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IN CONVERSATION WITH: BAWRUT

Borut Viola, in arte Bawrut, è un DJ e compositore di musica elettronica, residente a Madrid. Inizia a muovere i primi passi come artista nel 2004, con il progetto Scuola Furano. La sua musica è da sempre ricercata, avventurosa, misteriosa e presenta una fusione di elementi house e techno, con influenze che spaziano in diversi generi e suoni sperimentali. Nel corso della sua carriera ha dimostrato una notevole capacità di creare tracce evocative, generando atmosfere enigmatiche ed eteree, in grado di incantare l'ascoltatore e spingerlo a esplorare paesaggi musicali inusuali.


Il sound di Bawrut è senz’altro complesso e intricato, questo è caratterizzato infatti da strati di melodie e ritmi intrecciati: tanti piccoli tasselli formano un significativo mosaico. La sua produzione si distingue per l'uso creativo di campionamenti, synth acidi e percussioni ipnotiche.


Pets Recordings, Correspondant e Hivern Discs, sono alcune delle etichette internazionali su cui ha rilasciato musica, dimostrando di possedere una spiccata versatilità artistica e una determinata capacità di adattamento. Uno dei suoi brani più conosciuti e influenti è "Ciquita", pubblicato nel 2016 sulla label spagnola Ransom Note Records.


I DJ set dell’artista goriziano sono noti per i groove afro e le sonorità d’avanguardia.

La musica di Borut, dunque, rappresenta un’eccitante avventura, ricca di cultura e impulsi tribali: una fusione tra esperienza e conoscenza terrena, in grado di avvolgere, ma soprattutto…coinvolgere.



Ciao, Borut. Benvenuto. Sei un artista il cui fulcro è rappresentato dalla ricerca sonora. Musica africana, latina…mediterranea: dove si colloca in questo momento Bawrut? A quale cultura, nell’ultimo periodo, ti senti più vicino? E perché?


Ciao, Andrea. Diciamo che ricerco “il giusto”, o forse semplicemente più della media dei produttori che fanno musica elettronica, ma non mi considero un esperto di indagine musicale. Poi, sì, approfondire il Mediterraneo è stato (ma lo è tuttora) un tentativo di scandagliare il meticiaggio - più che soffermarsi su qualcosa di specifico - di indagare la fluidità ed inarrestabilità delle culture stesse. Quindi, se metto dei bassi “latini” su delle percussioni “maghrebine”, è proprio perché continuo a seguire sempre lo stesso approccio. Anche quello è mediterraneo, in un certo senso. Per gusti personali e storia della musica, senza l’impulso Africano non si va da nessuna parte, la maggioranza delle rivoluzioni musicali del ‘900 deriva dalle comunità afrodiscendenti sparse per il mondo, a partire da quella Techno e House, che più mi riguarda. E poi basta grattare un po’ in superficie, praticamente in quasi tutti i generi musicali contemporanei, per ritrovarsi immersi in qualcosa proveniente da lì. Due mesi fa ero in un festival tra Madagascar e Mozambico ed ho sentito delle cose veramente pazzesche, direi nuove per me. Cose sghembe e di pancia ma con un funk che spazzava via tutto quel mood da autoscontri e bratwurst che si sente moltissimo in giro, ultimamente. Ed era roba veloce eh, ma il funk non è per tutti, o ce l’hai o non ce l’hai.



Parlando di funk…dal tuo spostamento a Madrid hai iniziato a dare più importanza ai bassi. Possiamo percepire ciò anche nel tuo ultimo disco “Raqs”. Questo è avvenuto sicuramente anche grazie ad un riflesso incondizionato causato dal luogo in cui stai vivendo, il quale ha influenzato probabilmente la tua percezione della realtà e del suono circostante. Durante la composizione da che elemento parti? Oggi, adatti le tue melodie al giro di basso o preferisci dare prima spazio alla componente emozionale e armonica?



Ho imparato in questi anni a farmi influenzare da tutto: DJ set altrui, macchine che passano sotto casa, musica ascoltata nei negozi di dischi e non. Per quanto riguarda la “musica centro/sudamericana”, vivere a Madrid mi ha aiutato molto a conoscerla. Di solito deve essere qualcosa che inizia a far muovere il mio corpo, da lì parte l’idea: la canto in una nota vocale o semplicemente la scrivo con delle referenze già esistenti (sì, copio come tutti). Oppure, parto da un suono figo su un sintetizzatore e poi costruisco attorno il brano; tutto vale. Ultimamente, ricercando una sorta di minimalismo, mi piace lavorare con una struttura ritmica che dialoga con poche note di basso, se non proprio una sola. Prima parlavo di funk, ma non voglio che si pensi a cose tipo Earth Wind & Fire o George Clinton! Quel linguaggio pigmeo che utilizzava Francis Bebey, con voce e flauto, per me è funk. Sicuramente basso e percussioni comunicano a livello di frequenze in maniera molto diretta e fisica, e nello specifico in una pista da ballo basterebbero anche solo quelle. Poi, ovvio, può arrivare una melodia che può stravolgere tutto e per me è sempre una priorità poter sorprendere l’ascoltatore.




A proposito di sorprendere: Napoli sta vivendo ultimamente un periodo di grande splendore. Spesso utilizzi nei tuoi set la voce del grande artista Enzo Avitabile, e hai collaborato con Liberato. Quanto sei legato alla cultura napoletana?


Napoli rappresenta l’italianità in patria, ma soprattutto all’estero. Ha un’estetica molto forte e riconoscibile, capace di cannibalizzare quella italiana e ormai sta influenzando a livello visivo tutto quello che ha a che fare con il nostro paese. Non è un caso che, da Caruso in poi, la musica italica all’estero consiste nel “ bel canto” e che - anche ad Ortisei - uno straniero chieda una pizza e pubblichi una storia su Instagram con un sottofondo di mandolino. All’estero e in Italia fioccano account instagram che esaltano questo vivere sul mare, relax e spaghetto a vongole, guappi e freschezza. OK, ci sta, tutti i paesi hanno i loro stereotipi (paella e sangria, anyone?) ma è una visione un pochino debole, quando questo lo vogliono fare gli italiani, quelli di Milano o di Firenze, che - salendo su questo carro dove Napoli è un brand (molte volte estetico, pochissime volte culturale) - azzerano così le proprie diversità. Napoli, che conosco bene ma non a menadito, è bellissima ed affascinante, almeno per me. Esagerata e rumorosa, e questo è un lato imprescindibile per capire sia il carattere “mediterraneo” ma soprattutto quello italiano. Probabilmente per questo non posso che amarla. Se Enzo Avitabile rappresentava già un classico dell’Amnesia nell’86 a Ibiza, chi sono io per non ascoltarlo e scoprire tutti i progetti di indagine sonora che ha fatto in questi anni? Bisogna essere curiosi.



Una volta eri molto legato al passato, adesso hai uno sguardo rivolto maggiormente verso il futuro. Quanto è importante continuare ad innovare e rinnovarsi costantemente e come è possibile riuscirci in un periodo musicale così piatto e omologato?


Noi italiani siamo ossessionati con il nostro passato, tra l’altro un passato ereditato e quindi non propriamente nostro: vendiamo il Colosseo come se fosse stato fatto da un nostro antenato. Preferisco pensare al futuro, evitando di stare li a dare patenti di autenticità a cose che autentiche non erano, quando nacquero. Il culto del passato, come inevitabile età dell’oro di benessere ed innovazione, spesso porta a pensieri reazionari, che ben vengono rappresentati da quei disgraziati movimenti politici sparsi in giro per tutto il mondo. Ma pure nell’analisi musicale non c’è scampo: solo negli anni ‘70 e ‘80 si facevano le hit e si sperimentava, solo negli anni ‘90 la techno e la house erano fighe, solo suonando con i vinili si era bravi DJ etc. Diventare vecchi o semplicemente non essere giovani, dove tutto è nuovo e c’è una naturale esigenza di ribellione e anticonformismo, non è un dramma. Succede e tocca accettarlo ma preferisco essere naïf ed abbracciare ciò che il futuro mi propone, spesso anche criticandolo ma non demonizzandolo, o negarlo a priori. È vero che, molte volte, quello che viene proposto come “novità” è piatto e omologato, soprattutto nel mio mondo. Ma lì credo esista un problema di ascolti, e in contemporanea di un numero esorbitante di uscite settimanali. In pratica, la sacrosanta democratizzazione del poter fare musica con solo un laptop ha spinto moltissima gente a fare musica, spesso figa, ma tantissime altre volte monotona. Più persone ascoltano musica mediocre e più questa peggiorerà. Ma credo sia una questione di numeri, abbiamo veramente troppa musica al giorno d’oggi.




Come pensi che possa cambiare in meglio questa scena musicale internazionale? Spesso vince l’immagine a discapito della sostanza. Ormai è troppo tardi per tornare “indietro”?


Credo ci sarà sempre da lamentarsi, se si vuole farlo. Purtroppo le regole cambiano e tocca accettarle, provando a giocare senza snaturarsi troppo. Almeno questo è quello che provo a fare io, sforzandomi di capire il nuovo, senza usare tutti i linguaggi di un teenager. L’immagine alla fine vince sempre ed è così, e non da ieri. Credo che Andy Warhol lo abbia detto e rappresentato in maniera piuttosto esplicita. Solo che spesso fa ridere quando questo succede in un contesto ipoteticamente “alternativo”, come quello in cui ci muoviamo noi, che dovrebbe premiare più le capacità artistiche, invece che le soluzioni di promozione. Viene sempre sbandierata molta ricerca, ma poi si finisce con sempre gli stessi nomi che vendono ticket o generano visualizzazioni. Ci vogliono educazione e passione per poterle trasferire, tutto questo spesso richiede tempo ed oggi la soglia dell’attenzione non è nostra alleata. Si può fare. E dovrebbero farlo molto di più soprattutto i profili conosciuti, che hanno più “potenza di fuoco” nell’educazione del pubblico.



La tua musica è dunque un si salvi chi può? Mi spiego: racconti – con tutte le tue energie - sensazioni, esperienze vissute e riflessioni, per cercare di dimenticare questa finta “bolla social” che ci circonda, abitata da illusioni e false speranze?


La sensazione incomoda che viviamo davanti ai Social Media, e a certi comportamenti derivati delle persone, credo che dobbiamo accettarla. È un po’ come il cambiamento climatico: non è che andando in montagna, dove fa fresco, il mondo smette di surriscaldarsi, anzi, lo fa lo stesso e nascondersi non aiuta. Meglio cercare di capire come cambiare le nostre abitudini, per poi provare a trasmetterle agli altri. Quindi per questo ho cura dei miei account, di solito mi interesso alla grafica e all’estetica, in generale, ed accetto che un post possa avere 1000 like (numeri alti per me) ed un altro 70. Mi fanno ridere quelli che cancellano le visualizzazioni, per non far vedere agli altri che non tutto ciò che pubblicano piace e dà engagement. Io, al contrario, sto provando - magari sbagliando - ad educare quel poco di community che ho e che mi segue, nonostante i filtri degli algoritmi, facendogli apprezzare sia una grafica professionale che una foto di una festa in cui non vedi me suonare: bisogna captare l’atmosfera del momento. Legare quello che faccio solo alla mia faccia e alle pose è controproducente, credo, perché sempre arriverà qualcuno più bello e bravo di me davanti ad una camera e tra l’altro il mio account non è un photobook di un modello, è un archivio multimediale di un producer/DJ. Per quanto riguarda il “si salvi chi può”, non ho aspettative così alte, ma è vero che non mi trovo molto a mio agio con questa eterna celebrazione del DJ e della sua immagine presente in giro, e spesso provo a mettere dentro la mia musica, cose in grado di colpirmi nel quotidiano. Queste ultime però si possono comprendere solo se si leggono le note stampa o le interviste, quindi credo che veramente in pochi possano recepire certi messaggi. Ad ogni modo, la musica la creo per me, ogni volta che viene pubblicata, cerco un dialogo, ma in primis c’è un rapporto mio personale con un’energia che sento di dover “buttare fuori”, di raccontare.




C’è qualche scelta del tuo passato che, se si potesse tornare indietro nel tempo, non rifaresti? O credi che sia tutto già scritto? Qual'è la tua concezione di destino?


Urca. Non credo al destino come a qualcosa di scritto e predestinato, tutto è Random - come quella festa bislacca nazionalpopolare. Adesso non prendetemi per Oysho, Terzani o John Lennon, però credo che la vita non vada vista come la ricetta di una torta, in cui occorre misurare gli ingredienti. Credo che ci tocchi accettare il random e provare ad essere buone persone, con ideali e dignità per se stessi e gli altri, provando ad apprendere e studiare il più possibile; gestendo le occasioni che mano a mano ci vengono incontro. Opera ardua, ma dobbiamo farlo.



Dal destino casuale, torniamo al tuo ultimo EP: cosa stai cercando di comunicare attraverso questi nuovi brani? Come nasce il tutto e qual è il tuo messaggio per il mondo e, perché no, per te stesso?


Vorrei che la gente non si dimenticasse di quanto sia importante ballare. Un infante, se batti le mani, si muove a tempo, senza sapere chi sia Strauss, Casadei o Jeff Mills. Mi piace pensare che ciò che accomuna un po’ tutti possa essere comunicato a più persone possibili. Da qui RAQS: ovvero danza in arabo. Che siano matrimoni, sagre estive con la banda del liscio, o rave, le persone hanno sempre sentito il bisogno di ballare, e spesso anche di alterare il proprio stato psicofisico mentre lo facevano. Dopo una pandemia, dove erano tutti bloccati in casa e DJ mal illuminati suonavano techno dozzinale senza poter ballare, e con un governo di disadattati che ovviamente da codardi se la prendono con gli ultimi dei pericolosi, sollevando polveroni e disegni di legge contro i rave illegali, c’era bisogno di dire: possiamo muoverci a tempo. Dirlo in arabo è come provare a gettare un ponte, tra culture e lingue differenti. L’inglese è la mia lingua franca, ma mi piace pensare che anche a sud del Mediterraneo ci si possa capire.



Come immagini il Bawrut del futuro? E come vorresti che fosse la società del domani?


Ogni generazione ha le sue paturnie: i miei sono cresciuti con il terrorismo e la guerra fredda, vivendo con il rischio del conflitto nucleare, mentre noi abbiamo fasci, negazionismi e cambiamenti climatici a darci un bel da fare. Anche i miei nonni tra miseria e guerre mondiali non se la sono vista bene. Quindi non so come mi vedo e come sarà il futuro; finché avrò stimoli a fare delle bawrutade, mi immagino in studio o dietro un DJ booth a suonare, sperando di vivere di questo, perché spremere idee e creatività con le bollette da pagare è sempre un rischio: per le spese da affrontare e per la qualità della musica. Il mio piccolo granello di sabbia può consistere nel lasciare qualcosa di mio legato alla musica, concetti che sento di esprimere e che non avrei potuto comunicare in altro modo. La fortezza Europa fa schifo? Volevo dirlo e l'ho fatto con un brano (ed un concept di un disco). La società sarà sempre un bel casino, ma noi siamo qua per dare il buon esempio e per migliorarla, in fin dei conti, no?


ENG VERSION


Borut Viola, aka Bawrut, is an electronic music DJ and composer based in Madrid. He began taking his first steps as an artist in 2004, with the project Scuola Furano. His music has always been sophisticated, adventurous, mysterious and features a fusion of house and techno elements, with influences spanning different genres and experimental sounds. Throughout his career, he has demonstrated a remarkable ability to create evocative tracks, generating enigmatic and ethereal atmospheres that can enchant the listener and push him to explore unusual musical landscapes.


Bawrut's sound is undoubtedly complex and intricate, this is indeed characterized by layers of interwoven melodies and rhythms: many small pieces form a meaningful mosaic. His production is distinguished by the creative use of sampling, acid synths and hypnotic percussion.


Pets Recordings, Correspondant and Hivern Discs, are some of the international labels on which he has released music, demonstrating a marked artistic versatility and a determined ability to adapt. One of his most well-known and influential tracks is "Ciquita," released in 2016 on the Spanish label Ransom Note Records.

The Gorizia-based artist's DJ sets are known for Afro grooves and avant-garde sounds.


Borut's music, therefore, represents an exciting adventure, rich in culture and tribal impulses: a fusion of experience and earthy knowledge, capable of enveloping, but above all…involving.


Hello, Borut. Welcome. You are an artist whose focus is sound research. African, Latin...Mediterranean music: where does Bawrut fit in right now? Which culture, in the last period, do you feel closest to? And why?


Hi, Andrea. Let's say I research "the right," or maybe just more than the average producer who makes electronic music, but I don't consider myself an expert in musical investigation. Then, yes, delving into the Mediterranean was (but still is) an attempt to plumb the meticulousness-rather than dwelling on something specific-to investigate the fluidity and unstoppability of cultures themselves. So if I put "Latin" basses on "Maghrebian" percussion, it is precisely because I keep following the same approach over and over again. That is Mediterranean, too, in a way. In terms of personal taste and music history, without the African impulse you don't go anywhere, the majority of the musical revolutions of the 1900s came from Afro-descendant communities scattered around the world, starting with Techno and House, which is most relevant to me. And then all you have to do is scratch the surface a little bit, in virtually all contemporary music genres, to find yourself immersed in something from there. Two months ago I was at a festival between Madagascar and Mozambique and I heard some really crazy, I would say new things for me. Loopy, gut-busting stuff, but with a funk that swept away all that bumper-car and bratwurst mood that you hear a lot around lately. And it was fast stuff eh, but funk is not for everybody, you either have it or you don't.



Speaking of funk...since your move to Madrid you have started to give more importance to the bass. We can also perceive this in your latest record "Raqs." This definitely happened also thanks to an unconditional reflex caused by the place where you are living, which probably influenced your perception of the surrounding reality and sound. During composition, what element do you start from? Today, do you adapt your melodies to the bass line or do you prefer to give space to the emotional and harmonic component first?


I have learned over the years to be influenced by everything: other people's DJ sets, machines passing under the house, music heard in record stores and otherwise. As for "Central/South American music," living in Madrid has helped me a lot to get to know it. Usually it has to be something that starts to move my body, from there the idea starts: I sing it in a vocal note or simply write it down with existing references (yes, I copy like everyone else). Or, I start with a cool sound on a synthesizer and then build around the song; anything goes. Lately, searching for a kind of minimalism, I like to work with a rhythmic structure that dialogues with a few bass notes, if not just one. I was talking about funk earlier, but I don't want people to think of things like Earth Wind & Fire or George Clinton! That pygmy language that Francis Bebey used, with vocals and flute, is funk to me. Certainly bass and percussion communicate on a frequency level in a very direct and physical way, and specifically on a dance floor that would be enough as well. Then, of course, a melody can come along that can turn everything upside down, and for me it's always a priority to be able to surprise the listener.



Speaking of surprising: Naples has been experiencing a period of great splendor lately. You often use the voice of the great artist Enzo Avitabile in your sets, and you have collaborated with Liberato. How connected are you to Neapolitan culture?


Naples represents Italian-ness at home, but especially abroad. It has a very strong and recognizable aesthetic, capable of cannibalizing the Italian one, and by now it is visually influencing everything that has to do with our country. It is no coincidence that, from Caruso on, Italian music abroad consists of "bel canto" and that-even in Ortisei-a foreigner asks for a pizza and posts a story on Instagram with a background of mandolin. Abroad and in Italy instagram accounts flourish extolling this living by the sea, relaxation and spaghetti with clams, guappi and freshness. OK, that's fine, all countries have their stereotypes (paella and sangria, anyone?) but it's a bit of a weak vision, when this is what the Italians want to do, the ones from Milan or Florence, who - by jumping on this bandwagon where Naples is a brand (many times aesthetic, very few times cultural) - thus zeroing in on their own diversity. Naples, which I know well but not inside out, is beautiful and fascinating, at least to me. Exaggerated and noisy, and this is an inescapable side to understanding both the "Mediterranean" but especially the Italian character. That is probably why I cannot help but love her. If Enzo Avitabile already represented a classic at Amnesia in '86 in Ibiza, who am I not to listen to him and find out about all the sound investigation projects he has done over the years? You have to be curious.



You used to be very tied to the past, now you have a more forward-looking gaze. How important is it to keep innovating and renewing yourself constantly, and how is it possible to do so in such a flat and standardized musical period?


We Italians are obsessed with our past, among other things an inherited past and therefore not really ours: we sell the Colosseum as if it was made by one of our ancestors. I prefer to think about the future and avoid standing there giving patents of authenticity to things that were not authentic when they were born. The worship of the past as the inevitable golden age of prosperity and innovation often leads to reactionary thinking, which is well represented by those unfortunate political movements scattered around the world. But even in musical analysis, there is no escape: only in the 1970s and 1980s did people make hits and experiment, only in the 1990s were techno and house cool, only playing with vinyls were good DJs etc. Getting old or just not being young, where everything is new and there is a natural need for rebellion and nonconformity, is not a drama. It happens and I have to accept it but I prefer to be naïve and embrace what the future brings me, often even criticizing it but not demonizing it or denying it outright. It is true that, many times, what is proposed as "new" is flat and homologated, especially in my world. But there I think there is a problem of ratings, and at the same time of an exorbitant number of weekly releases. Basically, the sacrosanct democratization of being able to make music with just a laptop has driven a lot of people to make music, often cool, but a lot of other times monotonous. The more people listen to mediocre music, the worse it will get. But I think it's a matter of numbers, we really have too much music nowadays.



How do you think this international music scene can change for the better? Image often wins at the expense of substance. Is it too late to go "back" now?


I think there will always be complaining if one wants to do it. Unfortunately, the rules change and you have to accept them, trying to play without distorting yourself too much. At least that is what I try to do, striving to understand the new, without using all the language of a teenager. The image always wins in the end and it has, and not since yesterday. I think Andy Warhol said it and represented it quite explicitly. It's just that it's often funny when this happens in a hypothetically "alternative" context, such as the one in which we move, which should reward artistic ability more, rather than promotional solutions. A lot of research is always flaunted, but then we end up with the same names selling tickets or generating views. It takes education and passion to be able to transfer them, all of which often takes time and today the attention span is not our ally. It can be done. And they should do it much more especially the well-known profiles, which have more "firepower" in educating the public.



Is your music therefore a self-saving? Let me explain: you tell - with all your energy - feelings, lived experiences and reflections, to try to forget this fake "social bubble" that surrounds us, inhabited by illusions and false hopes?


The uncomfortable feeling that we experience in front of Social Media, and certain derivative behaviors of people, I think we have to accept it. It's a bit like climate change: it's not that by going to the mountains, where it's cool, the world stops overheating; on the contrary, it does anyway, and hiding doesn't help. Better to try to figure out how to change our habits, and then try to pass them on to others. So that's why I take care of my accounts, I usually take an interest in graphics and aesthetics, in general, and I accept that one post may have 1000 likes (high numbers for me) and another 70. I get a laugh from those who delete views, lest others see that not everything they post likes and gives engagement. I, on the contrary, am trying-perhaps wrongly-to educate what little community I have that follows me, despite algorithm filters, by making them appreciate both a professional graphic and a photo of a party where you don't see me playing: you have to capture the atmosphere of the moment. As for "it's every man for himself," I don't have such high expectations, but it's true that I'm not very comfortable with this eternal celebration of the DJ and his image present around, and I often try to put inside my music, things that can strike me in the everyday. However, these can only be understood if you read the press notes or interviews, so I think that really few people can take in certain messages. Anyway, I create music for me, every time it is released, I seek a dialogue, but first and foremost there is a personal relationship of mine with an energy that I feel I have to "throw out," to tell.



Is there any choice from your past that, if you could go back in time, you would not make again? Or do you believe that everything is already written? What is your conception of destiny?


Urca. I don't believe in destiny as something written and predestined, everything is Random - like that national-popular whimsical party. Now don't take me for Oysho, Terzani or John Lennon, however, I believe that life should not be seen as a recipe for a cake, in which the ingredients must be measured. I think it is up to us to accept the random and try to be good people, with ideals and dignity for ourselves and others, trying to learn and study as much as possible; handling the opportunities that come our way as we go along. Arduous task, but we must do it.



From random fate, back to your latest EP: what are you trying to communicate through these new tracks? How does it all come together and what is your message to the world and, why not, to yourself?


I wish people would not forget how important it is to dance. An infant, if you clap your hands, moves in time, without knowing who is Strauss, Casadei or Jeff Mills. I like to think that what unites a little bit of everyone can be communicated to as many people as possible. Hence RAQS: that is, dance in Arabic. Whether it's weddings, summer festivals with the smooth band, or raves, people have always felt the need to dance, and often even to alter their mental and physical state while doing so. After a pandemic, where they were all stuck indoors and poorly lit DJs played cheesy techno without being able to dance, and with a government of misfits who obviously like cowards are picking on the last of the dangerous ones, raising fuss and bills against illegal raves, there was a need to say: we can move in time. Saying it in Arabic is like trying to build a bridge, between different cultures and languages. English is my lingua franca, but I like to think that even south of the Mediterranean we can understand each other.



How do you envision the Bawrut of the future? And what would you like the society of tomorrow to be like?


Every generation has its own anxieties: mine grew up with terrorism and the Cold War, living with the risk of nuclear conflict, while we have fasces, denialism and climate change to give us a run for our money. My grandparents between misery and world wars didn't fare well either. So I don't know how I see myself and what the future will look like; as long as I have stimuli to make bawrutads, I imagine myself in the studio or behind a DJ booth playing music, hoping to make a living from it, because squeezing ideas and creativity with bills to pay is always a risk: for the expenses to be incurred and for the quality of the music. My little grain of sand can consist of leaving something of mine related to music, concepts that I feel I express that I could not have communicated any other way. Does Fortress Europe suck? I wanted to say that, and I did it with a song (and an album concept). Society will always be a beautiful mess, but we are here to set a good example and make it better, after all, right?



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