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Jonathan Anderson: il fanciullo, il clubber, l’eroe

Il ricordo è un suono impetuoso, giovane per l’immediatezza con la quale si concretizza nell’occhio dell’uomo, maturo per la complessità dei muscoli che questo richiede. Attribuire un’età ad un ricordo è una delle contraddizioni che fondano la teoria del giovanilismo, che scava nella fanciullezza del vissuto dell’uomo al fine di portare alla luce una cifra, anche simbolica, che dimostri la distanza temporale tra presente e passato. 


Una giostra buia, come quelle dipinte da Valerio Berruti, la cui musicalità meccanica è udibile dalle tinte fosche, le quali rappresentano il tempo ed il suo passaggio. “In fondo, su quella giostra non è mai salito nessuno, se non il tempo” disse Berruti in un’intervista del 1980. Ed è quel tempo, compagno di una lunga giovinezza, a guidare nella crescita il fanciullo di ieri e l’uomo di domani. Ma in quello spazio temporale, tra le due età dell’uomo, esiste una terza età, scientificamente non provata ma emotivamente viva: quella del possibile, della creatività che collega il raziocinio all’immaginazione ageless, di quando non si è né grandi né piccoli, ma così maturi da riconoscere quel fanciullo ancora strepitante dentro di sé. Interprete contemporaneo del concetto primario di creatività inteso come gioco, scienziato senza titolo del corpo e del suo tempo, Jonathan Anderson è l’ultimo dei fanciulli, capaci di vestire la maturità dell’età adulta di beltà e spontaneità.



Proprio come il “fanciullo" di Giovanni Pascoli,  l’uomo di Anderson è capace di sorprendersi, stupirsi, meravigliarsi senza nascondersi dietro il corpo adulto, contenitore di tutte queste emozioni. Dietro questo tema del giovane adulto, si cela il vissuto del designer, le sue tradizioni e la sua infanzia, trascorsa nelle campagne nordirlandesi “dove potevi solo immaginarti altrove”. 


La nazionalità ha un significato bivalente per Anderson: se da una parte è il ricordo di chi è, delle proprie origini, di quei paesaggi rurali che hanno costruito la metropoli interiore nella quale ora spazia la sua creatività, dall’altra è il multiculturalismo di città come Londra, dove ha a lungo vissuto, e che sembrano quasi annullare l’identità di un paese a favore di un’ inclusività culturale. “Anche se viaggio spesso e per lunghi periodi, lascio sempre dello spazio in valigia. Mi piace riportarmi da ogni luogo che visito un simbolo che rappresenti quel viaggio, quella gente, e quelle tradizioni” disse ad I-D magazine il designer nel 2017, a cui piace il suono della parola tradizione, una costante nelle sue interviste che, pronunciata con quello spiccato british accent, ricorda il suono discordante del thé delle cinque sorseggiato con in sottofondo una traccia dei Radiohead. 


Un equilibrio dissacrante che annulla, quasi spegne, il concetto di “popolo”, per uno più favolistico di “gente e le sue gesta”.


Jonathan Anderson narra la storia contemporanea di quei giovani fanciulli cresciuti in una camera fatta di mura immaginarie, così spesse da non permettere al reale di sorpassare le cinta murarie della propria fortezza. Una stanza cieca dove tutto accade al di fuori, come le tormenta della guerra civile irlandese, ma dove dentro tutto rimane intatto. “La sua è un’utopia?” gli chiese Jocelyn Silver al termine dello show FW23 man, quando presentò il suo uomo dormiente, infante del regno notturno dei sogni, dove anche un semplice “pillow”, se stretto al petto, può divenire un’armatura ideale; come espresso dalla stessa collezione con l’uso di stampe e tessuti che spogliano l’uomo di giacca e camicia, per poi rivestirlo di accessori come drappi di tessuto portati a mano e pillow bag. “Se lo posso realizzare non è un’utopia, ma forse per qualcuno è una disopia”, rispose Anderson, ricordando quanto gli adulti, una volta divenuti tali, dimentichino la propria fanciullezza


La maturità non è una cessazione del gioco, ma una presa di consapevolezza del suo valore. La stampa a rilievo “premium blend” che compare sui white dress della collezione SS23 man di JW Anderson, tratta proprio di questo. Una coperta, come quel lenzuolo bianco realizzato a forma di vestito, che non è liscia come fosse nuova, inutilizzata, ma stropicciata, come se fosse stata la compagna di immaginarie peripezie notturne che hanno vissuto nei sogni di un qualsiasi bambino


JW Anderson, spring summer 2023 menswear
JW Anderson, spring summer 2023 menswear

Come in ogni storia  che narra le imprese di giovani eroi, la musica è la fedele compagna dell’Io narrante, anche in JW Anderson. Non c’è da immaginarsi sinfonie classiche, infantili, perché nel lavoro di Jonathan Anderson la musica è il tratto più adulto che vi si possa leggere. È quella parte capace di accordare l’immaginario favolistico al rigore dei temi sociali dei quali parla la collezione. Nonostante questo, definire una playlist del designer è ben più complesso che affidarsi alle sole immagini. Si spazia dal Rocket Man di Elton John al disc jockey Robert Miles, tra pop music e new wave


Le coordinate geografiche di questa terra sperduta, dove l’età adulta sembra non sopraggiungere mai e dove il tempo è scandito da sinfonie graffianti, sono quelle della Germania del nord e delle campagne scozzesi del Regno Unito. Su questa linea spaziale scorrono le frequenze techno, ultrabeat e trance che animano le collezioni di Jonathan Anderson, provenienti dagli album dei Cosmic-Gate, N-Trance e Faithless. Se si dovesse dare un nome agli artisti che risuonano nell’orecchio del designer sarebbero i tre gruppi trance attivi dagli anni ‘90.


JW Anderson, spring summer 2023
JW Anderson, spring summer 2023

Il primo gruppo, i berlinesi Cosmic-Gate provenienti dalla provincia di Krefeld, sono i primi ad intessersi con la creatività di Anderson. “Un messaggio elettrizzante” commenta il direttore creativo la collezione SS22 man, che in quella “elettricità” vive tutta la dance-elettronica dei Cosmic-Gate, guidando il suo eterno fanciullo nella scena clubbing notturna. Un’intera collezione costruita su astrazione e linearità, nulla di definito all’occhio ma così riconoscibile per l’orecchio più attento. I colori esplodono in un tripudio di tinte sature, le quali ricordano i neon che guidano i giovani clubber della sfilata nel buio della vita notturna. “Sono una guida nella notte” commenta Anderson, che assegna proprio alla notte il ruolo di mediatore tra realtà ed immaginazione, quasi fosse una dimensione totalitaria “dove sentirsi liberi”, per citare le sue parole a Vogue.





La musica, la nightlife e le pareti scivolose dell’underground fanno da scenografia anche alle collezioni presentate nel 2022-2023 per JW Anderson, con il gruppo N-Trance che si appropria del tessuto musicale delle collezioni. “Broken dreams” suonava nel 1998 il gruppo elettronico inglese, dando un suono ai sogni ed agli incubi di una generazione che stava per entrare nel nuovo millennio. Jonathan Anderson fece lo stesso, con lo show SS23 del suo brand JW Anderson, svelando il volto acerbo di giovani adulti che vivono nel tempo della digitalizzazione dell’Io. Abiti tridimensionali, mini dress che diventano stampe indossabili e l’uso della plastilina in uno spazio buio illuminato da alcuni schermi sullo sfondo, sono il ritratto di una giovinezza post moderna dove la spontaneità dell’uomo deve saper resistere all’ordine formale del digitale; quello stesso ordine smosso dagli N-Trance invitando i giovanissimi  a “Stayin’ live”, la loro traccia del 1995, nella quale l’elettronica si unisce al battito di un cuore ancora umano. 



Il desiderio di umanità ritorna anche nelle sonorità progressive, downtempo e house dell’ultimo gruppo: i Faithless. Un nome che, se tradotto in musica, riporta alla sperimentazione dance di fine anni ‘90, ma che se si estrapola dall’immaginario di Jonathan Anderson, è sinonimo di “popolare” inteso come pop, al quale il designer associa il costume di una generazione eternamente giovane. La collezione SS23 man di JW Anderson vuole dare un volto, vestire il corpo “elettrico” della musica trance, costruendo sulla fisicità esile dei modelli un intricato tessuto formato da macro accessori come skateboard e manubri e da stampe tradizionali, come le righe bianche e nere delle maglie. Un simbolismo estetico che riporta il pubblico al primo ventennio di vita, alla spontaneità dei rapporti umani, della condivisione ed accettazione di sé; proprio come i Faithless, che fecero luce sulla scena fino ad allora dimenticata della trance, riportando la gente ad abitare le case della disco music.



L’abito diviene così casa e fortezza per l’uomo, gioco e fantasia per il fanciullo. Una dicotomia di genere ed età che non cede alla forza della ragione, ma che in questa trova riparo. Una favola moderna, quella del giovane eroe di Anderson in cerca dei suoi poteri, che scopre sul finale di averne solo uno: quello di aver sempre fantasticato di essere qualcuno in una società colma di nessuno.



ENGLISH VERSION


Jonathan Anderson: the boy, the clubber, the hero


Memory is an impetuous sound, young for the immediacy with which it materializes in the human eye, but mature for the complexity of the muscles that this requires. Attributing an age to a memory is one of the contradictions that underpin the theory of youthism, which delves into the childhood of man's experience in order to bring to light a figure, even symbolic, that demonstrates the temporal distance between the present and the past.


A dark carousel, like those painted by Valerio Berruti, whose mechanical musicality is audible from the dark hues, which represent time and its passage. “After all, no one has ever climbed on that carousel, except time”, Berruti said in an interview in 1980. And it is that time, companion of a long youth, that guides the growth of yesterday's child and 'man of tomorrow. But in that space of time, between the two ages of a man, it exists a third age, scientifically unproven but emotionally alive: that one of the possible, of creativity that connects reasoning to ageless imagination, of when one is neither grown up nor young, but mature enough to recognize that the child is still screaming inside them. Contemporary interpreter of the primary concept of creativity, conceived as play, untitled scientist of his body and time, Jonathan Anderson is the last of the children, capable of dressing the maturity of adulthood with beauty and spontaneity


Just like the “child” of the late 19th century Italian author, Anderson's man is capable of surprising himself, marveling, without hiding behind the adult body, container of all these emotions. Behind this theme of the “young adult” lies the designer's experience, his traditions and his childhood, spent in the Northern Irish countryside “where you could only imagine yourself elsewhere”.


“Nationality” has a dual meaning for Anderson: if on the one hand it is the memory of who he is, of his origins, of those rural landscapes that have built the inner metropolis in which his creativity now ranges, on the other it is the multiculturalism of cities like London, where he lived for a long time, which almost seem to cancel the identity of a country in favor of cultural inclusiveness. “Even if I travel often and for long periods, I always leave space in my suitcase. I like to bring back from every place I visit a symbol that represents that journey, those people, and those traditions” the designer, who likes the sound of the word “tradition”, a constant in his interviews, told I-D magazine in 2017 , which pronounced with that strong British accent, recalls the discordant sound of five o'clock tea sipped with a Radio Head track in the background.


An irreverent balance, which cancels out, almost extinguishes the concept of “people”, for a more fable-like one of “people and their deeds”.

Jonathan Anderson narrates the contemporary story of his people, of those young children who lived in a room built between imaginary walls, so thick that they did not allow the real to surpass the walls of their fortress. A blind room where everything happens outside, like the storms of the Irish civil war, but where inside everything remains intact. “Is yours a utopia?” Jocelyn Silver asked him at the end of the FW23 man show, when she presented her sleeping man, an infant of the nocturnal kingdom of dreams, where even a simple ''pillow'' if held close to the chest can become an ideal armor. As was expressed by the collection itself with the use of prints and fabrics that strip the man of jacket and shirt, and then cover him with accessories such as hand-carried fabric drapes and pillow bags. “If I can achieve it, it is not a utopia, but perhaps for some it is a dysopia,” Anderson replied, recalling how adults, once they become adults, forget their childhood.


Maturity is not a cessation of play, but an awareness of its value. The “premium blend” relief print that appears on the white dresses of the JW Anderson SS23 man collection is precisely about this. A blanket, like that white sheet made in the shape of a dress, is not smooth as if it were new, unused, but wrinkled as if it had been the companion of imaginary nocturnal vicissitudes experienced in the dreams of any child.


As in every story that narrates the exploits of young heroes, music is the faithful companion of the narrator, also in JW Anderson. There is no need to imagine classical symphonies or cartoonish music, because in Jonathan Anderson's work music is the most adult trait that can be read in it. It is that part capable of harmonizing the fairytale imagery with the rigor of the social themes the collection talks about. Despite this, defining a designer playlist is much more complex than relying on images alone. They range from Elton John's Rocket Man to disc jockey Robert Miles, between pop music and new wave. 


The geographical coordinates of this remote land, where adulthood never seems to arrive and where time is marked by biting symphonies, are those of northern Germany and the Scottish countryside of the United Kingdom. The techno, ultrabeat and trance frequencies that animate Jonathan Anderson's collections flow along this spatial line, coming from the albums of Cosmic-Gate, N-Trance and Faithless. If you had to give a name to the artists that resonate in the designer's ear, they would be the three trance groups active since the 1990s.


 The first group, the Berliners Cosmic-Gate from the province of Krefeld, are the first to become involved in Anderson's creativity. “An electrifying message” is the title of the creative director of Loewe to the SS22 man collection, which in that ''electricity'' lives all the dance-electronic music of Cosmic-Gate, guiding his eternal child in the nocturnal clubbing scene. The collection is built on abstraction and linearity, nothing defined to the eye but so recognizable to the most attentive ear. The colors explode in a riot of saturated hues, which recall the neon lights that guide the young clubbers of the parade into the darkness of the nightlife. “They are a guide in the night” comments Anderson, who assigns the night the role of mediator between reality and imagination, almost as if it were a totalitarian dimension “where one can feel free”, to quote his words to Vogue. 


Music, night life, and the slippery walls of the underground also form the backdrop to the collections presented in 2022-2023 for JW Anderson, with the N-Trance group appropriating the musical fabric of the collections. The English electronic group played “Broken dreams” in 1998, giving a sound to the dreams and nightmares of a generation that was about to enter the new millennium. Jonathan Anderson did the same, revealing the immature face of young adults living in the time of the digitalization of the ego with JW Anderson's SS23 show. Three-dimensional dresses, mini dresses that become wearable prints, and the use of plasticine in a dark space, illuminated by some screens in the background, are the portrait of a post-modern youth where the spontaneity of humanity must be able to resist the formal order of digital. That same order that N-Trance shook by inviting the very young to “Stayin' live”, their 1995 track, in which electronics joins the beat of a still human heart. 


The desire for humanity also returns in the progressive, downtempo and house sounds of the latest group: Faithless. A name which, if translated into music, brings us back to the dance experimentation of the late '90s, but which if extrapolated from Jonathan Anderson's imagination is synonymous with “popular” understood as pop, to which the designer associates the costume of a generation eternally young. JW Anderson's SS23 collection aims to give a face, dress the “electric” body of trance music, building on the slender physicality of the models an intricate fabric made up of macro accessories, such as skateboards and motorcycle handlebars, and traditional prints, such as black and white stripes on the shirts. An aesthetic symbolism that takes the public back to the first twenty years of life, to the spontaneity of human relationships, of sharing and self-acceptance. Just like Faithless did who shed light on the hitherto forgotten trance scene, bringing people back to live in the homes of disco music.


 The dress thus becomes home and fortress for man, play and fantasy for Anderson's boy. A dichotomy of gender and age that does not give in to the strength of reason, but finds shelter in it. A modern fairy tale, that of Anderson's young hero in search of his powers who then discovers he only has one: that of having always fantasized about being someone in a society full of no-one.


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