In conversation with Mattia Trani




Con questa intervista Mattia Trani ci fa entrare nel suo mondo creativo, e nel suo intero percorso esistenziale e artistico. Un percorso costruito con pazienza e passione, assimilando ogni possibile stimolo senza mai porsi dei filtri o dei limiti. In Mattia percepiamo la costante voglia di mettersi in gioco, di dare sempre il 200% di se stesso. Il suo ultimo progetto musicale “Scenery” ne è la prova tangibile. Un lavoro concepito in diversi anni a cui Mattia ha dedicato una curia maniacale sotto ogni punto di vista, in cui ha voluto compiere una commistione di tutto ciò che maggiormente lo rappresenta e lo ispira. In questo viaggio che abbiamo fatto insieme a lui abbiamo avuto il piacere di conoscere una persona che ha una grande voglia di raccontarsi attraverso la sua musica e le sue tante passioni. Mattia per noi rappresenta ciò che vorremmo vedere e sentire dalla techno. Un mondo non più chiuso in se stesso ma pronto ad aprirsi a un pubblico più vasto, in grado di connettere realtà apparentemente inconciliabili. Grazie a lui e al suo progetto ci muoviamo facilmente tra le reminiscenze della cultura orientale, dal mondo onirico dei videogames a quello futuristico e distopico del cyberpunk. In tutto questo c’è anche spazio per la delicatezza della natura, in una continua e perfetta fusione tra sacro e profano, tra la speranza di un futuro migliore e l’angoscia per un mondo in rovina.



T: Ciao Mattia. È un piacere per me discutere insieme del tuo nuovo album, che esce in un momento storico molto particolare per tutti. A proposito, come stai affrontando questo periodo? Spero tutto bene.


M: Ciao Tatiana. Anche per me è un piacere. Al momento mi trovo a Bologna. Avrei voluto trasferirmi a Barcellona, ma purtroppo è sopraggiunto il Covid e tutto ciò che ne consegue. Bologna è una bellissima realtà, ma la considero un po’ inadeguata per ciò che cerco a livello artistico e musicale. Ormai credo che io e questa città non abbiamo più niente da dirci. Per quanto riguarda le restrizioni posso dire che è un momento molto buio per tutto il mondo dello spettacolo. Penso che una volta che abbiamo raggiunto definitivamente il fondo non potremo fare altro che risalire. Nonostante tutto, percepisco una vasta scena creativa composta da moltissime persone che non vedono l’ora di esprimersi al meglio, me compreso.


T: Come hai deciso di rapportati a livello artistico nei confronti della pandemia? Le tue pubblicazioni hanno subito una battuta di arresto?


M: In fin dei conti ho lavorato esattamente come gli altri anni. Non mi sono fatto abbattere dalla situazione, anzi. Ogni 3/4 mesi ho sempre fatto uscire una mia release o quella di un altro artista. L’unico cambiamento che ho pensato di apportare è a livello di programmazione, ovvero il mio album era pronto per la pubblicazione già nel 2019, ma ho deciso di prendermi un po’ di tempo in più per affinare le ultime cose, insieme al concept dell’album.


T: Dato che hai accennato al tuo nuovo album. Ti va di parlarmene un po’?


M: Certamente. L’album sarà composto da ben 15 tracce. Questo lavoro discografico si presenta come un percorso ben definito e equilibrato. Troverete infatti alcune tracce più tranquille e altre molto più aggressive e spinte. Inizialmente avevo pensato di pubblicare 12 tracce, mentre successivamente ho voluto arrivare a 15 per dare un maggior senso alla pubblicazione su triplo vinile.


T: Ascoltando alcune tracce percepisco molto che la tua strumentazione non è solamente analogica. Come hai deciso di avvicinarti verso nuove sperimentazioni?


M: Inizialmente ero un grande fan dell’analogico, mentre ora mi sono aperto a nuove sperimentazioni. Sento di aver fatto grandi passi in avanti, perché al giorno d’oggi considero errato essere troppo conservatori sotto questo punto di vista. Ho deciso di lavorare in maniera ibrida per dare più dinamicità ai miei pezzi. Per un periodo mi sono affidato a un mixer, ma sentivo che mi rallentava eccessivamente nella fase di sviluppo, quindi ho deciso di passare a una scheda audio. Il sound dei miei pezzi si è evoluto radicalmente grazie a questi cambiamenti, ora è il quintuplo più forte e dinamico, nonché più definito. L’anima analogica e lo sguardo al passato è sempre importante per me, anche se il lavoro in post-produzione occupa ormai un ruolo centrale. Proprio per questo ho utilizzato un MOOG Sub 37, ovvero un sintetizzatore analogico che riveste sicuramente il ruolo del protagonista nell’album. Nelle mie nuove produzioni c’è molta più consapevolezza rispetto al passato: quando ero più giovane ero un fanatico delle macchine e le avevo provate di tutti i tipi. Grazie a questo percorso sono riuscito a scegliere bene quale macchina utilizzare, quale strada prendere e come integrarla insieme al computer.


T: Possiamo dire quindi che il tuo nuovo album è frutto di una ricerca durata anni: una sorta di continua esplorazione per acquisire una sempre maggiore consapevolezza di te stesso.


M: Diciamo che l’esperienza sul campo è stata sicuramente la mia maggior collaboratrice in questo percorso. Le tante serate in cui ho suonato mi hanno permesso di provare ogni tipo di traccia. Quando terminai HI-TECH MISSION nel 2016 avevo già in mente di fare un altro album con un altro tipo di direzione. Non volevo fossilizzarmi in una singola visione della musica e della techno. Già a quei tempi percepivo che c’era bisogno di più dinamica e di più aggressività nelle mie tracce.


T: Nel tuo nuovo album troveremo questo cambiamento? Come mai nonostante le tante metamorfosi hai deciso di continuare a utilizzare il vinile?


M: Nel nuovo album troverete me insieme al mio intero percorso che mi ha portato a questa pubblicazione. Non per vantarmi ma sono super soddisfatto di questo nuovo lavoro, si sente subito un grande cambio di passo e ho dato tutto me stesso per far sì che ciò avvenisse. È un disco dinamico e versatile che si può suonare e ascoltare in diverse situazioni senza mai annoiarsi. Per quanto riguarda la scelta del vinile, come ho già detto sono molto affezionato ad alcune tradizioni, nonostante il mio modo di lavorare sia in continua evoluzione. La mia etichetta è nata con il vinile e rinunciare ad esso sarebbe come estirparne le radici. Ciò non toglie che ora sono aperto a tutte le strade e pubblico anche in versione digitale.



T: Che ne pensi dell’utilizzo delle piattaforme digitali come Spotify e come si rapporta ciò al mondo della techno?


M: Da molti “puristi” l’utilizzo di queste piattaforme è visto come una sorta di tradimento. Io invece credo sia una grande opportunità per tutti se vengono usate nel modo giusto. Il mio nuovo album rappresenta per me un modo e un’occasione per sdoganare concettualmente la visione “underground” che il mondo ha della techno. Il mondo è cambiato, e nelle modalità con cui promuovi la tua musica non puoi rimanere indietro a venti anni fa. Capisco chi critica il fatto che non si guadagna abbastanza con queste piattaforme, ma siamo nella comunità europea e dobbiamo rispettare certi canoni. Spotify ormai è una realtà e un servizio fantastico; non si può far finta di ignorare dei cambiamenti così consolidati e impattanti nella società. Le nuove generazioni che stanno emergendo in questi anni non sanno nulla della techno e della dance. Un servizio come Spotify ti da modo di essere presente anche in quel mercato e permette alla tua musica di essere ascoltata anche da chi non ti conosce. Se usato nella maniera corretta un servizio del genere ti avvicina a nuovi mondi e culture musicali, molto spesso diversi da quelli più diffusi e commerciali.



T: La tua capacità di saperti muovere tra passato e presente senza pregiudizi e preconcetti è davvero importante. Ti adatti ai cambiamenti della contemporaneità ma lo fai a modo tuo e in maniera molto personale.


M: Diciamo che ho sempre voluto mantenere uno sguardo verso le mie radici underground, infatti l’utilizzo del vinile rimane un omaggio al mio passato e alle mie fondamenta. Ciononostante, non voglio rinunciare a ciò che il futuro mi offre, per questo troverete anche i singoli su Spotify. Quando mi sono accorto che una mia traccia è entrata nella top 50 italiana sono rimasto sconvolto e incredibilmente felice allo stesso tempo. Se la gente arriva a conoscere me tramite questi canali, può avvicinarsi anche a moltissimi miei colleghi che sono correlati al mio profilo musicale. Si crea un cerchio virtuoso che fa bene alla techno e alla cultura underground.


T: Adesso vorrei affrontare con te la sfera intima e concettuale che si cela dietro le tue tracce e dietro il percorso creativo che ci condividi grazie al tuo album. Partiamo dal titolo: come hai scelto il termine “Scenery”?


M: Il titolo è ispirato a un album omonimo del 1976 di Ryo Fukui, ovvero un pianista giapponese. Ho conosciuto questo musicista avvicinandomi al jazz. Ho iniziato ascoltando i più grandi nomi, come David Miles e John Coltrane. Da questo punto di partenza mi sono poi interessato alla scena orientale, e in particolare a quella giapponese. Sono sempre stato molto affascinato dal Giappone, dal loro modo di concepire l’arte, la società, la musica. Nell’album ho proprio utilizzato una melodia di Ryo riadattandola in chiave techno. Inizialmente volevo usare “Scenario” come titolo per il mio album, ma era già stato utilizzato molto nel mio ambiente; basti ricordare Ben Clock e Marcel Dettmann. L’avrei voluto comunque denominare “Scenario” perché credo sia un termine molto forte e polivalente. È stato incredibile scoprire come questa parola sarebbe diventata da lì a poco uno dei vocaboli i più utilizzati durante tutta la pandemia. Bastava accendere il telegiornale per cinque minuti per sentirla riecheggiare nella stanza durante qualche servizio. È una parola che può voler dire qualsiasi cosa: può esprimere felicità, disagio, dubbio. Veder apparire e sentire questa espressione all’interno di ogni discorso di tutti i giorni dopo la mia riflessione personale su di essa è stato sconcertante.



T: Abbiamo parlato del titolo. Cosa mi dici delle copertine? Hai sperimentato anche sotto l’aspetto visivo?


M: Per le copertine avrei voluto realizzare delle foto dal vivo in Giappone insieme a Roberto Graziano Moro, un mio caro amico e uno dei miei fotografi preferiti. Avrei voluto immergermi nel caos quotidiano delle loro città e vivere situazioni sociali che mi permettessero di conoscere questo popolo così particolare. Le foto che avrei utilizzato sarebbero state la sintesi di questa esperienza, dei fotogrammi in grado di riassumere le tante sensazioni che avrei vissuto percorrendo quelle strade. Purtroppo, il Covid ha reso questo progetto praticamente impossibile. Io e Roberto saremmo dovuti partire il 9 marzo 2020. Lo stesso giorno in cui Conte ci ha ammonito dalla tv di restare a casa. Per me Roberto rappresenta uno dei fotografi più grandi d’Italia, e lo dimostra il fatto che ha lavorato con i più grandi nomi del panorama artistico. Grazie a lui il risultato ottenuto è stato comunque strepitoso: non potendo vivere determinate situazioni, ci siamo fatti aiutare dall’immaginazione e dalle nuove tecnologie, mantenendo la coerenza con il progetto originale. Grazie alla sua arte, Roberto è riuscito a creare un effetto di spazio-tempo perfettamente in linea con l’idea dell’album. Quando apri l’album e vedi le fotografie e i colori sembra di fare quasi un viaggio attraverso l’elettronica di tutta Europa. I posti di Bologna che abbiamo scelto come sfondi appaiono totalmente diversi da come si presentano e diventando quasi surreali.


T: Percepisco una grande attenzione verso il dettaglio. Avete curato non solo il lato musicale, ma anche quello visivo e materiale.


M: Ho voluto curare in maniera manicale ogni minimo aspetto di questo progetto, in modo che esso si possa raccontare ricorrendo a diversi canali e a diversi stimoli. Vorrei che si possa percepire la qualità non solo dal contenuto musicale, ma anche dall’aspetto visivo, grafico, e materiale. Allo stesso modo l’utilizzo di colori differenti per ogni vinile e per ogni foto restituisce la sensazione di un viaggio in continua evoluzione.


T: Mi affascina molto questa idea del maturare e di acquisire consapevolezza con l’età e con il corso del tempo. Magari può essere un tuo percorso di crescita personale ad averti portato alla cura di ogni dettaglio e a una maggiore consapevolezza.


M: Si assolutamente, ma in questo percorso devo ringraziare di aver conosciuto persone fantastiche che mi hanno assistito e supportato, ma soprattutto che mi hanno aperto la mente verso nuovi orizzonti e nuove visioni. È stato proprio grazie ad aver conosciuto Roberto che lavorava con grandi major come Machete e Universal che mi sono aperto. Nei momenti di maggiore difficoltà le collaborazioni e la condivisione sono alleati utilissimi. Le persone sono sempre fonti inesauribili di ispirazione creativa e artistica. Se in tutti questi anni fossi rimasto a produrre in casa, senza spostarmi per suonare e per i tour, probabilmente non mi sarebbe capitato nulla di tutto ciò.



T: Questo periodo si sta rivelando un vero e proprio ostacolo per la creatività, perché ci costringe a rinunciare alla condivisione e al confronto. Te come cerchi di mantenere attiva la tua ispirazione creativa in questi momenti storici?


M: Purtroppo quando restare a casa diventa un comportamento sistematico che dobbiamo adottare obbligatoriamente, bisogna ricorrere in tutti i modi alla fantasia e all’immaginazione per cercare nuovi stimoli, provando a rimanere in contatto con gli altri anche se in maniera virtuale e astratta. Ad esempio, i videogiochi hanno da sempre avuto un ruolo centrale nella mia esperienza di vita, in particolare in questo momento che siamo tutti costretti a casa e divisi. Passo molte ore con i videogiochi, con Youtube, con le live su Twitch. Sono tutti strumenti che ci permettono di spostarci con l’immaginazione. Riesco sempre a trovare l’ispirazione in qualche modo, ma il viaggiare, il vivere delle esperienze fisicamente, il contatto sociale sono degli stimoli che puoi vivere solamente sulla tua pelle e non attraverso un video.


T: Dato che abbiamo aperto l’argomento “video” che riguarderà anche i prossimi numeri di T-MAG. So che avete prodotto anche dei videoclip per le tracce. Come li avete realizzati?


M: Abbiamo già prodotto 5 video ufficiali per “Scenery” di cui 2 utilizzando il green screen. Abbiamo aumentato molto l’investimento che facciamo per la realizzazione di questo materiale. Roberto non era molto favorevole all’utilizzo del green screen poiché è un fotografo molto tradizionale a cui piace utilizzare principalmente sfondi veri. Tuttavia, il risultato con il videoclip è stato molto figo, soprattutto considerate le restrizioni che stavamo subendo tutti. Ovviamente se fossimo andati in Giappone, la realizzazione sarebbe stata completamente diversa. Tuttavia, con il fatto di dover rimanere a casa, la testa ha potuto frullare e trovare nuove idee. Con il green screen siamo riusciti a realizzare dei videoclip dove cammino dentro delle città futuristiche come se fossi veramente lì. L’esperienza di adattarsi e abbracciare le nuove tecnologie è stata incredibile e l’effetto è stato sbalorditivo. Per il videoclip di “Videogames” avremmo voluto andare a Londra, grazie alla partecipazione di Theo Nasa. Avremmo realizzato un video come i rapper, che camminiamo per la città, ci fermiamo dentro una casa e ci mettiamo a giocare alla Playstation, giocando a Gran Turismo e fumando qualche canna. Gli anni ’90 erano l’era dei videoclip e ne guardavo praticamente ogni tipo su MTV. Volevo rimanere aperto a ogni genere e a ogni produzione. Guardavo i video degli Incubus, dei Linkin Park, dei Red Hot Chili Peppers e poi passavo anche al panorama pop italiano. Mi è sempre piaciuta l’idea di fondere elementi diversi: passare dall’astrazione e alla distopia a elementi più pop.



T: Hai accennato a una collaborazione con Theo Nasa. Ne troveremo altre all’interno dell’album?


M: Ho avuto la fortuna di realizzare diverse collaborazioni. Ad esempio, vorrei ricordare quella con AADJA, un’artista giovanissima che ho praticamente scoperto io. Ho realizzato che mi piace molto sentirmi anche talent scout e scoprire nuove menti creative. Quando ho scoperto i 90 Process, Hadone è riuscito subito a farsi conoscere e ha pubblicato i suoi pezzi su Monnom Black. È una bellissima sensazione sapere che sono riusciti a emergere sulla scena. Per il caso di AADJA fu lei a mandarmi la sua demo. Non la conosceva nessuno e mi disse: “ciao sono AADJA, vivo a Toronto in Canada, ho 30 anni, vorrei che ascoltassi la mia roba”. Appena l’ho ascoltata le ho subito detto: “ma te da dove esci?!”. Ho deciso subito di produrre il suo primo disco e il primo EP con Hector Oaks è andato alla grande, tanto che poco tempo dopo Nina Kraviz è andata a suonare a Toronto e si sono conosciute. Per il mio album abbiamo realizzato insieme una delle tracce più eccentriche dell’intero disco, con alcuni parti vocali fatte interamente da lei. Sono stato felicissimo di fare questa collaborazione con lei perché sapevo sarebbe uscito qualcosa di strano e era proprio quello che volevo. Il video di questa traccia sarà in stile acido e new school, ricorderà un po’ un trip finito male. Sono molto interessato alle città futuristiche e distopiche, ma anche a quello stile che ricorda il brutalismo industriale. L’altra collaborazione con Theo Nasa c’è stata dopo che mi ha fatto la recensione a un pezzo. Lui è sia produttore che cantante e parla con un accento inglese fantastico. Dopo averlo seguito per un po’ sui social ho pensato: “voglio assolutamente fare qualcosa con questo matto”. Poco dopo l’ho contattato e gli ho chiesto di parlarmi un po’ dei videogames anni ’90. Da qui è nata la traccia “Videogames” insieme a Lizard che secondo me è un talento valido che ha molto da esprimere. Per me anche se sei semi sconosciuto ma la tua musica è interessante non vedo perché non dovrei chiamarti. Lui è stato super disponibile e mi ha aiutato tantissimo con la traccia. È venuto in studio da me e abbiamo fatto la base insieme, campionando i suoni da Gran Turismo. Poi Theo ci ha mandato la voce che sono riuscito a inserire nella traccia come se fosse una canzone pop con una strofa e un ritornello. Il featuring con 051 DESTROYER che trovate nell’album rappresenta la collaborazione con me stesso. 051 è il progetto che ho mascherato per fare solo electro. Questo si è reso necessario perché dopo l’esperienza dell’HI-TECH MISSION le etichette cominciavano a chiedermi roba electro, ma io volevo presentarmi al mondo con la techno. In questi anni sono diventato più “mainstream” e ho avuto la possibilità di suonare con nomi importanti come Nina e Amelie Lens. Quando diventi più conosciuto c’è bisogno anche di essere coerente, tuttavia sono molto grato al mondo di Detroit che per me rimane un grande punto di ispirazione. Il progetto 051 DESTROYER rappresenta quindi un tributo al