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Transfemminismo for dummies. La menzogna della Bellezza

"Transfemminismo for Dummies", dove dummies siamo tuttə, in primis chi scrive. Perché si può parlare per anni di transfemminismo e femminismi senza mai ripetersi e toccando temi così vari da raggiungere, almeno una volta nella vita, il vissuto di ognuno di noi.

Il nostro obiettivo è quello di creare uno spazio in cui esplorare e comprendere il mondo del transfemminismo in modo accessibile e inclusivo. Cercheremo di sgretolare miti, chiarire concetti e offrire una prospettiva sulle questioni legate alla società patriarcale e ai temi del femminismo intersezionale.

Per farlo, non saliremo in cattedra ma cercheremo di fornire una guida semplice e informale insieme a degli spunti di riflessione che siano (auspicabilmente) interessanti, sia per espertə che per neofitə, affinché ogni lettorə possa sentirsi partecipe e parte integrante della creazione di quel ponte che continua ad unire le esperienze individuali alla comprensione collettiva.


di Scilla Dylan




 

Nella filosofia occidentale degli ultimi secoli, nonostante la definizione di “bellezza” sia cambiata innumerevoli volte, si è sempre associato ad essa un concetto: quello del benessere. La bellezza provoca benessere in chi ne gode, ma spesso, per una sorta di distorto sillogismo, si identifica nel benessere stesso, acquisendo alternatamente un senso o l’altro (o entrambi contemporaneamente) in base al contesto in cui il concetto di bellezza viene applicato. Dietro a un ideale, però, si cela spesso un risvolto ben più prosaico: nel caso della bellezza, è il desiderio. Né positivo, né negativo, il desiderio della bellezza porta a non goderne mai appieno, perché si desidera qualcosa solo finché l’oggetto del desiderio manca, del tutto o in parte. D’altronde, se un ideale non fosse desiderato, il suo ruolo nella società sarebbe secondario. La bellezza è perciò qualcosa che ci fa stare bene, ma il desiderio del bello porta insito in sé l’insoddisfazione che ci farà bramare altro benessere, altra bellezza. Un processo singolarmente simile a quello della dipendenza. Storicamente, bello non è esclusivamente inteso come qualcosa di piacevole, ma il suo legame con il piacere assume, spesso, una connotazione morale, che associa la bellezza con qualcosa di positivo solo fintanto che è controllata e “canonica”, mentre assume aspetti di fascino pericoloso o grottesco quando si allontana dai canoni. Citando Umberto Eco in “Storia della Bellezza”:

Non potremmo dire se chi scolpiva mostri sulle colonne o sui capitelli delle chiese romaniche li considerasse belli; tuttavia, esiste un testo di San Bernardo (il quale non considerava queste rappresentazioni né belle, né utili), che testimonia come i fedeli godessero nel contemplarle (tanto che anche San Bernardo, nel condannarle, mostra di soggiacere al loro fascino). E a questo punto [...] potremo dire che la rappresentazione dei mostri [...] era bella (anche se moralmente condannabile).

La bellezza è quindi strettamente legata a un senso di appagamento, che pur non essendo necessariamente connesso al benessere reale (fisico o psichico), mantiene con quest’ultimo un forte legame morale.



Recentemente ho cenato con un’amica, una persona con un fisico sano, abile e conforme agli attuali standard di bellezza dettati dalla società. Nonostante ciò, durante la cena mi ha raccontato di come per lei fosse difficile sentirsi bella e di come si trovasse quotidianamente a scontrarsi con il suo contesto sociale, che giudicava inadeguato il suo impegno per migliorare il suo aspetto, tanto da non percepire come sufficiente l’esercizio fisico che già faceva e la dieta che già seguiva. Ascoltandola, mi ha profondamente colpit* il divario tra la percezione che aveva di sé e quella che poteva avere una persona esterna come me. Di conseguenza mi sono chiest* come fosse possibile che tante persone vivessero così male il rapporto con il proprio corpo e, soprattutto, come fosse possibile che questo malessere venisse continuamente incentivato dalla società, che ritiene normale, se non addirittura necessario, esprimere un proprio giudizio sui corpi (delle donne, ma non solo) e presentare degli standard entro i quali rientrare per apparire bell*...e quindi, forse, buon*? Se ci pensiamo sembra assurdo quanto, nella nostra società, associamo automaticamente l’idea di bellezza al valore della persona. Siamo stat* abituat* a dare maggior fiducia alle persone di bell’aspetto e, cosa ancora peggiore, a sminuire chiunque non lo fosse, a partire da noi stess*. C’è probabilmente una lettura dell’apparenza di matrice religiosa in questo, dato che il concetto di moralità è stato per secoli appannaggio pressoché completo dell’ambiente clericale. Inoltre, la religione (come oggi la società) tende ad associare caratteri ben definiti alle sue definizioni di “buono” e “cattivo”, ad esempio, le visioni mistiche sono storicamente descritte come meravigliose, attimi che portavano benessere al fedele attraverso la bellezza. D’altro canto, l’immaginario del mostruoso ha sempre avuto per la religione cristiana uno stretto legame con il diavolo e questo legame era evidenziato tanto dal mostruoso vero e proprio (che spesso prendeva forme animalesche, con un processo che oggi potremmo definire specista) quanto dal bello non controllabile. Le streghe erano belle, o meglio, affascinanti, ma non rientravano nei canoni e non si sottomettevano al controllo, perciò erano viste come malvagie. Nella società odierna questo meccanismo si adatta perfettamente al modo in cui viene concepita la bellezza. Una persona dall’aspetto “canonico”, che rientra nei caratteri che ci aspettiamo per lei, è vista molto più di buon occhio rispetto a chi queste norme le stravolge in base al proprio sentire. E questo vale tanto più, oggi come allora, per le persone di genere femminile e per quelle non binarie, che di per sé sono considerate dalla società patriarcale come “meno valide”. Per quanto la libertà di scelta sul proprio corpo sia nettamente incrementata negli ultimi decenni, sentiamo ancora fortissima l’influenza del giudizio sociale sulle nostre decisioni, anche quando si tratta di scelte che, come quelle legate all’aspetto fisico, non toccano nessun altr* oltre a noi. Ad esempio, ci sembra assolutamente normale, soprattutto se siamo persone socializzate come donne, non uscire di casa se non abbiamo il trucco a posto, i capelli in ordine, il vestito adatto, il corpo magro o curato come la società ci richiede, magari anche negandoci la partecipazione ad eventi sociali o ad attività che ci fanno stare bene. Normalizziamo, nel nostro quotidiano, il non andare al mare se non abbiamo le gambe depilate o se non abbiamo un costume che nasconda qualche cosiddetto “inestetismo”. Quando la presenza o assenza di ciò che associamo alla bellezza comporta il concederci o meno attività o interessi che con la bellezza non hanno nulla a che vedere, vuol dire che quest’ultima agisce come fattore di controllo su di noi e limita la nostra libertà.



Secondo Naomi Wolf, come ha egregiamente esposto nel suo saggio “Il mito della bellezza”, la bellezza, pur essendo un concetto da sempre applicato in alcuni ambiti della società, è diventato nel ‘900 un aspetto imprescindibile della vita delle persone socializzate come donne di ogni classe sociale in tutto il mondo occidentale (d’ora in poi, per questo paragrafo, scriverò solo “donne”, dato che all’epoca l’attenzione per le persone trans* era pressoché inesistente), quando sono venute a mancare alcune dinamiche sociali che la rendevano un fattore secondario nella vita femminile. Prima delle guerre mondiali, infatti, la vita delle donne era estremamente controllata: non c’era diritto istituzionale a nessuna forma di emancipazione (studio, lavoro, voto, spesso nemmeno scelta del* partner) che potessero dare a questa ampia categoria di persone la possibilità di acquisire libertà e potere sulla propria vita, salvo per alcune (rarissime) eccezioni che non andavano comunque ad intaccare la struttura patriarcale della società. Con le Guerre, però, le donne, che fino ad allora avevano lavorato quasi esclusivamente nelle industrie finalizzate al piacere (sex work e spettacolo) o erano state impiegate in lavori estremamente faticosi e sottopagati (es. lavoro agricolo, operaie), iniziarono ad avere un ruolo fondamentale nell’economia, andando gradualmente a sostituire gli uomini al fronte in molte figure professionali. Una volta acquisito questo diritto, le donne non mostrarono alcuna volontà di rinunciarvi; era quindi necessario un fattore di “disturbo”, qualcosa che avesse la capacità di distogliere l’attenzione delle donne dalla propria emancipazione e che, al contempo, ne assorbisse le energie, così da ritagliare loro un ruolo sociale sì, diverso dal precedente, ma così stretto, scomodo e faticoso da renderlo inaccessibile per molt* e poco desiderabile. La soluzione alla sciarada arrivò con l’applicazione nella società di un metodo tipicamente religioso: porre delle regole di aspetto e comportamento, così che l’attenzione alla bellezza fisica (e morale) diventasse tanto imprescindibile e immersiva per le donne da distogliere l’attenzione dalla mancanza di evoluzione nell’emancipazione. Nel giro di poco tempo i media dell’epoca affiancarono l’immagine della donna come angelo del focolare a quella della donna attiva e lavoratrice, dando un contentino al sempre maggior numero di persone che reclamava a gran voce di essere rappresentate e che non si riconoscevano più nei vecchi stereotipi. Di pari passo, nasceva una serie sempre crescente di norme comportamentali mascherate da consigli su come essere donne perfette anche fuori dall’ambiente domestico. Le lavoratrici iniziarono ad essere dipinte come esseri mitologici, sempre in forma e attive, mai troppo anziane né troppo giovani, mai trascurate, mai stanche, con caratteristiche fisiche e dress code ben definite ma, soprattutto, con la capacità di seguire senza apparente difficoltà una serie di rigide regole di costume che andavano a replicare nel contesto lavorativo i dettami di stampo misogino e patriarcale applicati in ambito domestico. Un’intera, enorme categoria di persone socialmente attive veniva quindi incanalata in una nuova forma di controllo e di oppressione, che ne ha col tempo plasmato le abitudini, le aspirazioni e che, infine, ha generato un nuovo dogma raramente messo in discussione, accettato e tramandato per generazioni dalle donne stesse.


Se tutto questo ad oggi può sembrare futile, concentriamoci per un momento a pensare a quanto questo retaggio sia ancora insito nella nostra cultura, nonostante i decenni passati e nonostante tre nuove ondate di femminismo (e transfemminismo). Basti pensare al divario occupazionale e salariale tra generi: secondo gli ultimi dati ISTAT, sebbene il grado di occupazione femminile sia aumentato rispetto al passato e comincino ad essere meno rare le donne in posizioni sociali di spicco, in Italia solo il 28% dei ruoli dirigenziali è occupato da donne, le quali percepiscono, in media, il 15% dello stipendio in meno rispetto agli uomini, mentre si fanno carico del 74% del lavoro di cura. Permane quindi lo stereotipo della donna come più adatta al lavoro di cura e meno abile nei ruoli dirigenziali, mentre viene tuttora giudicata con parametri differenti rispetto ai suoi colleghi maschi di pari ruolo. Ad esempio, le donne in politica vengono continuamente “valutate” dai media per il loro aspetto fisico, per gli outfit che scelgono e per il modo in cui si comportano, premiando il modello di “donna che si comporta come un uomo” e ricalcando lo stereotipo patriarcale per cui una donna il potere può averlo solo se ne perde i connotati di genere, nell’aspetto e nel comportamento. Allo stesso tempo, la donna di potere deve comunque mostrare di esserlo continuando a seguire i dettami tradizionali, cioè dando grande importanza alla famiglia e ai figli, che deve avere (o desiderare) e mostrare di mettere al primo posto, anche a scapito della carriera; non deve inoltre essere provocante, non deve avere comportamenti sopra le righe; deve ricalcare, insomma, la figura codificata della santa, perché le sante sono eccezioni e non mettono a rischio lo status quo patriarcale. In ultimo, deve dimostrare di non essere troppo progressista (non a caso le maggiori leader politiche donne degli ultimi decenni sono in partiti di destra), per non rischiare di essere confusa con la sua nemesi: la pu**ana, la rivoluzionaria, l’isterica, la pazza, la strega. Nel caso in cui uno solo di questi elementi venisse a mancare, la donna perderebbe il consenso e, quindi, il potere, spesso senza possibilità di recuperarlo. D’altra parte, per gli uomini, per quanto sia comunque richiesta l’adesione a un codice di comportamento, le eccezioni sono ben tollerate e non comportano necessariamente un giudizio morale sulla persona (di politici che hanno avuto comportamenti sopra le righe, socialmente inaccettabili se non illegali o che si sono presentati a occasioni importanti con abiti non considerati adeguati, ma che non ne hanno riportato conseguenze è pieno il mondo e non serve che faccia esempi).



Si potrebbe obiettare che anche i codici estetici e di comportamento richiesti al genere maschile sono restrittivi, ed è vero. La società patriarcale si basa sul binarismo di genere e la forte caratterizzazione dei ruoli ad esso associati. Una persona assegnata di genere maschile alla nascita avrà anch’essa delle caratterizzazioni ben definite, tendenzialmente opposte a quelle associate al genere femminile e qualsiasi eccezione a questa dicotomia verrà vista come qualcosa di sbagliato. La bellezza nel genere maschile perde però, nella quasi totalità dei casi, la sua connotazione morale. Un uomo (binario) difficilmente verrà giudicato di scarso valore o poco affidabile dalla società in quanto “brutto”, mentre questo accade quotidianamente alle donne e a tutte quelle soggettività che vivono al di fuori del binarismo di genere. Una persona AMAB (assigned male at birth) che decide, ad esempio, di truccarsi, subirà infatti un’oppressione molto simile a quella delle persone AFAB (assigned female at birth), sempre di stampo patriarcale. La mescolanza di determinate caratteristiche stereotipicamente assegnate a un genere è particolarmente ostile al patriarcato, in quanto ne mina le fondamenta, composte da due fazioni ben distinte, opposte fra loro ed eternamente in lotta. Se quindi per le donne la bellezza è stata e continua ad essere un mezzo di controllo, per le persone transgender è al contempo un’ulteriore oppressione e l’unica speranza di integrazione in una società ostile. Infatti, solo quelle persone trans* che corrispondono esattamente ai codici estetici binari del genere di appartenenza potranno sperare di essere accettate, almeno fintanto che avranno il famigerato “passing”, ovvero la capacità mimetica di sembrare figl* legittim* del patriarcato, rigidamente binar* e rigorosamente nell’ombra.


Per chiunque non rientri nei codici estetici e comportamentali (per gusto, necessità, scelta, colore della pelle, disabilità o genere non binario), la società patriarcale prevede il supplizio della gogna. Verso tutti i corpi, i generi e le menti non conformi si attiva un giudizio sociale comparabile a quello del bullismo: la differenza dalla norma verrà messa sotto gli occhi di tutt* e giudicata senza sconti, riducendo l’autostima e la capacità di ribellione della vittima al minimo,spingendola a rientrare nei ranghi e ad attivare, in futuro, un meccanismo di autocensura. Basti pensare alle celebrità, di cui viene giudicato ogni chilo “di troppo”, ogni atteggiamento fuori dagli schemi e ogni momento di debolezza, ma anche a familiari, compagn* di scuola o colleg* di lavoro deris* o emarginat* perché troppo grass* o magr*, troppo provocanti o troppo sciatt*. Per paura di subire discriminazioni o commenti giudicanti per motivi legati al proprio aspetto o comportamento, ogni volta che una persona (in particolare se di genere femminile o non binaria) si troverà in contesti sociali, sarà portata a limitare il proprio comportamento o a modificare il proprio aspetto, auto-sabotando la propria autodeterminazione e dando nuovo carburante alle dinamiche patriarcali. La bellezza e più in generale l’apparenza, assumendo oggi il ruolo che la condotta sessuale/relazionale aveva nei decenni e secoli precedenti, possono marchiare a fuoco una persona, rendendola automaticamente emarginata.




Il legame tra bellezza e sesso è ulteriormente rafforzato dalla desiderabilità della bellezza. Il concetto patriarcale della bellezza è infatti parte integrante della cultura dello stupro, in quanto se da una parte rimarca la desiderabilità di tutto ciò che è bello, sessualizzando caratteristiche della bellezza come, ad esempio, la gioventù e trasformando in oggetti del desiderio persone con determinate caratteristiche, dall’altra colpevolizza chi la ricerca, fino a giustificare l’abuso, perché associa la ricerca della bellezza alla ricerca dell’approvazione, e dall’approvazione all’appropriazione il passo è orribilmente breve. Troviamo quotidianamente esempi di questa forma di vittimizzazione secondaria della vittima di abusi o molestie, che così viene di nuovo, per l’ennesima volta, ridotta al silenzio e marginalizzata. Ritorniamo quindi al concetto iniziale: per la società patriarcale la bellezza è uno strumento potentissimo, che con la mescolanza di desiderio, appagamento e paura della sua assenza ha il potere di controllare i corpi femminili, trans*, razzializzati, disabili, non conformi e ricondurli a un distorto concetto di moralità che non ha nulla a che vedere con il benessere e ha tutto a che vedere con l’oppressione. La bellezza è, forse, la droga più subdola del nostro tempo.


In questo scenario i movimenti transfemministi si muovono per riportare l’ideale della bellezza in linea con il benessere personale e sociale, spogliandolo dei dogmi patriarcali e restituendone la definizione a ciascun* di noi, ognun* con la propria bellezza, il proprio benessere, insindacabile perché soggettivo e privato. L’unica definizione collettiva possibile per la bellezza diventa quindi quella di libertà e autodeterminazione, con una sfumatura diversa per ogni soggettività. Anche in questo senso c’è ancora molta strada da fare. Eradicare un mezzo di controllo così subdolo e potente non è semplice e la tentazione di distruggere uno stereotipo per costruirne un altro è forte. Sono sempre di più, però, le persone che studiano il fenomeno dal punto di vista sociologico, storico, medico e psicologico e, come per tutte le rivoluzioni, da quelle intime a quelle collettive, riconoscere il mostro è il primo passo per sconfiggerlo.


Siamo e saremo, corpi in rivolta.

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