THE WORLD'S GONE HYBRID: Interview with Soft As Snow & Guynoid

The interview with Soft As Snow and Guynoid from Issue X Vol.II is out online alongside an exclusive Soundcloud mix by Soft As Snow.


Soft As Snow è il duo norvegese con base a Berlino formato da Oda Egjar Starheim e Øystein Monsen. Le loro esibizioni dal vivo sono brutali, sensoriali così come le produzioni che si muovono tra suoni grezzi e una bellezza angosciante. Dopo il loro album di debutto, da subito acclamato, “Deep Wave” tornano quest’anno con “Bit Rot” uscito sulla label Infinite Machine: un lavoro che dipinge realisticamente la nostra esistenza contemporanea generata da continue antonomie, dalla collisione tra fisico e digitale, piacere e disagio, dove la favola si fonde con atmosfere inquietanti.


Ai suoni taglienti e grezzi delle produzioni delle loro produzioni, in un limbo tra una dimensione primordiale ed una aliena, si unisce con morbidezza la voce di Oda che crea dipendenza come il canto di una sirena, stordisce e rassicura allo stesso tempo con la sua dolcezza e il suo calore, ricordandoci quanto la nostra esistenza sia ricca di insidie. Il loro universo è il nostro dei giorni di oggi: fluido, multiforme, dove l’utopico è ormai realtà, un universo libero che non conosce limiti.


E in questo senso non potrebbe esserci migliore collaborazione che quella con Guynoid, artista multidisciplinare e designer specializzata in scultura 3D, animazione e motion graphic che eleva le sperimentazioni del duo ad un livello extra-sensoriale, catapultandoci in dimensioni parallele, ma non poi tanto illusorie.


Il loro punto di incontro sta proprio nel descrivere lo stato di essere in flusso, di mescolare identità opposte e riuscire a creare qualcosa di piacevole e fluido ma dinamico e scioccante allo stesso tempo.

Un’arte, la loro, che è tanto attuale quanto non appartiene a nessuno spazio e nessun tempo e per questo diviene il riflesso della nostra evoluzione.


Questa conversazione è una riflessione sul presente e sul futuro, sul rapporto tra fisico e digitale, su una società che non conosce più schemi ma è condannata a vivere in spazi fisici opprimenti e che in questo caos, in cui ogni relazione sembra perdere solidità, escogita delle soluzioni per combattere l’individualismo e sentirci tutti un po’ più uniti.



Accompagna la lettura con l'ascolto di questo mix esclusivo preparato dai Soft As Snow




Se penso all’associazione tra la vostra musica e la neve, immagino una valanga in lontananza. Il vostro suono approccia in modo lieve e diventa poi tagliente.


Oda: Mi piace la visione della valanga. La neve è in grado di assumere molte caratteristiche, può essere tagliente e minacciosa, ma anche bella e giocosa. Può assumere molte forme e in questo senso, mi sembra sia connessa alla nostra musica.


Quando si sono incrociati i vostri percorsi?

Oda: La prima volta che ho incontrato Øysten ho capito che era diverso da chiunque altro. Quando abbiamo iniziato a lavorare insieme, si trattava di altri progetti artistici: lavoravo su esibizioni e installazioni dal vivo. Le nostre prime collaborazioni coinvolgevano l’improvvisazione sonora.


Øystein: Da lì tutto si è evoluto in maniera molto fluida. Non avevamo aspettative se non quella di crescere insieme e trovare il nostro suono.




I duetti si basano molto sul modo in cui le due parti si incastrano tra di loro; tra di voi c’è molta chimica. Come riuscite a crare questa connessione e cosa cercate l’uno dall’altro?


Oda: Condividiamo un approccio alla musica molto libero, che non si esauriscce in generi definiti. Cerchiamo di non avere preconcetti in quello che andremo a fare, lasciando che sia la musica a decidere. Condividere questo nucleo reciproco è importante per la connessione che si instaura tra di noi. Credo che la fiducia sia essenziale, fidarsi dell'altra persona ma anche fidarsi del processo.


Øystein: Quando si crea qualcosa di nuovo, ci sono sempre momenti in cui tutto sembra travolgerti o essere caotico, e penso che sia importante lasciarlo “cadere a pezzi” confidando che presto troverà una forma. Lavorare insieme a qualcuno può creare attriti, ma anche svilupparsi in modi inaspettati.


Oda: Anche il deep listening ha influenzato il nostro modo di fare musica, specialmente quando improvvisiamo. Essere presenti e dare spazio l'uno all'altro. Lasciando andare l'ego.


Come avete già detto, la vostra musica è un ibrido, qualcosa in cui piacere e disagio si uniscono perfettamente in modo organico, senza mai perdere di vista le forti basi melodiche. A cosa vi fa pensare la parola ibrido?


Oda: Mi fa pensare a qualità camaleontiche - uno spazio che abbraccia il continuo mutare di forma, allontanandosi dall'idea che siamo qualcosa di fisso. Come esseri umani attraversiamo costantemente un cambiamento, continuiamo a svilupparci, anche ad un livello cellulare più profondo stiamo costantemente rinnovando noi stessi. Essere ibridi in uno stato di fluido, prendere i pezzi che si desidera e creare un nuovo linguaggio.


Credo che in questo modo abbiate trovato il compromesso perfetto tra qualcosa di morbido ma dinamico e tagliente allo stesso tempo. Sono curiosa di sapere come ci siete arrivati.


Øystein: Se penso alla nostra musica non è facile definirla come una cosa sola, e può essere conflittuale. Siamo attratti da questa giustapposizione di elementi che non necessariamente si incastrano tra loro. Come una metamorfosi distorta. Ci piace usare questi bellissimi suoni analogici e combinarli con effetti più junkie.


E invece che significato ha per te, Guynoid?


Guynoid: Per me vuol dire essere nati con molteplici, varie, e a volte opposte, parti in un unico corpo. Penso a come gli ibridi siano spesso infertili – quindi, mentre l’ibrido appartiene ad una stirpe che lo connette a più mondi diversi da loro, potrebbe non sperimentare la riproduzione nella sua vita e rimanere in solitudine fino a che non trova qualcuno che ha vissuto un’esperienza parallela alla sua.


La nostra società sta andando proprio verso direzioni molteplici… mondi diversi coesistono sempre di più in un’unica dimensione e viviamo una sorta di disilllusione delle barriere


Guynoid: Sono d'accordo, anche se ci sono ancora alte barriere per entrare o uscire da certi mondi. Ognuno di noi vive all'interno di molteplici contesti di identità nello stesso momento.

È liberatorio trascendere le singole etichette, ma, a volte, non sentirsi completamente integrato in alcun mondo è alientante e ci disorienta.


La vostra arte riflette il mondo in cui viviamo: pieno di imperfezioni, ma incantevole allo stesso tempo. Vi siete mai sentiti diversi?


Oda: Sento che questo rifiuto di scegliere solo una cosa ci rende diversi. È stato difficile, a volte, anche per altre persone categorizzarci. Ma non ci accontentiamo mai di rientrare in un modello in particolare. Ci annoieremmo, se fosse sempre la stessa cosa.


Guynoid: Passo molto tempo a studiare l'esperienza di come diventiamo altri, consapevolmente e inconsapevolmente. Penso che ci sia un ciclo attraverso il quale molti di noi si separano e tornano a casa. Fino ad ora sono sempre tornata a casa. Ma si scoprono cose nuove quando si devia, così che tu possa portarle indietro con te.



In tutto questo conflitto, possiamo dire che la vostra arte sia come un ancora di salvataggio?


Guynoid: Mi sento nuda e vulnerabile nella mia pratica artistica, ma questo è l'effetto naturale di qualcosa di potente. E 'immensamente soddisfacente, ma può anche farti sentire come se scoprissi una verruca sul tuo corpo. È un posto sicuro per me per scoprire ed elaborare cose che altrimenti rimarrebbero sepolte, e a volte quelle cose si rivelano come un tesoro.


Oda: Si e no allo stesso tempo, è il posto in cui sento di poter dare tutta me stessa. E’ lo spazio in cui tutto può essere esplorato. Ma per questo motivo, è anche un luogo vulnerabile in quanto si è profondamente esposti, soprattutto se l’obiettivo è quello di essere onesti. Ci si sente nudi. Quindi, in questo senso, non è sicuro.


Øystein: Sono d'accordo, penso che l'arte sia il posto dove vogliamo essere, ma allo stesso tempo è qualcosa di sconosciuto.


C'è qualcosa di un po' criptico dietro il titolo del vostro ultimo album "Bit Rot". A cosa vi riferite?


Oda: Si riferisce al nostro mondo digitale, che appare così controllato e rigido, eppure c'è la possibilità che venga corrotto, che venga violato. Mi sembra che ci siano due modi di vederla: è il decadimento dei dati o la possibile distruzione della nostra era digitale, ma è anche un paradosso perché il mondo digitale non può marcire. Mentre viviamo sempre più all'interno dello schermo, sono i corpi umani che sono in decomposizione. Noi siamo quelli che stanno marcendo.


Øystein: Io lo vedo come un riferimento alla nostra musica, in quanto questo paradosso è presente anche al suo interno. La fusione e l'attrito tra il digitale e l'organico; cultura plastica immersa nella sporcizia.



Esplora le idee sulla digitalizzazione umana e la fusione del sintetico con l'organico e cattura le superfici digitali regolari in conflitto con le realtà fisiche disordinate. Come vivete questa dualità e qual è il giusto compromesso tra queste forze ostili?


Øystein: Penso che sia qualcosa che dobbiamo costantemente navigare, è una scelta individuale: puoi rifiutarla o semplicemente abbracciarla.


Oda: Adoro la possibilità di connessioni e comunità che Internet crea, ma allo stesso tempo penso che incontrare fisicamente le persone sia decisamente importante. Se non abbiamo una reale consapevolezza di questo, andremo a perdere qualcosa di essenziale nel modo in cui ci relazioniamo tra di noi. Viviamo in un'epoca in cui ancora non sappiamo come navigare in questo spazio. Non siamo mai stati sommersi in questo modo prima d'ora e abbiamo bisogno di chiederci come ci influenza nel profondo.


“WE’RE HERE TO FATHOM A WAY. WE’RE HERE TO FOLLOW A LINE”, cantate in “Soft Body Hard Dreaming”. Mi viene subito da pensare alla nostra società che troppo spesso ci impone di comportarci in un certo modo e non lascia spazio a pensieri e modi di essere differenti di coesistere.


Oda: Per me, è l'immagine della macchina umana, della salita distopica e dei sogni apocalittici. Le parole esortano a rifiutare questo schema rigido. Allo stesso tempo, c'è un'altra voce presente come un'offerta morbida, un percorso alternativo.


Penso che Guynoid abbia meticolosamente rappresentato la reale essenza della vostra musica. Nel video "Pure Mood" e anche in "Rubber Boy" vediamo questi corpi fluidi senza identità fluttuare e mutare forma. Potete dirmi di più su questa collaborazione?


Oda: Siamo stati presentati a Guynoid dall'artista Aidan Wallace, che è un amico in comune. Quando abbiamo visto il suo lavoro, ci ha attratto immediatamente. Mi è apparso subito di condividere il suo messaggio e non riuscivo a togliermelo dalla testa.


Guynoid: Incontrarsi è stato molto fortuito. Non ero mai stata coinvolta in un progetto di questa portata e sono molto grata per l'opportunità e la fiducia che hanno riposto in me.

La prima volta che ho sentito "Bit Rot" ho riconosciuto che stavano esplorando lo stesso spazio con il suono e i testi come io lo stavo facendo con l'arte visiva. In particolare condividiamo il fatto di descrivere lo stato di essere in flusso, di mescolare identità opposte, abitare qualcosa tra il digitale e il fisico, e divertirsi in questo come un'essenza da onorare a pieno titolo. Passiamo gran parte del tempo solamente a parlare e condividere riferimenti. Ma c'è stato anche un alto livello di fiducia e un po' di fede cieca.


Øystein: Nel lavorare assieme, volevamo darle libertà e non sentirci troppo legati alle nostre idee e ai nostri preconcetti affinché l'universo crescesse e si espandesse, prendendo una forma propria.



Mi sembra che tra i personaggi dei due videoclip, “Rubber Boy” e “Pure Mood”, ci sia un sorta di evoluzione, come se i due personaggi fossero collegati tra di loro.


Guynoid: Sono collegati da un’esperienza. C'è un arco simile in ogni video: le figure si ritrovano inizialmente in uno stato di flusso, poi vengono intercettate da una forza esterna.

In "Pure Mood", la figura interagisce con questa creatura sullo schermo, la quale inizia ad esplorarlo ed infestare il suo corpo. La figura si spaventa e cerca di fuggire da esso, ma alla fine non può sfuggire alla collisione con la belva.

In "Rubber Boy" il personaggio prende un percorso leggermente diverso: quando viene penetrato da queste code demoniache, si apre come un palloncino, poi rabbrividisce, e si divide in due esseri distinti.


Quindi penso che la storia sia molto simile, solo che in "Pure Mood", la figura sembra indicare qualcosa di segnato dentro di sé. Ha cicatrici sul corpo e gira verso l'interno. In "Rubber Boy", ero interessata alla qualità della gomma che è una sorta di codifica che maschera tutto. Quindi c'è qualcosa di interno ed esterno che penso sia molto diverso tra i due, ma è un'esperienza parallela simile.



Guynoid, insieme ad AGF Hydra, hai prodotto uno show A/V per il tour dell'album dei Soft As Snow, esplorando la fluidità del corpo e dell'identità quando il digitale e il fisico si fondono in un tutt'uno. Come lo avete pensato?


Guynoid: Ho adattato molte vecchie sculture e schizzi che avevo nel mio archivio che avevano un legame con i temi dell'album. Per generare movimento, ho sperimentato la stratificazione di semplici effetti di deformazione e di spostamento e frantumato assieme alcuni pezzi per generare proposte intriganti. Ogni traccia dell'album ha una struttura e un umore molto distinti per il suono.


Quanto credi che la digital art possa spingersi oltre i confini della vita reale?


Guynoid: Questa domanda si riflette nei confini molto sfocati di ciò che significa tutt’ora la "vita reale". Gli strumenti digitali giocano un ruolo importante nella produzione della nostra attuale condizione di iperrealtà che il potenziale illimitato sembra quasi noioso; non ci sono confini perché stai sempre spingendo l’entità di ciò che la realtà può essere.

Ho come una crisi esistenziale quando creo un nuovo file di Photoshop. L'arte digitale che mi interessa oggi, spesso trascende la base fantasy che potrebbe rappresentare e tocca una verità emotiva sull'esperienza umana.



Come vedete il futuro di una società che diventa man mano sempre più fluida?


Guynoid: Penso che prevalga la sensazione che i sistemi politici, economici ed ecologici come li conoscevamo sembrino sgretolarsi, o ricomporsi in una forma minacciosa. In quel contesto ha senso che la società si senta più fluida, forse è che è più libera. Vogliamo rimanere uniti da qualsiasi senso di connessione in tempi di caos, quindi penso che siamo costretti a diventare più accoglienti e ad abbracciare nuove modalità di essere come difesa contro la caduta del tutto a pezzi.


Oda: Per me, questo è legato alla capacità di esplorare un campo molto più grande dell'essere, quando le idee di genere, la sessualità, ma anche le idee di come vivere la propria vita si dissolvono e vengono messe in discussione. Ci sono più scelte. È un paradosso, anche se c'è così tanta oscurità in questi giorni, c'è sicuramente anche più libertà.


Ragionando con pensiero critico, personalmente condivido che all’interno del concetto di diversità convivano anche molti paradossi. La stessa libertà ha creato moltissimi sottogeneri e, di conseguenza, ha portato a autocategorizzarsi sempre di più. Come se all’interno di questo spirito di libertà e accettazione, si celassero, a loro volta, concetti opposti. Inoltre, mi sembra sempre più difficile riconoscere chi lotta realmente per i giusti diritti e chi invece lo fa per esibizionismo o per seguire un trend.


Oda: È qui che diventa difficile. Siamo così presi dalle nostre immagini, ma stiamo davvero prestando attenzione? Nel loop per il riconoscimento, percepisco un intorpidimento verso il mondo esterno. E forse pensiamo di fare la differenza, ma credo che il cambiamento possa avvenire solo se si riflette anche nella vita reale. Mentre siamo attratti da questo auto-assorbimento, diventa anche complesso in relazione all'oggettivazione.

Quando gli stereotipi vengono spinti e sfidati, e quando stiamo solo soccombendo alla tradizione di essere oggettivati? Quello che mi piace è quando c'è un aspetto inquietante più profondo che si scontra con la bellezza. E’ questo che interroga e trasforma le nostre percezioni creando nuovi tipi di bellezza che possono essere molto potenti.


Guynoid: L'immagine ideale che ognuno di noi ha di noi stessi è principalmente assemblata da influenze e feedback esterni, ma esprimere questa fantasia interna poi rimodella il nostro ambiente a partire dal modo in cui veniamo percepiti in esso. E’ come avere due specchi l’uno di fronte all’altro. Penso che sia facile diventare miopi nel cercare di rivendicare la rappresentazione di noi stessi, quando siamo un riflesso mutevole di tutto ciò che ci circonda.


Oda: Mi piace molto quest’idea del doppio specchio, è un'immagine così bella perché non c'è resistenza. Stai parlando solo con un'estensione di te stesso; scegli le persone che sono simili a te.




ENGLISH VERSION


Soft As Snow is the Norwegian duo based in Berlin formed by Oda Egjar Starheim and Øystein Monsen. Their live performances are brutal, sensory productions that move between raw sounds and agonizing beauty. After their debut album, immediately acclaimed "Deep Wave" returned this year with "Bit Rot" released on the label Infinite Machine: a work that realistically paints our contemporary existence generated by continuous anthologies, by the collision between physical and digital, pleasure and discomfort, where the fairy tale blends with disturbing atmospheres.


The sharp and raw sounds of their productions, in a limbo between a primordial dimension and an alien, are joined with the softness of the voice of Oda that creates dependence as the song of a mermaid, stuns and reassures at the same time with its sweetness and its warmth, reminding us how our existence is full of pitfalls. Their universe is ours today: fluid, multiform, where the utopian is now a reality, a free universe that knows no limits.


And in this sense, there could be no better collaboration than that with Guynoid, a multidisciplinary artist and designer specializing in 3D sculpture, animation, and motion graphics that elevates the duo’s experimentation to an extra-level sensory, catapulting us in parallel dimensions but not so much illusory.


Their meeting point is to describe the state of being in flux, to mix opposing identities, and to be able to create something pleasant and fluid but dynamic and shocking at the same time.

Theirs is an art that is as timely as it does not belong to any space and no time, and for this reason, it becomes the reflection of our evolution.


This conversation is a reflection on the present and the future, on the relationship between physical and digital, on a society that no longer knows barriers but is condemned to live in oppressive physical spaces and that in this chaos, in which every relationship seems to lose its solidity, comes up with solutions to fight individualism and to make us all feel a little more united.



Listen to Soft As Snow exclusive mix while reading the interview



Soft As Snow are Oda and Oysten. If I think about the association between your music and the snow, I imagine it more like a snow avalanche in the distance. Your sound approaches slowly then it comes sharply.


Oda: I like the vision of the avalanche. Snow can take on many characteristics; it can be sharp and threatening but also beautiful and playful. It can take on many shapes, and in that way, I feel it relates to our music.

When did your paths cross?


Oda: First time I met Øystein I could tell he was different than anyone I knew. When we started working together, it was on other art projects. I was working with performances and live installations, and our first collaborations involved noise improv within these.


Øystein: It evolved very fluidly from there. We had no expectations but to develop together and find our sound.


Duets rely so much on how the two fit together, you share strong chemistry. How can you create this connection? What are you looking for from each other?


Oda: We share a very free approach to music, with little respect for genres. We try not to have a preconceived idea of what we’ll make, letting the music decide. Sharing this mutual core is vital for the connection between us. I think trust is essential, trusting the other person but also trusting the process.


Øystein: There are always moments when creating new work when everything feels overwhelming or chaotic, and I think it’s important to let it fall apart, trusting that it will find a shape. Working together with someone can create friction but also develop in unexpected ways.


Oda: Deep listening has also influenced our approach to make music, especially when we improvise. To be present and give each other space. Letting go of ego.


As you said, your music is a hybrid, where pleasure and discomfort come together organically and seamlessly, never losing sight of melodic solid underpinnings. What does the word “hybrid” make you think of?


Oda: I think of chameleonic qualities - a space that embraces continuous shape-shifting, moving away from the idea that we are one fixed thing. As humans, we are constantly changing and developing, and even on the deepest cellular level, we are continually replacing and renewing ourselves. Being hybrids in a state of fluid, taking the pieces you want and making a new language.


And for me, you have found the perfect compromise between something smooth but dynamic and sharp simultaneously. I'm curious how the course played out.


Øystein: Thinking about our music, it’s not easily defined as one thing and can be conflicting. We’re drawn to this juxtaposition of elements that don't necessarily fit together. Like a distorted metamorphosis. We like to use these beautiful analog sounds and combine them with cheap and trashy effects.


And what is for you, Guynoid, an hybrid?


Guynoid: To be born holding multiple disparate, sometimes opposing parts in one body. I think about how hybrids are often infertile, so while it belongs to lineages that connect them to many different worlds, they might never see themselves reproduced and be lonely until they can find those with a parallel experience.


So this is where our society is going… Different worlds coexist more and more in a single dimension, and we’re living in a kind of disillusion of barriers.


Guynoid: I agree, though there are still high barriers to entering or leaving certain worlds. Each of us lives inside multiple contexts of identity at once. It is freeing to transcend singular labels, but it is also confusing and sometimes isolating not to feel wholly integrated into any one world.


The art of both of you reflects the world we live in: full of imperfections and beautiful simultaneously. Do you ever feel different?


Øystein: I feel like this refusal to choose just one thing makes us different. It’s been challenging at times, also for other people to place us. But we never just settle on one particular model. We’d be bored if it were always the same.


Guynoid: I spend a lot of time investigating the experience of how we become othered - wittingly and unwittingly. I think there is a cycle many of us go through of splitting off and returning home. So far, I am always coming home. But you learn new things when you deviate so that you can bring them back with you.


So do you live your art as a safe place?


Guynoid: I resonate with feeling naked and vulnerable in my artistic practice, but that is the natural effect of something powerful. It's immensely satisfying but can also feel like discovering a wart on your body. It is a safe place for me to uncover and process things that would otherwise stay buried, and sometimes those things reveal themselves as treasure.


Oda: Yes and no for me; it’s the one place I feel I can be all of me. The space where anything can be explored. But for this reason, it’s also a vulnerable place as you are deeply exposed, especially if you aim to be very honest. You feel naked. So in that sense, it’s not safe.


Øystein: I agree, I think art is where we want to be, but at the same time, it’s kind of unknown.

There’s something a bit cryptic behind the title of your last album, “Bit Rot”. What are you referring to?


Oda: It refers to our digital world, which appears so controlled and rigid, and yet there’s this possibility for it to be corrupted, to be hacked. There are two ways of looking at it: the decay of data or the possible destruction of our digital era, but it’s also a paradox because the digital world cannot rot. As we live more and more inside the screen, it’s the human bodies that are in decay. We are the ones rotting.


Øystein: For me, it references our music as this paradox is also present within it. The fusing of and friction between the digital and organic. Plastic culture submerged in grime.


It explores the ideas around human digitization and the fusion of the synthetic with the organic and captures the smooth digital surfaces that conflict with messy physical realities. How do you live with this duality, and what’s the proper negotiation between these conflicting forces?


Øystein: I think it’s something we constantly have to navigate; it’s an individual choice: you can reject it or just embrace it.


Oda: I love the possibility of connections and communities that the internet creates, but at the same time, I think physically meeting people is so important. Unless we know that, we will lose something essential in how we connect. We’re living in a time when we still don’t learn how to navigate this space. We've never been submerged like this before and need to question how it affects us on a close level.


WE’RE HERE TO FATHOM A WAY. WE’RE HERE TO FOLLOW A LINE, you sing in “Soft Body Hard Dreaming”. I immediately think about our society, which requires us to act in a certain way and leaves no room for different thoughts and ways of being to coexist.


Oda: For me, it’s the image of human machinery, dystopic climb, and apocalyptic dreams. The lyrics are like shaking to reject this rigid pattern. At the same time, there’s another voice present, like a soft offering, an alternative path.


I think that Guynoid has meticulously represented the true essence of your music. In “Pure Mood” video and “Rubber Boy” we see these fluid bodies with no identity floating and shapeshifting. Can you tell me more about this collaboration?


Oda: We were introduced to Guynoid by the artist Aidan Wallace, a mutual friend. When we saw her work, we were instantly drawn to it. It felt like a shared language, and I couldn't get it out of my mind.


Guynoid: Encountering each other felt very fortuitous. I had never been employed for a project of this scale before, and I'm very grateful for the opportunity and the trust they placed in me.

The first time I heard “Bit Rot” I recognized they were exploring the same space with sound and lyrics as I was with visual art. Much of the common ground we share is in depicting the state of being in flux, mixing opposing identities, inhabiting something between the digital and physical, and reveling in that as an essence to honor in its own right. We spend kind of quite a bit of time just talking and sharing references. But also, there has been a high level of trust and a little bit of blind faith.


Øystein: When working together, we wanted to give her freedom and not feel too bound by our ideas and preconceptions for the universe to grow and expand, taking the shape of its own.


And are the characters of “Rubber Boy” and “Pure Mood” connected? Is there a kind of evolution?


Guynoid: They are connected by experience. There is a similar arc in each video; the figures begin in a state of flux, then they are intercepted by an outside force. In "Pure Mood," the figure deals with this creature on the screen, which starts to intersect its reality and haunt its body. The figure gets frightened and tries to run from it, but ultimately cannot escape collision with the beast. The figure in "Rubber Boy" takes only a slightly different path; when the threshold of its volume gets penetrated by these devil tails, it pops like a balloon, then shudders, and splits itself into two discrete beings.

In "Pure Mood", the figure visually indicates something beneath the surface. It has deep gouges all over its body and cavernous insides. For "Rubber Boy", I was interested in the quality of rubber that it's a kind of coating that flexes to conceal everything inside it uniformly and is associated with hollow volumes. So there's something about the internal and external that I think is very different between the two, but simultaneously, it's a parallel experience.


Together with AGF Hydra, you have produced an A/V show for the album tour of S&S, exploring the fluidity of body and identity when the digital and the physical fuse as one. How did you decide to arrange it this way?

Guynoid: I adapted a lot of old sculptures and sketches I had in my catalog, which fit with the themes of the album. I experimented with layering simple deformation and displacement effects and smashing pieces together to generate motion to create intriguing propositions. Each track of the album has a distinct texture and mood to the sound.


How far do you think digital art can go beyond real life?


Guynoid: That question is reflected in the blurry boundaries of what "real life" even means. Digital tools play such a significant role in manufacturing our current condition of hyperreality that the unlimited potential almost feels boring; there are no boundaries because you constantly push the extent of what reality can be. I have an existential crisis when I create a new Photoshop file. Digital art that interests me in this day and age often transcends the fantasy it might depict and touches an emotional truth about the human experience.


How do you see the future in an increasingly fluid society?

Guynoid: I think there is a prevailing sense that political, economic, and ecological systems as we knew them seem to be crumbling or refactoring in a threatening form. In that context, it makes sense that society feels more fluid; perhaps it's looser. We want to stay tied together by any sense of connection in times of chaos, so I think we're compelled to become more accepting and embrace new modes of being as a defense against falling entirely apart.


Oda: For me, this is related to the ability to explore a much bigger field of being when ideas of gender, and sexuality, but also ideas of just how to live your life is dissolving and being challenged. There are more choices. It’s a paradox. Even though there’s so much darkness these days, there’s more freedom.


If I have to be a critic, I agree that many paradoxes coexist within the concept of diversity. Freedom itself has created many subgenres and, as a result, has led to more and more self-categorization. In this spirit of freedom and acceptance, opposite concepts were hidden. Moreover, it seems increasingly difficult to recognize those who fight for these rights and those who do it for exhibitionism or to follow a trend.


Oda: This is where it gets tricky. We are so caught up in our imagery; are we paying attention? In the loop for recognition, I sense a numbness to the outside world. And maybe we think we're making a difference, but I believe that change can only happen if it's also reflected in real life. As we’re drawn to this self-absorption, it also becomes complex about objectification. When are stereotypes pushed and challenged, and when are we just succumbing to the tradition of being objectified? What I like is when there’s a deeper disturbing aspect that collides with beauty. That questions and morphs our perceptions, creating new types of beauty which can be very powerful.



Guynoid: The ideal image of ourselves that we each hold is primarily assembled from external influences and feedback, but expressing this internal fantasy then reshapes our environment by how we are perceived. It's an effect like two mirrors pointing at each other. I think it's easy to become myopic in trying to stake representation for ourselves when we are a shifting reflection of everything around us.


Oda: I like this idea of the double mirror, it’s such a good image because there's no resistance. You're only talking to an extension of yourself; you choose the people that are similar to you.