FarfAbility – IN CONVERSATION WITH FRANCESCO FARFA

di Chiara Pignoloni




Quando la realtà non ci soddisfa, ci rifugiamo nel sogno.

In un periodo così buio per la Club Culture italiana ed internazionale, voglio portarvi indietro

nel tempo e ripercorrere uno dei periodi più importanti e fiorenti, dal punto di vista musicale,

della scena del clubbing in Italia.

La Progressive House, conosciuta anche come Trance Progressive, è un genere di musica

elettronica, simbolo della nascita del primo movimento della Rave Culture made in Italy.

Quando l'Italia era il modello da seguire, oltre i confini. Anche quelli della realtà.

Quello che farò, è raccontarvi questo viaggio attraverso le parole e la musica di uno dei suoi

esponenti principali: Francesco Farfa.

Il periodo che va tra la fine degli anni '80 e l'inizio dei '90 fu un periodo di grande fermento. Un

periodo di cambiamenti, un periodo dove nuove sonorità stavano nascendo a livello globale.

Anche nella Penisola qualcosa bolle in pentola. L'Italia di quegli anni è un laboratorio creativo

in costante attività che ha lasciato una forte impronta a livello artistico. Nuove forme di

aggregazione stavano prendendo vita, una corrente di nomadismo, scaturito da

un'avanguardia musicale, spingeva ogni settimana flotte di giovani a percorrere migliaia di

chilometri per ascoltare qualcosa di mai sentito. La Club Culture italiana stava nascendo.

Questa nuova sottocultura nel giro di poco tempo comincia a spargersi a macchia d’olio: riviera

romagnola, Veneto e Toscana. Erano queste le mete più frequentate, realtà in cui continue

connessioni nascevano tra i giovani, connessioni genuine, spontanee, create attraverso il

passaparola ed i flyers. Ma ciò che nacque in Toscana, fu un movimento a sé. Unico, potente,

straordinario. Uno di quei movimenti che può nascere solo quando diversi elementi si

combinano tra di loro, alla perfezione. Il genere che ne scaturì, ribattezzato poi Progressive e

teorizzato come “The Sound Of Tirreno”, non aveva tratti ben definiti ma un’attitudine nuova

ed inconfondibile nel sovrapporre influenze, sound e istinti. House, Techno, Ambient, Trance,

Breakbeat: nella Progressive made in Tuscany c’era di tutto. Francesco Farfa è uno dei simboli

essenziali di questa Woodstock nostrana, un'icona della Club Culture italiana, colui che creava

la magia, stimolando il sogno e l'immaginazione con i sui set, che spaziavano tra una varietà

infinita di generi, sperimentando e creando di volta in volta atmosfere oniriche, in grado di

guidare la pista in un viaggio verso nuove dimensioni mentali. La “Farfalla”, ammirato da tutti

per la sua tecnica impeccabile e la sua costante ricerca sonora, ha lasciato quindi un'impronta

indelebile nella scena musicale dell'elettronica, influenzando tutta quella generazione di dj alle

prime armi con piatti e mixer.



#1 Ciao Francesco, immagino ti capiti spesso di parlare del passato, ma essendo

stato uno dei creatori ed headliner di uno dei movimenti musicali più forti della

penisola negli anni '90, questa domanda è d'obbligo. Come nasce la tua passione per

la musica e come ti sei avvicinato al mondo del djing?


Ho avuto per la prima volta l'opportunità di entrare in un locale a 9 anni, con i miei genitori,

poiché si occuparono di un'allestimento all'interno della discoteca del paese dove vivevamo.

Era il 1977. Entrai così per la prima volta in questo mondo fatto di musica amplificata, dove il

suono ti avvolgeva, con luci pazzesche, gente che si divertiva, tutto quel colore ed entusiasmo.

Per me fu come entrare in un film fiabesco, rimasi a bocca aperta. E' un ricordo indelebile.

Passato qualche anno cominciai ad andare in discoteca di pomeriggio, con i miei coetanei. Mi

appassionai subito a questo scambio sociale ma la cosa che cominciò ad attirarmi

maggiormente fu proprio da dove arrivava la musica. Cominciai così ad affacciarmi in consolle

per vedere le strumentazioni, per studiare tutti i movimenti del dj e cercare di capire come

avveniva tutto ciò. Poco dopo conobbi un ragazzo del mio paese che aveva una consolle in

casa e lì mi innamorai. Il fatto di vederla per la prima da vicino mi sconvolse. Le consolle di

quegli anni erano rudimentali. Ai tempi infatti il materiale professionale era venduto solo

nell'ambito professionale, non funzionava alla stessa maniera di oggi. Chiesi così ai miei di

comprarmi un giradischi in più, avendone già uno in casa, e un mixer basico a 9V. Da li

comincia l'avventura. Nel garage di casa iniziai ad esercitarmi maniacalmente ed a organizzare


le prime feste. Quel posto divenne così un punto di incontro dove, chi per curiosità o chi per

conoscenza, veniva. Si creò una sorta di club privato dove tutti erano i benvenuti, dove si

passavano i pomeriggi e i fine settimana. Da lì è poi nata l'opportunità, quando avevo poco più

di 16 anni, di poter suonare nella discoteca che frequentavo ai tempi, tramite un dj resident

che venne a bussare alla mia porta. Per me raccontarlo è sempre una grande emozione. Mi

ritrovai a esibirmi per la prima volta davanti a quasi 2.000 persone, in una discoteca immensa.

Lì feci la mia prima stagione invernale.



#2 Se dovessi ripercorrere le tappe della tua carriera durante quegli anni, quali sono

stati i club o i party più importanti per te, dove si è sviluppato il tuo percorso

artistico e allo stesso tempo si consacra il movimento underground toscano?


Nel mio percorso successivo, uno dei locali più importanti per me fu sicuramente la

“Barcaccina”, a Vada, sulla costa. Uno dei locali più belli della Toscana, con un impianto

monofonico pazzesco, in cui, tramite un mio amico dj che aveva conoscenze all' interno dello

stuff, mi si aprì l'opportunità di poter lavorare. Era l'estate dell'86. Andai a parlare con il

proprietario e quella stessa sera, con un tranello da parte del dj, mi ritrovai in consolle per un

ora e mezza a mettere i suoi dischi. Mi presero immediatamente e da lì cominciò un nuovo

capitolo della mia carriera. La musica di quel periodo era già caratterizzata e contaminata dalle

tastiere, dall'elettronica, dalle macchine. Lì si suonava dalla Synth Pop alla New Wave,

dall'Elektro Funk all'Inide, sonorità già molto interessanti e strumentali che si avvicinano di più

a quelle odierne. Sicuramente lo scambio con l'altro dj del locale mi ha aiutato moltissimo ad

andare avanti ed implementare il gusto e la selezione musicale. Ritrovarsi in un età giovane, in

una realtà così, fu per me un grosso vantaggio.

E' proprio grazie all'esperienza della Barcaccina che avvenne, qualche anno dopo, il mio

incontro con quello che sarà uno dei miei compagni nell'esperienza del movimento toscano,

Roby J. Era l'estate del 1989, una stagione fantastica dove l'House era esplosa, si suonavano

la New Beat e l'Hip House, la musica era in pompa magna.

Mi proposero una nuova collaborazione artistica con questo dj genovese, di cui mi parlarono

come un personaggio eccentrico e con un ottimo gusto musicale, un colosso di 2 metri e 3. A

tavolino fu praticamente palesata la probabilità che questa accoppiata poteva essere vincente.

Roby J venne a conoscermi, a fine stagione. Fu amore a prima vista. Entrammo in contatto

sempre più stretto fino a prendere casa assieme. Giravamo tra after e a comprare dischi a

Genova e Firenze. La casa che avevamo preso era frequentatissima, avendo montato dentro

l'impianto. Proprio in quella casa, entrai in contatto con dei ragazzi di Livorno che cominciarono

a parlarmi di questo Miki “The Dolphin”, che suonava all'”Imperiale” di Tirrenia e del fatto che

avremmo dovuto conoscerlo perchè molto bravo. Fu tutta una questione di intuiti. Andai

all'Imperiale con Roby e lì incontrammo Miki con cui ci fu da subito un bell'approccio. Qualche

settimana dopo ricevetti una chiamata proprio da lui che mi invitava a suonare all'Imperiale.

Viceversa lo invitammo a suonare da noi, in Barcaccina. Ci fu un interscambio proficuo che ci

portò a calarci in questo ruolo di collaborazione e super team che cominciò anche a muoversi

in altre realtà. L'Imperiale fu un altro club importante per me, un occhio di attenzione in più.

Fu il club che diede lo shock a tutto il movimento toscano della Progressive che si stava

consolidando.

Era una roccaforte, dove il proprietario ci lasciò molto liberi di sperimentare a livello musicale.

E' lì che nacque il concept “Mezzanotte - Mezzogiorno”, una dimensione con un quid in più.

Ringrazio ancora oggi Miki per avermi dato la possibilità di avere avuto accesso a quella

dimensione e successivamente aver potuto contraccambiare il “favore” portandolo con me a

Parigi. Infatti un altro capitolo importante per il mio percorso fu quello della Rave Age parigina.

Tra l'89 e il '90 una serie di eventi concatenati portò il critico e giornalista musicale francese

Luc Bertagnol alla nostra conoscenza. In quel momento storico, in cui ci fu un cambio di

musica pazzesco, Luc, sempre in cerca di nuovi stimoli, sentendoci suonare, andò fuori di

testa. Ispirato da ciò che aveva vissuto in quell'occasione chiese a me e Roby di andare a

Parigi a suonare nelle feste che stava cominciando a organizzare.

Le feste si svolgevano in location spettacolari: ex manicomi, gallerie d'arte, capannoni

industriali futuristici. Avendo Luc un'agenda molto variopinta, le sue feste erano frequentate da

ogni genere di persone. Artisti, stilisti, personalità dello spettacolo ma anche gente normale.

Tutti potevano evadere senza problemi, non c'era pregiudizio, non c'erano interessi. Anche il


target era più alto, questo perchè la Rave Age interessò soprattutto quella generazione che si

era stufata del Rock e del Pop. Una generazione che aveva bisogno di vento nuovo.

Le feste a Parigi furono strabilianti. Feste in cui si decollava, con decorazioni psychédéliques,

da cui il filone Goa e Psy-trance, che si svilupperanno in seguito, presero molta ispirazione.

Di lì a poco, infatti, ci furono scissioni vere e proprie di generi. Io e Roby coinvolgemmo Miki in

tutto questo e da lì si consacrò la nostra collaborazione.



#3 Parlando della “Progressive”, come la definiresti? Può essere considerata come

un genere musicale vero e proprio o per voi fu piuttosto un mood? Cosa funzionò

nell'interazione con i tuoi compagni d'avventura, Roby J e Miki? Come scattò la

magia?


Quello della Progressive è stato un discorso evolutivo che ci è capitato in mano senza neanche

avere poi la vera e propria padronanza dell'etimologia. La nomenclatura “Sound of Tirreno”,

venuta fuori da un'ispirazione di Miki, ha invece dato effettivamente un senso a tutto quello

che noi abbiamo fatto. Quando parlo di noi, parlo di me, Miki, Roby J, Gabri Fasano e poi in

seguito di Mario Più e del “toscanizzato” Francesco Zappalà che, da Roma, è entrato a far parte

integrante della nostra situazione. Il movimento che nacque in Toscana si discostava

completamente da tutto quello che era il comparto “non House” della riviera romagnola, fulcro

fino a quel momento del movimento della nightlife italiana. Parlo appunto del comparto Techno

che era fatto di sonorità differenti, molto più veloci e un po' più commerciali, con i famosi

“zanzarismi” alla Rotterdam. La nostra selezione era invece più filo-English.

La parola Progressive è una terminologia nata in seguito. Venne così chiamata perchè

prendeva quella visione psichedelica proveniente dalla Progressive Rock, quindi suoni space,

un po' anche random, che includevano delle influenze anche di musica medio-orientale, suoni

che venivano dai paesi più estremi. C'erano quindi delle contaminazioni etniche molto forti,

che, messe su un binario House e Techno, hanno poi preso il nome di Progressive House.

Un'esigenza sia a livello di marketing che per una questione di distinzione e riconoscimento del

sound stesso. In generale noi italiani non siamo mai stati indietro a nessuno, soprattutto per

quanto riguarda il clubbing. I giovani partivano già nell'85 per andare a sentire la Cosmic di

Baldelli, e la Funky Psichedelica di Claudio Rispoli, in arte Mozart. Quello che ha fatto la

Toscana con il Sound of Tirreno è stata una cosa in più e allo stesso tempo una cosa anche un

po' rocambolesca, ovvero quella di portare la riviera romagnola in Toscana, tirandosi dietro un

seguito enorme. E' stata questa probabilmente la nota particolare del nostro movimento.

Per quanto riguarda l'interazione con Roby e Miki, tra di noi è avvenuta una contaminazione

reciproca. Tre visioni diverse che hanno funzionato bene tra loro. Miki aveva una caratteristica

e un'impronta più forte, era massivo e molto profondo. Roby era più terreno, più tribale. Io

invece ero più “svolazzante”, andavo più in aria, mi piacevano i suoni che ti facevano

viaggiare. Eravamo Acqua, Terra e Aria. Tre elementi che andavano a combaciarsi con

l'elemento Fuoco, costituito un po' da tutte e tre quelle che erano le nostre identità. Queste a

mio avviso sono state le influenze che ci hanno caratterizzato, pur mantenendo ognuno di noi

un'identità propria.


#4 Prima dell'avvento della globalizzazione, sei stato uno dei primi artisti Italiani ad

essere invitato a suonare nei club di mezza Europa. Come hai vissuto e percepito le

diversità tra i vari tipi di pubblico per cui ti sei trovato a suonare? Dal tuo punto di

vista, quali sono le sostanziali differenze del movimento rave passato e presente?

Cosa è cambiato nel corso del tempo?


La formula degli anni '90 era sicuramente un formula più genuina, senza social, senza cellulari.

C'era solo il piacere collettivo di condividere musica ed emozioni. Il club di quegli anni era in

qualche modo anche arte, un luogo dove trovare quelle parti di se che nella quotidianità della

vita non si trovavano, uno sfogo positivo, dove anche grazie ad alcune situazioni e vibrazioni si

riusciva ad arrivare a determinate porte della percezione, che sono state fondamentali per la

musica stessa. C'era una comunicazione molto più telepatica e molto più vibrazionale a livello

di empatia. I locali erano curati nell'acustica, seguendo quella che era la filosofia del conforto

acustico che avevano i teatri e i cinema, quindi le discoteche suonavano anche meglio,

nonostante gli impianti fossero meno potenti. La musica la sentivi davvero in una maniera

profonda. Anche l'unicità era molto evidente. Le differenze c'erano: cambiava il modo di ballare

tra un paese e un altro, cambiavano anche i modi di vestire. Oggi invece c'è la corsa

all'omologazione piuttosto che all'essere originale. Anche prima si voleva essere “come” ma i

mezzi erano talmente semplici ed arrangiati che comunque le diversità uscivano fuori da sole.

E questo faceva della diversità una cosa bella. Oggi si parla molto di diversità, ma oggi la

diversità è forzata, è politica, è gender, è il bisogno di ottenere qualcosa. Quando poi

fondamentalmente, la scena del clubbing, soprattutto in USA e UK, ma anche in Italia, l'ha

fatta la comunità LGBT, che ha sdoganato un certo tipo di situazione, che godeva di un certo

eccentrismo e portava anche la moda ad andare a cercare ispirazione all'interno della

discoteca. Anche nell'allestimento dei club c'era molto più artigianato. Erano gli artisti a creare

le istallazioni che, anche grazie alla musica, ispiravano l'immaginazione della gente. Stesso

discorso per la realizzazione dei flyers, il processo era artigianale, un processo lungo, molto

spesso fatto a mano, dal quale venivano fuori delle piccole perle. Insomma per ogni cosa c'era

un lavoro molto grande dietro. Oggi siamo contornati dalla tecnologia, molto ammaliante per

certi aspetti ma anche più fast e che, in ogni caso, ha un approccio più asettico rispetto al

vedere qualcosa realizzato con mano che è anche un po' grossolanamente acerbo.




#5 Ci dai la tua definizione di Dj? Come è mutata secondo te questa figura fino ad

oggi, il tempo dei “social”, in cui tutto si assomiglia?



Partendo dal presupposto che questo non vuole essere un giudizio critico, penso che nella vita

ci siano fasi che si vivono e in cui ci si ritrova, ma non è un caso se molti giovani di oggi

avrebbero voluto aver vissuto, per lo meno in parte, gli anni '90. Oggi il mondo del djing è

cambiato perchè è cambiato il mondo stesso. La figura del dj è una figura che è stata molto

rivalutata nel corso degli anni. Mentre prima era colui che traviava i ragazzi, portandoli verso la

cattiva strada, oggi il dj è un'artista a tutti gli effetti, una figura di una certa importanza che

riceve un certo rispetto, una cosa impensabile prima. Gli stessi musicisti che per un

determinato periodo di tempo hanno avuto la tendenza a screditare il dj, facendolo sentire un

musicista di seconda categoria, dopo l'avvento della Dance, si sono avvalsi di lui per re-mixare

le loro produzioni. Nei '90 infatti, la grossa crisi di certi artisti era che non potevano essere

ballati perchè la loro musica non era più traducibile e idonea alla piattaforma dancefloor che in

quegli anni stava spopolando e che cambiava la visione.

In generale posso affermare che oggi come oggi, è molto più facile ammaliare il pubblico

rispetto a prima poiché l'automazione delle macchine facilita il processo di mixaggio. Anche se

sei un principiante riesci a cavartela bene. Proprio per questo, a mio avviso, siamo sommersi

dalla mediocrità. Anche i social hanno confuso molto quello che è il libero arbitrio, non c'è una

differenza, non c'è un'unicità e l'essenza di quello che poi gli artisti trasmettono al pubblico.

Oggi quasi non conta più se sei un bravo dj o no, mentre prima la partita te la giocavi in

campo, dove non eri nessuno per il pubblico che ti ascoltava. Se li facevi ballare, valevi,

altrimenti no.

E' doveroso invece spezzare una lancia nei confronti di quei giovani che oggi stanno riportando

alla luce il discorso del vinile, la vera arte del djing, che ci ha accompagnato fini ai primi anni

2000, cioè prima dell'inizio della fine di un certo tipo di filosofia.

Il vinile è la macchina d'epoca che tieni nel garage e che lustri bene bene. La porti a fare un

giro e si girano tutti a guardartela. Prendi una Ferrari e si, si girano a guardare la Ferrari, è

bella, nuova, potente, ma è uno stereotipo già più comune di per se. Insomma, non è la stessa

cosa. Il vinile è l'arte del djing dura e pura. E' il mondo che si sta riversando su altri parametri.

Il mercato si muove in questa maniera.


#6 Arrivando al presente. Come è avvenuto il tuo ritorno sulla scena, cosa è successo

in questi anni di silenzio e come nasce la connessione con la BArtist Agency?


Dalla seconda metà degli anni '90, nel frequentare molto la Spagna, diventai una figura

abbastanza rilevante in quel paese, che divenne un po' la mia seconda casa, e da li cominciai

una collaborazione con la Serial Killer Vinyl, sia come etichetta che come agenzia. Era il

periodo in cui si stava muovendo fortemente il mercato internazionale a livello di

globalizzazione e io iniziavo ad andare a lavorare in locali dove a volte ti chiamavano, non

tanto per un discorso di essenza, ma perchè il nome girava. Mi sono ritrovato spesso a

lavorare in posti e situazioni che non sentivo mie. Questo tipo di scelta mi ha portato negli

anni, dopo aver goduto di una certa fama e di una certa attenzione, a chiudermi sempre di più

in me stesso. Oltre a questa crisi esistenziale, diverse situazioni e l'avvento del digitale che

avevo sposato, ma che alla fine non mi piaceva, mi hanno portato a una scelta molto

spontanea di allontanarmi e staccare quasi completamente la spina. Così sono stato circa 12

anni senza nessuna agenzia. Ero arrivato anche a pensare di non essere più adatto a questo

tipo di collaborazione e addirittura di non essere più credibile a seguito dei troppi cambiamenti

avvenuti a livello globale. Portando comunque sempre avanti, con i miei contatti, la mia

passione. Nel 2019 c'è stata la vera e propria sorpresa, quando sono stato contattato da alcuni

ragazzi per partecipare ad un party a Berlino. Lì mi sono reso conto, sentendo suonare gli altri

dj e parlando con le persone presenti, che la Progressive stava tornando moltissimo, assieme

ad un riscoperto interesse per gli artisti del passato. Ho avvertito un approccio molto positivo e

da lì mi sono ricreduto e ho deciso di riprendere in mano il lavoro originario con il vinile.

Con BArtist invece la connessione è nata grazie a Francesco Del Garda, che conosco da diversi

anni e che ha sempre avuto una grande stima nei miei confronti. Negli ultimi anni è diventato

un personaggio di rilievo importante a livello mondiale nel circuito dell'arte del djing e di lui ho

una grande considerazione. Questa nuova collaborazione in realtà non è ancora iniziata, per il

discorso Covid, ma è in stand-by. C'è una grande stima sia nei confronti della filosofia

dell'agenzia che con Francesco. Dopo molto tempo voglio farmi guidare e affidarmi nelle mani

di persone che in questo momento, in un certo ambito, sono più esperte di me ed hanno un

occhio più ferrato. Mi piacerebbe anche riuscire a creare delle cose insieme, per poter vivere

nuovamente, in nuove forme, quelle sinergie che si sono vissute negli anni addietro come è

successo con Roby J e Miki. Potrebbero nascere delle cose interessanti, facendo interagire bene

i gusti e le influenze. Chiaramente quando si uscirà da questa cosa bisognerà anche vedere

come e che possibilità ci saranno di ripartire.


#7 Parlando di prospettive. In un momento come questo, in cui non vediamo la luce

infondo al tunnel, in cui l'interruttore della musica è stato staccato a tempo

indeterminato, come è per te reinventarti attraverso le moderne piattaforme social?

Come ti rapporti con questo nuovo mondo, tramite il quale inevitabilmente tutto

passa? E il futuro del clubbing in Italia? Ci sarà un ritorno alle origini una volta che

tutto questo sarà finito? La musica verrà rimessa al centro dell'attenzione?


Non posso affermare che i social non siano un veicolo efficiente per la propaganda e la

diffusione di messaggi. Pero posso dire che all'80%, per come vengono usati, non mi piacciono

molto e, a dirti la verità, se non esistessero io ne farei volentieri a meno. Laddove viene fatta

una diffusione di notizie in maniera corretta, allora la cosa mi va bene, ma quando poi si

spettacolarizza troppo un certo tipo di atteggiamento, si evidenziano e vengono fuori delle

personalità spesso negative, in questo caso la cosa mi da abbastanza fastidio. Io faccio un uso

essenziale delle piattaforme, soprattutto per mantenermi vivo, sia per il lavoro che per il

contatto con le persone.

Quello che ho fatto durante il periodo del lockdown è stato utilizzare il discorso delle dirette

streaming, che vedo come una cosa a parte. In quel caso non sei tu che parli ma

semplicemente utilizzi quel veicolo per diffondere un qualcosa, che può essere un messaggio,

soprattutto quando si parla di musica. Le dirette che ho fatto all'inizio della chiusura sono state

una cosa che mi è venuta spontanea. Chiuso in casa l'unica cosa a cui puoi attingere sono i

dischi, dischi che magari non ascolti da anni. Lì mi sono buttato a fare un qualcosa con lo

scopo, magari, di far compagnia a qualcuno, distrarmi e allo stesso tempo allietare le ore delle

persone. L'ho fatto veramente con un atteggiamento di naturalezza e con fare ludico, ma non

avevo nessun obiettivo e nessuno scopo.

In realtà quello delle dirette era un discorso che avevo provato a fare già anni fa, avendo visto

che comunque era un mezzo interessante per stare a contatto con le persone e dare loro modo

di ascoltare qualcosa. Internet da questo punto di vista ci concede un gran vantaggio. L'unico

limite poi alla fine, sai qual'è? Ti manca il pubblico vero! Quindi poi fondamentalmente, per

quanto possa essere carino passare delle ore in musica insieme, è tutto un po' fine a se stesso,

soprattutto quando lo si fa da casa. Ecco perchè quando ho avuto l'occasione, sono uscito con

la mia mobile consolle e ho trovato delle location, in mezzo alla natura, dove poter fare delle

piccole session. Una cosa simpatica che fa stare bene sia chi suona che chi ascolta. Sono cose

che mi piacerebbe sviluppare anche in futuro, in maniera amatoriale, per creare uno spazio

virtuale a numero chiuso, facendo partecipare le persone e facendole confrontare sulla musica

a livello sensazionale e di energia. Creando così delle connessioni.

Per il futuro del clubbing dopo il Covid, a mio avviso, quando si ricomincerà ci sarà un ritorno

alle origini. Ci sono pochi soldi, bisognerà ripartire dal basico e tutto si starà a vedere anche

per quanto riguarda l'atteggiamento che avranno le istituzioni e l'opinione pubblica. Bisogna

che ci lascino lavorare nella nostra semplicità. In primis perchè la nostra categoria è stata

lasciata indietro dal paese, a livello economico. Mettendo in atto la politica del “occhio non

vede, cuore non duole”, hanno reso il mondo dello spettacolo non necessario, come se ne

potesse fare a meno, e questa è un'attitudine davvero molto triste da parte dei media e

dell'informazione e ovviamente di tutta la classe dirigente.

In secondo luogo perchè il Covid, purtroppo, è stato tiranno non tanto per la scena in generale,

quanto per questa nuova linfa che si stava ricreando. Il movimento di nicchia che stava

nascendo e si stava propagando lo vedevo come un movimento molto genuino, fatto di

persone perbene. I ragazzi giovani di quest'epoca sono senza ombra di dubbio ragazzi molto

preparati e propensi a fare le cose in maniera corretta. Spero che ci lascino fare, permettendo

anche a noi della vecchia scuola di rientrare con più serenità e trasmettendo la nostra

esperienza in maniera più naturale possibile, un aspetto sicuramente molto importante per la

scena underground.


#8 Un' ultima domanda! Ho letto che lo pseudonimo “Farfa” deriva da farfalla.

Perché?


In realtà lo pseudonimo Farfa nacque in maniera molto spontanea, casuale, in una delle tante

notti nella casa dove ho abitato in collettività, dove c'era sempre gente e c'era musica 24h su

24h. Tra i vari amici che andavano e venivano ce n'era uno che era diventato in quel periodo

un po' il personaggio della casa e che mi sfotteva spesso, essendo io fiorentino e lui livornese.

Una notte, svegliato da un colpo di fame, mi recai in cucina, con i capelli spettinati di uno che

era appena sceso giù dal letto, ed addosso una coperta come fosse un mantello. Lui era seduto

lì in compagnia di altri amici. Tra una chiacchiera e una risata, pronto a cucinare qualcosa,

presi nella dispensa un pacco di farfalle. Un po' per la scelta della pasta, un po' perchè ero

casualmente abbigliato con quelle vesti, quando mi misi ai fornelli questo amico cominciò a

fare delle analogie alla farfalla, anche a causa dei miei movimenti, secondo lui “aggraziati”. Da

lì nacque il nome. Io, la mattina dopo, mi ero già dimenticato della cosa, ma in realtà da quel

giorno nessuno mi chiamò più Francesco.