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Tzusing: Green Hat

Tzusing muove il suo tempo tra Shangai e Tapei: nei giorni pari privilegia la techno industrial, nei giorni dispari gioca ad armonizzare ecletticità sonore inesplorate. Tre album, l’ultimo Green Hat, firmato dalla label Pan, 12 brani e parte il game.


Un triplice salto ultra-relazionale nei suoni più invadenti e incisivi di una techno che non rimane al chiuso ma dà sfogo all’impulsività di chi sembra abbia raggiunto la propria libertà personale. Un processo comunicativo, quello di Tzusing, magnetico che scaglia all’interno di una realtà attraversata ed elaborata strato su strato. Una battaglia che alterna estetiche diverse e nello stesso tempo complementari, come se fossero pronte ad affrontare un nemico, destinatario di un gioco al massacro.



Unica regola, una tecnica che batte perfettamente scandendo il tempo di un processo acustico che si inserisce in dialoghi a volte alterati tra due parti. Un, due e tre e il flusso ritmico continua tra gli appetiti dei vincitori sui corpi dei vinti.


Un album che si identifica in un duello vitale, dove l’artista sembra sdoppiarsi tra oscurità e passionalità, in una convivenza che imbastisce e poi distrugge, che cuce e poi strappa.

La sequenza musicale ferisce e poi eleva, trovando corpo in una danza elettrica che, a luci spente, ondeggia prima e poi schiaccia le linee di ombre fluide.

Green Hat: parte terza di una discografia che crea corpo e materia, in costruzioni ossimoriche fatte di astrazioni e sostanza, tornando ad origini antiche, raccontando e denunciando le costrizioni di un credo culturale imposto e imponente, esprimendo l’artista nella sua unicità!



Un concetto che si rompe nell’ incostanza rumorosa di una personalità artistica acre; un concetto in cui il futuro che avanza si insidia in un passato dissacrato trasformando un conflitto in una “questione sonora” dai toni alti.

Quella di Tzusing, è la religione di un esperimento, un singhiozzo di innocenti capovolto e pungente, spietato e freddo, dispensatore di una passionalità cruda.


Green Hat, accoglie e abbandona, nelle fenditure di una scenografia sfumata che scorge, in lontananza, le colonie imperiali di una Cina cinematografica degli anni Ottanta.

Un album che respira fino ad ansimare, tra empatia ed aggressività, tedio e miseria, orgoglio e contegno, affondando nelle mescolanze di una drum and bass, acida e sintetica.



Tzusing un genio caotico che con incoscienza introspettiva si nasconde nell’ incavo di inconsapevoli curiosità spostando Il nucleo orientale del suo estro creativo in una ridefinizione mondiale. Un invito a perder la pazienza liberandosi dai paradossi tutti umani per riconoscersi in un atavico battito animale.





ENGLISH VERSION






Tzusing spends his time between Shanghai and Tapei: the even days he prefers industrial techno, the odd days he plays to harmonize an unexplored eclectic sound. Three albums, the last Green Hat, signed by the Pan label, 12 pieces and the game begins.


An ultra-relational triple jump into the most intrusive and incisive sounds of a techno that does not stay indoors but gives vent to the impulsiveness of those who seem to have achieved their personal freedom.

A communicative process, Tzusing's, magnetic one that hurls within a reality traversed and processed layer upon layer. A battle that alternates different and at the same time complementary aesthetics, as if ready to face an enemy, the recipient of a game of massacre.



The only rule, a technique that beats perfectly beating out the tempo of an acoustic process that fits into sometimes altered dialogues between two parties. One, two and three and the rhythmic flow continues between the appetites of the victors on the bodies of the losers.


An album that identifies in vital duel, where the artist seems to split himself between darkness and passion, in a coexistence that bastes and then destroys, that sews and then tears.

The musical sequence wounds and then elevates, finding body in an electric dance that, with the lights off, first sways and then crushes the lines of fluid shadows.


Green Hat, third part of a discography that creates body and matter, in oxymoronic constructions made of abstractions and substance, returning to ancient origins, telling and denouncing the constraints of a cultural belief imposed and imposing, expressing the artist in its uniqueness!


A concept that breaks into the noisy inconstancy of an acrid artistic personality; a concept in which the future that advances lies in a desecrated past, transforming a conflict into a "sound issue" with high tones.

Tzusing's, is the religion of an experiment, a sob of innocents turned upside down and stinging, ruthless and cold, dispensing raw passionality.


Green Hat: welcomes and abandons, in the crevices of a blurred setting that glimpses, in the distance, the imperial colonies of a 1980s cinematic China.

An album that breathes to gasp, between empathy and aggression, tedium and misery, pride and demeanour, sinking into the mixes of a drum bass, acid and synthetic.


Tzusing is a chaotic genius who, with introspective recklessness, hides himself in the recess of unconscious curiosity, shifting the eastern core of his creative inspiration into a worldwide redefinition.

An invitation to lose patience by getting rid of all human paradoxes to recognize themselves in an ancient animal beat.


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