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The Sun Has No Shadow, di Rebecca Salvadori

Updated: Mar 27, 2023

Voglia di piangere e di ballare, voglia di mischiare io e tu, noi e loro, Sé e Altro.

Voglia di camminare sul cordolo di un marciapiede a occhi chiusi e braccia spalancate, di alba grigia e alba viola, voglia di fumare venti sigarette sul tettuccio di un’auto in un parcheggio notturno, all’ultimo piano di un palazzone grigio qualsiasi.

Voglia di centro, di periferia; di riempirsi gli occhi di fumogeni rossi e stracciarsi i vestiti di dosso. Voglia di sudore, di muscoli sciolti, voglia di corpi liquidi di centinaia di persone, della solitudine immensa e catartica. Voglia di niente.

Voglia di tutto.


Le opere di Salvadori guardano a diverse sfumature della vita notturna, sostenendosi a vicenda e formando un quadro acuto e generoso del raving e di ciò che vi orbita attorno

Si è da poco conclusa, presso Recontemporary a Torino, la mostra personale di Rebecca Salvadori: The Sun Has No Shadow.

L’artista esplora la cultura techno londinese e berlinese per mezzo di video arte e documentaristica, montando rave, paesaggi, masse indistinte di corpi e primi piani di amici.

Il suo è un lavoro intimamente collettivo e collettivamente intimo, dove si fondono corpi e città, musica e parole, solitudine e moltitudine.


Ciò che emerge dalle proiezioni dei diversi lavori dell’artista è un paesaggio sensoriale e emotivo, che trascina sì in luoghi fisici - come il Fold di Londra e il Tresor di Berlino -, ma che soprattuto dà accesso a un mondo ritualizzato, controverso e eterogeneo, di cui ogni soggetto collabora a raccontare complessità e sfaccettature.



Le opere di Salvadori guardano a diverse sfumature della vita notturna, sostenendosi a vicenda e formando un quadro acuto e generoso del raving e di ciò che vi orbita attorno; The Sun Has No Shadow è un film sul Fold di Londra e le sue serate (come Unfold, amatissimo rave domenicale), ma anche sui suoi frequentatori, sulla città, la natura metafisica e la ritualità - privata e collettiva - del clubbing; Tresor Tapes attinge agli archivi del night club berlinese, raccontandone genesi e protagonisti, ma unisce all’aspetto documentaristico una malinconia e un’introspezione sorprendenti. Portraits of Friends dal canto suo si concentra sugli amici intimi di Salvadori, in lunghe riprese di primi piani accompagnati da un sottofondo composto da Sandro Mussida; infine Hard To Tell è un film che accompagna un ballerino sulle note di Andy Stott, unendo riprese a montaggi di geometrie che paiono ribollire di simbologia.


Fra i tanti temi che Salvadori esplora c’è quello dell’ambiente urbano: città spesso troppo grandi per sentirsi a casa, troppo tentacolari per sfuggirvi; centri imbellettati che con ostinazione rifiutano di appartenere alle persone; a cui le persone non appartengono. Periferie che sembrano province, grosse e sconquassate, di una bellezza tragica da fare piangere; periferie in cui pare impossibile vivere per sempre, se si vuole sopravvivere alla malinconia - forse anche a un certo senso di stasi, di morte.

Dentro alle città, poi: le persone. Persone che non stanno né al centro né ai bordi, che nel raving ritrovano casa. È una casa fatta di corpi e di beat, di amori di qualche ora o di qualche secondo, di dissoluzione, di dissociazione, di perdita e riconquista costante di sé: una casa di identità mozze, fluide, in movimento. Eppure valide, presenti.


C’è, nel raving, l’autorizzazione a essere incompiuti, anomali, sfocati: il meraviglioso contrario di ciò che la società in cui viviamo impone. E allora ecco, nei film di Salvadori, persone perse e ribelli, ballerini sudati, in trance, che sembrano quasi combattere, sconosciuti che si guardano come se si amassero da vent’anni; e ancora fumogeni e ancora corpi, persone troppo fatte per muoversi o per stare ferme, movimenti inventati, sete e nudità, sguardi calmi che non nascondono enormi tristezze, sguardi fieri che parlano anche di immensa fatica.

In fin dei conti, nient’altro che umani che fanno umanità. Ecco allora l’antropopoiesi nel raving, la ritualità, la fase liminale: quel momento in cui ci si è già separati dal vecchio Sè ma ancora non si è ciò che si sarà, l’attimo in cui non si è niente, che è poi anche quello in cui si può essere tutto.



THE SUN HAS NO SHADOW BY REBECCA SALVADORI

An exhibition presented by ReContemporary, Turin in collaboration with Seeyousund International Film Festival

Curated by Alessandro Maccarrone and supported by VI.MA Audio and Video Tecnologie.

PH. Credits: Simone Cagnazzo, Elisabetta Ghignone, Martina Pizzoferrato.


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EN


The Sun Has No Shadow, by Rebecca Salvadori

Desire to cry and dance, desire to mix you and me, us and them, Self and Other.

Desire to walk on a sidewalk curb with eyes closed and arms wide open, of gray dawn and purple dawn, desire to smoke twenty cigarettes on the roof of a car in a night parking lot, on the top floor of any gray building.

Longing for the center, for the suburbs; to fill their eyes with red smoke bombs and tear their clothes off. Desire for sweat, loose muscles, desire for the liquid bodies of hundreds of people, for immense and cathartic solitude. Want nothing.

Want everything.


Rebecca Salvadori's personal exhibition The Sun Has No Shadow has just ended at Recontemporary in Turin.

The artist explores the techno culture of London and Berlin through video art and documentaries, mounting raves, landscapes, indistinct masses of bodies and close-ups of friends.

His is an intimately collective and collectively intimate work, where bodies and cities, music and words, solitude and multitude merge.


What emerges from the projections of the artist's various works is a sensory and emotional landscape, which drags you to physical places - such as the Fold in London and the Tresor in Berlin - but which above all gives access to a ritualised, controversial and heterogeneous world , of which each subject collaborates to tell the complexity and facets.


Salvadori's works look at different nuances of nightlife, supporting each other and forming a sharp and generous picture of raving and what orbits around it; The Sun Has No Shadow is a film about the Fold of London and its evenings (like Unfold, a much-loved Sunday rave), but also about its visitors, the city, the metaphysical nature and the rituals - private and collective - of clubbing; Tresor Tapes draws on the archives of the Berlin night club, recounting its genesis and protagonists, but combines the documentary aspect with surprising melancholy and introspection. Portraits of Friends for its part focuses on Salvadori's close friends, in long shots and magnetic close-ups accompanied by Sandro Mussida's melodies ; finally Hard To Tell is a film that accompanies a dancer to the tune of Andy Stott, combining shots with montages of geometries that seem to seethe with symbology.

Among the many themes Salvadori explores is that of the urban environment: cities often too big to feel at home, too sprawling to escape; rouged centers that stubbornly refuse to belong to the people; where people do not belong. Suburbs that look like provinces, large and battered, with a tragic beauty that makes you cry; suburbs where it seems impossible to live forever, if one wants to survive melancholy - perhaps even a certain sense of stasis, of death.


Inside the cities, then: the people. People who are neither in the center nor on the edges, who find a home in the raving. It is a house made of bodies and beats, of loves lasting a few hours or seconds, of dissolution, dissociation, constant loss and reconquest of oneself: a house of broken, fluid, moving identities. Yet valid, present.


There is, in raving, the authorization to be incomplete, anomalous, blurred: the wonderful opposite of what the society in which we live imposes. And so here, in Salvadori's films, lost and rebellious people, sweaty dancers, in a trance, who almost seem to be fighting, strangers who look at each other as if they had loved each other for twenty years; and more smoke bombs and more bodies, people too built to move or to stand still, invented movements, thirst and nakedness, calm gazes that do not hide enormous sadness, proud gazes that also speak of immense effort.

After all, nothing but humans making humanity. Here then is anthropopoiesis in raving, rituality, the liminal phase: that moment in which one has already separated from the old Self but is not yet what one will be, the moment in which one is nothing, which is then also the one in which one can be everything.

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