top of page

Intrappolata nel loop di Rewire | Review del festival di musica sperimentale più discusso d'Europa.

Updated: Apr 23


Chiunque abiti a Milano conosce fin troppo bene il folle fermento che permea la città pre e durante la Design Week. Eppure, qualcosa non va: è come se fossi intrappolata in un loop mentale, impegnata a districare il groviglio di emozioni e ricordi che il Rewire mi ha lasciato. Raramente il nome di un festival coglie così minacciosamente il suo scopo, mettendo in atto una riconfigurazione cerebrale. Seduta in un bar, fisso la pagina bianca sul computer. Scrivere è una terapia di elaborazione. Cosa diavolo è successo al festival di musica sperimentale più discusso d'Europa, ora alla sua fortunata 13ª edizione?


Rewire Festival
Ph. Francesco Bartoli Avveduti

 

Chi conosce l'etica del festival sa che è un viaggio che sfida la mente. Musica che si avventura fuori dai sentieri battuti, spesso mettendo alla prova il pubblico — chiamatela outsider, avanguardista o sperimentale, come vi pare. Sto parlando di tutto, dall’intricato impro jazz che riempie i vuoti tra i salti logici nella vostra mente, al più sfacciato punk industriale dove le urla sono così abrasive che la pelle sembra staccarsi dalle vostre orecchie. Pensate a un rap vellutato e intimo da costringervi a manifestare la vostra vulnerabilità con lo sconosciuto accanto a voi, o a un’ambient elettroacustica ultraterrena che pur non provenendo da nessuna parte permea tutto attorno a voi, teletrasportandovi su un pianeta gassoso lontano. Verso l’una di notte poi, dopo aver raggiunto piani metafisici altissimi, partono i live e set delle club night, tappa obbligatoria per scrollarmi di dosso un po’ dell’adrenalina accumulata durante la giornata.

 

Rewire Festival
Ph. Francesco Bartoli Avveduti

Ma il Rewire è più di una semplice esperienza musicale. I context e film program, ispirati alla leggendaria compositrice Annea Lockwood, arricchiscono la lineup, fornendo una piattaforma per intrecciare pratiche artistiche diverse attraverso le lenti di quest'anno: "Ecologie strumentali" e "Tempi e Territori". Passeggiate audio-guidate e installazioni artistiche invitano ad interagire con la città. Den Haag mi appare mite e familiare come solo le città olandesi sanno fare. Non mi stanco mai di imbattermi negli stessi posti, che si tratti di quel favoloso popup vintage shop (sempre misteriosamente chiuso, e forse per fortuna) nel quartiere di Hofkwartier, accanto al teatro Korzo, o del magic(k)o riflesso della Hofkapel (aka la cappella di corte) che scintilla sulle acque del lago Hofvijver a notte inoltrata. Semmai il contrario. Più rimango, più ostento con orgoglio il mio senso di orientamento crescente e più aumentano le chances di imbattermi in facce familiari. Sulla strada verso l’imponente e laccatissimo centro culturale Amare, per esempio. O in fila fuori dalla mattonata Grote Kirk, nella zona dei vecchi mercati del pesce e delle erbe. O aspettando quel gelato vegano al tahini sulla Grote Markt. Indulgere in un fantasioso people-watching è stato un mio piccolo piacere costante, oltre al gelato. Meglio mettervi l’anima in pace perché il Rewire comporterà inevitabilmente molte code. Tanto vale farne buon uso. Lo stesso vale per la fomo. Seppur attenendomi al mio rigoroso programma militare, non ho potuto evitare scelte dolorosissime dovute a drammatici clash. È la bellezza del Rewire. Con una tale simultaneità di eventi, la vostra vicina di fila al libanese, in attesa del suo falafel e con il solito braccialetto in tessuto al polso, potrebbe tranquillamente vivere in un universo parallelo del festival. Scambiateci due chiacchiere, prendete appunti mentali per il prossimo anno e girate pagina.


Rewire Festival
Ph. Francesco Bartoli Avveduti

Mentre mi lascio guidare tra i vicoli labirintici della città, ogni luogo diviene un portale verso un'altra dimensione. Rewire è un caleidoscopio di talenti e sorprese che catturano l'anima e la mente, è il battito accelerato del cuore mentre ci si perde in una melodia, è la sensazione di appartenere a un momento che sembra sospeso nel tempo.

 

Ho provato a stilare un piccolo resoconto giornaliero, raccontandovi alcuni punti salienti, e fatalmente tralasciandone altri. Spero mi perdonerete.



Venerdì – accendere e spegnere


Le sonorità evocative dei Carl Gari, intrecciandosi con la potenza delle parole di Abdullah Miniawy, hanno trasformato la sala del Paard in un santuario di riflessione e contemplazione. Sebbene non fossi in grado di decifrare ogni singola parola, l’intensità palpabile nella voce di Abdullah Miniawy ha risuonato dentro di me come un'eco senza tempo, inducendo una sospensione del tempo che mi ha lasciato immersa in un'atmosfera di incanto.  La parte migliore - come sempre - è arrivata alla fine, al fondersi della voce di Miniawy e del pubblico, per ricordarci quanto la musica e l’arte siano un’esperienza collettiva.



Segue il concerto al buio degli Autechre nella Grote Kirk, il cui interno, interamente tappezzato di teli scuri, è irriconoscibile. Dopo qualche minuto di sgomento, partiamo alla ricerca di una buona postazione (legata prettamente alla disposizione del suono dato che non c’è nulla da vedere). Si spengono le luci, ci siamo. Siamo dentro alla “scatola nera” del cervello sintetico. Precisione maniacale, gelidità cibernetica, controllo cerebrale. Se la loro musica sembra non comunicare nulla, è perché non ha nulla da comunicare. È formalismo privo di contenuto, è il vuoto indifferente del design come processo, è pura forma che si manifesta come astrazione autosufficiente. Il risultato non permette di essere né descritto né decifrato. Tutto ciò che si può fare è subire il flusso del suono. Un suono che rimanda a un mondo pienamente meccanizzato e privo di umani, dominato da geometrie astratte. Mentre rifletto a questa “musica da ballo intelligente”, un amico concentratissimo mi guarda e mi dice “this is my shit”. Sarà che io non sono abbastanza intelligente.


Autechre at Rewire Festival
Ph. Courtesy of Rewire

Sono giusto in tempo per vedermi la seconda metà dell’esibizione di One Leg One Eye, il solo project di Ian Lynch, membro del gruppo di avant-folk Lankum (il cui ultimo album ha scalato tutte le classifiche di fine 2023). One Leg One Eye presenta il suo album di debutto, “...And Take The Black Worm With Me”, esibendosi sull’altare della Lutherse Kerk, in mezzo ai due organi laterali. Appena metto piede nello spazio, mi sembra di dover attraversare un’aria densa e opprimente, una texture di droni oscuri, provenienti da un abisso profondo e inquietante. Tra le distorsioni delle uilleann pipes, si staglia la voce straziante di Lynch, che intona canti tradizionali irlandesi. Sembrano giungere da un'antichità mitologica, che trasmette un senso di isolamento e di desolazione pastorale. Una musica tanto minimalista quanto monumentale.


One Leg One Eye at Rewire Festival
Ph. Courtesy of Rewire

Sabato – connessione e intimità 


Oggi sono previsti 27 gradi. Surreale ironia del lasciare una Milano grigia per trovare un’Olanda calda e soleggiata. Eccolo, uno dei tanti clash dolorosi: il kraut–folk–punk improvvisato dei Gordan, gruppo di origine serba, vs. la musica gaelica di Brìghde Chaimbeul? Decido di affidarmi alla regola del “quando nel dubbio, scegli la chiesa”, e optare per la seconda. La performance di Chaimbeul al Rewire porta in primo piano il suono delle cornamuse scozzesi, per cui ho un debole da quando, a 5 anni, guardavo in loop il finale di Titanic solo per riascoltarmi “Hymn To The Sea”. È un suono al contempo stridente, epico e fragile, che sembra potersi frantumare da un momento all'altro, e che ha un potere inspiegabile di commuovermi. Chaimbeul trasforma e trascende la musica celtica, rivelando un’impeccabile padronanza di uno strumento la cui complessità, a vederlo suonare, è evidente. In un mondo, quello della cornamusa, dominato da uomini per altro. Ogni brano inizia con un sospiro: non umano, ma della stessa cornamusa, che deve continuamente raccogliere aria tra un drone e l'altro prima di regalarci melodie intrise di storia. Le sue composizioni minimaliste si srotolando lentamente, raccontandoci storie antiche che ci conferiscono un posto nel mondo.



La performance di Amor Muere, supergroup sperimentale tutto al femminile, è una maestosa cacofonia. Dalla sconfinata Città del Messico, questo eclettico ensemble, guidato da Gibrana Cervantes, Concepción Huerta, Camille Mandoki e Mabe Fratti, ammalia con la sua fusione di noise e melodie orchestrali chamber-pop. Voce, violoncello, elettronica, nastro e violino si intrecciano, fondono, interrompono, e sovrastano, in un arazzo sonoro che ti culla per poi farti sobbalzare all’improvviso. Colpisce la loro maestria di bilanciare momenti di intensa dissonanza con placidi intermezzi. In mezzo al tumulto, emergono dei vocalizzi di una bellezza poco convenzionale, quasi inquietante. Si percepisce una chimica particolare tra le performer, sì a livello musicale (una chimica costruita in oltre quattro anni di jam sessions nella scena impro di Città del Messico), ma anche umano – segno di un’amicizia genuina e radicata. Non posso che farmi contaminare dalla potente energia femminile che si sprigiona. 


Amore Muere at Rewire Festival
Ph. Francesco Bartoli Avveduti

Uno degli atti che attendo con maggiore impazienza è Funeral Folk - performance che non poteva che accadere nella Grote Kerk (la stessa degli Autechre per intenderci, solo che ora riesco finalmente a vederne l’interno). Arrivo in anticipo per assicurarmi un posto nelle prime file. So già che sarà un’esperienza intensa e voglio essere più vicino possibile per farmi travolgere dall’energia degli artisti sul palco. Funeral Folk è un album della producer e compositrice Maria W Horn e della violinista, cantante e compositrice Sara Parkman – originariamente commissionato per una produzione teatrale volta ad esplorare i riti del lutto nella società contemporanea sempre più secolarizzata. Due artiste le cui pratiche e influenze si completano e si sorpassano in un viaggio che unisce contemplazione e si sorpassano in una dinamica redentoria. Dalle basse frequenze che rimbombano come un orologio sinistro, si stagliano esplosioni metal intrise di doom. Il violino della Parkman si impone in un crescendo feroce. Le urla di “Kyrie” sono totalizzanti al punto in tre crollano a terra, esauste. C’è una solennità, un anelito alla trascendenza che mi lascia senza respiro. Il cuore mi esplode, ma l’emozione è tale che le lacrime iniziano a scorrere solo alla fine della performance. A quanto pare non sono l’unica: l’intera chiesa si alza in piedi in uno scroscio interminabile di applausi, mentre l’ensemble di cinque performer si ritira in una processione lenta. Non c’è dubbio che sia stato l’highlight del sabato. Sento qualcuno accanto a me farfugliare “Credo di essere diventato cristiano”.


Sara Parkman & Maria W Horn at Rewire Festival
Ph. Francesco Bartoli Avveduti

Terminiamo la serata al Grey Space in The Middle, il posto del cuore del Rewire. Con la sua etica/estetica punk e intimista, è il punto di ritrovo perfetto per concludere una giornata intensa e spaesante in giro per la città. Un luogo dove incontrare menti simili e condividere impressioni, o farsi una sudata ballando nel bunker, con le gocce di umidità che ti colano in testa. A chiudere c’è un set elettrico di LazerGazer, artista di origini siriane. Durante il closing, si alza un coro per la Palestina che si ripropone una volta fuori sulla terrazza. Una ragazza è in piedi su un tavolo traballante. Alle sue grida di “Free, Free”, la folla risponde. I cori vanno avanti per un tempo che sembra interminabile, diventando quasi doloroso. Ed è giusto che sia così. È difficile non riflettere sullo stato del mondo , soprattutto in un luogo come il Rewire. Sono molti gli artisti che esprimono la loro solidarietà per la causa palestinese. Anche se ci chiediamo come si possa fare arte in tempi così bui, continuiamo a farlo. L'arte è necessaria. E così lo sono celebrazione e senso di comunità.


Rewire Festival
Ph. Francesco Bartoli Avveduti

Domenica – gloriosa apoteosi


Il primo attesissimo live della giornata è quello dei goat (jp), da non confondere con i loro omonimi psych svedesi. Il gruppo di Osaka si è costruito negli ultimi dieci anni una reputazione di band imperdibile dal vivo. Sul palco sono presenti batteria, percussioni, sassofono, chitarra e basso. Dopo poco entrano uno ad uno, con una misura e un temperamento tutto giapponese. Ciò che li contraddistingue è il modo particolarissimo di suonare gli strumenti. La chitarra e il basso emettono suoni percussivi per doppiare la sezione ritmica, mentre nel cono del sassofono è infilata una bottiglia con del liquido da cui fuoriescono note stralunate. Il ritmo prevale interamente su melodie e armonie. Sono dotati di una precisione e di una tenuta strumentale incomparabili, sembrano sequenziati al computer. Con un approccio peculiare al minimalismo, creano composizioni intricate che si muovono tra la trance e la musica concreta, tra il l’industrial-tribale e il math rock bruitista. Un tetris musicale. Ogni tanto apro gli occhi, solo per scorgere i micro-rimbalzi della folla in estasi.


SUNN O))) at Rewire Festival
Ph. Courtesy of Rewire

A seguire, i Sunn O))) (si pronuncia “sun”) - nome tratto dalla marca dei loro amplificatori preferiti. Ai concerti dei Sunn O))), si distribuiscono tappi per le orecchie come fossero caramelle. Rispetto alla prima volta in cui li ho visti, sono decisamente più pronta, so cosa aspettarmi. La sala è strapiena, l’eccitazione è palpabile: tutti si preparano a modo loro per godersi al massimo l’esperienza. Una ragazza accanto a me si toglie le scarpe per percepire le vibrazioni del suolo. Sul palco si erge un muro monolitico di amplificatori. Eccoli apparire da una coltre di fumo, i titani del doom-metal Stephen O'Malley e Greg Anderson, nel loro consueto cerimoniale scenico di abiti talari e chitarre. Gli accordi lenti e pesanti del drone-metal spogliato vengono magnificati dalla teatralità di una messa nera. L’interesse principale di vedere i Sunn O))) dal vivo sta nella ritualizzazione della performance, nella sobrietà gestuale, nella propagazione delle vibrazioni del suono. Sono frequenze sismiche, così basse che prendono le viscere e massaggiano l'intestino. Se ti lasci andare, invece di farti schiacciare dal muro di suono, riesci ad esserne attraversata. È un'esperienza straordinaria sia dal punto di vista sonoro che fisico. Tutti dovrebbero viverla almeno una volta nella vita. Chiudo gli occhi e mi risveglio un’ora dopo, sorpresa che l’edificio sia ancora in piedi. Sembrano tutti sconvolti, ma è normale; ci vuole un po' per togliersi di dosso il peso del drone. Per quanto mi riguarda, per oggi potrei anche finirla qui. E invece.


Lolo & Sosaku at Rewire Festival
Ph. Courtesy of Rewire

So di non potermi assolutamente perdere la performance dei due sound artists Lolo & Sosaku (Argentina, Giappone), che al Rewire eseguono “The End”. Nel centro di una sala del Theater aan het Spui, ci sono due tavoli da lavoro pieni di strumenti e aggeggi metallici che il duo auto-costruisce da quasi 20 anni. A poco a poco, attorno ai due tavoli si ammassa una piccola folla. Qualcosa mi urta il piede: uno strano robot rotola avanti e indietro, cambiando direzione appena incontra un ostacolo. Lolo & Sosaku, vestiti in tuta da lavoro, si fanno spazio tra le persone. Una per una, tutte le macchine vengono accese, dando vita a un noisescape industrial fatto di motori che ronzano, parti che sferragliano e feedback loop. Le macchine si muovono in un ciclo continuo e sembrano prendere vita: un cacciavite automatizzato sbatte su un pezzo di grafite; una piastra metallica gratta contro un cilindro. Questi strumenti motorizzati sono essenzialmente sculture viventi. Animati e carichi di personalità, si muovono incessantemente, proprio come noi. Sono creature che vivono per il lavoro e lavorano per creare arte. Quando è il momento giusto, Lolo o Sosaku intervengono per regolare o interrompere il lavoro. Nel frattempo, sullo sfondo viene proiettato l'ultimo film del regista Sergio Caballero "Lolo & Sosaku, The Western Archive”. Un film surrealista, a metà tra il western e il documentario – un ritratto del paesaggio mentale degli artisti, o forse un'allegoria del loro processo creativo. Tutto ciò che accade si inserisce nel registro dell’assurdo: le tre sigarette che Sosaku si accende e fuma contemporaneamente, i Polase effervescenti appena sorseggiati e gettati via, la sega elettrica maneggiata senza guanti per tagliare un pezzo di metallo, scagliando scintille per tutta la stanza. Esserci per crederci. Una spettacolare performance di travolgente, caos meccanico, velata da una sfacciataggine e da un’ironia surreale irresistibili. Sicuramente la performance che spinge più in là i confini dell'avanguardia.


Oneothrix Point Never at Rewire Festival
Ph. Francesco Bartoli Avveduti

La domenica si conclude con il live A/V show dell’enigmatico Oneohtrix Point Never (aka Daniel Lopatin). Accompagnato dai visual di Freeka Tet, Lopatin esegue l'album "Again", uscito lo scorso ottobre. Assistiamo ad un meta spettacolo di marionette in cui un doppelganger di Lopatin, ripreso dal vivo all'interno di un diorama che replica il palco, viene proiettato sullo schermo dietro alla sua controparte reale, mimando i suoi movimenti. Il tutto condito da nostalgiche elaborazioni visive anni ‘90 che mantengono alto il livello di emotività hauntologica. Una perdizione digitale che trova il suo rifugio nell’analogico. Quando i computer si bloccano, per un attimo mi chiedo se faccia parte del copione. Lo spettacolo è caotico e divertente, di un’umanità a tratti travolgente. Nonostante un evidente distacco tra pubblico e artista nella concert hall dell'Amare, si avverte una profonda connessione e reciprocità - quando le luci si girano verso il pubblico sembrano quasi suggerire “siamo qui insieme”, “adesso tocca a voi”. Anche Lopatin sembra commosso mentre fa il bis, chiudendo con “Chrome Country”. Ti ritrovi in lacrime e non sai perché.


Onethrix Point Never at Rewire Festival
Ph. Francesco Bartoli Avveduti


Fatico a trovare le parole per descrivere ciò che provo. Forse un misto di beatitudine e riconoscenza. Mi sento viva, anche se drenata. Questa è l’unica cosa che mi viene da pensare: “è per questo che siamo qui”. E vi pare poco?



Words: Alice Suppa and Mila Azimonti

Photography: Francesco Bartoli Avveduti


____



ENGLISH VERSION


Trapped in Rewire's loop. Review of Europe's most talked-about experimental music festival


Anyone living in Milan knows all too well the mad frenzy that permeates the city pre- and during the Design Week. Yet, something is off: it's like I'm trapped in a mental loop, busy unraveling the tangle of emotions and memories that Rewire left me with. Rarely does a festival name so menacingly capture its purpose, triggering a cerebral reconfiguration. Sitting in a bar, I stare at the blank page on my computer. Writing is a processing therapy. What the hell happened at Europe's most talked-about experimental music festival, now in its lucky 13th edition?


Those familiar with the festival's ethos know it's a mind-bending journey. Music that ventures off the beaten path, often challenging the audience – call it outsider, avant-garde, or experimental, as you wish. I'm talking about everything from intricate improv jazz filling the gaps between logical leaps in your mind to unabashed industrial punk where the screaming is so abrasive the skin seems to peel off your ear. Imagine a rap so velvety and intimate it forces you to manifest your vulnerability to the stranger next to you, or otherworldly electro-acoustic ambiance that, though coming from nowhere, permeates all around you, teleporting you to a distant gaseous planet. Then, around one in the morning, after reaching lofty metaphysical heights, the club nights' live and sets kick in, a must-stop to shake off some of the adrenaline accumulated during the day.


But Rewire is more than just a musical experience. The context and film programs, inspired by the legendary composer Annea Lockwood, enrich the lineup, providing a platform to weave diverse artistic practices through this year's thematic lenses: "Instrumental Ecologies" and "Times and Territories". Guided audio walks and art installations invite interaction with the city. The Hague appears mild and familiar as only Dutch cities can. I never tire of stumbling upon the same spots, whether it's that cute vintage pop-up store (always mysteriously closed, perhaps for the best) in the Hofkwartier district, next to the Korzo theater, or the magic(k)al reflection of the Hofkapel (aka the court chapel) shimmering on the waters of the Hofvijver lake late at night. If anything, the opposite is true. The longer I stay, the more I proudly flaunt my growing sense of direction, and the more chances I have of bumping into familiar faces. On the way to the imposing and over lacquered Amare cultural center, for example. Or in line outside the cobblestone/brick Grote Kerk, in the area of the old fish and herb markets. Or waiting for that tahini vegan ice cream on the Grote Markt. Indulging in imaginative people-watching has been my constant little pleasure, besides the ice cream. Better make peace with queues because Rewire will inevitably involve many. Might as well make good use of them. The same goes for fomo. Despite sticking to my strict military schedule, I couldn't avoid painful choices due to dramatic clashes. That's the beauty of Rewire. With such a simultaneity of events, your neighbor at the Lebanese eatery with the wristband could easily live in a parallel festival universe. Have a chat, make mental notes for next year, and move on.


As I let myself be guided through the labyrinthine alleys of the city, each place becomes a gateway to another dimension. Rewire is a kaleidoscope of talents and surprises that captivate the soul and mind; it's the quickening heartbeat as one gets lost in a melody, it's the sensation of belonging to a moment that seems suspended in time.


I tried to compile a little daily report, telling you about some highlights, and inevitably leaving out others. I hope you'll forgive me.


Friday – switching on, switching off

The evocative sounds of Carl Gari, intertwining with the power of Abdullah Miniawy's words, transformed the Paard's hall into a sanctuary of reflection and contemplation. Though unable to decipher every single word, the palpable intensity in Abdullah Miniawy's voice resonated within my soul like a timeless echo, inducing a suspension of time that left me immersed in an enchanting atmosphere. The best part - as always - came at the end, with the merging of Miniawy's voice and the audience's, reminding us how music and art are inherently a collective experience.



Next up is Autechre's dark concert in the Grote Kirk, its interior entirely lined with dark sheets, unrecognizable. After a few minutes of bewilderment, we set off in search of a good spot (strictly tied to sound setup since there's nothing to see). The lights go out, here we go. We're inside the synthetic brain's "black box." Maniacal precision, cybernetic gelidity, cerebral control. If Autechre’s music seems to communicate nothing, it's because it has nothing to communicate. It's content-less formalism, the indifferent void of design as process, pure form manifesting as self-sufficient abstraction. The result doesn't allow itself to be described or deciphered. All one can do is undergo the flow of sound. A sound that evokes a fully mechanized world, blatantly devoid of humans, dominated by abstract geometries. As I reflect on this "intelligent dance music", a friend, deeply focused, looks at me and says, "This is my shit." I guess I'm just not smart enough.


I'm just in time to catch the second half of One Leg One Eye's performance, the solo project of Ian Lynch, member of the avant-folk group Lankum (whose latest album topped all end-of-2023 charts). One Leg One Eye presents his debut album, "...And Take The Black Worm With Me," performing on the altar of the elegant Lutherse Kerk, amidst the two side organs. As soon as I step into the space, it feels like I have to traverse a dense and oppressive atmosphere, a texture of obscure drones emanating from a bottomless and disquieting abyss. Lynch's haunting voice pierces the distortions of the uilleann pipes, intoning traditional Irish songs. They seem to come from a mythological antiquity that conveys a sense of isolation and pastoral desolation. Music as minimalist as it is monumental.


Saturday – about connection and intimacy

Today it's expected to reach 27 degrees. Surreal irony leaving a gray Milan to find a warm and sunny Holland. Here it is, one of the many painful clashes: the improvised kraut-folk-punk of Gordan, vs. Brìghde Chaimbeul's Gaelic music? I decide to trust the "when in doubt, choose the church" rule and opt for the latter. Chaimbeul's performance at Rewire brings Scottish bagpipes to the forefront, an instrument I've had a soft spot for since I was 5, looping the Titanic finale just to hear "Hymn To The Sea" over and over again. It's a sound both strident, epic, and fragile, seeming like it could shatter at any moment, with an inexplicable power to move me. Chaimbeul transforms and transcends Celtic music, revealing flawless mastery of an instrument whose complexity is evident only when you see it played. In a world, that of bagpipes, dominated by men. Each piece starts with a sigh: not human, but from the bagpipes themselves, which must continually gather air between one drone and another before giving us melodies steeped in history. Her minimalist compositions slowly unfold, enveloping us and telling ancient stories through music. Stories that give us a place in the world. 


The performance of Amor Muere, an all-female experimental supergroup, is a majestic cacophony. Hailing from the vast City of Mexico, this eclectic ensemble, led by Gibrana Cervantes, Concepción Huerta, Camille Mandoki, and Mabe Fratti, bewitches with its blend of noise and chamber-pop orchestral melodies. Voice, cello, electronics, tape, and violin intertwine, merge, interrupt, and overshadow each other in a sonic tapestry that cradles you only to jolt you suddenly. Their mastery in balancing moments of intense dissonance with placid interludes is striking. Amidst the tumult, emerge vocalizations of an unconventional, haunting beauty. There's a particular chemistry among the performers, both musically (forged over four years of jam sessions in Mexico City's improv scene) and personally—a sign of genuine and deep-rooted friendship. I cannot help but be infected by the powerful feminine energy that emanates from them.


One of the acts I'm most eager for is Funeral Folk – one that could only happen in the Grote Kerk (the same venue as Autechre’s, only now I finally get to see its interior). I arrive early to secure a spot in the front rows. I already know it will be an intense experience and I want to be as close as possible to being swept away by the energy of the artists on stage. Funeral Folk is an album by producer and composer Maria W Horn and violinist, singer, and composer Sara Parkman – originally commissioned for a theatrical production about the rituals of mourning in an increasingly secularized society. Two artists whose practices and influences complement and surpass each other in a highly redemptory dynamic. From the low frequencies resonating like a sinister clock, emerge metal explosions soaked in doom. Parkman's violin imposes itself in a fierce crescendo. The screams of "Kyrie" are so overpowering that three performers collapse to the ground, exhausted. There's a solemnity, a yearning for transcendence that leaves me breathless. My heart is bursting, but the emotion is such that tears start flowing only at the end of the performance. Apparently, I'm not the only one: the whole church stands up in an endless applause, while the ensemble of five performers withdraws in a slow procession. There's no doubt it was the highlight of Saturday. I hear someone next to me mutter, "I think I've become Christian."


We end the evening at the Grey Space in The Middle, my Rewire's favorite spot. With its punk ethic/aesthetic and intimacy, it's the perfect meeting point to end an intense and disorienting day around the city. A place to meet like-minded souls and share impressions, or sweat it out dancing in the bunker, with drops of humidity dripping on your head. Ending the night is an electric set by LazerGazer. During the closing, a chorus for Palestine rises, echoing once again on the terrace. A girl stands on a wobbly table. To her cries of "Free, Free," the crowd responds. The chants go on for what seems like an eternity, becoming almost painful. And it's right that it should be so. It's hard not to reflect on the state of the world, especially in a place like Rewire. Many artists express their solidarity for the Palestinian cause. Even as we wonder how art can be made in such dark times, we continue to make it. Art is necessary. And so are celebrations and community.


Sunday – a glorious apotheosis

The first, highly anticipated live of the day is goat (jp), not to be confused with their Swedish psych namesakes. Originally from Osaka, the group has built a reputation over the last decade as a must-see live act. On stage are drums, percussion, saxophone, guitar, and bass. After a while, they enter one by one, with a measure and temperament all Japanese. What sets them apart is their unique way of playing instruments. The guitar and bass emit percussive sounds to double up the rhythm section, while a bottle filled with liquid is inserted into the saxophone cone, emitting eerie notes. Rhythm entirely prevails over melodies and harmonies. Their precision and instrumental control is incomparable — it’s as if they’re computer-sequenced. With their intricate peculiar approach to minimalism, they create complex intricate compositions that oscillate between trance and musique concrète, between tribal-industrial and bruitist math rock. A musical Tetris. Every now and then, I open my eyes just to see the micro-bounces of the ecstatic crowd.


Next up, Sunn O))) (pronounced "sun") – named after a favorite amp brand. At Sunn O))) concerts, earplugs are handed out like candy. Compared to the first time I saw them, I'm definitely more prepared, I know what to expect. The hall is packed, excitement is palpable: everyone gets ready in their own way to fully enjoy the experience. A girl next to me takes off her shoes to feel the ground vibrations. On stage rises a monolithic wall of amplifiers. Emerging from a veil of smoke, here they are, the doom-metal titans Stephen O'Malley and Greg Anderson, in their usual ceremonial attire of robes and guitars. The slow, heavy chords of stripped-down drone-metal are magnified by the theatricality of a black mass. The main interest in seeing Sunn O))) live lies in the ritualization of the performance, in the gestural sobriety, in the propagation of sound vibrations. They’re seismic frequencies, so low they grip your viscera and massage your intestines. If you let go, instead of being crushed by the pulsating wall of sound, you can let it flow through you. It's an extraordinary encounter both sonically and physically. Everyone should experience it at least once in their life. I close my eyes and wake up an hour later, surprised the building is still standing. Everyone seems dazed, but it's normal; it takes a while to shake off the weight of the drone. As far as I'm concerned, I could even call it quits for today. But instead...


I know I cannot miss the performance of the two sound artists Lolo & Sosaku (Argentina, Japan), who at Rewire perform "The End". In the center of a room at the Theater aan het Spui, there are two work tables full of instruments and metallic contraptions that the duo has been building for almost 20 years. Gradually, a small crowd gathers around the two tables. Something bumps into my foot: a strange robot rolls back and forth, changing direction as soon as it encounters an obstacle. Lolo & Sosaku, dressed in work overalls, make their way through the people. One by one, all the machines are turned on, giving life to an industrial noisescape made of buzzing engines, clattering parts, and feedback loops. The machines move in a continuous cycle and seem to come to life: an automated screwdriver hammers on a piece of graphite; a metal plate scrapes against a cylinder. These motorized instruments are essentially living sculptures. Animated and full of personality, they move incessantly, just like us. They’re creatures that live for work and work to create art. When the time is right, Lolo or Sosaku intervene to adjust or stop the work. Meanwhile, in the background, the latest film by director Sergio Caballero "Lolo & Sosaku, The Western Archive" is projected. A surrealist film, halfway between western and documentary – a portrait of the artists' mental landscape, or perhaps an allegory of their creative process. Everything that happens fits into the absurd: the three cigarettes that Sosaku lights up and smokes simultaneously, the effervescent Polase sipped and thrown away, the electric saw handled without gloves to cut a piece of metal, sparking sparks throughout the room. You have to see it to believe it. A spectacular performance of overwhelming mechanical chaos, veiled by irresistible cheekiness and surreal irony. Surely the performance that pushes the boundaries of the avant-garde the furthest.


Sunday ends with the A/V live show of the enigmatic Oneohtrix Point Never (aka Daniel Lopatin). Accompanied by visuals by Freeka Tet, Lopatin performs the album "Again," released last October. We witness a meta puppet show where a doppelganger of Lopatin, live-shot inside a diorama replicating the stage, is projected onto the screen behind his real counterpart, mimicking his movements. All seasoned with nostalgic '90s visual elaborations that maintain high the level of emotional hauntology. A digital drift that is also an analog harbour. When the computers freeze, for a moment I wonder if it's part of the script. The show is chaotic and fun, with a humanity that’s sometimes overwhelming. Despite an obvious disconnect between audience and artist in Amare's concert hall, there's a deep sense of connection and reciprocity – and when the lights turn towards the audience, they almost seem to suggest, "we're here together," "now it's your turn." Even Lopatin seems moved as he encores, closing with "Chrome Country." You find yourself in tears without understanding why. 


I struggle to find the words to describe what I feel. Perhaps a mixture of bliss and gratitude. I feel alive, even though completely drained. This is the only thing that comes to mind: "this is why we're here." And isn't that enough?


Comments


bottom of page