top of page

John Galliano per Dior: dietro il sipario

Nel primo atto dell’Aida, la giovane principessa, da cui prende il nome l’opera classica, viene resa schiava e portata in Egitto, dove nessuno conosce la sua identità. La prima rinuncia, e anche la più significativa, è quella al suo abito regale per uno popolare che annulla la maestosità della sua figura. Il costumista inglese Bob Crowley, che lavorò all’adattamento dell’opera in forma di musical con Elton John e Tim Rice, definì l’Aida come uno “spettacolo di abiti, luci e musica”, citando il suo lavoro e quello del compositore Steve Kennedy. Uno spettacolo struggente che porta lo spettatore a perdersi in millimetri d’oro intessuti in lunghe ed ampie gonne, le quali, abbaglianti, ondeggiano sulle sinfonie classiche dell’opera drammatica. Il musical, in scena dal 2000 al 2004, portò Crowley, che negli anni aveva aggiornato il guardaroba teatrale dei protagonisti, a rielaborare l’immagine della principessa Aida vestendola secondo quanto visto poco prima della fine del tour, in uno show di Dior che portava la firma di John Galliano.


John Galliano 1993
John Galliano, 1993, Rex

Si tratta della collezione SS04, in occasione della quale il direttore creativo costruì una Luxor del XXI secolo nella capitale francese. Una sfinge animata rivestita d’oro, accessori in vetroresina dai temi sacri e corone scintillanti portano il pubblico a perdersi tra citazionismo storico e cinematografico, il cui richiamo principale è al movie Stargate. Il lavoro rivela la passione di Galliano per il costume e la spettacolarizzazione dell’abito, per quella teatralità che impone all’Alta Moda un sovraccarico estetico, ma soprattutto per quella crasi tra prêt-à-porter e couture, nella quale la netta distinzione tra i due mondi diventa un sottile filo su cui rimanere in equilibrio. In molti parlarono di Galliano per Dior come una “macchina da produzione”, per la sua innata capacità di rendere ogni collezione un kolossal cinematografico dove però, al posto della cinepresa, vi era l’occhio estasiato di una platea adorante che ancora adesso non smette di ricordare.


Ma come Crowley con l’Aida si avvalse della musica di Kennedy e dei testi di John e Rice per animare i costumi, anche John Galliano si servì della collaborazione di Jeremy Healy per costruire il soundscape delle sue collezioni, in un intricato tessuto musicale che spaziava dall’opera al new-beat. L’ex Blitz Kid, membro del duo pop degli anni ‘80 Haysi Fantayzee, lavorò con il creativo dal 1999 al 2011, ed insieme riuscirono a portare il dirompente sound inglese del post ‘70 dai club della provincia londinese, della quale condividevano le origini, al palcoscenico della couture parigina. Il primo contatto artistico tra Galliano e Healy è però da registrare lontano dalle mura istituzionali di maison Dior.

John Galliano Jeremy Healy
John Galliano and Jeremy Healy

Si incontrarono nel 1984 al termine del graduation show di John Galliano, al quale Healy partecipò senza saperlo. Quello che ricorda il performer, in un’intervista ad “AnOther Magazine”, è il rumore interiore che aveva suscitato quella collezione della durata di poco più di due minuti:

“mi sembrava che quegli abiti stessero urlando ma nessuno li sentisse, serviva che qualcuno amplificasse quel suono”.

Al termine dello show, Healy irruppe nel backstage e: “gli chiesi di lavorare insieme. Da quel momento Britney Spears, Madonna e George Michael, musicalmente parlando, divennero tenori e soprani di un club-tour a forma di sfilata che stava per impadronirsi di Parigi”. Uno squarcio profondo nel grande sipario dell’abito, la cui venue verticale, percorsa da modelli e modelle, mutava in un palcoscenico teatrale dove si esibivano personaggi provenienti dall’immaginazione di un autore istrionico e dalle parole sintetiche di un mixer nascosto.


Il debutto, con la FW1999, segnò uno squarcio nell’immaginario collettivo di sfilata e collezione mandando in scena il primo atto di un dramma generazionale vestito di latex, pelle e satin. Contrasti culturali che spaziano dal costume delle corti settecentesche ai biker boots dei Brit Kidz, presentati nella monumentale cornice storica dell’Orangerie di Versailles. L’intento di John Galliano fu chiaro da subito: disorientare il pubblico per introdurlo in una realtà propria dove il tempo è un saltimbanco e lo spazio è un palco teatrale. E per prendervi parte è richiesto solamente un requisito: l’ascolto incondizionato. Le dame di Dior ondeggiano su tracce realizzate ad hoc per la collezione; si rintracciano clip cinematografiche di “Full Metal Jacket” di Kubrick e di “Phat Planet” di Leftfield, mixati con la pop music di Mariah Carey in “When you believe”. Personaggi misteriosi, sconosciuti, che silenziosamente cantano “Beautiful Stranger’’ di Madonna, la soundtrack che chiude lo show, nella quale si può avvertire lo squillo di un vecchio Nokia a risvegliare il realismo, addormentato per il tempo della sfilata, dei presenti. 




Un realismo indotto che compare e scompare sul palcoscenico di Galliano e Healy, come nella collezione FW02, quando le sonorità sacre del London Community Gospel Choir diedero vita all’ultima fantasia del duo. Una femminilità fluida, incontenibile in abiti ampi, gonne micro e macro a più strati e giacche in velour: un rimando alla sessualità dirompente dei primi locali erotici degli anni ‘50 e al costume tradizionale dei nativi americani, in sottofondo “Like a Prayer” di Madonna. Uno spettacolo che univa sacro e sacrilego senza esibire il corpo e la sessualità, ma sessualizzando gli abiti.


Storicizzare l’abito usando simboli che ne semplificano la classificazione temporale è una pratica propria dei più grandi costumisti e di John Galliano. La collezione SS04, che vede Dior lasciare idealmente Parigi per raggiungere le terre sabbiose dell’Egitto, è uno degli eventi più significativi nella storia di Galliano. La sua regina Cleopatra è una sfinge dorata, una pietra incastonata in una corona che lo nomina “couturier del possibile”. La collezione è parte della scenografia, lo spettatore sembra guardare lo show da dietro un vetro senza poter interagire con ciò che accade. Lo scrittore John Connor, presente alla sfilata, disse che la collezione era “una macchina temporale che faceva dell’abito il suo motore”. A completare il viaggio nel tempo, tra sete dorate e metalli scintillanti, il sonoro. Jeremy Healy, che ricorda il lavoro dietro allo show come “lungo e complesso”, non volle riprodurre le sonorità classiche dell’Antico Egitto, ma piuttosto costruire una linea tra passato e presente che conferisse alla collezione il realismo mancante. E così la regina d’Egitto di Galliano incontra “Bad Boy” di Beyoncé e Sean Paul e “You Got The Love by the Source” di Candi Staton, in un mix inedito che unisce più generi, per poi concludersi con il sound strumentale di Philipp Glass.



Dall’oro degli scavi in Egitto alla nube grigiastra della periferia inglese: il copione di Galliano prevede un’ulteriore scenografia per l’immediatamente successiva FW04. Si tratta sempre di tradizioni storiche ma questa volta la terra è quella delle origini: il Regno Unito. La regina inglese di Galliano è un tributo allo spettacolo della Corona e al suo opulento immaginario. In fondo l’opulenza è una costante nel linguaggio del creativo che però, questa volta, non bada a “spese” in termini di accessori. Saranno proprio i gioielli, le pietre che adornano i volti pallidi delle modelle, le corone e le applicazioni scintillanti sull’intera lunghezza degli abiti a rendere la collezione il testamento artistico del designer che rimarrà per sempre vicino alla sua “provincia” e a quelle terre dal breve orizzonte. Healy, allora, sulla linea imposta da Galliano, scava negli anni ‘50 con l’obiettivo di ridare lustro ai grandi nomi della dance music. Si tratta di Little Richard con “The Girl Can’t Help It” e “Tutti i frutti” di Michael Nyman.


L’audacia espressiva che contraddistinse Galliano raggiunse il suo apice con la collezione SS07, con la quale allargò le mura culturali del suo palco all’opera di Puccini: Madama Butterfly. Una collezione dove la tradizione del costume storico giapponese incontra il rigore formale del New Look, in un generoso ritratto popolare fatto di giardini stampati e girovita ossidati. La solennità del momento storico viene dapprima accentuata dalle tracce di Malcom McLaren e Fletwood Mac per poi interrompersi sulle note di “Song to the Siren by this Mortal Coil” di Elizabeth Frazer che, insieme a “Drive by the Cars” e “Immortality” di Celine Dion e The Bee Gees, opacizzano le sonorità calde dell’opera classica. 


Lo spettacolo al quale si assiste è un duetto generazionale tra classico e moderno. Un viaggio temporale che guida il pubblico alla scoperta di un regno fantastico dove l’occhio e l’orecchio sembrano dialogare su frequenze alterne. Ma è proprio da questo che nasce l’emozione in John Galliano: una ferita profonda tra reale ed irreale che spaventa e al contempo affascina chiunque la viva. “Non mi reputo un outsider ma sono convinto che la diversità derivi dall’esperienza. Perciò nella mia vita sono uno qualunque, ma agli occhi degli altri posso apparire come diverso”, disse nel 2004 il designer inglese che convisse a lungo con molteplici titoli e onori che lo etichettarono come “diverso”. Ma le onorificenze andavano strette a quel giovane uomo di provincia che si rifugiava in un regno dove la parola “diversità” era sinonimo di “autenticità”. In fondo il suo spettacolo a forma d’abito non è altro che un copione cucito sulla donna, le cui battute vanno recitate silenziosamente, e la musica è un grido tonante che sublima la scena infrangendo l’unica regola di ogni teatro: non guardare mai il pubblico negli occhi.


Copy editing Conzuelo Fogante  Translation Leonardo Carsetti


ENGLISH VERSION



John Galliano for Dior: behind the curtain


In the first act of Aida, the young princess, from whom the classic opera takes its name, is enslaved and brought to Egypt, where nobody knows her true identity. The first and most significant renunciation is of her royal attire for a common one that diminishes the grandeur of her figure. The English costume designer Bob Crowley, who worked on the adaptation of the opera into a musical with Elton John and Tim Rice, described Aida as a "show of costumes, lights, and music", citing his work and that of composer Steve Kennedy. A poignant spectacle that leads the audience to lose themselves in golden millimeters woven into long, flowing skirts, dazzling, swaying to the classical symphonies of the dramatic opera. The musical, on stage from 2000 to 2004, brought Crowley, who had updated the theatrical wardrobe of the protagonists over the years, to restyle the image of Princess Aida by dressing her as seen just before the end of the tour, in a Dior show bearing the signature of John Galliano.


This is the SS04 collection, during which the creative director constructed a 21st-century Luxor in the French capital. An animated sphinx coated in gold, fiberglass accessories with sacred themes, and sparkling crowns lead the audience to wander through historical and cinematic references, primarily recalling the movie Stargate. The work reveals Galliano's passion for costume and the spectacularization of clothing, for that theatricality which imposes an aesthetic overload on couture, but above all for the fusion of prèt-â-porter and couture, where the clear distinction between the two worlds becomes a delicate balance. Many spoke of Galliano at Dior as a "production machine" for his innate ability to turn each collection into a cinematic spectacle, where instead of a camera, there was the ecstatic eye of an adoring audience that still remembers to this day.


But as Crowley with Aida used Kennedy's music and the lyrics of John and Rice to animate the costumes, so did John Galliano enlist the collaboration of Jeremy Healy to build the soundscape of his collections, in an intricate musical fabric ranging from opera to new beat. The former Blitz Kid, a member of the 80s pop duo Haysi Fantayzee, worked with the creative director from 1999 to 2011, and they managed to bring the disruptive English sound of the post-70s from the clubs of suburban London, which they shared origins with, to the stage of Parisian couture. However, the first artistic contact between Galliano and Healy took place far from the institutional walls of Maison Dior.


They met in 1984 at the end of John Galliano's graduation show, which Healy attended unknowingly. What the performer remembers, in an interview with AnOther magazine, is the internal noise that that collection had aroused for just over two minutes:

''it seemed to me that those clothes were screaming but no one heard them, someone needed to amplify that sound'’.

At the end of the show Healy burst backstage and ''I asked him to work together. From that moment on, Britney Spears, Madonna and George Michael, musically speaking, became tenors and sopranos of a parade-shaped club tour that was about to take over Paris''. A deep tear in the great

curtain of the dress, whose vertical venue, traversed by male and female models, changed into a theatrical stage where characters coming from the imagination of a histrionic author and

from the synthetic words of a hidden mixer performed.

 

The debut, with FW1999, marked a tear in the collective imagination of the fashion show and collection by staging the first act of a generational drama dressed in latex, leather, and satin. Cultural contrasts ranging from the costumes of eighteenth-century courts to the biker boots of the Brit Kidz, presented in the monumental historical setting of the Orangerie de Versailles. John Galliano's intent was clear from the start: to disorient the audience to introduce them to a reality where time is an acrobat and space is a theatrical stage. Participation requires only unconditional listening. The ladies of Dior sway to tracks made specifically for the collection; clips from Stanley Kubrick's "Full Metal Jacket" and Leftfield's "Phat Planet" can be traced, mixed with Mariah Carey's pop music in "When You Believe". Mysterious, unknown characters, silently singing Madonna's "Beautiful Stranger", the closing soundtrack of the show, in which the ring of an old Nokia phone can be heard awakening the realism, asleep for the time of the show, of those present.

 

An induced realism that appears and disappears on Galliano and Healy's stage, as in the FW02 collection, when the sacred sounds of the London Community Gospel Choir gave life to the duo's final fantasy. A fluid and irrepressible femininity in loose-fitting dresses, multi-layered skirts and velor jackets, which harked back to the explosive sexuality of the first erotic clubs of the 1950s, with Madonna's ''Like a Prayer'' playing in the background. A show that combined the sacred and the sacrilegious without showing off the body and sexuality, but sexualizing the clothes.


Historicizing the dress using symbols that simplify its temporal classification is a typical practice of the greatest costume designers and of John Galliano. The SS04 collection, which sees Dior ideally leaving Paris to reach the sandy lands of Egypt, is one of the most significant events in Galliano's history. His Cleopatra queen is a golden sphinx, a stone set in a crown that names him "couturier of the possible". The collection is part of the scenery, the spectator seems to watch the show from behind glass without being able to interact with what is happening in front of him. The writer John Connor, present at the show, said the collection was "a time machine that made clothes its engine". The sound completed the journey back in time between golden silks and sparkling metals. Jeremy Healy, who recalls the work behind the show as "long and complex", did not want to reproduce the classic sounds of ancient Egypt but rather to build a line between past and present that gave the collection the missing realism. And so Galliano's Queen of Egypt meets Beyoncé and Sean Paul's "Bad Boy" and Candi Staton's "You Got The Love by the Source", in an unprecedented mix that combines multiple genres, before concluding with the instrumental sound of Philipp Glass.


From the gold of the excavations in Egypt to the grayish cloud of the English periphery: Galliano's script foresees another stage set for the immediately following FW04. It's still about historical traditions but this time the land is that of origins: the United Kingdom. Galliano's The English Queen is a tribute to the spectacle of the Crown and its opulent imagery. After all, opulence is a constant in the language of the creative, who however, spared no "expense" in terms of accessories this time. It is precisely the jewels, the stones that adorn the pale faces of the models, the crowns, the sparkling applications along the entire length of the dresses, that make the collection the artistic testament of the designer who will always remain close to his ''province'' and to those with a short horizon. Healy, then, following Galliano's lead, delves into the '50s with the aim of restoring luster to the great names of dance music: Little Richard with "The Girl Can't Help It" and Michael Nyman's "Tutti Frutti".


The expressive audacity that distinguished Galliano reached its peak with the SS07 collection, which expanded the cultural walls of his stage to Puccini's opera: Madama Butterfly. A collection where the tradition of historical Japanese costume meets the formal rigor of the New Look, in a generous popular portrait made of printed gardens and oxidized waists. The solemnity of the historical moment is first accentuated by the tracks of Malcom McLaren and Fleetwood Mac before interrupting on the notes of Elizabeth Frazer's "Song to the Siren" which, along with "Drive" by The Cars and "Immortality" by Celine Dion and The Bee Gees, dull the warm sounds of classical opera.


The show is a generational duet between classical and modern. A time journey that guides the audience to discover a fantastic realm where the eye and the ear seem to converse on alternating frequencies, but it is precisely from this that the emotion in John Galliano arises: a deep wound between real and unreal that scares and fascinates everyone who experiences it. "I don't consider myself an outsider but I'm convinced that diversity comes from experience. Therefore in my life, I am an ordinary person, but in the eyes of others, I can appear different," said the English designer in 2004, who lived for a long time with multiple titles and honors that labeled him as "different". But the honors were tight for that young man from the provinces who took refuge in a realm where the word "diversity" was synonymous with "authenticity". After all, his dress-shaped show is nothing but a script tailored to the woman, whose lines must be recited silently, and the music is a thundering cry that sublimates the scene by breaking the only rule of every theater: never look the audience in the eye.

Comments


bottom of page