T-MAG IMO: Art Experience (January 2022)

Updated: Feb 9

a cura di Vinicius Jayme Vallorani



EASTCONTEMPORARY


Agnieszka Mastalerz

No mental scars, no nursed grudges'


La “eastcontemporary” è un’altra di quelle gallerie newbie (neofita) entrata in scena a Milano da circa due anni e già pronta ad agitare le acque, con il rischio, di questo passo, di far allagare i kindergarten dei ‘potenti’ vicini di casa.

Blandito dall’ottima presentazione su testo critico di Antonio Grulli, ho deciso di scrivere questa recensione in maniera astratta, molto personale e logorroica, così che occorrerà (quasi una costrizione) leggere il testo e vedere la mostra di persona per avere svelato l’arcano. (tempo di lettura 3’).

Il lavoro presentato in galleria dalla video artista e fotografa polacca Agnieszka Mastalerz, dal titolo ‘no mental scars, no nursed grudges’, ricalca con perizia tecnica i terreni fertili della documentazione performativa; credo, per mia esperienza contadina, attraverso l’utilizzo magistrale della “forca a vanga magica”, attrezzo mitologico messo in azione dalla relazione tra animato e inanimato.“Salvaschiena” che permette il lavoro duro anche a corporature delicate, trainer-interlocutore tra azione terrena pragmatica e mutagenesi consapevole.

Questo messaggio criptico mi è stato suggerito non dalla meditazione 1by1 con i singoli lavori, bensì dal binomio contemplazione-movimento; cioè dalla possibilità, rara, di girare in tondo intorno ad un lavoro di video-installazione, in questa circostanza composto da tre schermi (guarda caso lavori di approccio open-ended), montato sapientemente su l'unica colonna della galleria posizionata al centro della sala. Dinamo percettiva che rigenera il suo ritmo dal distacco della visuale prospettica dello spazio, con riferimento alla posizione delle opere fotografiche appese al muro. Il flusso percettivo, a sua volta, contribuisce a sospendere la tradizionale epistemologia del ritratto fotografico. Queste ritratti non convenzionali, in bianco e nero, su grande formato, inaspettatamente rappresentano particolari mimici della difesa del corpo come movimento. Un dialogo di moti.

Questa mia esperienza ballerina, nel senso di piccoli passi in avanti e indietro, mezze giravolte, punti focali differenti e pupille che si allargano e ristringono, oltre a ricordare al mio cervello la inettitudine dei movimenti del mio corpo più qualche vecchia esperienza vertiginosa di rodaggio, ha agito particolarmente bene nella fusione soggetto-opera, e, attraverso questo passaggio dimensionale, mi ha offerto la realizzazione della precarietà di un corpo all’interno di uno spazio vuoto.

Rimpicciolito o accresciuto che sono, come Alice dopo il biscottino magico, il vuoto non riuscirà mai ad adeguarsi ai miei bisogni, e le difficolta di adattamento potranno solo aumentare se ho da confrontarmi in quel vuoto con l’agenzia e la presenza di un corpo inanimato.

Quindi ricapitoliamo: spazio vuoto, persona, oggetti e necessità che deformano lo spazio, precarietà del movimento. E, ovviamente, più cerchi di controllare il disagio, più le cose precipitano (sempre Alice… siamo alla fine del viaggio, ancora un po’ di pazienza).

Allora eccoci nell’epoca dell’accumulazione, 2022, inquilini di una bolla non-umana satura di spazio e altamente elaborata, in preda al panico e in stato assolutamente passivo e fragile, a praticare azioni di controllo sull’inanimato nel bisogno urgente di gestire le nostre crescenti necessità umane… nessuna via di fuga... meglio fermarsi piuttosto che rischiare di fare più danni di quelli che ancora hanno da essere risolti.

Fermare il controllo, o controllare se stessi per smettere di riempire gli spazi di molteplici noi.

Perché, paradossalmente, in questo fermarsi c’è molta libertà di movimento. Nella tregua c’è possibilità di evoluzione in spazi non intrusi, c’è fiducia, sicurezza.






CABINET & STUDIOLO


Riccardo Beretta curated by Maria Chiara Valacchi

'Car nous sommes où nous ne somme pas'






Dico basta a tutte queste alterazioni di paradigmi. Basta alle rivoluzioni scientifiche. Basta alla sperimentazione artistica, alla speculazione sul formato pittorico, alla sua estensione, basta!

Voglio tornare alla schiavitù della superficie bidimensionale con cornice, alla dittatura delle regole compositive del formato.

Voglio tornare alla contemplazione soggettiva dell’opera: farne un mio patrimonio personale, mio e solo mio, da non rivelare ad anima viva. Impaziente il quadro si prenda di diritto tutta la parete della galleria, voglio essere solo, e nel caso, desidero che le persone intorno, poche e in silenzio, vengano esplicitamente selezionate dallo spazio espositivo in merito al loro status sociale…

Ok adesso basta, basta davvero! Sto scherzando, è solo la parte più perversa di me che stende queste note. O forse no.

Il futuro è favolosamente rappresentato e profondamente convincente, dall’incontro-scissione-incontro (e via dicendo in maniera periodica) tra sub-culture e avanguardia tecnologica. Una rivalsa metafisica invece che una vendetta.

Il futuro è Grimes e Tesla, sposati-divorziati ma amici, non occhio per occhio, dente per dente. Immaginate che peccato ridurre quei due dei giovani sdentati e guerci. Occhio per occhio si diventa ciechi, e ci sarebbe chi in preda alla vecchia modalità vedrebbe nella possibilità della cecità lo sviluppo di un altro organo percettivo. Ma perché farsi del male ora che abbiamo le estensioni?

Ben venga sempre la ricerca sulla materia, la passione relegata a concetti fluidi, a l’interconnessione, all’intreccio, come interazione di differenti dimensioni spazio temporali o tradotto come semplice filo-percorso. Ben venga la concreta riserva di capacità creativa. Sono proprio queste le speranze che mi accompagnano ad ogni visita negli spazi d’arte.

E fortunatamente, capita a volte che la sottile membrana che la contiene viene stimolata e grattata dall’esperienza delle opere. Troppe volte ahimè rimane immacolata, ma non nel caso della mostra di Riccardo Beretta al Cabinet & Studiolo curata da Maria Chiara Valacchi.

Nei lavori tessili presentati dall’artista ritrovo i punti focali e classici delle mie analisi critiche: mapping della reazione, composizione intuitiva sulle possibilità, esperienza delle soluzioni-speculazioni del complesso pittorico.

Le sue gesta di sperimentazione pittorica, seppur educate, erigono le fondamenta su quello stesso terreno dove grandi artisti, tra cui alcuni di quelli omaggiati dall’artista in galleria, hanno collocato il primo traliccio per il passaggio del medium pittorico ad un livello superiore. Questi tralicci, che durante il secolo scorso sono diventati tangenziali, sono le basi per il passaggio della pittura oltre se stessa. E anche se il movimento di Beretta nelle opere guarda al passato, io trovo il suo fare un pulsare in avanti. O come meglio spiega Yve-Alain Bois nel suo saggio ‘Painting as Model’: “Facendo dell'opera il complemento oggettivo di una serie di azioni transitive (spremere il colore, tagliare il tessuto, stendere la tela, ecc.), il racconto del processo rifiuta di credere all'enigma della potenziale intransitività dell’opera”.




MARTINA SIMETI



Group show: Alek.O., Cristian Andersen, Lupo Borgonovo, Anne Bourse, Maurice Pefura, Marisa Tesauro.

'There is a crack in everything. That's how the light gets in.'



I momenti estetici sono descritti in modi differenti, da persone differenti, in differenti situazioni [e per fortuna]. C’è chi raggiunge il climax sorseggiando mistici campari-cocktail su di una sponsor-boat ormeggiata all’incrocio tra il Rio delle Amazzoni e il Rio Negro; chi invece fa esperienza di vuoto mentale e estasi dell’essere, in un clima esotico-Dubaiano, gli vengono svelati i sacri escamotage per adempiere a leggendari rapporti sessuali pre-matrimoniali, e chi, come il sottoscritto, riconosce tutti quei momenti, rari ma speciali, nei gesti semplici come per esempio l’adagiarsi a letto o sul divano, in silenzio, dopo una lunga sessione depurante sulla tazza del cesso, a contemplare lo spazio, e nello spazio, il suo manifestarsi mondo di forme.

È questo momento di vibrazione fisica (in e out), questa stessa sensazione, che vivo in determinati ambienti d’arte, non in tutti, ma particolarmente in quelli dove le opere ricevono il giusto spazio per esistere. E la galleria di Martina Simeti, anche se per una strana regola apparentemente appartenente alle new-entry, rientra di diritto in questo mio piccolo club di specialissimi.

Non me ne vogliano gli artisti dell’ultima collettiva dal titolo ‘There is a crack in everything. That’s how the light gets in.’ in esposizione fino al prossimo 19 Febbraio, se mi soffermo a ragionare del progetto della galleria invece che delle opere (discorso che spero faccia includere anch’esse e le loro proposte), ma a questo punto non mi è più possibile osare così tanto e rischiare, dopo questa lunga introduzione, di annoiare il lettore, alla mia prima recensione, analizzando ogni opera/artista. E sia chiaro non è per via delle opere che ho particolarmente ammirato e che rispetto, ma solo per uno spazio-tempo di lettura e giudizi personali che preferisco evitare.

Così, tornando alla Simeti, ci tengo a promuovere il suo lavoro in Italia, con l’auspicio di omaggiarla (anche se in molti non sarebbero d’accordo), sullo stesso piano di quello della Bortolozzi a Berlino, perché i vari pacchetti artistici offerti fino ad oggi in gallerie e fiere, composti totalmente da Giovanissimi, sopravvivono di espedienti e pericolo, e di quella maleducazione (in relazione al sistema dell’arte) che non trova posizione né sulle pareti né tra i soprammobili dei collezionisti-compulsivi.

È arte sporca, vulnerabile, coraggiosa.

Un’arte maleducata, a me tanto cara, perché nello specifico si occupa di rivelare il nuovo, insistendo, fuori dagli schemi, sulla sperimentazione, e, nel profondo, impegnata a mantenere genuina l’intuizione.

Per tutto ciò, brava Martina, bravi tutti.




CARDI GALLERY



Davide Balliano


Entrando alla “Cardi Gallery” ho avuto come l'impressione di attraversare un luogo Altrove.

Lo spazio industriale da fare invidia a studi di grandi artisti offre ampie sale illuminate, e le grandi pareti bianche e i tetti a lucernario mi ricordano gli ambienti cubici della West Coast.

Ecco, finalmente il sistema percettivo atterra nella famigerata Milangeles di cui ho sentito tanto vociferare, nel mezzo tra Turati e Moscova, tra una tintoria e un nail-shop, oltre il palmeto di un affascinante cortile.

La galleria offre la prima mostra personale in loco dell'artista Davide Balliano, classe 1983, Torinese, artista visuale di imprinting minimalista.

Le sue opere pittoriche di grande formato appese a muro dialogano perfettamente con la libertà spaziale offerta dall'ambiente, tanto da chiedersi se il lavoro non si fosse sviluppato insieme al contesto espositivo dello spazio.

Inondato di luce questo spazio eccita l’occhio anche in relazione alla scelta cromatica luminosa delle tonalità bianco-grigio-nero delle opere, che, insieme alla scelta geometrica dei soggetti rappresentati, come da buona scuola minimalista, suggeriscono un percorso di esperienza caleidoscopica dell'insieme. Spazio, architettura, ambiente, intervento artistico nello stesso spazio e influente nello stesso momento.

Mentre meditavo sulle poche nozioni critiche di cui mi posso avvalere, lì accanto, quasi dal nulla, silenziosamente, quatto quatto, lentamente e dal basso, con folte sopracciglia sopra occhiali spessi, con una mascherina che oltre al viso nascondeva una striscia di nastro trasparente attaccata al naso e alle guance come nello stereotipo del pugile (prendere nota: mi è stato spiegato seduta stante che l'artificio è utile come antidoto all'annebbiamento delle lenti degli occhiali causato dal calore del respiro che fuoriesce dalla mascherina ), è emerso il Sig. Paolo, Milanese original, in pensione, immigrato nell'arte da poco e portatore di una forte passione verso le nuove proposte del contemporaneo.

- Cosa ne pensa lei di questo lavoro? - Ahia... - bhe non saprei (prendiamo tempo) - silenzio; silenzio; non riprende la parola, mostra vero interesse, - bhe, stavo meditando sul rapporto tra il rilievo dell'intervento di matrice meccanica e la scelta di rappresentare le forme su quel fondo di lino visibilmente materico ma allo stesso tempo velato da un tono di scuro (potevo fare di meglio).

- Lei è artista? (Eccoci qua) - Sì, pratico l'arte ma sto prendendo appunti per un testo critico, lei? -

Ebbe inizio qui un lungo confronto critico, di polarità opposte ma con svariati punti di incontro, passando da riflessioni umanistiche a confronti scientifici, dall'alfabetismo della forma alla comunicazione, per arrivare al formato come trasmissione, alla collettività dei singoli su di un percorso comune, sulle sovrapposizioni-percorso-ripetizioni, ritornando poi sempre su di un punto cardine che sembrava riassumere tutti i concetti, il flusso come onde come moto (magnetico, suono, calore, luce).

Nell'euforia di parlare di argomenti che non conoscevo a fondo, abbiamo addirittura speculato sul fatto che l'artista si sia impegnato a correggere la dettata schiavitù impartita dal metodo di realizzazione quasi perfetto e molto ordinato delle forme geometriche rappresentate su tela. Ce lo siamo immaginato lì ad aggiungere attentamente difetti alla composizione, recuperando così l'intimità del gesto tra l’artista e l'opera.

Ma nelle pause dei discorsi seri si è anche scherzato, come due vecchi amici, finendo col dire che nel complesso tutti questi argomenti potevano essere inglobati nella più facile scelta di rappresentare dei banali caloriferi (non ce ne voglia l'artista, si gioca. Anche se, riflettendo, non ho mai visto così tanti caloriferi come in questi ultimi due anni passati al chiuso).

Non male per un lunedì di vagabondaggio a Milangeles. Grazie, grazie Davide, grazie Cardi ma soprattutto grazie Paolo, pensionato misterioso sprizzante interesse vivo più di qualsiasi art-influencer in libera circolazione tra i canyon dei monti limitrofi.

Questo articolo è anche tuo. Sono sicuro che ricapiterà di incontrarsi in un meraviglioso Mercoledì qualunque, dopo pranzo, in una white cube della plan-padana, ad approfondire per noi e per tutti questi splendidi eventi, argomentazioni sul fare creativo.



FRANCESCA MININI


Riccardo Previdi

“Andrà tutto bene”



“Memento homo quia pulvis es et in pulverem reverteris” è una famosa locuzione latina che ammonisce: “polvere sei e polvere ritornerai”. Se nel libro della Genesi l'essere umano disubbidiente viene allontanato dal paradiso e abbandonato a una misera vita fatta solo di molteplici dolori, nella mostra di Riccardo Previdi alla galleria Francesca Minini di Milano, questo triste destino sembra cambiare radicalmente rotta.

Dopo innumerevoli mutamenti, scissioni-fusioni e ripetute endosimbiosi, un nuovo individuo donnauomo gender-object oriented sembra ora voler tornare felicemente al creatore in una veste sicuramente più allegra dei suoi predecessori.

“Polvere sono e polvere sono tornato, e tra una polvere e l'altra ho pure ordinato un paio di Whiskey Sour” sembra canticchiare questo nuovo protagonista.

In un ambiente assolutamente trascendente (spirituale, spiritico, spiritoso, spirit=alcool in inglese), i lavori proposti da Previdi, proseguono il brano sulla polvere aggiungendo 'andrà tutto bene': una lirica del momento surfando al tramonto e con i capelli al vento le onde pop-arcobaleno delle coste californiane. I suoi boccoli risplendono di colori vivaci sui riflessi di un mare agitato dalle good vibrations dei quasi ragazzi da spiaggia della galleria di Milangeles (torniamo sempre lì, vedi recensione su Davide Balliano alla Cardi Gallery).

E non solo. In questa strana fusione di eventi quantici, le opere, anch'esse deformate da alterazioni sulle strutture molecolari, sembrano mescolare la loro fisicità di apparente standardizzazione popolare, ad un carattere molto più antico e cristallizzato, profondamente saldo: quello del misticismo esoterico comune alle terre orientali, un sapere giunto fino a noi attraverso i millenni grazie a soffiate criptate tra persone parecchio riservate (E pensare che adesso puoi ricevere quel sapere delivery dal drugstore in forma di foglio cartaceo quadrettato colorato pagando alla consegna).



Questo incontro fa riflettere. Antitesi socio-temporale che volge lo sguardo verso una solida base comune: la vacuità e l’impermanenza di tutte le cose e situazioni.

E qui, finalmente, questo tipo di presa di coscienza viene celebrata con vivacità!

Lo stesso processo artistico ne diviene testimone. Su queste ceramiche si fondono metodi scultorei classici e d'avanguardia senza favoritismi, con il massimo rispetto per entrambi viene mantenuto un equilibrio costante tra tutti i componenti oggettivi, intrecciati e compenetranti in ogni singolo processo. Viene celebrata la metafora della materia che rende visibile e tangibile la nostra presenza.




ENGLISH VERSION


EAST CONTEMPORARY


Agnieszka Mastalerz

No mental scars, no nursed grudges'


"eastcontemporary" is another of those galleries’ newbie (neophyte) that has been on stage in Milan for about two years and is already ready to shake the waters, with the risk, at this rate, of flooding the kindergarten of the ¿potente' neighbors.

Blanded by the excellent presentation on a critical text by Antonio Grulli, I decided to write this review in an abstract, very personal and logorroica, so that it will take (almost a constraint) to read the text and see the exhibition in person to have revealed the arcane. (reading time 3').

The work presented in the gallery by the Polish video artist and photographer Agnieszka Mastalerz, titled 'no mental scars, no nursed grudges', traces with technical expertise the fertile soils of performative documentation; I believe, from my rural experience, through the masterful use of the "magic spade", mythological tool put into action by the relationship between animate and inanimate. "Back protectors" that allow hard work even to delicate bodies, trainer-interlocutor between pragmatic earthly action and conscious mutagenesis.

This cryptic message was suggested to me not by the 1by1 meditation with the individual works, but by the binomial contemplation-movement; that is, by the possibility, rare, of turning in circles around a video-installation work, in this circumstance composed of three screens (as it happens, works of open-ended approach), expertly mounted on the only column of the gallery positioned in the center of the room. Perceptive dynamo that regenerates its rhythm from the detachment of the perspective view of space, with reference to the position of the photographic works on the wall. The perceptive flow, in turn, helps to suspend the traditional epistemology of the photographic portrait. These unconventional black and white large-format portraits unexpectedly represent mimic details of body defense as a movement. A dialogue of motions.

This dancing experience of mine, in the sense of small steps forward and backward, half-turns, different focal points and pupils that widen and shrink, in addition to reminding my brain of the ineptitude of my body movements plus some dizzying old break-in experience, it acted particularly well in the subject-work fusion, and, through this dimensional passage, offered me the realization of the precariousness of a body within an empty space.

Reduced or increased that I am, like Alice after the magic biscuit, the void will never be able to adapt to my needs, and the difficulties of adaptation will only increase if I have to confront myself in that void with the agency and the presence of an inanimate body.

So let’s recapitulate: empty space, person, objects, and needs that deform space, the precariousness of movement. And, of course, the more you try to control the discomfort, the more things precipitate (always Alice... we are at the end of the journey, still a little patience).

So here we are in the age of accumulation, 2022, tenants of a space-saturated and highly elaborate non-human bubble, panicked and in an absolutely passive and fragile state, to practice control actions on the inanimate in the urgent need to manage our growing human needs... No way out... better to stop than risk doing more damage than those who still have to be solved.

Stop control, or control yourself to stop filling the spaces of multiple us.

Because, paradoxically, in this stopping, there is a lot of freedom of movement. In the truce there is the possibility of evolution in non-intrusive spaces, there is trust, security.



CABINET & STUDIOLO


Riccardo Beretta curated by Maria Chiara Valacchi

'Car nous sommes où nous ne somme pas'


I say enough about all these paradigm shifts. Enough about scientific revolutions. No more artistic experimentation, no more speculation on the pictorial format, no more extension!

I want to go back to the slavery of the two-dimensional framed surface, to the dictatorship of the compositional rules of the format.

I want to return to the subjective contemplation of the work: to make it my personal patrimony, mine and mine alone, not to be revealed to a living soul. Impatient for the painting to take the whole wall of the gallery, I want to be alone, and in case, I want people around, few and silent, are explicitly selected by the exhibition space with regard to their social status...

Okay, that’s enough, that’s enough! I’m kidding, it’s just the kinkiest part of me writing these notes. Or maybe not.

The future is fabulously represented and profoundly convincing, from the encounter-split-encounter (and so on periodically) between sub-cultures and technological avant-garde. Metaphysical revenge instead of revenge.

The future is Grimes and Tesla, married-divorced but friends, no eye for an eye, tooth for a tooth. Imagine what a shame it is to reduce those two toothless young men. An eye for an eye becomes blind, and there are those who in the old mode would see in the possibility of blindness the development of another perceptive organ. But why hurt yourself now that we have extensions?

Always the research on the matter, the passion relegated to fluid concepts, to interconnection, to intertwining, as an interaction of different dimensions time-space or translated as a simple thread-path. Welcome is the concrete reserve of creative capacity. These are the hopes that accompany me with every visit to the art spaces.

And fortunately, it sometimes happens that the thin membrane that contains it is stimulated and scratched by the experience of the works. Too many times alas it remains immaculate, but not in the case of the exhibition by Riccardo Beretta at the Cabinet & Studiolo curated by Maria Chiara Valacchi, open until next January 31.

In the textile works presented by the artist, I find the focal points and classics of my critical analysis: mapping of the reaction, intuitive composition on the possibilities, experience of the solutions-speculations of the pictorial complex.

His exploits of pictorial experimentation, although educated, lay the foundations on the same ground where great artists, including some of those honored by the artist in the gallery, have placed the first pylon for the passage of the pictorial medium at a higher level. These pylons, which during the last century have become tangential, are the basis for the passage of painting beyond itself. And although Beretta’s movement in the works looks to the past, I find his making a throbbing forward. Or as Yve-Alain Bois better explains in his essay, 'Painting as Model': "By making the work the objective complement of a series of transitive actions (squeezing the color, cutting the fabric, spreading the canvas, etc.), the account of the process refuses to believe the enigma of the potential intransitivity of the work".



MARTINA SIMETI


Group show: Alek.O., Cristian Andersen, Lupo Borgonovo, Anne Bourse, Maurice Pefura, Marisa Tesauro.

'There is a crack in everything. That's how the light gets in.'


The aesthetic moments are described in different ways, by different people, in different situations [and fortunately]. There are those who reach the climax sipping mystics Campari-cocktail on a sponsor-boat moored at the intersection of the Amazon and the Rio Negro; those who instead experience mental emptiness and ecstasy of being, in an exotic climate-Dubaiano, he is revealed the sacred tricks to fulfill legendary pre-marital sexual intercourse, and who, like myself, recognizes all those moments, rare but special, in simple gestures such as lying in bed or on the sofa, in silence, after a long cleansing session on the toilet bowl, to contemplate space, and in space, its world manifesting forms… It is this moment of physical vibration (in and out), this same feeling, that I live in certain environments of art, not in all, but especially in those where the works receive the right space to exist. And the gallery of Martina Simeti, even if for a strange rule apparently belonging to the new-entry, falls by right in my small club of very special.. I don’t mind the artists of the last group show entitled ÄThere is a crack in everything. That’s how the light gets in. ' on display until 19 February, if I pause to reason about the project of the gallery instead of the works (speech that I hope will also include them and their proposals), but at this point, I can no longer dare so much and risk, after this long introduction, to bore the reader, to my first review, analyzing each work/artist.

And let’s be clear it is not because of the works that I particularly admired and respect, but only for a space-time of reading and personal judgments that I prefer to avoid.

So, returning to Simeti, I want to promote her work in Italy, with the hope of paying her homage (although many would not agree), on the same level as that of Bortolozzi in Berlin, because the various artistic packages offered to date in galleries and fairs, Totally composed by Giovanissimi, they survive of expedients and danger, and of that rudeness (in relation to the art system) that does not find a position either on the walls or among the ornaments of the collectors-compulsive.

It’s dirty, vulnerable, brave art.

A rude art, so dear to me, because it deals specifically with revealing the new, insisting, out of the box, on experimentation, and, deep down, committed to maintaining genuine intuition.

For all this, good Martina, good everyone.


CARDI GALLERY


Davide Balliano


Entering the "Cardi Gallery" I had the impression of crossing a place Elsewhere.

The industrial space to be envied by the studios of great artists offers large illuminated halls, and the large white walls and skylight roofs remind me of the cubic environments of the West Coast.

Here, finally, the perceptive system lands in the infamous Milangeles of which I heard so much rumor, in the middle between Turati and Moscova, between a dry cleaner and a nail shop, beyond the palm grove of a charming courtyard.

The gallery offers the first solo exhibition on site of the artist Davide Balliano, born in 1983, Turin, visual artist of minimalist imprinting.

His large-format paintings hung on the wall perfectly communicate with the spatial freedom offered by the environment, so much to wonder if the work had not developed together with the exhibition context of the space.

Flooded with light, this space also excites the eye concerning the bright chromatic choice of the white-gray-black tones of the works, which, together with the geometric choice of the subjects represented, as by good minimalist school suggest a kaleidoscopic experience path of the whole. Space, architecture, environment, artistic intervention in the same space, and influential at the same time.

As I meditated on the few critical notions I can avail myself of next door, almost out of nowhere, silently, four-quarters, slowly and from below, with thick eyebrows on thick glasses, with a mask that in addition to the face hid a strip of transparent tape attached to the nose and cheeks as in the stereotype of the boxer (note: it was explained to me that the artifice is useful as an antidote to the fogging of the lenses of the glasses caused by the heat of the breath that comes out of the mask ), emerged Mr. Paolo, Milanese original, retired, immigrant in art recently and bearer of a strong passion for the new proposals of the contemporary.

- What do you think of this work? - Ouch... - well I don’t know (we take time) - silence; silence; does not take up the word, shows real interest, - well, I was meditating on the relationship between the relief of the mechanical matrix intervention and the choice to represent the forms on that linen background visibly material but at the same time veiled by a dark tone (I could do better).

- Are you an artist? (Here we are) - Yes, I practice art but I’m taking notes for a critical text, you? -

Here began a long critical confrontation, of opposite polarities but with various points of encounter, passing from humanistic reflections to scientific comparisons, from the literacy of form to communication, to arrive at the format as transmission, to the collectivity of the individuals on a common path, on the overlaps-path-repetitions, then always returning to a pivotal point that seemed to summarize all the concepts, the flow as waves as motion (magnetic, sound, heat, light).

In the euphoria of talking about topics I did not know in-depth, we even speculated that the artist has committed to correcting the dictated slavery imparted by the almost perfect and orderly method of realization of geometric shapes represented on canvas. We imagined him there to carefully add defects to the composition, thus recovering the intimacy of the gesture between the artist and the work.

But in the pauses of serious discourses it was also joked, like two old friends, ending up saying that on the whole all these topics could be incorporated in the easiest choice of representing trivial heaters (Don’t mind the artist, you play. Although, reflecting, I have never seen so many radiators as in the last two years spent indoors).

Not bad for a Monday wandering in Milangeles. Thank you, thank you Davide, thank you Cardi but above all thank you Paolo, retired mysterious sprizzante interest alive more than any art-influencer in free circulation between the canyons of the surrounding mountains.

This article is also yours. I’m sure it will happen again to meet on a wonderful Wednesday, after lunch, in a white cube of the plan-padana, to deepen for us and for all these wonderful events, arguments on creative making.

FRANCESCA MININI


Riccardo Previdi

“It’s gonna be ok”


"Memento homo quia pulvis es et in pulverem reverteris" is a famous Latin phrase that warns: "dust six and dust will return". If in the book of Genesis the disobedient human being is removed from paradise and abandoned to a miserable life made only of multiple pains, in the exhibition by Riccardo Previdi at the Francesca Minini gallery in Milan, this sad fate seems to change radically course.

After countless changes, splits-mergers, and repeated endosymbiosis, a new gender-object-oriented female individual now seems to want to happily return to the creator in a dress certainly more cheerful than his predecessors.

"Dust and dust are back, and in between dust and another I even ordered a pair of Whiskey Sour" seems to hum this new protagonist.

In an absolutely transcendent environment (spiritual, spiritual, witty, spirit=alcohol in English), the works proposed by Previdi, continue the song on the dust adding 'everything will be fine': a lyric of the moment surfing at sunset and with the hair in the wind the waves pop-California coastal rainbow. Its bushes shine brightly on the reflections of a sea shaken by the good vibrations of the almost beach boys of the gallery of Milangeles (we always go back there, see the review of Davide Balliano at the Cardi Gallery).

And not only that. In this strange fusion of quantum events, the works, also deformed by alterations on molecular structures, seem to mix their physicality of apparent popular standardization, to a much older and crystallized character, profoundly firm: that of esoteric mysticism common to the eastern lands, a knowledge that has come down to us through the millennia thanks to encrypted blows between very reserved people (And to think that now you can receive that delivery knowledge from the drugstore in the form of colored paper-square sheet paying for the delivery).

This meeting makes you think. Socio-temporal antithesis that looks towards a solid common base: the voidness and impermanence of all things and situations.

And here, finally, this kind of awareness is celebrated with vivacity!

The artistic process itself becomes a witness to this. These ceramics are combined with classical and avant-garde sculptural methods without favoritism, with maximum respect for both is maintained a constant balance between all the objective components, intertwined and interpenetrating in each individual process. The metaphor of matter that makes our presence visible and tangible is celebrated.