WOMENS WORK: il manifesto eterno

Intervista a Annea Lockwood e Irene Revell


“We wanted to publish work which other people could pick up and do: that aspect of it was really important…this was not anecdotal, this was not archival material, it was live material. You look at a score, you do it.” (Annea Lockwood)




Questo è Womens Work. Una pubblicazione indipendente curata da Alison Knowles, artista visiva, performativa nonché fondatrice del movimento Fluxus, ed Annea Lockwood, musicista e compositrice elettronica e figura rappresentativa della Fluxus Music, alla quale ho posto qualche domanda.

Con musica di flusso intendiamo una forma creativa aperta a chiunque e a qualsiasi disciplina - e il tema dell’inclusività è già evidente nelle sue fondamenta - all’interno della quale si colloca anche Womens Work, pubblicato in due edizioni: una come libro nel 1975 e la a seconda come poster pieghevole nel 1978, che in totale raccolgono il lavoro di 26 artiste che operano nel mondo del suono, delle performance, dei media visivi e dell'arte intermedia e concettuale. Le opere contenute nella rivista spaziano e assumono una moltitudine di forme, affiancando testi dattiloscritti o scritti ad elementi visivi come diagrammi, disegni e immagini fotografiche.


Come è stato scritto dalle due curatrici in un’istanza al National Endowment for the Arts il 30 aprile del 1974: così come è la situazione oggi, non esistono grandi quantità di opere di artiste alle quali le donne contemporanee possono fare riferimento. Womens Work può sicuramente essere di esempio.


Ho parlato anche con Irene Revell, curatrice e scrittrice, i cui lavori presentano una ricerca continua sui nuovi contesti artistici che emergono dalla tensione con le implicazioni politiche e sociali, e che anche nel corso dei suoi suoi studi - ha un master in Women’s Studies - si è spesso concentrata sulle pratiche femministe, non solo in ambito artistico. Irene ha editato l’edizione del 2019 di Womens Work ripubblicata da Primary Information.

Con la fortuna di poter accedere a risorse e opportunità, ma anche grazie al finanziamento del dottorato di ricerca, ha dato un contributo notevole alla pubblicazione originale, fornendo strumenti di analisi validi alla sua comprensione, ma allo stesso tempo, utilizzando lo stesso Womens Work come mezzo per indagare alcune pratiche sociali decisamente attuali ma in costante relazione col passato.


Womens Work esprime il bisogno di autonomia da parte di singole voci e il desiderio di collettività nel suo inevitabile disordine. Per questo motivo ho chiesto ad Irene se potesse essere definito come una sorta di ‘manifesto femminista eterno’, che possa progressivamente aggiornarsi ed evolversi con il passare del tempo. Se molti di voi si aspettano di trovare messaggi attivisti che incitano alla lotta di genere si sbagliano. La forza di Womens Work sta nell’essere uno spazio nel quale figure fino ad allora nascoste, possano coesistere ed esprimersi liberamente.

A detta di Irene, l’opera offre un'estetica dell'arte che viaggia tra autonomia e collaborazione allo stesso tempo; unisce queste due esigenze: la singolarità dell’autore e l'infinita possibilità delle molteplici collaborazioni che potrebbero verificarsi nelle future esecuzioni. “Se è un manifesto allora è sicuramente un ‘manifesto senza fine’. Vale a dire che la sua natura tende al futuro, alla speculazione, a ciò che potrebbe accadere, più che concentrarsi sull’ora o il passato”.



Il suo interesse per Womens Work nasce parallelamente alla curiosità per il lavoro di Pauline Oliveros nei primi anni '70, in particolare per la colonna sonora To Valerie Solanas e Marilyn Monroe, In Recognition of their Desperation, che possiamo individuare come una sorta di precursore di tutto questo lavoro femminista. La composizione è l’esempio di una “feminist performance score”, un termine ad allora inesplorato, ma che attraverso numerose ricerche l’ha condotta ad una pagina sul blog del MoMA su Experimental Women in Flux, mostra archivistica che includeva questa interessante raccolta di annotazioni testuali di performance multidisciplinari. “Beh, non l'avevo mai visto prima e mi è sembrato un po' come aver finalmente afferrato l'ago nel pagliaio dei miei precedenti 15 anni di interesse per il femminismo e le storie del suono d'avanguardia e sperimentale. Mi è sembrato straordinario che questa pubblicazione esistesse,che queste donne avessero formato una sorta di comunità solidale all’apice della prima ondata dei movimenti attivisti negli Stati Uniti” ma ancora più sconvolgente era il fatto che non fosse adeguatamente conosciuto nel presente.

Annea Lockwood non lo identifica come un manifesto femminista, ma pensa che possa essere sicuramente fonte di ispirazione: Womens Work rappresenta un sistema eccellente di rafforzare la fiducia, le capacità creative e la solidarietà delle musiciste donne in un periodo storico in cui c’era bisogno di creare dei modelli femminili forti”.


Quanto la raccolta è stata rilevante per la cultura dei tempi e di ispirazione per le generazioni di oggi? Irene mi ha condotto ad una riflessione portata alla luce dalla stessa Lockwood, la quale, all’epoca, parlava di una sorta di "messaggio in bottiglia" o di una pubblicazione "samizdat", metafore che implicano un contenuto con un'intenzione definita, ma non necessariamente un pubblico o risultati specifici; il gesto sta nella sua generosità e apertura.

Interessante anche come il termine "donne" sia cambiato considerevolmente dagli anni '70. Nei decenni che seguirono, la consapevolezza e comprensione del genere è ‘sbocciata’ e il soggetto del femminismo è diventato sempre più complesso, ad esempio includendo nuovi gruppi come queer e trans e altre lotte alleate. “La mia sensazione è che l'uso originale del termine ‘donne’ in questo contesto non sia mai stato inteso come una categoria esclusiva o essenzialista. Il femminismo di P. Oliveros mi sembra abbia sempre avuto spazio e porosità per solidarietà multiple, mai ‘partigiane’”. Questo si riflette anche nella volontà di Womens Work di enfatizzare e catturare l’attenzione”. E’ così che il suo femminismo sta nella generosità del gesto di raccogliere e condividere, e di offrirsi agli altri, non necessariamente nel contenuto delle opere.


Riflettendo su come la seconda guerra mondiale abbia contribuito a mettere in mostra le principali differenze tra uomini e donne nella società, in quanto forse per la prima volta nella storia moderna le donne avevano assunto i ruoli degli uomini mentre erano arruolati e una volta che la guerra era finita questo divario sociale è apparso più chiaro e le donne hanno aumentato la consapevolezza di sé e dei loro diritti, quali potrebbero essere al giorno di oggi degli eventi sociali capaci di muovere una riflessione simile?

Le prove di patriarcato, che è sempre inevitabilmente legato al capitalismo, al colonialismo e all'abilità, sono ovunque intorno a noi: dall’incapacità di gestire la pandemia a quella di fermare il disastro del cambiamento climatico, all’esaurimento e all’alienazione che i nostri corpi sperimentano ogni giorno, così come il fatto che le nostre vite diventano sempre più legate alla pressione per raggiungere, professionalizzare, andare avanti, consumare… In questo senso Irene si dimostra interessata all’arte che crea delle possibilità. “Essere ‘socialmente coinvolti ha un valore viscerale ed è in tutto. Alla fine, tutto ciò che abbiamo è l'un l'altro, ogni cosa è materia sociale”

Anche secondo Annea, bisogna porre attenzione sul tema del Covid-19: i suoi effetti sono stati evidenti sulla comunità di artisti performativi, non più in grado di esibirsi dal vivo, di viaggiare, di incontrare il pubblico, ed essenzialmente, di guadagnarsi da vivere. “I network stanno crollando e per alcuni di noi i canali online possono comunicare solo la parte più astratta di un'opera. Manca in modo cruciale la comunicazione diretta, pienamente percepita e incarnata tra artista e spettatore/ascoltatore, e tra i membri del pubblico stessi. Per la mia percezione il lavoro online si muove solo in una direzione, non è più bidirezionale”.


Un’altra questione fondamentale in Womens Work, così come in molti movimenti sociali, non solo femministi - un esempio estremamente recente è quello delle donne afghane con la presa di Kabul - è il silenzio. Sono partita da una definizione prettamente musicale: Cage sosteneva che "Non esiste uno spazio vuoto o un tempo vuoto. C'è sempre qualcosa da vedere, qualcosa da sentire". Anche la storia e le storie delle donne sono fatte di silenzio.

Piano Burning della Lockwood sembra porre l'attenzione sullo scorrere del tempo e sul silenzio in quanto apparente e così mi sono confrontata con lei sull’argomento.

Nell'ambiente acustico, al contrario degli ambienti registrati elettronicamente in cui il suono può essere cancellato, il silenzio è altamente relativo. “Come ha sottolineato Cage, c'è sempre qualcosa da sentire. Per me, il silenzio è qualcosa di vibrante, vivo di energia”. In Piano Burning non c'è mai assenza di suono. La sua apparente illusorietà e il tempo, assumono un valore importante. “Essere messe a tacere, come le donne afghane ora temono di nuovo dai talebani, è una potente forma di controllo. Con Womens Work ci siamo tutti attivati per contrastare l'esclusione di questo lavoro da pubblicazioni, mostre, spettacoli, eventi, e quindi dai driver della cultura in generale. Presentando questi lavori come partiture da eseguire da chiunque fosse interessato, fornivamo alla gente strumenti pratici per sovvertire l'esclusione”.



Le donne sono state le prime vittime del ritorno dei talebani e coloro che fanno musica sono decisamente a rischio. L’omicidio del cantante folk afghano Fawas Andarabi, il divieto alla musica in tutto il paese, l’esclusione delle donne dalle radio e dalla televisione, sono esempi della regressione della società. Per fortuna “Possiamo e dobbiamo creare opportunità media per musicisti e artisti afghani in che vivono nella diaspora di essere ascoltati, visti e ascoltati, in modo che non siano effettivamente messi a tacere dall'abbandono. E questo è essenziale per tutte le giovani donne nelle arti, in ogni società.”


Oggi più che mai molte sono le opportunità per contrastare questo silenzio e reclamare i propri diritti. Grazie ad Annea ho scoperto il lavoro di Suzanne Thorpe e Bonnie Jones, le quali hanno fondato un'organizzazione no-profit dedicata all'eliminazione delle barriere di genere nel campo della tecnologia creativa e gestiscono workshop immersivi di un giorno per le ragazze. Un altro esempio è Zeynep Özcan, che ha progettato e insegnato Girls in Music and Technology, un campo estivo online supportato dall'Università del Michigan. Nel campo della sound art e della composizione, altre figure che vale la pena investigare sono Cathy Lane, Liz Phillips, Jana Winderen, Pamela Z, Hildegard Westerkamp, Ruth Anderson, Christina Kubisch, Leah Barclay, Ikue Mori, Ashley Fure, Miya Masaoka, Maryanne Amacher, e molte altre… Ma come non spendere qualche parola su Pauline Oliveros.


Annea Lockwood mi ha raccontato di Pauline come una formidabile comunicatrice e una potente insegnante, nei suoi scritti, nella sua pratica del suono e nella sua chiarezza sulla natura dell'ascolto e sul suo ruolo cruciale non solo nella musica ma anche nella società. Reti di donne sono cresciute intorno a lei, attivate e nutrite dalle connessioni che ha costantemente creato tra noi. Non da ultimo, ha dimostrato che la tecnologia del suono è un mezzo naturale e accessibile per le donne come per gli uomini. E cosí, i suoi corsi di Deep Listening sono stati una trasmissione continua e concreta di ciò che lei e le donne che la circondavano, come Hermione Gold, hanno imparato e praticato. Una tradizione che va avanti grazie a chi l’ha vissuta con lei, come la cantante Kristine Norderval.


Più recentemente, in risposta al periodo di lockdown, per supportare gli artisti che non avevano la possibilità di esibirsi, è nato With Womens Work del ISSUE Project Room. Zev Greenfield (Excecutive Director) e i suoi colleghi hanno consultato Annea Lockwood e Irene Revell durante la fase di progettazione “Abbiamo a che fare con una brillante espansione della visione mia e di Alison Knowles e le opere che sono state pubblicate - come Ruzunguzungu di Tanya Auclair, e Valid Foreverrrrrrrrrr... (parte 1) di Crys Cole - sono estremamente potenti e riflessive. È emozionante avere la conferma che l'arte, nelle sue forme immensamente varie, è davvero una forma di conversazione”.





Sicuramente Womens Work è un elemento di riflessione importante sulla condizione femminile ancora, purtroppo, sottostimata. Oggi c’è, senza dubbio, più sensibilità rispetto al tema e le donne trovano comunque la loro strada nell’elettronica, ma basta osservare i programmi dei concerti o il numero delle donne che lavorano nell’industria musicale per rendersi che ci sono ancora delle forti disomogeneità.

Il lavoro di Annea Lockwood e Alison Knowles può quindi rappresentare un progresso, ma è solo il punto di partenza verso una maggiore inclusività nel mondo dell’arte, e ritornando così all’idea di ‘manifesto eterno’, Womens Work si evolve, cresce, dando vita a germogli come un Albero Madre.



ENGLISH VERSION


WOMENS WORK:

the eternal manifesto

Interview to Annea Lockwood and Irene Revell


“We wanted to publish work which other people could pick up and do: that aspect of it was really important…this was not anecdotal, this was not archival material, it was live material. You look at a score, you do it.” (Annea Lockwood)


This is Womens Work. An independent publication edited by Alison Knowles, visual artist, performative, and founder of the Fluxus movement, and Annea Lockwood, musician and electronic composer and representative figure of Fluxus Music, to which I asked a few questions.. By music flow we mean a creative form open to anyone and any discipline - and the theme of inclusiveness is already evident in its foundations - within which is also Womens Work, published in two editions: one as a book in 1975 and the second as a folding poster in 1978, which in total collect the work of 26 artists working in the world of sound, performance, visual media and intermediate and conceptual art. The works contained in the magazine range and assume a multitude of forms, alongside typewritten or written texts to visual elements such as diagrams, drawings, and photographic images.


As was written by the two curators in an instance at the National Endowment for the Arts on 30 April 1974: As the situation exists now, no large body of published work by women artists exists to which contemporary women can compare themselves or relate in any way…” so Women Work could be an example


I also spoke with Irene Revell, curator and writer, whose works present continuous research on the new artistic contexts that emerge from the tension with the political and social implications, and that also during her studies - she has a master in Women’s Studies - She has often focused on feminist practices, not just in the arts. Irene edited the 2019 edition of Womens Work, republished by Primary Information. With the good fortune of being able to access resources and opportunities, but also thanks to the funding of the PhD, has made a significant contribution to the original publication, providing analytical tools valid for its understanding, but at the same time, using the same Womens Work as a means to investigate some social practices decidedly current but in constant relationship with the past.


Womens Work expresses the need for autonomy from individual voices and the desire for collectivity in its inevitable disorder. For this reason, I asked Irene if it could be defined as a sort of 'eternal feminist manifesto', that could progressively be updated and evolve with time. If any of you expect to find activists' messages which incite to fight gender discrimination, then you are wrong. The strength of Womens Work lies in being a space in which even the most hidden figures can coexist and express themselves freely.


According to Irene, the work offers an aesthetic of art that goes between autonomy and collaboration at the same time; it combines these two requirements: the singularity of the author and the infinite possibility of the multiple collaborations that could occur in future performances. " If it is a manifesto then it is certainly a “never-ending manifesto”. That is to say, the nature of performance scores, tend to skew towards the future, to speculation, to what might happen as much or more as recording the ‘now’ or the past”


Her interest in Womens Work is parallel to her curiosity about the work of Pauline Oliveros in the early ’70s, especially the soundtrack To Valerie Solanas and Marilyn Monroe, In Recognition of their Desperation, that we can identify as a sort of precursor for all this feminist work. The composition is the example of a "feminist performance score", a term unexplored at the time, but that through numerous researches led her to a page on the blog of Moma on Experimental Women in Flux, an archival exhibition that included this interesting collection of textual annotations of multidisciplinary performance. “ I’d never come across it before and it felt a little bit like finally getting hold of ‘the needle in the haystack’ of my prior 15 or so years of interest in feminism and histories of avant-garde / experimental sound. I don’t just mean in terms of women working in these fields historically which is a lot more evident, I mean specifically in terms of feminist practices or feminist projects within that. It seemed extraordinary to me that this publication existed: that these women had formed some kind of community, solidarity, at this point during the height of the first wave of the US women’s movement”. Even more shocking than it wasn’t better known now in the present.


Annea Lockwood doesn’t see it as a feminist manifesto, but she thinks he can be a source of inspiration: “Both these structures seem to be an excellent way of empowering confidence, creative skills, and solidarity in female musicians at an age when such skills can take root and when female role models are much needed.”


How relevant was the collection for the culture of the times and inspiring for today’s generations? Irene led me to a reflection brought to light by Lockwood herself, who spoke of a sort of "message in a bottle" or a publication "samizdat", metaphors that imply a content with a definite intention, but not necessarily an audience or specific results; the gesture lies in its generosity and openness.


It is also interesting how the term "women" has changed considerably since the 1970s. In the decades that followed, gender awareness and understanding flourished, and the subject of feminism became increasingly complex, for example by including new groups such as queer and trans and other allied struggles. “ My feeling is that the original use of the term women in this context was never meant as an exclusive or essentialist category. Oliveros’ feminism seems to me to always have held space and porosity for multiple solidarities, never ‘partisan’. In that sense, feminism is in the generosity of the gesture of the gathering and sharing, and offering up to others, not necessarily in the works themselves”.


Reflecting on how World War II has helped to expose the main differences between men and women in society because perhaps for the first time in modern history women had taken on the roles of men while they were enlisted and once the war was over this social gap appeared clearer and women have increased awareness of themselves and their rights, What could be today’s social events capable of such a reflection?

The evidence of patriarchy, which is always inevitably linked to capitalism, colonialism, and ability, is everywhere around us: from the inability to manage the pandemic to that of stopping the disaster of climate change, the exhaustion and alienation that our bodies experience every day, as well as the fact that our lives become increasingly linked to the pressure to reach, professionalize, move forward, consume... In this sense, Irene is interested in art that creates possibilities. “Being socially involved is something profound and in everything. At the end of it all, all we have is each other so that social materiality is everything”.


Also according to Annea, attention must be paid to the theme of Covid-19: its effects were evident on the community of performative artists, no longer able to perform live, to travel, to meet the public, and essentially, to make a living. “Networks are falling apart, and for some of us, online channels can carry only the most abstract part of a work. Crucially missing is direct, fully sensed, and embodied communication between artist and viewer/listener, and between audience members themselves. To my perception online work moves only in one direction, is no longer bi-directional.”


Another key issue in Womens Work, as well as in many social movements, not only feminists - an extremely recent example is that of Afghan women with the Kabul hold - is silence. I started from a purely musical definition: J. Cage argued that "there is no space or an empty time. There is always something to see, something to feel". Also, the history and stories of women are made of silence.

Lockwood’s Piano Burning seems to draw attention to the passing of time and silence as apparent and so I confronted her on it.

In the acoustic environment, as opposed to electronically recorded environments in which sound can be scrubbed out, silence is highly relative. As Cage pointed out, there is always something to be heard. For me, silence is something vibrant, alive with energy”.

In Piano Burning there is never an absence of sound. Its apparent illusory nature and time, have an important value. “Being silenced, as Afghan women now fear from the Taliban again, is a powerful form of control. With Womens Work we were all taking action to counter the exclusion of this work from publications, exhibitions, performances, events, and thus from the drivers of the culture at large. In presenting these works as scores to be performed by anyone interested, we were giving people practical tools to subvert exclusion”.


Women were the first victims of the return of the Taliban and those who make music are definitely at risk. The murder of Afghan folk singer Fawas Andarabi, the ban on music throughout the country, the exclusion of women from radio and television, are examples of the regression of society. Luckily, “ We can create opportunities for Afghan female musicians and artists in all media who are living in the diaspora to be heard, seen and listened to, not just once but frequently, so that they are not effectively silenced by neglect. And this is essential for all young women in the arts, in every society”.


Today, more than ever, there are many opportunities to oppose this silence and to demand their rights. Thanks to Annea I discovered the work of Suzanne Thorpe and Bonnie Jones, who founded a non-profit organization dedicated to the elimination of gender barriers in the field of creative technology and run immersive workshops of one day for girls. Another example is Zeynep Özcan, who designed and taught Girls in Music and Technology, an online summer camp supported by the University of Michigan. In the field of sound art and composition, other figures worth investigating are Cathy Lane, Liz Phillips, Jana Winderen, Pamela Z, Hildegard Westerkamp, Ruth Anderson, Christina Kubisch, Leah Barclay, Ikue Mori, Ashley Fure, Miya Masaoka, Maryanne Amacher, and many others... But how not to spend a few words on Pauline Oliveros.


Annea Lockwood told me about Pauline as a formidable communicator and a powerful teacher, in her writings, in her sound practice, and in her clarity about the nature of listening and her crucial role not only in music but also in society. Networks of women have grown around her, activated and nurtured by the connections she has constantly created between us. Last but not least, she has shown that sound technology is a natural and accessible medium for women as well as for men. And so, her Deep Listening courses were a continuous and concrete transmission of what she and the women around her, like Hermione Gold, learned and practiced. A tradition that goes on thanks to those who have lived with her, like singer Kristine Norderval.


More recently, in response to the lockdown period, to support artists who did not have the opportunity to perform, it was born With Womens Work by ISSUE Project Room. Zev Greenfield (Excecutive Director) and some colleagues consulted Annea Lockwood and Irene Revell during the design phase “The whole project was, to my mind, a brilliant expansion of our vision for Womens Work, and the works which have come out of ‘With Womens Work’, such as Tanya Auclair’s Ruzunguzungu, and Crys Cole’s Valid ForeverrRrrRRrrr… (part 1) are powerful and thoughtful. That is exciting to see and hear and confirms that art, in its immensely varied forms, is indeed conversation.”


Surely Womens Work is an important element of reflection on the female condition still, unfortunately, underestimated. Today there is, no doubt, more sensitivity to the subject and women still find their way in electronics, but just look at the concert programs or the number of women who work in the music industry to make it clear that there are still strong inequalities. The work of Annea Lockwood and Alison Knowles may thus represent progress, but it is only the starting point towards greater inclusiveness in the art world, and thus returning to the idea of 'eternal manifest', “Womens Work is evolving, alive, putting out shoots like a Mother Tree”.