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t-mag BOOK CLUB: IO, DJ UN DESTINO DI FAMIGLIA


“IO, DJ - Perché il mondo è una gigantesca pista da ballo” è il risultato di una testimonianza-confessione del dj Claudio Coccoluto con il critico musicale Piefrancesco Pacoda sulla sua carriera, contribuendo a ricostruire un importante spaccato della nightlife e della club-culture italiana. In questa seconda edizione Gianmaria Coccoluto, figlio di Claudio, impreziosisce il racconto integrando un repertorio di immagini di archivio: una dedica speciale, a quasi due anni dalla prematura scomparsa del padre.



Per chi come me è nat* sul finire degli anni ’80, non veder nascere il movimento della scena romana con Paul Micioni e Marco Trani all’Easy Going e poi all’Histeria, è un vero e proprio rimpianto: riecheggiano nelle mie orecchie i racconti di quelle incredibili serate, in cui la musica e la diversità non erano un valore aggiunto, ma anima e cuore pulsante di una comunità. Una comunità di creativi ed eccentrici che non si riconosceva nella generazione dei padri, giovani che avevano bisogno di trovare la loro luce, una luce a tinte strobo. I dischi che risuonavano erano un tappeto sonoro black, disco, funky, new wave, italo disco ed arriverà di lì a poco come una regina in trionfo, l’house. Nasceva in quegli anni il concetto di discoteca moderna, così come si sarebbe istituita per tutti i 90s con borse piene di vinili introvabili e tecniche di missaggio sempre più raffinate.


Ma a Roma, dopo Marco Trani e con l’avvento dell’house-music, c’è stato un altro grande protagonista, un altro grande re: Claudio Coccoluto. Ho chiamato mia madre, scatenata trentenne nel ‘95 e le ho chiesto: “Mamma, hai mai sentito parlare di lui?”, ovviamente la risposta fu si, anche lei lo conosceva. Claudio è stato uno di quelli che fece storia, perché fu uno di quelli che fece stile, come amava dire lui.


In un’epoca analogica, quando l’informazione non correva veloce fra le pagine di internet, nascere nella provincia laziale in Italia ai confini della “scena” e venire a conoscenza di cosa accadesse al di fuori di un piccolo paese, non era così semplice. Poi un giorno arrivava un amico, che conosceva un altro amico che aveva trascorso una leggendaria serata in un locale che sentivi nominare per la prima volta; con sé riportava una musicassetta, in cui vi erano impresse tutte le tracce che avevano risuonato durante quelle scintillanti ore notturne… e nasce la magia. Ascolti e non riconosci nessun brano, neanche uno era stato trasmesso in radio, l’insieme era un’affascinante miscela di suoni che contenevano una parte di brani africani e brasiliani, e ancora brani di musica elettronica, funk e new wave: nasceva così la musica afro, o anche detta cosmic sound, in un’apparente sequenza illogica di missaggio. La mente del dj, che a seconda della sua sensibilità, del suo stile e del suo gusto associava le tracce, trasportandoti in un viaggio lungo una notte, pieno di racconti diversi. Quel nastro diventava così l’unica testimonianza di un sapere mitico ed oggetto feticcio da possedere, ascoltare, riascoltare, studiare. Moz-Art, Daniele Baldelli, “La Baia degli Angeli” e il nascente mito di Rimini e Riccione: l’allegria plastificata della disco radiofonica annunciata con il microfono in sala, lasciava finalmente spazio a quella che definiamo oggi come nascita della club-culture italiana.


Mi piacciono le terze vie”, così parlava Claudio. L’essenza della ricerca underground si potrebbe riassume in questo semplice concetto, l’incredibile potenza dell’identità non-binaria.


“Convinto che la pista da ballo sia un workshop, un laboratorio […] il suono e la ricerca sono l’unico linguaggio che la discoteca ha per comunicare”, scrive Pierfrancesco Pacoda, critico musicale e saggista, co-autore del libro.



La storia dell’arte ci insegna come ogni grande movimento artistico sia stato una risposta in contrappunto a quello che accadde negli anni precedenti; a questa logica sembrerebbe idealmente allinearsi anche la storia della club-culture. Dopo i fasti degli anni ’80, fatti di lustrini, pailletes e starlets, progressismo, boom economico, capitalismo sfrenato e kitsch, anche il club negli anni ‘90 si uniforma alla sempre più crescente necessità di minimalismo ed essenzialità. Ritrovare il vero significato della comunità che il luogo rappresenta, fatta di musica, l’unica priorità su cui ci si dovrebbe concentrare. Cercare di dare al pubblico l’esperienza sonora migliore possibile, mettendo la ricerca ed il set-up al primo posto nella scala delle priorità, a discapito dello show. I locali si spogliarono man mano di tutti gli orpelli che si trascinavano dietro gli 80s, per diventare le black box austere che oggi conosciamo. Figlie dell’estetica modernista ossessionata dalla white cube, di cui largamente specula Brian O’Doherty in: “Inside the White Cube: The Ideology of the Gallery Space”, in cui l’essenzialità dello spazio azzera ogni tipo di contatto con la realtà esterna, lasciando “parlare” solo il contenuto al suo interno, non il contenitore. Da qui la ricerca, figlia di un pensiero persistente per Claudio di creare il “club perfetto”. Intenzione che si trasformerà nell’incredibile esperienza del Goa Club (1996-2021) di Roma, il tempio della musica elettronica della città eterna, grazie all’indistruttibile amicizia con un altro grande dj, Giancarlino: 26 anni d’eccellenza, innovazione e sperimentazione che hanno lasciato il più grande segno nella scena musicale underground della Capitale. Tutto al “Goa Club” era basato sulle emozioni, la perfezione del sound-system, l’esperienza totalizzante del piacere. “Quelle sensazioni che devono arrivarti dalla musica, la celebrazione del rito, l’appartenenza al gruppo, che si declina ballando”, in un cerimoniale che si consumava tutte le notti ricreando un feticismo di simbiosi al quale tutti vorremmo avere accesso nello sviluppo di un rituale dei sensi, per sentirci parte di un tutto, per riappropriarci del nostro tempo.


Secondo Claudio, il dj è un medium: un traghettatore di emozioni, le quali fluiscono attraverso le mani che manipolano i giradischi, portando dentro di sé e dentro quei movimenti la stretta relazione fra chi ha prodotto il brano e chi lo sta ballando. E se è vero che “il medium è il messaggio”, come ci insegna Marshall McLuhan, il dj porta in sè un’interiorità tripla che esplode con una forza dirompente.


Claudio Coccoluto però non è stato solo il più grande dj italiano, è stato anche il più grande dj italiano all’estero. Il primo artista italiano a conquistare una residenza fissa al Ministry of Sound di Londra, che dal 1991 ha ospitato i più grandi artisti, dj e musicisti del mondo della musica dance, house e trance. Il locale che conquistò il primato di “brand”, ancor prima del ben più noto Pacha di Ibiza. E proprio all’estero Claudio trova quell’apertura mentale e quella mancanza di pregiudizio, che solo il pubblico straniero sa donare: un pubblico che attendeva famelico di esser cibato di nuova e sconosciuta musica che solo il dj-vate, che arriva da terre lontane, può regalare in maniera generosa. Un dj che fa cultura, sperimenta, trasforma, educa e nutre la scena, trasformando le discoteche in un centro di diffusione culturale. Quel “Made in Italy”, che racchiude nella sua dicitura non solo un intero immaginario di eccellenza creativa, ma che non a caso fu anche il nome di un party che per dieci anni fece la storia delle serate ibizenche al Pacha e poi all’ Amnesia di cui Claudio fu resident dj.


Oggi questa grande eredità è nelle mani del figlio Gianmaria, in arte GNMR, cresciuto circondato dai dischi, con un background che nasce dal rock psichedelico e dalla musica black, fino all'elettronica più pura. Ormai da anni resident dj del party “Goa Ultrabeat”, oggi nel pieno dell’ascesa della sua carriera dopo l’ingresso nel roster dell’agenzia “Roof Booking” di Berlino. Oggi Gianmaria ci ha regalato un inserto fotografico che arriva direttamente dall’archivio personale di famiglia e che impreziosisce la seconda edizione di questo volume.




Ciao Gianmaria, nel I capitolo Claudio inizia scrivendo che la vera funzione del dj è quella di esercitare fino in fondo il ruolo “sciamanico” e “salvifico”. Cosa ne pensi, è vero che “last night a dj saved my life?”


Ciao a tutti, e grazie per questo spazio, come anticipavi tu mio padre trovava un parallelismo tra la figura del dj e quella del medium, il dj come mediatore delle emozioni del dancefloor ed è sicuramente la visione che più condivido di questo ruolo. Il Dj ha un ruolo sciamanico in quanto detta il ritmo e la cadenza del rituale, il sound-system è il fuoco, la pista da ballo il cerchio di persone che lo circonda. …si, “last night a dj saved my life”.


Oggi sei un dj nel pieno della sua carriera con il peso di un’eredità importante da portare avanti. E’ stato naturale il passaggio di testimone?


È stato ovviamente un passaggio di testimone obbligato, ma anche del tutto naturale. Mi sono avvicinato prima alla musica in un senso più generico, mi affascina quello che riesce a creare nell’immaginario delle persone. Mi ha totalmente rapito il significato dell’ esperienza di ascoltare lo stesso disco tutti insieme; ho iniziato quindi ad immaginare che i dischi da ascoltare fossero i miei ed ho cercato di perseverare costruendomi una strada personale.


Quanti e quali altri dj e produttori, oltre Claudio, sono stati fondamentali per la tua crescita di musicista e artista?


I DJ che mi hanno influenzato sono stati tantissimi, quello che mi sento di citare più di chiunque altro è Giancarlino. La sua musica e il suo modo di suonare sono unici e averlo potuto osservare/ascoltare da vicino e successivamente lavorarci insieme è stato per me fonte di grande ispirazione.


Claudio parla di Napoli e della crew degli “Angels of Love” come il luogo e la famiglia in cui si è sentito più a “casa”. Quali sono le tue?


Il Club è come se fosse una famiglia o spesso anche di più, un tessuto sociale quasi nascosto e a volte un po’ snobbato, formato da persone che hanno la passione per la musica e cercano di condividerla con chi, come loro, crede in questa forma di “associazione”. Ho fatto parte di diverse famiglie e crew, tutte formate da persone che sono rimaste nella mia vita. Sicuramente il posto dove mi sono sentito più a casa ed in sintonia con spazio e tempo come mai prima, è stato il Goa Club, dove sono letteralmente cresciuto dai primi giorni della mia infanzia.


Dopo l’esperienza di Napoli, il secondo step più importante della carriera di Claudio è stato uscire dai confini nazionali, arrivando al “Ministry of Sound” di Londra, in residenza abituale. Com’è stato testarti in situazioni internazionali? La città estera che porti nel cuore?


Si, la residenza di mio papà al MoS è stata fondamentale per cristallizzare la sua figura di “touring dj” internazionale, ha potuto proporre il suo suono senza compromessi nel club musicalmente più influente dell’epoca. Personalmente porto nel cuore diverse esperienze internazionali, mi piace però ricordare l’ultima dello scorso mese a Parigi, peraltro il mio debutto in città. È stata letteralmente una notte di fuoco con i ragazzi di “Imagine Family”.


Vinyls only. Un credo, una religione, quasi una fede. Come “trovi” la tua musica? Con quale criterio decidi di comprare un disco e poi metterlo nella tua borsa?


La passione per un supporto e la sensazione che ne deriva nel possederlo, è per questo e per conseguenze naturali, che il vinile ha nella mia vita un ruolo speciale. Sono un curioso, di base se vedo uno scaffale con dei dischi cerco subito di capire cosa sono, cerco dischi in ogni dove e come, dai negozi fisici agli stores online, dalle cantine a Discogs. Scelgo la musica in base a ciò che mi piace, ciò che gradisco ascoltare e quello che penso possa essere interessante emotivo e comunicativo.


L’amore di tuo padre per l’arte e la sua passione per il graphic design erano ben note. Pensi che la contaminazione con altri universi artistici, sia per la musica un plus?


Si, la storia tra il graphic design e mio padre è iniziata un po’ per passione, un po’ per necessità, frequentava l’università di architettura quindi la passione per il design era un dogma e da quello la necessità di creare i migliori flyer per rappresentare al meglio la sua storia. La musica per me viene contaminata da tutte le influenze, la moda, l’architettura, l’arte, i luoghi, le emozioni e le persone.


Le discoteche sono dei luoghi dal fascino “maledetto” in cui la pista da ballo diventa un vero e caotico laboratorio creativo. Mi ha entusiasmata leggere di come tuo padre cogliesse in ogni dancefloor i fantasiosi passi di danza naturali delle persone, che sembravano quasi i passi di una coreografia immaginaria. Quanto il rituale del ballo ti interessa e coinvolge, rispetto al tuo ruolo di dj?


Moltissimo, sono un appassionato scrutatore delle reazioni delle persone all’interno dei club, sguardi, gesti, urla… il rituale del ballo è ovviamente parte centrale e fondamentale di un evento all’interno di un club, un festival, un rave. La possibilità di potersi esprimere liberamente attraverso il movimento del proprio corpo attraverso le vibrazioni di un sound-system è qualcosa di unico.


Ieri il “Ministry of Sound” di Londra, oggi come esempio potremmo portare il Berghain di Berlino. Quanto il corporate clubbing, secondo te, ha modificato la scena?


Il Corporate clubbing ha i suoi pregi e i suoi difetti, i grandi budget se utilizzati bene possono creare storie fantastiche. Spesso però vediamo come vengano investiti solo su una serie di “eletti”. Confido nelle nuove generazioni, che possano cavalcare l’onda del progresso ed aprire le porte dei palchi più ambiti a nuovi volti, spesso più meritevoli.


“Meno giorni sulla strada, più giorni a casa a fare con calma il vero lavoro del dj: ascoltare i dischi, molte volte, per arrivare alla selezione perfetta. Andare a suonare è solo un aspetto del lavoro del dj”. Sei d’accordo con le parole di tuo padre?


Più che d’accordo, parte fondamentale e anche la più dura del lavoro è quella della ricerca musicale e della gestione della selezione. Andare a mettere i dischi è solo la punta dell’iceberg.


Tuo padre dedica un capitolo intero alla sua esperienza nei rave. Parla del “concetto democratico di annullarsi e perdersi nella musica, immergersi nel ballo facendo scomparire ogni tipo di divisione”. Credi sia ancora possibile tutto questo, alla luce del recente decreto?


Il Rave è un’esperienza esplosiva, un misto tra scoperta, trasgressione ed unione totalizzante. Ovviamente come tutto ha i suoi pro ed i suoi contro, come le sue eccellenze in cui questa atmosfera viene ancora preservata.


Sappiamo che è uscito da poco il tuo EP “Self-control” sulla neonata label Dubblack. Com’è cimentarsi con l’esperienza di produrre invece che selezionare?


Sicuramente un’esperienza del tutto diversa, quello di creare la propria musica è assolutamente un’operazione creativa differente rispetto a quella di selezionare.


Concludiamo la nostra chiacchierata con una dedica speciale di Gianmaria per il padre, con una selezione di quattro delle tracce che più li legano.


Armand Van Helden - I Can Smell You - (Original Mix)



Abraham – What Gives With You



Harvey - I Am A Man



Choice - Acid Eiffel




Possiamo sicuramente sentirci sollevati al pensiero che la preziosa eredità di Claudio Coccoluto sia oggi nelle mani di suo figlio. Claudio è un artista che non ha mai smesso di donarsi al pubblico fino all’ultimo giorno, come solo le grandi anime sanno fare. Perché “il party è condivisione e il dj vale quanto l’ultima persona in fondo alla sala. Perché siamo tutti protagonisti del party che stiamo vivendo”. Grazie Claudio. IO, DJ Perché il mondo è una gigantesca pista da ballo Claudio Coccoluto, Pierfrancesco Pacoda A cura di Gianmaria Coccoluto Baldini + Castoldi editore, 2022 18€


ENG VERSION



"IO, DJ - Why the world is a giant dance floor" is the result of a testimony-confession by DJ Claudio Coccoluto with music critic Piefrancesco Pacoda about his career, helping to reconstruct an important cross-section of Italian nightlife and club-culture. In this second edition, Gianmaria Coccoluto, Claudio's son, embellishes the story by integrating a repertoire of archival images-a special dedication almost two years after his father's untimely death.


For those who, like me, were born* in the late 1980s, not seeing the birth of the Roman scene movement with Paul Micioni and Marco Trani at Easy Going and then at Histeria is a real regret: echoing in my ears are the stories of those incredible evenings, when music and diversity were not an added value, but the soul and beating heart of a community. A community of creative and eccentric people who did not recognize themselves in the generation of their fathers, young people who needed to find their light, a strobe-tinged light. The records that resonated were a sound carpet of black, disco, funky, new wave, Italo disco and would shortly arrive like a queen in triumph, house. The concept of modern disco was born in those years, just as it would be established throughout the 90s with bags full of unobtainable vinyl and increasingly refined mixing techniques.


But in Rome, after Marco Trani and with the advent of house-music, there was another great protagonist, another great king: Claudio Coccoluto. I called my mother, wild in her 30s in '95 and asked her, "Mom, have you ever heard of him?" and of course the answer was yes, she knew him too. Claudio was one of those who made history, because he was one of those who made style, as he liked to say.


In an analog era, when information did not run fast between the pages of the Internet, being born in the Lazio province in Italy on the edge of the "scene" and coming to know what was happening outside a small town was not so easy. Then one day a friend arrived, who knew another friend who had spent a legendary evening at a club you first heard of; with him he brought back a cassette tape, on which were imprinted all the tracks that had resonated during those glittering night hours... and magic is born. You listen and you don't recognize any of the tracks, not a single one had been played on the radio, the whole was a fascinating mixture of sounds that contained a part African and Brazilian tracks, and still electronic, funk and new wave tracks: thus was born Afro music, or also called cosmic sound, in a seemingly illogical sequence of mixing. The DJ's mind, depending on his sensibility, style and taste would associate the tracks, transporting you on a night-long journey full of different tales. That tape thus became the sole testimony of a mythical knowledge and fetish object to be owned, listened to, re-listened to, studied. Moz-Art, Daniele Baldelli, "La Baia degli Angeli" and the emerging myth of Rimini and Riccione: the plasticized cheerfulness of the radio record announced with the microphone in the room, finally gave way to what we define today as the birth of Italian club-culture.


"I like third ways," so spoke Claudio. The essence of underground research could be summed up in this simple concept, the incredible power of non-binary identity.


"Convinced that the dance floor is a workshop, a laboratory [...] sound and research are the only language the club has to communicate," writes Pierfrancesco Pacoda, music critic and essayist, co-author of the book.


Art history teaches us how every major art movement has been a counterpoint response to what happened in the preceding years; the history of club-culture would ideally seem to align with this logic as well. After the glories of the 1980s, made up of sequins, pailletes and starlets, progressivism, economic boom, unbridled capitalism and kitsch, even the club in the 1990s conformed to the ever-increasing need for minimalism and essentialism. Rediscovering the true meaning of the community the place represents, made up of music, the only priority one should focus on. Trying to give the audience the best possible sound experience, putting research and set-up first on the priority scale, at the expense of the show. Venues were gradually stripped of all the trappings that dragged behind them in the 80s, to become the austere black boxes we know today. Daughters of the modernist aesthetic obsessed with the white cube, which Brian O'Doherty largely speculates about in: "Inside the White Cube: The Ideology of the Gallery Space," in which the essentiality of the space zeroes out any kind of contact with external reality, leaving only the content within to "speak," not the container. Hence the quest, the child of persistent thought for Claudio to create the "perfect club." Intention that would turn into the incredible experience of the Goa Club (1996-2021) in Rome, the temple of electronic music in the eternal city, thanks to the indestructible friendship with another great DJ, Giancarlino: 26 years of excellence, innovation and experimentation that left the biggest mark in the underground music scene of the Capital. Everything at "Goa Club" was based on emotions, sound-system perfection, the totalizing experience of pleasure. "Those sensations that must come to you from the music, the celebration of the ritual, the belonging to the group, which is declined by dancing," in a ceremonial that was consumed every night recreating a fetishism of symbiosis to which we would all like to have access in the development of a ritual of the senses, to feel part of a whole, to reclaim our time.


According to Claudio, the DJ is a medium: a ferryman of emotions, which flow through the hands that manipulate the turntables, carrying within himself and within those movements the close relationship between the one who produced the song and the one who is dancing to it. And if it is true that "the medium is the message," as Marshall McLuhan teaches us, the DJ carries within himself a triple interiority that explodes with disruptive force.


Claudio Coccoluto, however, was not only the greatest Italian DJ, he was also the greatest Italian DJ abroad. He was the first Italian artist to win a permanent residency at the Ministry of Sound in London, which has hosted the greatest artists, DJs and musicians in the world of dance, house and trance music since 1991. The venue that conquered the primacy of "brand," even before the much better known Pacha in Ibiza. And it was precisely abroad that Claudio found that open-mindedness and lack of prejudice, which only foreign audiences can bestow: an audience ravenously waiting to be fed with new and unknown music that only the dj-vate, who comes from distant lands, can generously give. A DJ who makes culture, experiments, transforms, educates and nourishes the scene, turning discos into a center of cultural dissemination. That "Made in Italy," which encompasses in its wording not only an entire imaginary of creative excellence, but which not coincidentally was also the name of a party that for ten years made the history of Ibizan nights at Pacha and then at Amnesia of which Claudio was resident DJ.


Today, this great legacy is in the hands of his son Gianmaria, aka GNMR, who grew up surrounded by records, with a background that stems from psychedelic rock and black music to the purest electronica. Now for years resident DJ at the "Goa Ultrabeat" party, now in the midst of the rise of his career after joining the roster of the "Roof Booking" agency in Berlin. Today Gianmaria has given us a photo insert that comes directly from his family's personal archive and embellishes the second edition of this volume.


Hi Gianmaria, in Chapter I Claudio begins by writing that the true function of the DJ is to exercise to the fullest the "shamanic" and "saving" role. What do you think, is it true that "last night a dj saved my life?"


Hello everyone, and thank you for this space, as you were anticipating my father found a parallelism between the figure of the dj and that of the medium, the dj as a mediator of the emotions of the dancefloor and it is definitely the vision I most share of this role. The DJ has a shamanic role in that he dictates the rhythm and cadence of the ritual, the sound-system is the fire, the dancefloor the circle of people surrounding it. ...Yes, "last night a dj saved my life."


Today you are a DJ in the prime of his career with the weight of an important legacy to carry on. Was it a natural passing of the baton?


It was obviously an obligatory passing of the baton, but also completely natural. I first approached music in a more general sense, fascinated by what it can create in people's imaginations. I was totally enraptured by the meaning of the 'experience of listening to the same record all together; I then began to imagine that the records to listen to were my own and tried to persevere by building my own path.


How many and which other DJs and producers, besides Claudio, have been instrumental in your growth as a musician and artist?


The DJs that have influenced me have been so many, the one that I feel like mentioning more than anyone else is Giancarlino. His music and his way of playing are unique and having been able to observe/listen to him closely and later work with him has been a great inspiration for me.


Claudio talks about Naples and the "Angels of Love" crew as the place and family where he felt most "at home." What are yours?


The club is like a family or often more, a social fabric almost hidden and sometimes a bit snubbed, formed by people who have a passion for music and try to share it with those who, like them, believe in this form of "association." I have been part of several families and crews, all formed by people who have stayed in my life. Definitely the place where I felt most at home and in tune with space and time as never before was the Goa Club, where I literally grew up from the earliest days of my childhood.


After the experience in Naples, the second most important step in Claudio's career was to go outside the national borders, coming to London's "Ministry of Sound" in regular residence. What was it like to test yourself in international situations? The foreign city you carry in your heart?


Yes, my dad's residency at MoS was instrumental in crystallizing him as an international "touring DJ," he was able to put forward his uncompromising sound in the most musically influential club of the time. Personally I carry several international experiences in my heart, however, I like to remember the last one last month in Paris, moreover my debut in the city. It was literally a night on fire with the guys from Imagine Family.


Vinyls only. A belief, a religion, almost a faith. How do you "find" your music? By what criteria do you decide to buy a record and then put it in your bag?


The passion for a medium and the feeling that comes with owning it, it is because of this and natural consequences, that vinyl plays a special role in my life. I'm a curious person, basically if I see a shelf with records I immediately try to figure out what they are, I look for records everywhere and how, from physical stores to online stores, from cellars to Discogs. I choose music based on what I like, what I enjoy listening to and what I think might be interesting emotional and communicative.


Your father's love for art and his passion for graphic design were well known. Do you think the contamination with other artistic universes, is for music a plus?


Yes, the history between graphic design and my father started a little bit out of passion, a little bit out of necessity, he was attending the university of architecture so the passion for design was a dogma and from that the need to create the best flyers to best represent his story. Music for me is contaminated by all influences, fashion, architecture, art, places, emotions and people.


Discos are places with "cursed" charm where the dancefloor becomes a true and chaotic creative laboratory. I was thrilled to read about how your father would catch people's imaginative natural dance moves on every dancefloor, which almost seemed like the steps of an imaginary choreography. How much does the ritual of dancing interest and involve you, compared to your role as a DJ?


Very much, I am a passionate scrutinizer of people's reactions inside clubs, looks, gestures, screams... the ritual of dancing is obviously a central and fundamental part of an event inside a club, a festival, a rave. The possibility of being able to express oneself freely through the movement of one's body through the vibrations of a sound-system is something unique.


Yesterday the "Ministry of Sound" in London, today as an example we could bring Berlin's Berghain. How much has corporate clubbing, in your opinion, changed the scene?


Corporate clubbing has its merits and its flaws, big budgets if used well can create fantastic stories. However, we often see how they are invested only on a "chosen" set. I trust the new generation to ride the wave of progress and open the doors of the most coveted stages to new, often more deserving faces.


"Fewer days on the road, more days at home calmly doing the real work of a DJ: listening to records, many times, to arrive at the perfect selection. Going out and playing is just one aspect of the DJ's job." Do you agree with your father's words?


More than agree, a fundamental and also the hardest part of the job is that of music research and selection management. Going out and putting records on is just the tip of the iceberg.


Your father devotes a whole chapter to his experience in raves. He talks about the "democratic concept of annulling yourself and losing yourself in the music, immersing yourself in the dance making all kinds of divisions disappear." Do you think this is still possible in light of the recent decree?


Rave is an explosive experience, a mixture of discovery, transgression and totalizing union. Of course like everything it has its pros and cons, as do its excellencies where this atmosphere is still preserved.



We know that your EP "Self-control" was recently released on the newly formed label Dubblack. What is it like to try your hand at the experience of producing instead of selecting?


Definitely a completely different experience, that of creating one's own music is absolutely a different creative operation than selecting.


We end our chat with a special dedication by Gianmaria for his father, with a selection of four of the tracks that most bind them together.


Armand Van Helden - I Can Smell You - (Original Mix) https://www.youtube.com/watch?v=OOpc2uC8zgk Abraham - What Gives With You https://www.youtube.com/watch?v=7OTLpPy8b8E Harvey - I Am A Man https://www.youtube.com/watch?v=knGE1XPH-Aw Choice - Acid Eiffel https://www.youtube.com/watch?v=_1YdsA5XAPU



We can certainly be relieved to think that Claudio Coccoluto's precious legacy is now in the hands of his son. Claudio is an artist who never stopped giving himself to the audience until his last day, as only great souls can do. Because "the party is sharing and the DJ is as valuable as the last person at the back of the room. Because we are all protagonists of the party we are living." Thank you Claudio.


IO, DJ Because the world is a giant dance floor Claudio Coccoluto, Pierfrancesco Pacoda Edited by Gianmaria Coccoluto Baldini + Castoldi editore, 2022 18€

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