T-MAG IMO: SEEYOUSOUND FESTIVAL

La nostra opinione su alcune proiezioni alle quali abbiamo assistito durante il festival torinese SEEYOUSOUND.



DALLA RASSEGNA “INTO THE GROOVE”:



ITALO DISCO. IL SUONO SCINTILLANTE DEGLI ANNI ’80

di Alessandro Melazzini (Germania/Italia, 62′, 2021)

Il suono di un'epoca molto spesso raccontata, ma non sempre davvero capìta.





di Maria Ausilia di Falco



Se c’è un posto dove vedere dipinta la Musica sullo schermo, quello è il See You Sound Festival. Un luogo dove mettersi comodi e vedere su maxi schermo un dipinto sonoro.

Se il film in questione è Italo Dance, le poltrone risulteranno uno spazio angusto perché la voglia di ballare salirà alle stelle. Eppure, su quelle poltrone della sala strapiena del Cinema Massimo di Torino, avverrà un miracolo: ballare tutti insieme da seduti.

Canterete sopra le immagini, vi muoverete tutti a ritmo, frizzerete come dentro a una gigante lattina di Fanta. E non è un caso se cito la Fanta, un prodotto nato dalla collaborazione tra Italia e Germania, proprio come il documentario Italo Dance. The Sparkling Sound of 80’s di Alessandro Melazzini. Fanta-sioso. Lui, il documentario, il suo team (tutto), la musica in questione.

Suono frizzante, era proprio questa la definizione della musica dance prodotta in Italia i primissimi anni Ottanta, quella musica a metà tra trash e genio, pop e underground che è riuscita a incastrare milioni di persone. Quella commistione perfetta tra Italia e Germania che ha creato in Europa un’unica lunga stagione: l’estate.

Forse è stato proprio questo il successo dell’Italo Dance: su quel sound era distesa un’estate, quel sound era l’estate, infinita, irrinunciabile, si era sempre tutti alla Baia degli Angeli e ballare voleva dire solo una cosa: piacere. Fuggire dalla realtà, staccare dalla pesantezza del dovere, interrompere il ritmo del lavoro e prendere quello del tempo libero, travalicare la tradizione musicale italiana e giungere dentro ai sobborghi del sogno americano. Diventare argonauti.




L’elettronica esisteva già, come esistevano le discoteche e i dj. Ma nessuno aveva osato tanto da spingere la melodia nel campo dell’energia pura. La melodia poteva anche rimanere indefinita ma l’energia no, mai. E diventava magia melodica. L’elettronica era un suono nuovo ma non ancora così sfacciato e i dj non erano stati ancora così creativi e artisti da studiarlo: né pianoforte, né chitarra, né tastiera, suono. La melodia energetica carica di vene romantiche, unita all’electro dei sintetizzatori d’ultima generazione era entrata in un mix micidiale tale da fare esplodere la discomania. Il risultato era gente che ballava, ore e ore, con un cuore grande che pulsava amore cibernetico. Gente che scopriva il corpo e che la sensualità era parte di una nota che ognuno si portava dentro. Gente normale che assumeva una posa futuristica –indicata dagli artisti nel film.

Così, se quel periodo è passato alla storia, è grazie alla musica dance italiana, questo spettacolo di documentario ce lo dichiara forte e chiaro. Ci dice che i divulgatori di Marinetti erano i gruppi dance mica i critici d’arte mica gli storici. E la divulgazione avveniva dentro a maxidiscoteche, luoghi dove entravi e non uscivi più, perché anche quando tornavi al lavoro il lunedì mattino, quella musica te la portavi addosso sotto forma di adrenalina. Era tutta lì quella scarica vitale che ti faceva affrontare la settimana da capo: nell’Italo Dance. Il regista e gli attori sono stati bravissimi a mostrarla. Un film dosato perfettamente nella costruzione, nei tempi, nella narrazione, un film che ci illustra quanto dentro a questa musica ci fosse anche l’arte, la nuance estetica, il fumetto, la tecnologia, tutte avanguardie tecnologiche made in Italy.

Si sente dire spesso che negli anni ’90 l’Italo dance poi, se ne va.

Se n’è andata?

Non sembra. Se consideriamo che durante la proiezione, c’era tutta un’intera sala gremita che esplodeva dentro al cinema. Ora come allora, la gente ama usare il ballo come dimensione estetica, mica per fare la rivoluzione. Quella musica è una storia che geograficamente non ci appartiene, lo sottolinea bene il regista.

Non sembra. Se di tutto quel prodotto fruito nel mondo non si è ancora buttato via niente. Se Italo disco ci mette ancora di buon umore e se da quelle spiagge, questa musica è arrivata anche fin sopra le Alpi e ci fa ballare anche in inverno.

Non sembra se su quello schermo, grandi e piccini riconoscono Righeira, Savage, Sabrina Salerno, non solo perché li vedono nel documentario, ma soprattutto perché in quel Sound ci riconoscono a occhi chiusi anche i Baltimora, Jo Squillo, i Duft Punk. Si riconosce l’Italia, la Riviera Adriatica ma anche Monaco di Baviera, Berlino e tutte quelle vibrazioni inspiegabili che ormai abbiamo nel nostro Dna sonoro musicale. Italia – Germania è una partita alla pari, se si lavora insieme, si vince insieme. Ottima squadra.




Un film intelligente, ironico, ben organizzato, montaggio riuscito, artisti sinceri e professionali, tempo perfetto -62 minuti, colonna sonora raffinata, il giusto mezzo tra quel genio e quel trash. Un film che apre scenari e spunti di riflessione. Anche politici, sebbene non ci sia nessuno schieramento. Perché della politica dietro quell’industria che è nata attorno al grande commercio della musica dance facendo l’Italia padrona nel giro del denaro, se ne poteva discutere di più. Ma di dichiaratamente politico in questo film c’è solo (piccolo spoiler) la maglietta di Craxi che indossa Johnson Righeria quando viene intervistato senza che finalmente nessuno gli ponga la fatidica domanda perché Vamos A La Playa è in spagnolo. Il resto ha semmai un peso filo-economico.

Nessuna domanda in questo film risulta scontata. Nessuna risposta, banale. Nel movimento anglo-italo-tedesco-americano, girano solo le vite accomunate da quel grande arricchimento che è stata la musica dance. Arricchimento di spirito, corpi, ideologie, benessere, tempo libero. Soldi. Per una volta la cultura in Italia ha elargito segnali di una musica nuova capace di portare all’economia molti soldi.

Un film che innesca una risposta immunitaria immediata perché da quello schermo esce il virus che è stata la dance italiana e ci contagia ancora. Virus finalmente è una parola positiva. Forse uno degli spunti lanciati lo si potrebbe approfondire in altre puntate, una serie di Italo Disco, perché no. Di certo, andare a ballare anni ’80 adesso, avrà tutta un’altra consapevolezza.







RIVIERA CLUBBING

di Luca Santarelli (Italia, 117′, 2021)

Un viaggio dalle origini dance music nella riviera adriatica




di Maria Ausilia Di Falco


C’è una musica proibita, una musica bandita dalle gare sportive a causa di effetti dopanti, il cosiddetto doping sonoro. Una musica ergogenica, che altera cioè in maniera positiva la performance fisica. Se questa musica è fine a sé stessa, confinata in quella dimensione del piacere puro, una musica che migliora l’umore rendendoci potentemente felici, allora nessuna proibizione. Stiamo parlando semplicemente di Happy Music.

E la scena che l’Happy Music dipinge è una cosa così: gente che nuota dentro a un’onda musicale, che si muove a ritmo, che si lascia andare nel vortice della folla, che sorride e canta, che balla sui tetti delle macchine e tocca l’estasi con un dito. Gente che fa della vita un’immensa discoteca sulla spiaggia.

La spiaggia in questione è la riviera adriatica, Rimini e Riccione come Ibiza, Londra, Francoforte, New York. Il cielo è quello dei club costellati di dj e artisti del calibro di Bob e Tom della Baia, Tony Humpries, Lenny Dee, Dave Morales, Mozart (il dj, chiaro, Claudio Rispoli). La scenografia cambia ogni alba, distrutta da chi ci ha ballato sopra tutta la notte. Nessun dramma: la distruzione serve a mantenere l’unicità dell’esperienza. Ogni nuovo giorno porta con sé la sfida di inventarsi sempre qualcosa di nuovo e stupire. Chi? I fedelissimi.

Perché la questione è questa: le discoteche non sono più posti occasionali, ma case dove riunirsi, case abitate da gente con la stessa voglia di vivere, di spaccare il mondo, gente a cui non importa quale star si troverà davanti, che musica passerà il dj. Gente tutta con lo stesso stile, che vuole solo appartenere alla Baia degli Angeli.




Luca Santarelli ci mostra questo delirio che è stata la Riviera adriatica e l’Italia tutta nell’immaginario musicale mondiale, con una certa ridondanza: il suo docufilm (117’) non tralascia nessun particolare. Si parla tanto, gli intervistati sono artisti, musicisti, barman, bodyguard, manager, gente attiva in tutti i campi. Sono molto onesti, non si risparmiano nel raccontare questo fenomeno del djing che ha invaso le scene musicali dalla metà degli anni ’70 alla fine dei ’90. Forse lo raccontano troppo, a dispetto del fatto che chiunque conosca quelle atmosfere sonore, chiunque ne abbia assaggiato un po’ di vibrazione sulla pelle, non conosce in realtà la cultura che c’è stata dietro. E così ci parlano della costruzione di quest’onda musicale. Della psichedelia insita in questo fenomeno che ha creato dipendenza, ha espanso le coscienze e causato alterazioni sensoriali di massa (coinvolti anche personaggi politici che non riuscivano a sottrarsi a quel vortice –vedi il Ministro della Repubblica italiana De Micheli beccato spudoratamente in un after hours e inchiodato al maxischermo). Ci parlano di come il Rock ha conquistato le discoteche mischiandosi all’elettronica, all’housettina facile, all’ambient e chi più ne ha più ne metta, spingendo ad una contaminazione esplosiva in cui tutto lo sperimentabile è stato sperimentato. Ci parlano di un’Italia che è diventata il simbolo postmoderno della dolce vita anche se di dolce in quelle discoteche c’erano solo i cocktail. Dei dj guest che si sono trasformati in dj resident e di una piccola riviera che ha accolto nel suo bacino tutto il mondo come un padre accoglie nella sua piccola dimora dj e figli di dj che arrivavano con tredici chili di casse addosso. Musica impegnativa da reggere, solo per fisici forti. Ma musica figa, per la prima volta ecco il concetto di figo.

Gli attori ci parlano però anche dei problemi che tutto questo ha creato: la confusione in città, il traffico notturno invasivo, il disturbo della quiete pubblica, lo sconvolgimento della normalità, le lamentele degli abitanti e allora i locali che chiudevano, quelli che riaprivano per richiudere, i posti che si trasformavano in discoteche mattutine dove si entrava allo scoccare delle sei e si usciva a mezzogiorno. Necessità, virtù. Un continuo montare e smontare, in linea con quello che quella musica scavava nei cuori delle persone, giovani e adulti indistintamente.




Un film lungo e sincero, casereccio, che punta all’informazione e pecca nel montaggio lento, -prendendo velocità solo alla fine, nella ripetizione ossessiva dei concetti, delle risposte uguali e nelle immagini, nelle poche risorse tecniche di un team alle prime armi col mondo del cinema –come ha confessato il regista stesso Santarelli. E che proprio per questo si lascia apprezzare, quel ta da da delle musiche di sottofondo, diegetiche ed extradiegetiche ci tiene comunque sulla sedia. Balliamo poco ma forse comprendiamo quella fastidiosa teoria che si nasconde nella storia della musica, e scopriamo il mix di genio e follia che ha disegnato una fauna di personaggi irripetibili, che ha plasmato il concetto di esperienza della forma e prodotto quelle hit che hanno targettizzato per la prima volta un pubblico fedele: gli appassionati dei club della dance, dell’elettronica, della musica più alternativa che la storia abbia mai conosciuto. Una musica che non poteva essere scissa dai locali in cui veniva prodotta: musica di arredi, salotti, specchiere, installazioni Andy Warholliane, situazioni coreografiche ed esposizioni in pieno stile MoMA, cubi e cubiste. Una musica che inventava la musica, dove dj e ballerini si sentivano liberi di fare la loro musica, un gesto ripetitivo ma mai per questo stancabile, che per la prima volta creava un palcoscenico dentro a una discoteca, uno spettacolo coordinato da visual, performer, teatranti che dentro ad una miscela di corpi -spinti, bisessuali, trans, nudi, liberi- lanciavano messaggi forti: gli ideali decadenti potevano andare a braccetto con ogni espressione di idee fino a varcare i confini dello scibile.

Riviera Clubbing ci ricorda che il rubinetto della creatività va sempre tenuto aperto e che non possiamo, no, spegnere quel beep che ha dato il via a un rivoluzionario ritmo collettivo.






DALLA RASSEGNA “LP DOC”


DELIA DERBYSHIRE: THE MYTHS AND THE LEGENDARY TAPES

di Caroline Catz (UK, 98′, 2021)

Musica da fantascienza per una pioniera dell'elettronica.






di Sara Bertazzini


Sono le 21.00, la giornata è stata particolarmente ventosa, condizione meteorologica più unica che rara a Torino, e invece del solito smog si respira aria di primavera. La sala3 del Cinema Massimo è piena, nonostante sia lunedì sera. Arrivano due amici che casualmente hanno scelto di vedere lo stesso film e si siedono accanto a me.


Il film si apre con delle immagini di repertorio della Derbyshire, che durante un’intervista fa ascoltare il suono di alcuni oscillatori e dei registratori a nastro dello studio della BBC Radiophonic Workshop. Delia è entusiasta, racconta divertita di aver fatto domanda lei stessa per quel posto, una stanzetta agli studi di Maida Vale dove di solito si veniva ricollocati e quasi mandati in punizione, non certo una posizione ambita. Le brillano gli occhi quando dice che con quelle apparecchiature elettroniche si può costruire qualsiasi suono ci venga in mente.


Il film va avanti con alcune immagini della musicista Cosey Fanni Tutti che campiona e manipola suoni dall’archivio della Derbyshire, riproponendone le sonorità evanescenti.





Il terzo piano della narrazione, una fiction interpretata da Caroline Catz, regista del film, ripercorre le fasi della ricerca sonora della Derbyshire, passando dagli anni del BBC Radiophonic Workshop a quelli del collettivo di ricerca Unit Delta Plus, fino alla fondazione dello studio Kaleidophon.

Frequenti monologhi interiori, a volte rivolti verso il pubblico, altre volte verso la musicista Cosey Fanni Tutti, mostrano la sensibilità e le fragilità di Delia, che deve fare i conti con una natura anticonformista, che lei stessa fatica ad accettare. Gli anni che vanno dal 1960 al 1971 sono il fuoco della sua produzione artistica, sono anni vibranti ma allo stesso tempo burrascosi, dove carriera artistica e incontri sentimentali si intrecciano vividamente ad esaurimenti nervosi e ad una propensione all’alcolismo.


Un ritratto originale della vita di una delle pioniere dell’elettronica contemporanea, che attraverso il suono e la matematica si interroga sulla realtà delle cose.

Come musicista mi sono riconosciuta molto nei momenti di flusso di coscienza in cui Delia realizza che la salvezza dalle turbolenze dell’animo sta proprio nel mettersi totalmente a servizio della creatività, del proprio dono artistico.

La sensibilità nella scelta dei suoni e la profondità dello sguardo sul mondo sono doti che vengono pagate a caro prezzo da un’artista che purtroppo è scomparsa precocemente.



ph. courtesy: Seeyousound Festival