T-MAG IMO: Metabolic Rift presented by Berlin Atonal




Il mistero e lo smarrimento. Una discesa negli abissi per raggiungere stati sempre più elevati di consapevolezza. Perdersi, per riscoprire le sensazioni più latenti.


Le ultime parole che ricordo prima di varcare la soglia dell’entrata del Tresor ed immergermi nel buio di questo tour espositivo sensoriale non guidato - se non da “un agente sotto copertura” - ma dettato per natura da quell’intenso connubio che si crea quando si intersecano musica e arte, sono state quelle della ragazza addetta ai lavori che chiedeva se fossimo mentalmente pronti a perderci in in un vortice sensoriale di un paio di ore attraverso i tunnel e i muri di cemento altisonanti del Kraftwerk.


Una volta dentro ho capito perché: è bastato poco per sentirmi dissociata dalla realtà esterna ed incantata da quel buio, la cui sensazione di smarrimento veniva via via amplificata dalle frequenze sonore che ci hanno accompagnato durante questo evento speciale del Berlin Atonal. Speciale non sono nell’ideazione, quanto più nella capacità di rendere ogni esperienza del tutto unica ed irripetibile: la manifestazione di come lo stesso suono, colore, stimolo possa agire in maniera del tutto soggettiva su diversi corpi e di come quindi questi ultimi possano adattarsi unicamente all’ambiente circostante.





La sinergia che si è creata è merito della accurata combinazione dell’esperienza sonora e delle esposizioni artistiche, tra cui installazioni audiovisive, sculture, dipinti, body performance e non solo (…) che contornano e riempiono gli angoli e le stanze nascoste di questa immensa ex centrale elettrica, che già di per sé con la sua architettura industriale decadente evoca poteri straordinario ai limiti dell’occulto.


Sulla base della logica di un “ghost- train” le opere compaiono in sequenza, appaiono e poi scompaiono di nuovo, creando delle sensazioni di smarrimento spazio temporale; la mia mente è inebriata da una musica atonale che rapisce ed incanta, facendomi precipitare in uno spazio sospeso a metà tra il terreno e l’etereo, dove la collisione tra emozioni contrastanti amplifica la perdita di contatto con la realtà, che ci siamo ormai lasciati alle spalle e verso la quale non possiamo più tornare indietro; Possiamo solo proseguire in questo percorso trascendentale che, passo per passo, sblocca stati di coscienza sempre più profondi.


Le porte di Huxley si aprono sulla musica di Pan Daijing e un'aura misteriosa spezza fiato comincia a pervadere nell’intimo, sotto la pelle, fino alle ossa. Una donna piange incessante all’interno di uno schermo televisivo. Comincia lì la nostra camminata attraverso i cunicoli del club, fino a quel momento mai resi accessibili al pubblico: un labirinto di scale e tunnel senza possibilità di uscita dove a guidarci sono le nostre uniche sensazioni.



Mi ritrovo in quella che deve essere l’iconica sala del Tresor, ormai tacito da mesi, ma che finalmente riacquista la sua essenza, diversamente inquietante. Sculture di ferro e resine - a opera di Giulia Cenci - pendono dal soffitto e collegate in sequenza attraverso un movimento ondulatorio sembrano dar vita a creature ibride mostruose provenienti da un’altro mondo, quasi post-apocalittico. Il senso di magia e trascendenza è amplificato dal sound di Jeremy Toussaint-Baptiste.


Più avanti, la visione di una mano che ondeggia lungo la tromba di una rampa di scale aumenta esponenzialmente la realtà distopica nella quale ormai siamo “costretti” a proseguire. Ci indica di salire seguendo un suono ipnotico, seducente ma ugualmente angosciante. E’ il canto perpetuo di una donna che sembra essere rimasta rapita in uno stato onirico.


Molte le creature al confine col soprannaturale che animano le stanze vuote di questa warehouse. Un pupazzo gonfiabile si agita, alzandosi e accasciandosi lungo le pareti, producendo una “danza voodoo” a ritmo delle frequenze che riecheggiano in quel vuoto. Proiezioni di robot umanoidi camminano e gattonano avanti e indietro in una gabbia virtuale, si arrampicano sul perimetro tentando inutilmente di scappare. Io, come loro.

Una visione che amplifica il senso claustrofobia di questa intera esperienza.

Catene, corde metalliche si intersecano creando un disegno dalla forma aliena, un mostro meccanico che sembra parlarci da un futuro prossimo, in cui non è rimasto spazio per l’essere umano.



Più mi avvicino alla fine del percorso, più ogni contatto con il mondo umano diventa più fosco.Mi ritrovo in quella che pare la messa in scena di un rapimento alieno avvenuta durante una notte di eccessi e di cui rimangono solo alcuni oggetti e il ricordo di esseri umani che non fanno più parte di questo pianeta.


Nelle opere di Liliane Lijn, vengono immaginati nuovi modi attraverso cui gli esseri umani potrebbero interagire con la luce e l'energia per mezzo di altri corpi di conoscenza come la spiritualità e la poesia.

Non molto diverso da quello che sento di aver vissuto all’interno di queste mura: non valgono piu le logiche del mondo esterno, oggettive e razionali, qui vince il trascendente. Tutto ciò che nella vita quotidiana diamo per scontato, vivendo nella superficialità e nell’immediatezza, qui viene distrutto a favore di sensazioni più mistiche.


Bisogna capovolgere i punti di vista per poter trovare la via di uscita. E anche se ora che sono fuori, qualcosa mi tiene ancora aggrappata a quell’incanto.