Un_i[n]verso : la prima mostra personale di Gianluca Iadema@Recontemporary Torino

Per primi arrivano i suoni: ticchettii, glitch, distorsioni e allarmi che graffiano le orecchie. È una musica assidua, martellante, ti fa venir voglia di muovere i piedi. C’è una rete di scheletri in rame grezzo sparsi sul pavimento della stanza, le loro ombre si amalgamano con il paesaggio virtuale proiettato sui pannelli; colline scure, nebulose e gorghi e tuoni, texture su cui i pixel si muovono come onde. E una montagna di linee o di fumo, un’altra che sembra fatta delle luci delle metropoli viste dall’aereo, lontane, la notte. Un movimento ancora di mare o di grano nel vento, poi buio. Drop. La musica si inceppa, inciampa. Si ferma. Tutto diventa bianco.





Siamo da Recontemporary, a Torino, alla prima mostra personale di Gianluca Iadema; Un_i[n]verso è una scultura audiovisiva, un’opera che respira in una stanza e dà accesso a un piccolo universo psichedelico e sensoriale. È l’esplorazione della materia ad aver ispirato l’opera, che è soggetto primo e irrinunciabile dell’allestimento: i pannelli con i video, le strutture in metallo, luci e ombre e infine il suono hanno, nella loro singolarità, contorni sfumati: a essere davvero affascinante è il modo in cui dialogano e si contengono a vicenda, si appoggiano l’uno sull’altro. Un_i[n]verso è sostanzialmente un gioco di scatole, e sembra spesso puntare a estraniare e a fare lo sgambetto allo spettatore.


Quando pensi di aver capito l’armonia dell’audio, inaspettatamente quello si impenna, stride, tace. Dopo le colline plumbee, dopo le montagne, credi arriveranno oceani o laghi neri: invece lo schermo diventa bianco.

Quando il visual rivive, nella seconda parte del video, i paesaggi onirici e virtuali vengono abbandonati per lasciare spazio a render e architetture digitali, che si vanno spacchettando; sezionate, dilaniate, sviscerate come corpi.





È interessante il diverso movimento che compiono le due parti del video. I paesaggi immaginari lasciano intuire un certo grado di realtà, nonostante siano totalmente digitalizzati, basati su linee e punti immateriali. Sono macro-ambienti onirici, gigantografie suggestive giocate sulle trasparenze, che lasciano alienati e con la sensazione di una potenziale infinità: pare che ci sia una cornice più ampia intorno a ogni paesaggio, e che non venga mai esposta del tutto.


Le architetture di Iadema invece, seppur ugualmente digitali, si muovono dal macro al micro (e viceversa): palazzi visti come da lontano, da un sogno, con contorni indefiniti, e poi interi quartieri renderizzati, fotogrammetrie imponenti e precisissime. Qui gli ambienti sono fortemente dipendenti l’uno dall’altro, ma c’è un tale affollamento di dettagli che ti accorgi del passaggio da un edificio a un quartiere e viceversa solo nel momento in cui il soggetto è già stato fatto a pezzi. Meglio: vedi chiaramente impalcature, angoli, strutture architettoniche, persino qualche insegna, ma sei talmente concentrato sulle piccole cose che non ti rendi conto del quadro più ampio finché non ci caschi dentro.





Questo gioco con il visitatore non esiste soltanto grazie ai video, ma a causa dell’interdipendenza fra tutti gli elementi: le strutture, scheletri di palazzi in miniatura che danno concretezza alle architetture digitali, le luci strategiche e intermittenti e le lunghe ombre sulle pareti. E poi: i suoni. La musica che permea l’ambiente non è ornamentale, ma intimamente legata alla matericità di Un_i[n]verso: i suoni sono oggetto fisico al pari delle sculture, generati direttamente dai video tramite scanline synthesis o chaotic generators. Ogni immagine digitale, ogni pixel, viene copiata su un buffer e poi rielaborata per creare delle forme d’onda, e da qui la produzione del suono. Cosa significa? Che mentre guardi un palazzo smantellarsi, senti il palazzo smantellarsi.

È un suono reale, intrinsecamente legato all’opera: anche questo contribuisce a disturbare e destabilizzare il visitatore, che da una parte si sente immerso nel caos, dall’altra ha la sensazione che esistano delle leggi interne precise a governarlo, seppure non facilmente rintracciabili.




Per capire, o meglio per sentire Un_i[n]verso è necessario, ancora una volta, pensarlo nella sua totalità: concretezze e trasparenze, visual e sculture fisiche, silenzi e suoni. Tutto fa parte di tutto, è insieme contenitore e contenuto, si trasforma e si plasma in base a come le altre cose intorno si muovono.

Non è possibile, né credo sia giusto, tentare di rintracciare la miccia che origina l’incendio, proprio perché non esiste una gerarchia tra gli elementi o un’angolazione da cui guardare Un_i[n]verso. Bisogna percorrere una stradina in sanpietrini proprio sotto la Mole, varcare la soglia della galleria, e lasciare che le sensazioni abbiano il sopravvento.



ENG VERSION


Un_i[n]verso, the first solo exhibition by Gianluca Iadema at Recontemporary, Turin


First comes the sounds: ticking, glitches, distortions, and alarms that scratch your ears. It’s an assiduous, pounding music that makes you want to move your feet. There is a network of rough copper skeletons scattered on the floor of the room, their shadows amalgamate with the virtual landscape projected on the panels; dark hills, nebulae and eddies, and thunders, textures on which the pixels move like waves. And a mountain of lines or smoke, another that seems made of the lights of the metropolis seen from the plane, far away, at night. A movement still of sea or wheat in the wind, then dark. Drop. Music jams stumble. It stops. Everything turns white.


We are at Recontemporary, in Turin, at the first solo exhibition of Gianluca Iadema; Un_i[n]verso is an audiovisual sculpture, a work that breathes in a room and gives access to a small psychedelic and sensory universe. It is the exploration of matter that has inspired the work, which is the first and indispensable subject of the exhibition: the panels with videos, the metal structures, lights and shadows, and finally the sound have, in their singularity, Nuanced contours: to be really fascinating is the way in which they dialogue and contain each other, they rest on each other. Un_i[n]verso is basically a game of boxes and often seems to aim to estrange and make the trip to the viewer.


When you think you have understood the harmony of the audio, unexpectedly that rears, strides, and silences. After the leaden hills, after the mountains, you think there will come oceans or black lakes: instead, the screen turns white.

When the visual is revived, in the second part of the video, the dreamlike and virtual landscapes are abandoned to leave space to render and digital architectures, which are unpacking; sectioned, torn, gutted like bodies.


It is interesting the different movements that the two parts of the video perform. Imaginary landscapes suggest a certain degree of reality, despite being totally digitalized, based on intangible lines and points. They are dreamlike macro-environments, suggestive blow-ups played on transparencies, that leave alienated and with the feeling of a potential infinity: it seems that there is a wider frame around each landscape and that it is never completely exposed.

The architectures of Iadema instead, albeit equally digital, move from macro to micro (and vice versa): buildings seen from afar, from a dream, with undefined contours, and then entire neighborhoods rendered, impressive and precise photogrammetry. Here the environments are strongly dependent on each other, but there is such a crowd of details that you notice the transition from a building to a neighborhood and vice versa only when the subject has already been torn to pieces. Better: you see clearly scaffolding, corners, architectural structures, even some signs, but you’re so focused on the little things that you don’t realize the bigger picture until you fall into it.


This game with the visitor does not exist only thanks to the videos, but because of the interdependence between all the elements: the structures, skeletons of buildings in miniature that give concreteness to digital architectures, strategic and intermittent lights, and long shadows on the walls. And then: the sounds. The music that permeates the environment is not ornamental but intimately linked to the materiality of Un_i[n]verso: the sounds are physical objects like the sculptures, generated directly by the video through scanline synthesis or Chaotic generators. Every digital image, every pixel, is copied onto a buffer and then reworked to create waveforms, and from there the sound production. What does that mean? As you watch a building dismantle, you feel the building dismantle.

It is a real sound, intrinsically linked to the work: this also contributes to disturbing and destabilizing the visitor, who on the one hand feels immersed in chaos, on the other has the feeling that there are precise internal laws governing it, although not easily traceable.


To understand, or rather to hear Un_i[n]verso it is necessary, once again, to think of it in its totality: concretes and transparencies, visual and physical sculptures, silences, and sounds. Everything is part of everything, it’s container and content together, it transforms and shapes itself based on how other things move around.

It is not possible, and I do not think it is right, to try to trace the fuse that gives rise to the fire, precisely because there is no hierarchy between the elements or an angle from which to look towards Un_i[n]. You have to walk a small road in Sanpietrini just below the Mole, cross the threshold of the tunnel, and let the sensations have the upper hand.