t-mag IMO: Art Experience (April - May 2022) - Part 1

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Un arcipelago metafisico di luoghi differenti - A cura di Vinicius Jayme Vallorani. Seduto in un bel treno ma piuttosto lento, carico di bagagli e persone, dopo un lungo peregrinare tra vagoni e giungle di schermi digitali, affronto con forzata pazienza e calma strutturata, un ennesimo viaggio, trasferta, missione verso un altro luogo, verso spazi intrusi, lievemente proiettati, isole di un arcipelago transitivo sulla superficie mossa di un oceano reticolato.


Il bellissimo treno, treno lungo, dal muso a punta, giallo e rosa, galleggia su remate dissonanti, spinte da storie distanti, differenti tra loro, dinamismi spazio temporali che muovono la carrozza nella stessa direzione, equilibrio di pesi differenti che creano un unico, pesante, corpo navigante.


Non credo molto alla meta dove sono diretto, non credo che la destinazione sia raggiungibile, non credo neppure che esista o che il treno si muova, eppure eccomi

tra corpi distanti che nell'immobilità creano un calore affollato, a condividere, come suggerisce l’agrodolce violenta voce meccanica degli speakers, attraverso una collaborazione ovviamente non scelta, un buon viaggio con destinazione comune.


“Benvenuti nel treno 2023, destinazione ignota ma in questo momento stiamo arrivando a Piottello Limito, ulteriori corpi si aggregano alla massa, tra sorrisi inadeguati e sbuffi, risatine e opinioni non chieste, il vostro organismo collettivo respira fiocamente sotto una membrana plastica impossibile da riciclare, resistente e limitatrice del soffio, ma necessaria al silenzio del gruppo.” C’è chi russa, beato, sognando forse spiagge vuote, dove il vento smussa le pietre e le pietre addolciscono il vento, dove la sabbia e il suo universo di granelli cade in mare e poi, forse, selezionata, viene rigurgitata a riva, sulla terra, quella ferma. Invece no, io lo so perché gli sono accanto, io lo osservo mentre la luce e il panorama del suo finestrino si distorce per la precaria velocità della macchina motrice. Lui trema e traballa, l’orologio da polso continua a scorrere, l’organismo nel suo carattere procede nel concludere il suo processo.



Courtesy of the artist and Massimo Minini, Brescia

La prima fermata, la prima scoperta, di questo viaggio nell’arcipelago malforme metamarcio ipermeandrico, inizia nel blocco periferico Massimo Minini, dove una mostra collettiva al femminile curata dallo staff al femminile della galleria è di fatto divenuta la rappresentante portavoce di questo articolo: momento storico attuale, percorso agente ambasciatrice o messaggera di un contesto che stimo profondamente e che nelle sue fondamenta ripercorre la storia dell’uomo fino ad approdare alla semi-utopia del non umano. Matrice generativa di vita, il femminile come principio, ripercorre nella ricerca di tre giovani artiste che attraverso acuta sperimentazione e narrativa post apocalittica ci ricordano senza racconto quanto ogni inizio sia utero, quanto in quella spinta iniziale e fluida ci sia spazio per l’anima generatrice, e come le possibilità future evolutive e di sopravvivenza abbiano e hanno sempre avuto lo stesso imprinting, comune matrice.


Courtesy of the artist and Massimo Minini, Brescia


Partendo dalla più anziana e forse la più conosciuta tra i ragazzi (noantri) delle ferrovie Italiane delle tre, ritrovo Rebecca Ackroyd (1987 sic), che ultimamente sembra prendere più treni lei di chiunque.

Il viaggio-studio che ho fatto sul suo lavoro approda alla frammentazione fisica del corpo come destino immutabile di un processo evolutivo e le relative possibilità di mutazione che ne comporta, modifiche che rischiano di essere rallentate dalla pesante presenza di meccanismi autonomi e autoritari. Paradossalmente già da secoli l’homino macchina globale adotta decisioni pragmatiche individualiste fuori e distanti da qualsiasi sentimento/passione/emozione/sensibilità capace di creare legami con ‘l’Altro’ cosa/persona/sistema che sia.

E il circuito femminile, per tutti quei secoli, ne ha subito i risultati divisivi. La frammentazione sembra divenire quindi sinonimo di femminilità, l’estensione nasce al femminile come possibilità di recupero alternativo, sostituzione di una unità corporea continuamente sentita necessaria, che le è sempre stata negata. Le estensioni del corpo sono i rami di Dafne, il gluone etereo e unisono, collante immateriale. Le estensioni sono micorriza, le radici e i funghi che mantengono insieme l’equilibrio delle stagioni, il loro finire e il ricominciare.


L’homo non è pronto alla frammentazione del mondo, del corpo e della mente. Il femminile lo è sempre stato. Il vasellame, prima forma di creazione artistica, era affidato alla creazione delle mani della madre, le uniche a sapere come far contenere, nella sua fragilità, il vuoto nel pieno, il pieno nel vuoto. Ora che l’automa killer contemporaneo taglia e spezzetta i nostri corpi scolpiti o ingrassati che siano, non fa differenza, il femminile sa cosa fare, usa la consapevolezza come forza mutagena ed evolutrice, inglobando sistemi oggettivi e soggettivi portandoli ad un livello superiore, compenetrando il macchinico e lo spirito, il vegetale e la carne, il sangue e le frequenze.

E tutto questo lavoro (e dunque quello della Ackyor) non è compiuto perché fine a se stesso, ma perché necessario per continuare nel suo dovere di madre creatrice curatrice, depuratrice, a ricucire milioni di frammenti di identità apparentemente perse, che invece, forse, sono solo rimesse nel caro vecchio mischiume generale.

Courtesy of the artist and Massimo Minini, Brescia


Ludovica Anversa è la più giovane, classe 1996, amplifica tutto questo discorso in maniera sublime onorando, a mio parere, il media pittorico e nel complesso quello artistico riconoscendolo come lo strumento più efficace per il mantenimento delle vibrazioni energetiche che quel tipo di consapevolezza evolutrice necessita per compiere il duro lavoro.

Le opere presentate evocano un dinamismo creativo che sembra accadere attraverso un processo di disintegrazione della forma o del suo disconoscimento. Il movimento delle immagini rappresentate, sembra voler raggiungere chi le guarda, e in quel movimento quasi dissolversi, una spinta verso il nuovo, verso l’Altro, oltre i confini del formato pittorico come se spettasse a noi poi creare un nostro movimento come risposta al dialogo. La spinta che in questi casi si pone verso il fuori, lavora su contrasti cromatici di figure le quali, come quelle in primo piano, invece di riempire come di solito, offrono la condizione creativa del vuoto, dello spazio, dell’incompiuto, o del da compiere.



Courtesy of the artist and Massimo Minini, Brescia


In altro luogo ma sulla stessa superficie, come negativo di quella dimensione gemella, Anversa offre una visione interna, viscerale del media: il carattere scheletrico del media pittorico, scavato tra le membra colorate della trama pittorica. In questa scelta la mia immaginazione gode nel vedere scarnificato il concetto di rappresentazione bidimensionale in se stesso. Sembra che le figure solitamente nella storia della pittura utilizzate per pose, simbologie e narrazione, qui vengono ridotte al loro principio di forma fisica, di massa organizzata, in decomposizione o non ma interdipendente allo spazio in cui emergono-dissolvono se stesse o lo spazio in loro.

In questo misticismo metafisico del supporto fatto di spinte polari ma provenienti dallo stesso nucleo, mi viene in mente la citazione di Chuck Palahniuk in Fight club: “Tu non sei un delicato e irripetibile fiocco di neve. Tu sei la stessa materia organica deperibile di chiunque altro e noi tutti siamo parte dello stesso cumulo in decomposizione”. Le opere di Ludovica me lo ricordano, mi ricordano una archeologia del corpo come dell’essere, risvegliando la consapevolezza di quel groviglio di tracce, impronte, che anche se spazzate vie dai venti dell’antropocene e dai suoi miliardi e più di informazioni, regolano quotidianamente la nascita-caduta-nascita di ecologie collettive.



Courtesy of the artist and Massimo Minini, Brescia

Poco posso dire ora del lavoro di Maryam Hoseini, non per il contenuto, anzi, ma perché il suo delizioso lavoro iconografico rappresenta, attraverso un'acuta scelta di elementi compositivi di genere queer, la sintesi perfetta, (anche per un puntuale lavoro curatoriale) del contesto post-strutturalista della mostra raccontato fino ad ora. Le opere dipinte su uno stesso modulo ligneo a due facciate scalate, raccontano dettagliatamente una escalation di eventi, attraverso ogni particolare, come in una pergamena ukiyo giapponese che contiene, dallo spazio ai costumi, negli oggetti e nell’architettura, luoghi intimi e privati, stanze della coscienza, spazi in relazione attraverso la dinamicità di un movimento che diventa rituale e di trasformazione: da pannello a pannello, la riflessione sulla storicità dell’identità femminista e la sua imminente fusione metafisica e morfologica da soggetto a intraoggetto.



Courtesy of the artist and Massimo Minini, Brescia

Fatto pacco bandana e pranzo al sacco della mostra decido di riprendere il cammino vagabondante tra le isole. Nel caos della stazione chiedo del bar e mi mandano al bagno, nell’entrare trovo la mia ex a scambiare fluidi con una sua ex e nel fuggire da lì incontro un uomo che si masturba nel sottopassaggio e da qualche parte nascosta una donna-elfo dai capelli di fiamma che gli scatta una polaroid. A terra una stella polare sbiadita cerca di darmi indicazioni. Seguo il sedere di qualcuno con pantaloni bianchi fino al binario, salgo sul treno per Genova, ma poi decido di andare a Firenze così scendo e ne prendo un altro tra una macchina del caffè che non dà resto e la cordialità dei viaggiatori con mia stessa sorte. Chiedo aiuto ad una moglie di Milano con suocera di Latina, e nel suo complicato verbale mi consiglia Verona: c’è una retrospettiva museale su Carol Rama alla galleria Studio la Città.


Non me lo faccio dire due volte, trovo il treno giusto che va a piedi scalzi, salgo su insieme ad una comitiva di esploratori diretti incredibilmente tutti da lei, spinti dalla passione comune per la Regina Carol, ad esaltarla, a chiedere ad alta voce il suo riconoscimento e nome sui libri di storia, poiché l’erotismo e la nudità raccontata come manifesto per quasi un secolo e continuamente rifiutato dai finti perbenisti, è, ora più che mai, l’incudine su cui battere continuamente per dimostrare al mondo la forza modellatrice della volontà di rinascita del genere femminile e la sua rivincita sull’ impacciato fantoccio fallocratico che vediamo ormai continuamente decadere su qualsiasi piattaforma in cui tenta di marciare.

Courtesy of Studio La Città and Fondazione Sardi per L'Arte, Verona

C’è sole anche a Verona, il cammino dalla stazione alla galleria è cortese, mi accompagna come una guida aliena e ignara della mia meta finale.

Arrivo alla mostra, conosco facce ma il brusio confonde i concetti, entro, abbraccio vittoria, e mi dedico alle opere.

Non riesco ad allontanarmi dal primo angolo, un magnetismo aggressivo mi trattiene, anche se è la prima volta che mi confronto con una mostra totalmente dedicata a Carol l’esperienza con quelle prime opere mi lega a loro come un senso morboso a qualcosa che riconosco familiare e che ormai mi appartiene nel mio privato più intimo.

Courtesy of Studio La Città and Fondazione Sardi per L'Arte, Verona

È totale maestria sapere offrire conoscenza senza l'ausilio di riferimenti. I grandi artisti lo fanno. Chiunque sarebbe capace di raccogliere simboli universali dal profondo antico per narrare una sua storia, che anche se molto personale, rischia sempre di crollare sulle basi fragili dello scontato-ovvio ripetitivo. Pochi hanno invece l'intuito per scegliere quei pochi, specifici elementi, per raccontare la storia di tutti e di nessuno, ancora non scritta ma riconoscibile, intrinseca in ogni relazione e pronta all'emersione. Carol Rama è divina in tutto ciò.

Attraverso un linguaggio, traducibile per pochi eletti a suo tempo e totalmente contemporaneo al nostro, sviscera con poche scelte, per lo più singole e semplici, l'intimità fisica e mentale che accomuna il genere, dalla perversione alla scienza con l'S maiuscola, e mantenendo nel razionale e in totale leggerezza quello scambio obbligato tra inconscio e subconscio, tra ciò che potrebbe spaventarci e ciò che lo fa realmente.



Courtesy of Studio La Città and Fondazione Sardi per L'Arte, Verona

Vuoi lo splendido spazio per installazioni di Studio La Città e la sua luce, vuoi le bellissime cornici e supporti tra cui due peni in ottone provenienti dal bagno di Picasso, vuoi la libertà degli spazi che ogni opera raccoglie nel mostrarsi personalmente al visitatore, lo scrutinio lento delle opere, una ad una, è un continuo aprirsi di scatole con al loro interno mondi sempre differenti. Il nervo ottico si viola di volta in volta, apre la percezione continuamente, si perde nello spazio e nel vuoto delle zone libere del campo compositivo delle opere, in quelle delle scatole, riconosce elementi, singolarmente, poi poco a poco nell’insieme, due o tre passi indietro ed eccolo lì, il racconto che ti ruba l'attenzione e spiega al sentimento quello di cui ha bisogno per la sua crescita.

Sì, Carol Rama, nella sua dolcezza, ci aiuta ad evolvere, ponendoci in una posizione di vulnerabilità chimica e adatta allo scambio cooperativo di elementi che confondono il sistema di etichettatura e architettura dell'identità, facendoci essere un po’ l'altro e l'altro noi, mischiandoci come fossimo carte sopra un tavolo da ricerca, su di uno spazio ampio, infinito, pneuma in un movimento organico e costante, aria che permette al Caos il suo moto creativo.

Non me lo ripeto una seconda volta. Ci saranno treni che navigano in questo circuito. Infilo due dita nella membrana del pneuma, apro e mi infilo di lato come per entrare in auto da una portiera poco aperta, appoggio il piede che non appoggia e giù via nel turbine di informazioni al contrario, venti incrociati di massa quasi fluida, cellule contenitori di organicità ciclica che sbattono e rimbalzano l'una sull'altra, perdendo e guadagnando dimensione. La sensazione simile ad un massaggio all'interno di una lavatrice, mi toglie il tempo di pensare, la caduta mi spinge sul lato sinistro tramutando il movimento in un volo rotatorio, la vertigine profuma di miele, le dita si allungano e ritorcono a fusillo, la barba appare e scompare, i capezzoli si scaldano e guardandoli noto che le sfere gommose di organico lì si raggruppano quasi a riposarsi.

Decido di provare a nuotare accennando un movimento di stile dorso ed eccomi a Palazzo Belgioioso di Milano. Gioioso e bello lo ero anche io un attimo fa... maledetto desiderio di muovermi a mio piacere... Smetto di ricordare, poiché più mi impegno e più vado perdendo la sensazione. Il luogo è calmo, piacevole, antico; il palazzo nell'aspetto più che gioioso sembra serio, ma un lontano vociferare giovane riconduce il carattere alla sua probabile primordiale natura. Sono tutti già su, in casa? che guardano giù dalle finestre. Nel cortile c'è un’insegna con scritto Peres Project e una freccia che mi suggerisce dove guardare. Connessione neurone con neurone. Sono all'inaugurazione della nuova Galleria di Javier Peres a Milano nel vecchio spazio della Massimo di Carlo. Mi dirigo nella gioia di coloro che celebrano l'inaugurazione de 'lo' spazio volto alla promozione di giovani artisti, prevalentemente sconosciuti, all'interno del famigerato e famelico sistema dell'arte.


Courtesy of the artist and Peres Project, Milan/Berlin/Seoul

Personalmente seguo da parecchio il lavoro del Señor Peres, e lo stimo. Javier Peres è uno dei pochi, o forse l'unico, e con gli strumenti adatti a farlo, che si è preso la briga e il rischio, sin dal principio del suo progetto (2002), di puntare tutto sui giovani o meglio sull'emergente, in senso amplio, su ciò che era e tuttora è necessario: l'inserimento in contesti nuovi, di energie nuove, da parte di giovani che quelle energie le posseggono e le incarnano, energie impegnate in teorie come quella gender o in correnti come quella del post umanesimo tra le tante, tanto quanto nella digitalizzazione dell'immagine e transizione informatica del contenuto inteso come archivi o o agente concatenante.


Ammetto di peccare di una certa ammirazione nell'entrare nei suoi spazi espositivi, ammirazione che proviene dal mio periodo di apprendistato berlinese dove ‘gli openings’ erano la mia enciclopedia sul contemporaneo, e gli artisti della Peres Project quelli che parlavano nella maniera più aperta.

Entro nell'ennesima dimensione, la stanza è quasi piena di tanta gente molto sexy. Va bene il fermento e che si faccia conversazione, ma non davanti alle opere, “eh dai, fatevi da parte, che le intravedo appena quelle opere”: quadri urlanti di silenzio, mi chiamano, ci chiamano!

Lo sciame si apre, le opere anche, e capisco che sul precedente salto quantico nello spazio pneuma fatto di temporali psicofisici anche essi colorati, che mi ha condotto fino a qui, c'è lo zampino di Madame Rama.


Dylan Salomon Krauss è l’altra faccia della stessa medaglia, gemello eterozigoto, diviso dal percorso di un secolo dalla precedente, polarità romantica e viziata delle cose che si assomigliano, “same same but different”, Dylan possiede lo stesso potere di Carol, cioè quello di saper pescare nel mare dei simboli gli archetipi esatti a raccontare il nostro presente. Come è possibile? Sono i pesci ad abboccare all'amo, certo non è il pescatore che può sceglierne il tipo o quando farlo accadere, al limite sceglie gli strumenti, canna ed esca, il luogo e il momento adatto per andare.



Courtesy of the artist and Peres Project, Milan/Berlin/Seoul

Dylan Salomon Krauss pescatore PRO nel riflesso della coscienza, certamente ripercorre percorsi manieristici, ma lo fa sulla zona meno battuta, sul tragitto della sperimentazione, connotando nel cammino immagini familiari al nostro subconscio, mettendo insieme allegorie di ambienti estesi, elementi esplorativi e introspettivi, pausa e azione, l'attesa del volo, la prospettiva della meta, la pace dopo la tempesta, la tempesta dopo la pace.

Anche qui la rigidità del supporto pittorico e dei suoi confini viene smantellato dall'estensione del messaggio contenuto all’interno, che si estende oltre se stesso nel suo percorso, fluido, su di una qualsiasi massa fisica pertinente alla situazione di galleria e del suo rinfresco, sulla mondanità. Il suo silenzio ne permea la stanza e la contiene, da lì nasce più tardi il suono.




Courtesy of the artist and Peres Project, Milan/Berlin/Seoul


Riconoscente saluto la benedetta community e lascio il luogo, faccio le scale che dividono/uniscono i due livelli, ritorno nel razionale, mi addentro nella locomotiva esistenzialista, torno pendolare di un meccanismo troppo allargato e sfuggente, dove si riconosce e si imita il suono della motrice ma non è possibile conoscerne la provenienza. Tra nubi varie ricordo il mio principio e speculo su una meta finale differente. Al finestrino il mio sguardo riflesso mi regala un’immagine assente, l'espressione povera e spenta rischia di imprimersi definitivamente, intorno c'è chi oramai non può più liberarsene di quei solchi tristi, e ne diventano obbligatoriamente dei rappresentanti. No. Reagisco, conosco una stazione isolata aperta alla conoscenza di tutti e alla loro partecipazione. Struttura enorme e tetra, immensamente amplia e vorace di situazioni, pericolosa pericolante, ci accoglie come farebbe un’ostetrica sconosciuta armata di panno bianco e sorriso di risposta alle nostre prime urla di dolore, pugni all'aria e sbattute di palpebre. In quel ventre materno industriale contenitore di visitatori persi, o di coloro che sono ancora turbati dalla scoperta dell'insignificante e illusorio senso del “sé”, vado, deciso ad accoccolarmi nel non luogo.

La scenografia di un luogo può rendere appetibile una qualsiasi pratica socialmente catalogata come tediosa. Nel comporre questo articolo, se invece di essere seduto in un qualsiasi i-bar di plastica, stessi a schiaffeggiare la tastiera su di un palco, solo, illuminato da un occhio di bue, circondato da una moltitudine di occhi bianchi, l’inquietudine mista a emozione che si prova nel gesto dello scrivere sarebbe probabilmente più comune a tutti. Questo è lo stesso potere che si ottiene nel centralizzare qualcosa, che, solitamente, se finito nelle mani modellatrici del profitto istituzionale, finisce per rendere tale pratica artistica un semplice ma efficiente vettore di interesse mediatico.

L'immagine di me che scrivo al computer nel buio di un teatro sarebbe quindi stampata sulle etichette delle bottiglie d'acqua della Monsanto, sui rotoli di carta igienica della CocaCola, e nell’interno dei pannolini della Nestlè.

Forse è proprio qui dove si intreccia il neo-liberismo all'istituzionale, il luogo dove fare attenzione alle scelte. Dove il passaggio tra cultura e prodotto è questione di un semplice fraintendimento. Questa diviene la responsabilità primaria del luogo istituzionale: mantenere l'operare artistico protetto dal mercato, e a questo proposito fare scelte curatoriali che lavorino a favore del primo, mai del secondo.

Faccio questa riflessione perché nel confrontarmi con colleghi e amici riguardo l'Hangar Pirelli Bicocca ho trovato sempre, lieve o più marcata che sia, una certa frizione, insicurezza, mancata fiducia, riguardo sia la struttura in sé del luogo che sull'esperienza 'gratuita' delle opere e conseguentemente sul contenuto presentato.

Mi chiedo allora quanto una cosa influisca sull'altra e così via? Quanto il carattere industriale dell'Istituzione sia così mostruoso da marcare indelebilmente un metodo di ricerca artistico votato ad una qualsiasi ecologia? Non necessariamente quel metodo artistico sarà a noi comprensibile quanto l'identità della struttura che lo accoglie, ma credo fermamente che valga la pena concentrarsi su di esso per interrogarlo a fondo invece che essere distratti dalla 'macchina motrice' (sempre lei) che ce lo consegna.


Courtesy of the artist and Pirelli HangarBicocca, Milano

Tutto ciò per parlare della mostra personale dal titolo Metaspore di Anicka Yi. Come ormai noto scrivo solo di cose che apprezzo particolarmente, e la proposta critica di Yi sulla ricerca in sé come metodo scientifico e la collaborazione arte-scienza con tutte le sue sfaccettature in opposizione a quella scienza-fashion che non ha mai funzionato (ma che continua a provarci) specula in maniera totale sul mio consenso. In tutto ciò c'è ovviamente l'influenza degli scritti di Lynn Margulis a cui sono particolarmente legato, e il suo contributo alla biologia con le splendide teorie sull'endosimbiosi (sua la frase 'la vita non conquistò la terra attraverso la lotta, ma grazie alla collaborazione').

Courtesy of the artist and Pirelli HangarBicocca, Milano

Quattro sono le scelte estetiche da palcoscenico che trovo rivoluzionarie nel narrare attraverso un lessico visivo la potenzialità artistica dei microorganismi e della biologia in generale all'interno della teca socio politica contemporanea. E lo si capisce già dall'ingresso, dove elementi comuni da laboratorio sono riprodotti e/o imitati in formato allargato ed esposti in vetrine da boutique. A seguire un buffetto personale dietro la nuca: perché ho sempre desiderato nel corso della mia ricerca l'evoluzione del formato bidimensionale da supporto pittorico a organismo vivente in continua mutazione. Schermi appesi nello spazio contenenti ecosistemi fluidi. Non più opera determinata, ma continuum di interventi estetici dettati dall'interazione di organismi con l’ambiente.


Courtesy of the artist and Pirelli HangarBicocca, Milano

Smetto di spoilerare le opere dicendo infine che viene offerta anche la possibilità di inserire realmente la testa nel buio di un ingresso circolare simile allo sportello di una lavatrice per contemplarne l'interno e se stessi, e infine, tra molte altre, la visione di una zona dismessa o in disuso, abbandonata e sporca, probabilmente mostrata come veniva utilizzata in precedenza ovvero a spazio di servizio e poi abbandonata, lasciata a se stessa, in apparenza, ma probabilmente come palcoscenico nel palcoscenico di un interazione microbiologica assai più proficua e vivace di quei quattro gatti stolti girovaghi che si guardano intorno dentro all'hangar in cerca della caffetteria.


Come detto in precedenza, per via delle varie interferenze, questi messaggi dell'artista non sono chiari. E lo sono ancora meno da leggere in penombra i mini opuscoli forniti a spiegazione dalla Pirelli Family Group. Mi auguro quindi che le riflessioni qui contate possano stimolare un’adeguata lettura dello splendido lavoro di Anicka Yi, al di fuori di ogni speculazione mediatica e imbrogli condivisi.



Courtesy of the artist and Pirelli HangarBicocca, Milano

Nero. La prima reazione ottica alla luce uscendo dallo spazio buio è nero. Il nervo ottico va in tilt, la carica elettrica a tale ricezione è così elevata che la percezione salta, il contatore si resetta, il momento si rigenera e con lui il sistema. La sensazione di luminescenza è forte e continuativa, poi come troppe altre cose, via via, scompare. Chiudere ripetutamente gli occhi guardando il sole non sembra essere una soluzione adatta. Smetto. Anche perché così facendo rischio di compromettere il viaggio e di ritrovarmi in anticipo finto-invalido cieco con l'occhiale scuro, al supermarket, a chiedere elemosina e fischiare dietro alle ragazze che passano e ad offrire loro ritratti in argilla.

Anche in questo c'è una grazia e luce che attrae. Non nel finto cieco, ma nella percezione visiva cieca, cioè in quella che continuamente accade e sempre vigila ma non è focalizzata dal nervo ottico né dal metodo di accumulamento cerebrale di nozioni bipartisan. Lo racconta il famoso Miyamoto Musashi nel suo libro dei cinque anelli, che è realmente possibile allenare l'occhio a una visione allargata e ad un fuoco del campo visivo di 180 gradi. Una pratica che può estendere le capacita di percezione? interessante. Ad ugual proposito camaleontico decido di ripercorrere il passato all’indietro, di nuovo, un po’ come fa il Nemo anziano di Mr. Nobody, ridendomela nell'eseguire un moonwalk oleoso, tra fotogrammi di momenti vissuti e immaginifici, sogni e flashbacks, allenando l’occhio a guardarli in tutte le direzioni, incoerente della meta, indifferente all'attesa, le immagini circolano attorno alla massa corporea in movimento come i 'piumini' dei fiori dei Pioppi, che a differenza del trasportare il ‘solito’ polline, portano con se le emozioni del 'Populus', contenitori di occasioni sociali sotto forma di frequenze, vibratori tentacolari vaganti, vettori di rischio(?) di connessione e interscambio cellulare.

'who looks similar, gets closer' potrebbe essere la traduzione inglese di 'chi si assomiglia, si piglia'. Sembrerebbe che questo tipo di movimento a ritroso polivisvo e caleidoscopicamente introspettivo, per qualche strana e a me ignota forza magnetica alla sua natura e carattere, attragga indirettamente una simil situazione a lui comune, trasportandomi di fatto da luogo in luogo X con persona M per qualche strano gioco algoritmico anche esso parzialmente sconosciuto. È tutto uno sprofondare e riemergere, e va bene così.



Courtesy of the artist and Triennale Milano, Milano

Sono alla Triennale di Milano, oggi anche il suo interno è Metafisico, quasi Felliniano, la struttura è vuota e una estrema gentilezza e simpatia dei collaboratori del museo, in completo contrasto con i suoni disturbanti provenienti da un bar dipendente di qualche strano evento privato al calice, ci accompagna all'ingresso della mostra della fotografa tedesca Barbara Probst. Anche lei è un'artista in modalità risorse umane alla dipendenza del fare artistico. A partire da un semplice scelta sovversiva, cioè riportare allo stesso corpus operandi la visione plurima del momento del singolo scatto da diverse camere predisposte in punti differenti, la Probst riesce a dare ad ogni POV una sua soggettività e narrativa personale ma allo stesso 'momento' implicita e intrinseca all'accadere/accaduto collettivo. Come se per antitesi a imprimere l'immagine di quello spazio/luogo/situazione siano più specchi di una singola discoball, la Probst amplifica le opportunità di osservazione individuale e sociale.

In alcuni lavori le scelte ritrattistiche comportano movimenti minimi, ma che nella contemplazione molteplice e simultanea delle diverse prospettive, la dinamica si estende in varie direzioni, tra cui quella ritualistica, e quindi capacità di uno svolgimento allargato, speculando su più dettagli e 'momenti' riconoscibili, alcuni a noi più vicini di altri, ma che bastano a rendere intima l'esperienza del contesto riprodotto.



Courtesy of the artist and Triennale Milano, Milano

Una voce cara mi suggerisce all’orecchio con tono caloroso e calmo che l'effetto descrittivo di quei momenti 'selezionati' ricordano il rapporto/processo tra percezione-sensazione-memoria. Quel modo di archiviazione interconnesso alla pratica quotidiana, dove un semplice tocco leggero sulla superficie vitrea di una finestra in una giornata uggiosa primaverile dei tuoi 37 anni può anche riportarti a quel pomeriggio teen in cui saresti uscito di casa correndo per andare alla salagiochi capsula culla riparatrice da quelle catene di pioggia che rendono impossibile ogni tipo di uscita, ad osservare minuziosamente i contorni del corpo di Eleonora e a contare uno a uno singolarmente i peli del suo braccio, mentre nel videojukebox stanno passando prima i Prodigy e poi gli Smashing Pumpkins e ancora i Kiss, e dietro di te i gemelli albanesi Yura e Miri sfidano al biliardino i campioni indiscussi Carmine Imbembo e Mauretto detto ‘schizzo’. Invece eri in fermo sequestrato a casa dai doveri scolastici e al posto del Bon Bon di Malizia di Eleonora, il solo profumo inalato era l'odore di inchiostro della penna Bic, a richiamarti dalla finestra alla scrivania al compito al quale eri destinato.

Il lavoro di Barbara Probst sembra richiamare appunto l'archiviazione di tutte queste immagini sparse qua è la nel campo mentale, una funzione mnemonica dettata dallo stimolo che ci riconduce a qualche tipo di passata identificazione. Spero di aver dato l'idea.



Courtesy of the artist and Triennale Milano, Milano

Elimino tutte quelle immagini come farebbe un tergicristallo rotatorio su di un vetro circolare posto attorno al cranio, o meglio come un bambino che cancella i disegnini dalla sua lavagna magica. Resetto per procedere e non annullarmi nell'abisso dei ricordi, c'è stata consapevolezza e conoscenza di me, e della Probst, della voce amica, dell’alterità, di collettività, e tutto fa sangue e carburante per questo treno oramai trasformato in veicolo multiforme dal viaggio nall'ipercybermetastrato-arcipelago, perennemente in moto su luoghi arrivati e percorsi, alla ricerca famelica di avanzi e soste su piste da liscio, raggiungibili in caduta con reti a paracadute, noi procediamo navigando a botte di vento...