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NERO

Definito spesso come un non-colore, nonostante in realtà la nostra percezione di esso derivi dal fatto che assorba la luce dell’intero spettro dei colori, il nero può essere considerato sia il colore che racchiude in sè tutti gli altri sia quello che non ne racchiude nessuno. Questa dualità non è solo presente nella definizione scientifica del nero ma anche nella sua accezione psicologica: dagli inizi del secolo scorso ad oggi questo colore è riuscito a rappresentare significati, correnti di pensiero e stili completamente diversi tra di loro.


Max Vadukul, YOHJI YAMAMOTO, fw 1984/85
Max Vadukul, YOHJI YAMAMOTO, fw 1984/85

Negli anni ‘20 si consolida il rapporto tra la moda e il nero: se l’input viene dato da Paul Poiret con i suoi kimono neri, Coco Chanel può essere considerata la figura che cambia la Storia della moda. Nel 1926 nasce infatti la Petite Robe Noire, il primo tubino nero che le donne possono indossare dalla mattina alla sera come un passepartout, cambiando di volta in volta gli accessori e quindi la connotazione dell’abito.


Negli anni ‘30 il nero diventa il colore dell’ambiente finanziario: stavolta è Magritte a testimoniarlo nella sua opera Bankers, in cui si vedono i vari personaggi che popolano Wall Street osservare un dress code nero. Sempre questo decennio vede la nascita di Morticia Addams, un’icona che segnerà le sorti del costume; vestita rigorosamente di nero dalla testa ai piedi, rappresenta il primo personaggio grotesque ad avere uno stile dark. 


Con l’avvento della guerra il nero assume una connotazione politica associata alle forze totalitarie: Mussolini sceglie una camicia nera quale divisa del Partito Fascista; Hitler veste di nero i più alti gradi delle SS. Fortunatamente, una volta finita la guerra, il nero perde questa sua valenza ed entra nell’immaginario collettivo sotto una forma del tutto diversa: è appena il 1946 quando Rita Hayworth si presenta al mondo come la nuova dark lady, indossando in Gilda un abito fasciato nero che consacrerà definitivamente il rapporto tra il nero e la sensualità.


Gli anni ‘50 proseguono all’insegna del nero abbinato a capi iconici: è il caso dello Schott Perfecto 613, indossato da Marlon Brando ne’ Il Selvaggio (1951), a cui la produzione del film applica il celebre stemma con teschio e pistoni; sempre nello stesso periodo, in Francia, gli esistenzialisti adottano il nero come divisa. Tra le icone più rappresentative vi è Juliette Gréco, musa ispiratrice di Sartre e cantautrice, che appare sempre vestita con un maglione a collo alto nero, unico colore, secondo gli esistenzialisti, in grado di rappresentare il grado zero dell’uomo e il rifiuto delle sovrastrutture.


Juliette Grèco, 1961

La celebrazione del nero prosegue con gli anni ‘60: a segnare una tappa fondamentale è Colazione da Tiffany, in cui Audrey Hepburn indossa l’iconico tubino nero ideato da Hubert de Givenchy che passerà alla storia come simbolo di eleganza e raffinatezza. Anche Yves Saint-Laurent si inserisce all’interno di questa corrente estetica, creando il primo smoking da donna, dove la silhouette androgina non castiga ma anzi esalta la femminilità. Con questi presupposti il colore scelto dal couturier non poteva che essere il nero. 


Negli anni ‘70 il nero viene associato ai concetti che più rispecchiano quel periodo e soprattutto alla ribellione e all’estro creativo. Questa connotazione deriva dalla subcultura punk che nasce negli Stati Uniti ma trova il suo apice in Inghilterra grazie a Vivienne Westwood, stilista, e a suo marito Malcom McClaren, manager musicale. La coppia apre un negozio di abbigliamento a Londra, Sex, in cui propone abiti estremi, provocatori, aggressivi e in controtendenza: il colore predominante è sempre il nero, arricchito da spille, elementi sadomaso e decorazioni eccentriche. In seguito McClaren sarà il produttore che porterà al successo i Sex Pistols, il primo gruppo punk su scala globale.


Con l’arrivo degli anni ‘80, il nero muta totalmente significato ed è il settore moda che diviene protagonista indiscusso di questo cambio di rotta. Sulla scena parigina irrompono bruscamente Rei Kawakubo e Yohji Yamamoto, i primi designers giapponesi ad assumere una rilevanza internazionale. La loro estetica vede la totalità assoluta del nero, che rappresenta i fiocchi di cenere e il fall out radioattivo vissuto dal Giappone a seguito dello sgancio delle bombe di Hiroshima e Nagasaki. 

COMME des GARÇONS 1982
COMME des GARÇONS,1982

Se Kawakubo e Yamamoto sconvolgono il mondo della moda portando avanti concetti come essenzialismo, nero, pauperismo di lusso e, in generale, una visione dell’abito come sostanza e non forma, sono gli anni Novanta a celebrare quella corrente che verrà poi definita Minimalismo. Si affacciano alla moda stilisti come Helmut Lang, Calvin Klein e Prada, che prediligono forme semplici e basic in cui i colori si fanno decisi. Nella loro idea di moda il nero resta in auge, dato che è un non-colore e quindi minimal per eccellenza.

Da ciò che abbiamo visto il nero contiene sempre una dualità in sè: nello stesso periodo, infatti, Gareth Pught lo utilizza per dare forma alle sue creazioni caratterizzate da volumi estremi; Rick Owens si serve invece del nero per dare volto alle sue creature, in bilico tra dandysmo, rave tecno, estetica biker e una nuova visione di giungla urbana.




Dal Duemila in poi parlare di uno stile coerente come nei decenni precedenti è difficile, complice soprattutto la nascita del fast fashion. Tutte le forme e i colori sono stati più che sdoganati, per cui ha più senso fermarci a riflettere su quegli stilisti che hanno creato un vero e proprio mondo attorno al nero.

È il caso di Alexander McQueen, che nel 2009 con Twisted Fantasy porta in passarella delle donne che sembrano frutto di visioni allucinatorie, tra mostruosità e stile, pallide come cadaveri e completamente vestite e truccate di nero.


Nella moda contemporanea, intesa come quella di massa, il nero è passato dall’essere un colore-simbolo a un colore-divisa; la globalizzazione, la rivoluzione digitale e l’avvento del fast fashion, hanno creato un surplus di scelte che si è man mano annullato fino a diventare quello che oggi definiamo “normcore”. Quando nel 2014 un gruppo di creativi newyorkesi, chiamati K-Hole, ha identificato per primo questa tendenza, le parole per definire il fenomeno sono state:


“Normcore non significa la libertà di diventare qualcuno, ma la libertà di essere chiunque”.

Questo concetto evidenzia come le persone, mentre in passato crescevano in una comunità definita cercando in seguito di differenziarsi in quanto individui, oggi nascono in quanto individui e devono trovare una comunità di riferimento. Questa comunità tanto agognata è quella più globale e minimal possibile, e rappresenta quasi tutti noi che, vivendo in un mondo saturo di immagini, colori, musica e messaggi di ogni genere, in qualche modo abbiamo sempre bisogno di ricordarci che il nero è il nostro grado zero. 



ENGLISH VERSION


BLACK


Often defined as a non-color, despite our perception of it comes from the fact that it absorbs light from the entire spectrum of colors, black can be considered both the color that contains all the others and the one that contains none. This duality is remarked not only in the scientific definition of black but also in its psychological connotation: from the beginning of the last century until nowadays, this color has managed to represent meanings, currents of thoughts, and styles completely different from each other.


In the 1920s, the relationship between fashion and black became more solid: if the initial inspiration came from Paul Poiret with his black kimonos, Coco Chanel can be considered the figure who changed the History of fashion. In 1926, she introduced the Petite Robe Noire, the first black cocktail dress, which women could wear from morning till evening as a passepartout, constantly changing accessories and thus dress's connotations.



In the 1930s, black became the color of the financial environment: this time, Magritte is the one who depict it in his artwork Bankers, where various characters populating Wall Street are seen adhering to a black dress code. Also in this decade, we see the birth of Morticia Addams, an icon that would influence fashion trends. Strictly black dressed from head to toe, she represents the first grotesque character to have a dark style.


With the onset of war, black took on a political connotation, linked to the totalitarian forces: Mussolini opted for a black shirt as uniform of the Fascist Party, while Hitler had the highest ranks of the SS dressed in black. Luckily, once the war was over, black quickly shed this political feature to enter the collective imagination with a completely different form: as early as 1946, Rita Hayworth stood out as the new dark lady, wearing a sleek black gown in "Gilda," establishing once for all the relationship between black and sensuality.


The 1950s still sees this color be paired with iconic pieces such as the Schott Perfecto 613, a black leather jacket worn by Marlon Brando in "The Wild One" (1951), to which the film production applied the iconic skull and pistons emblem. In the same period, in France, the existentialists adopted black as their uniform. Among the most representative icons there was Juliette Gréco, Sartre muse and singer-songwriter, who always appeared dressed in a black turtleneck sweater, the only color, according to the existentialists, able to represent men’s zero degree and superstructures' rejection.


The celebration of black continues in the 1960s, with a significant milestone such as "Breakfast at Tiffany's", where Audrey Hepburn wears the iconic cocktail dress designed by Hubert de Givenchy, which would go down in history as a symbol of elegance and sophistication. Yves Saint-Laurent also contributes to this aesthetic trend by creating the first women's tuxedo, where the androgynous silhouette doesn’t diminish but actually enhances femininity. Based on these premises, there was no other color the couturier could have chosen but black.


In the 1970s, black was connected with those ideas which best reflected that period, in particular rebellion and creative flair. This connotation comes from the punk subculture, born in the United States but finding its peak in England, thanks to Vivienne Westwood, a fashion designer, and her husband Malcolm McLaren, a music manager. The couple started a clothes shop in London called Sex, where they offered extreme, provocative, aggressive, and counter-cultural clothing: the predominant color was black, indeed, enriched with pins, sadomasochistic elements, and eccentric decorations. Later on, McLaren would become the producer who brought global success to the Sex Pistols, the first punk group.


With the arrival of the 1980s, black underwent a complete transformation in meaning and the fashion industry became the undisputed protagonist of this change in direction. Rei Kawakubo and Yohji Yamamoto abruptly burst onto the Parisian scene, becoming the Japanese designers to gain international prominence. Their aesthetic features embrace the absolute totality of black, symbolizing the ash clouds and the fallout experienced by Japan after the dropping of the atomic bombs on Hiroshima and Nagasaki.

If Kawakubo and Yamamoto shocked the fashion world by advancing concepts such as essentialism, total black, luxury pauperism and more in general a vision which saw clothes as a substance rather than a form, the 1990s were the years that celebrated the trend known later on as Minimalism. Fashion designers like Helmut Lang, Calvin Klein and Prada finally emerged with a propensity for simple and basic shapes with bold colors. In their concept of fashion, black remained in vogue as a non-color and therefore minimal par excellence.

From what we have seen, black always contains a duality within itself: during the same period, Gareth Pught used it to shape his creations characterized by extreme volumes; Rick Owens employed black to give face to his creatures instead, on the edge between dandyism, techno rave, biker aesthetic, and a new vision of urban jungle.


From the 2000s onwards, we cannot easily talk about a coherent style as we did for the previous decades, and this is mainly due to the rise of fast fashion. All shapes and colors have been more than mainstreamed hence, it makes more sense to reflect on those designers who have created a real world around black.

This is the case of Alexander McQueen who, in 2009 with "Twisted Fantasy", brought onto the runway women who seemed like the result of hallucinatory visions, blending monstrosity with style, pale as corpses and completely dressed and made up in black.


In the contemporary fashion, meant as mass fashion, black has transitioned from being a symbolic color to a uniform color; globalization, digital revolution, and the rise of fast fashion have created a surplus of choices that gradually annihilated itself becoming what we now call "normcore." When in 2014 a group of creative talents from New York, known as K-Hole, first identified this trend, they used these words to define the phenomenon: "Normcore it’s not the freedom to become someone, but the freedom to be anyone." This concept highlights how people, while in the past used to grow up in a well-defined community and only after they differentiate themselves as individuals, today they are born as individuals who must find their reference community. This much desired community belonging is as global and minimal as possible and represents almost all of us, living in a world saturated with images, colors, music, and messages of all kinds, always in need to remember that black is our ground zero.



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