pop, del popular.



Quello che fa Van Beirendonck tra il 1980 ed 1997 è paragonabile a quello che nel 1955 fece Peter Blake, l’artista pseudo-pop che con la sua opera On the Balcony svelò il volto anti radicale della società, unendo arte popolare e cultura raffinata, usando quest’ultimo termine per indicare una conoscenza modificata, formata, scolpita, e per questo non della forma originaria. Van Beirendonck come Blake, si serve di un mezzo di analisi comune, che ancor prima è una passione personale: la musica, ed entrambi sono stati parte di questa, vestendola ed interpretandola. Se da una parte Peter Blake realizzò la copertina del disco dei The Whom, dall’altra Walter Van Beirendonck, che sin da giovane rimase ammaliato dalle mutevoli sonorità di Ziggy Stardust, si occupò dei costumi del PopMart Tour degli U2, modificando, quasi alterando, l’immagine della band con look multiprint come l’iconico muscle top.

BonoBono U2 in costumes designed by Walter Van Beirendonck
Bono - U2 in costumes designed by Walter Van Beirendonck

Per il designer belga non esiste un’anatomia creativa ma, al contrario, esiste una creatività anatomica, che consiste nel rileggere il corpo e le sue forme come possibilità espressive. Così una stampa che riproduce il tessuto muscolare diventa l’abito di una performance che accompagna con la corporeità del gesto e della musica, come per i look degli U2, un’unione di rock e pop tradotta in costume. Costume non solo scenico, ma anche sonoro, di una generazione che per prima sperimentò con il new beat, alla quale il designer dedicò nel 1989 la collezione Hard Beat FW1989: un tributo a quel movimento socio culturale che nella fine degli anni ‘80 si rifugiò nel suono per fuggire dal controllo dell’uniformismo sociale.


La collezione si costruisce su look realizzati in maglia lavorata e tessuti tecnici, applicazioni 3D e accessori incorporati agli abiti, come il Sony Walkman che rappresenta la congiunzione ideale tra abito e musica. I modelli, irriconoscibili, sfilano con il volto coperto a simboleggiare la segretezza con la quale venivano organizzati i rave hard beat, dove ‘’tutto scompare, resta solo la musica’’, come disse Van Beirendonck al termine dello show. Lo stesso invito era un music tape su cui era stato inciso un brano del gruppo Real Man, uno dei preferiti del designer.

Nella sua playlist convivono generi diversi e autori lontani tra loro ma accomunati dalla loro identità ‘’pop’’: da David Bowie a George Michael, è complicato definire il quadro musicale di Van Beirendonck, ma la sua ultima collezione SS19 men è l’incontro ideale di tutti i suoi riferimenti. Se da una parte il motivo check delle giacche e gli inserti in pelle ricordano alcuni dei look di Michael, l’uso di tinte accese riporta ai video di Ziggy Stardust, alter ego di Bowie; e ancora, se i cappelli con stampe a rilievo richiamano l’uniforme della pop music americana, le strutture cut out delle giacche simboleggiano le sonorità metalliche della techno.

Walter Van Beirendonck, ss 2019


‘’Sembra quasi di smarrirsi tra tutte queste immagini’’ disse qualcuno dei presenti, ma qual è il dovere ultimo di una collezione se non quello di trasportare l’occhio del pubblico sonorizzandone l’immaginazione? E tra usi e costumi di un multiculturalismo che regala suoni e rumori a chiunque decida di indossarlo, il demiurgo di Anversa impartisce un nuovo insegnamento: nulla è più pop di sapersi immaginare diversi.



ENG VERSION


Walter Van Beirendonck: habits and customs of pop


The ferocity of a message must always be commensurate with the education of its recipient. It is much more complex to construct a message aimed at many than to exemplify one aimed at the few. This is one of the principles of popular art, of the linguistic democracy that founds contemporary society, which very often takes refuge in archaic forms to embellish a concept, distancing it from its original meaning. In 1980 a young Belgian, named Walter Van Beirendonck, decided to recover the ''pop'' motif, understood as ''popular'', weaving the uniform of a forgotten people, forced to dress in science to show themselves ''credible ''


His uniform is antithetical and futurist, rebellious daughter of the conservatoire, but at the same time a dedicated interpreter of the hidden desires of humanity. His first debut show held in 1980 is the first portrait of his dress concept, whose name is Sado. Leather, latex and metal punctuate the millimeters of fabric that cover the male body, a body that stopped being skin but spurious, anarchic anatomy, which drew on bondage culture to portray itself without any frame.

''I don't want to have to depend on art, I want to be its messenger''

Walter Van Beirendonck told ID Magazine when asked ''is clothing art that you wear?'', and it is in this single line that contains the ultimate objective of the designer's collections: to translate, seduce and enchant the critical eye of conservative judgment. It is no coincidence that the Paradise Pleasure Production collection is the meeting between right and wrong, morality and moralism. Cut out latex clothes, chains and metal inserts seal the perversions of man, who almost seems to shout out his desire for humanity, without wanting to belong to any category, but wanting to feel understood and part of a group, of that mass, in front to which couture turns. And even if his intent is to give a face to the many, his collections do not aspire to a substantial final profit, but invest in experimentation. His brand Wild and Letal Trash represents how the public's desires are sometimes the faithful portrait of excessive consumption, which moves in the darkness of the desire to feel accepted by society. Her accessories, golden watch-shaped bracelets, golden boots, military jacket with military honors attached, are the photograph of a traditional pop, popular costume


What Van Beirendonck did between 1980 and 1997 is comparable to what Peter Blake did in 1955, the pseudo-pop artist who with his work On the Balcony revealed the anti-radical face of society, combining popular art and refined culture, using the latter term to indicate a modified, formed, sculpted knowledge, and therefore not of the original form. Van Beirendonck, like Blake, uses a common means of analysis, which is even before that a personal passion: music, and both have been part of this, dressing it and interpreting it. If on the one hand Peter Blake created the cover of The Whom's album, on the other Walter Van Beirendonck, who from a young age was enchanted by the changing sounds of Ziggy Stardust, took care of the costumes for U2's PopMart Tour, modifying, almost altering, the image of the band with multiprint looks like the iconic muscle top.

For the Belgian designer there is no creative anatomy, but, on the contrary, there is anatomical creativity, which consists in rereading the body and its forms as expressive possibilities. Thus a print reproducing muscle tissue becomes the dress of a performance that accompanies the music with the corporeity of the gesture, as with the looks of U2, a union of rock and pop translated into costume. A costume which is not only the scenic one, but also the sound one, of a generation that was the first to experiment with new beat, to which the designer dedicated the Hard Beat FW1989 collection in 1989: a tribute to that socio-cultural movement that took refuge in the late '80s in sound to escape from the control of social uniformity. The collection is built on looks made of knitted and technical fabrics, 3D applications, and accessories incorporated into the clothes, such as the Sony Walkman which represents the ideal conjunction between clothes and music. The unrecognizable models parade with their faces covered to symbolize the secrecy with which hard beat raves were organized, where ''everything disappears, only the music remains'', as Van Beirendonck said at the end of the show. The invitation itself was a music tape on which a song by the group Real Man, one of the designer's favorites, had been recorded.


In his playlist different genres coexist, and authors who are distant from each other, but united by their ''pop'' identity. From David Bowie to George Michael, it is complicated to define Van Beirendonck's musical framework, but his latest SS19 men collection is the ideal meeting of all his references. If on the one hand the check pattern of the jackets and the insertsin leather recall some of Michael's looks, the use of bright colors brings us back to the videos of Ziggy Stardust, Bowie’s alter ego, and even if the caps with relief prints recall the uniform of American pop music, the cut out structures jackets symbolize the metallic sounds of techno. ''It almost seems like getting lost among all these images'' said some of those present, but what is the ultimate duty of a collection if not to transport the public eye by sounding the imagination? And among the habits and customs of a multiculturalism that gives sounds and noises to anyone who decides to wear it, the demiurge of Antwerp imparts a new teaching: nothing is more pop than knowing how to imagine yourself different.

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