Synesthetique: RACHEL MONOSOV

Synesthetique è la rubrica per t-mag a cura di Anna Vittoria Magagna che racconta le arti visive che coinvolgono multiple sfere sensoriali, dal suono e la musica, al linguaggio fino alla scultura, pittura e performance.


Rachel Monosov lavora con la performance, fotografia, video e scultura. Approfondendo le nozioni culturali di alienazione, appartenenza territoriale e identità, l'artista riflette su concetti sociali e politici che riecheggiano eventi storici. Monosov ha conseguito due master presso la Royal Academy of Fine Arts (KASK) di Gand, in Belgio, e una laurea presso la Bezalel Academy di Gerusalemme, in Israele. Dal 2017, le opere di Monosov sono state esposte al BOZAR e al Museum Dhondt-Dhaenens in Belgio, alla Kunsthaus Hamburg e alla Bundeskunsthalle Bonn in Germania, all'Art Institute of Chicago, al National Museum of Art di Bucarest, alla National Gallery of Zimbabwe di Harare, ai Musei Serlachius in Finlandia, al Palazzo delle Esposizioni di Roma; e in tre Biennali internazionali: l'11ª Biennale di Bamako, la 13ª Biennale di Dakar e il Padiglione dello Zimbabwe alla 57ª Biennale di Venezia.


La tua pratica come artista, la vedo molto "sinestetica": il tuo lavoro tocca sfere diverse come il video, la gestualità, il suono e il visivo attraverso la scultura, come gli altri artisti intervistati di questa rubrica.



©Xo Curatorial Projects, Photo by Juan Saez

Sì, la mia pratica ha manifestazioni così diverse: poiché le domande che mi pongo hanno bisogno di un proprio mezzo per essere affrontate e, per questo, vengono espresse in formati diversi. Mi interessa anche capire come un film possa far parte di una performance e come le sculture possano influenzare il movimento dei ballerini. Anche la mia formazione è trasversale, sono laureata in Cinema, Belle Arti e Fotografia, e quindi mi sembra naturale lavorare in questo modo.





Quali sono i tuoi riferimenti letterari e artistici?


Ho sempre utilizzato metodi diversi che ritenevo più adatti. I miei riferimenti sono infiniti, dai giornali ai podcast ai dipinti. Mi ispiro agli scritti di Timothy Morton, Donna J. Haraway, Judith Butler, Susan Sontag, Hito Steyerl e molti altri. Per quanto riguarda gli artisti, sono una grande fan del lavoro di Rebecca Horn e di una lunga lista di molti altri come Francis Alys, Alfredo Jaar e Philipp Parreno. Proprio oggi ho scoperto alla Biennale di Berlino una bellissima opera video sperimentale intitolata 1941 di Asim Abdulaziz. Mi ispiro molto anche alla vita quotidiana, da cui traggo tante idee che possono arrivare durante una passeggiata, parlando con un amico, guardando un film, a tarda notte o al mattino molto presto alle 5.



Olympia performed at Palazzo delle Espozitioni, Rome, 2019, Photo by Monkeys VideoLab

Puoi dirmi qualcosa di più sulla tua performance "Olympia"? In particolare, la relazione tra il suono e la performance.


Il mio punto di partenza è stato il film Olympia (1936) di Leni Riefenstahl (regista associata alla propaganda nazista). Lavorando alla mia performance, ho indagato i momenti corporei che precedono l'azione e quelli successivi, tra l'immobilità e la forma. Ciò che mi ha colpito del film di Reifenstahl sono i movimenti degli atleti antecedenti di preparazione alla loro attività o i momenti in cui la terminano. Nel mio lavoro, attraverso la rievocazione e la riproduzione di quei movimenti del corpo e dell'estetica cinematografica, ho voluto mettere in discussione la celebrazione della perfezione olimpica.





Il suono nelle mie performance è un aspetto essenziale per me; mi ispiro al modo in cui i compositori cinematografici e i sound designer creano i paesaggi sonori di un film. Per la performance Olympia ho collaborato con l'INRA (Philipp Rhensius e Adam Ben-Nun), che ha fatto un ottimo lavoro di raccolta di campioni da luoghi diversi. Mentre lavoravamo, i musicisti hanno assistito alle prove dei ballerini, Camilla Borgaard, Victor Dumont, Rachell Bo Clark, Stephanie Amurao e Katrina Bastian. Abbiamo costruito lentamente la musica insieme al mio sentire. Philipp Rhensius ha lavorato anche con la registrazione di frammenti di testo ispirati all'opera, ai movimenti dei danzatori, ai diversi ritmi e anche ai suoni del respiro, parte fondamentale del paesaggio sonoro di questa performance. È quasi come se il fiato mancasse costantemente, anche stando fermi.


Rachel Monosov Self-Portrait with Sister Maria upon first return to Russia since 1991 1 & 2, 2020 archival pigment print + artist frame 28 × 38 cm

E la mostra "It's All Written In The Stars"? In quale modo il video e l'intero allestimento intrattengono un dialogo attivo?


La mostra prende in prestito il suo titolo, It's All Written In The Stars, dal cortometraggio che ho realizzato con mia sorella Maria Monosov (2020). Il film è una combinazione di elementi di fantascienza e autobiografia; abbiamo scritto, diretto e interpretato il lavoro video mentre tornavamo alla nostra casa d'infanzia, un piccolo villaggio in Russia. Questa remota cittadina è cresciuta intorno all'Osservatorio Astrofisico Speciale (SAO), che per diversi anni ha ospitato il più grande telescopio ottico a specchio del mondo. Tornare nella città nel 2019 è stata un'esperienza come tornare indietro nel tempo, in un luogo dove il tempo sembra essersi fermato al crollo dell'URSS nel 1989.


Il film e le altre opere in mostra sono legati al concetto di solitudine, alla migrazione e ai tentativi di comprendere la propria identità. Tuttavia, cerco di passare dall'autobiografia a concetti più ampi di socio-politica. I materiali che ho utilizzato e la simbologia del film aprono un dialogo con l’epoca post-URSS, in un contesto attuale. Ad esempio, nell'opera Doorknob in Hermitage (2020),

le maniglie sono repliche dei pomelli delle porte del Museo dell'Ermitage di San Pietroburgo, in Russia. La simbologia originale fa riferimento agli artigli dell'aquila sulla bandiera dello zar del XVII secolo. Dislocare questi oggetti dal loro contesto originale conferisce diversi significati, tra cui un senso di kitsch che rappresenta una madre Russia ormai scomparsa e la storia dell’immigrazione anche mia personale negli anni 90 dopo la caduta dell'URSS. Alla galleria Catinca Tabacaru di Bucarest, i pomelli della porta attaccati a una porta rumena di oltre 100 anni proveniente dalla Bucovina (precedentemente parte dell'URSS) parlano delle connessioni tra le storie comuniste della Russia e della Romania, sollevando domande sull'influenza del comunismo. L'oggetto viene stampato in 3D per ricrearlo, rendendolo accessibile e riducendo il valore della gerarchia e potenzialmente della sua regalità.



Un'altra opera della mostra, intitolata "I can't see the air", è uno struggente volto umano in ottone con il naso rotto. L’opera presenta collegamenti critici con il razzismo e la violenza. Se da un lato il naso è il primo a rompersi durante un atto di violenza, dall'altro è anche la caratteristica spesso usata per differenziare gli europei bianchi dagli ebrei.


La storia di Rachel Monosov come continua? Quali sono i tuoi progetti futuri?


Ho appena finito di lavorare a una nuova performance, Landscape of Comfort, che esplora l'adattamento del corpo umano a strutture e oggetti. La performance si interroga su come il continuo passaggio tra comfort e disagio sia in realtà la resistenza dell’uomo ad arrendersi ai dogmi e i preconcetti del potere.

Ho presentato l'opera in anteprima una settimana fa e spero che la riproporremo presto. Sto anche lavorando a una performance video che combina oggetti virtuali, tecnologia e performance dal vivo.


Impossible meeting point, 2022, Performance. Duration 40mins, Hypermaremma, Italy



ENGLISH VERSION


Your practice as an artist. I see it is very 'synesthetic' because your work touches different spheres such as video, gestures, sound, and the visual through sculpture.


Yes, my practice has such diverse manifestations - because the questions I have need their own means of addressing, they are expressed in different formats. I'm also interested in how a film could be part of a performance and how sculptures could influence the movement of dancers. I think since I also have degrees in Cinema, Fine arts, and Photography it feels natural for me to work in this way.


What are your references in these different spheres? E.g. a writer, musician, a quote you reconnect with your work, an artist you look at…


I always used different methods which I found most fitting for the subject matter. My references are endless, from newspapers to podcasts or a painting. I'm inspired by the writing of Timothy Morton, Donna J. Haraway, Judith Butler, Susan Sontag, Hito Steyerl and many others. As for artists, I'm a big fan of the work of Rebecca Horn and a long list of many others such as Francis Alys, Alfredo Jaar and Philipp Parreno, Today; I discovered a beautiful experimental video work titled 1941 by Asim Abdulaziz at the Berlin Biennale. But mostly, I get my ideas from daily life during a walk, talking with a friend, watching a film, late at night, or very early morning, 5 am.


Can you tell me a bit more about your Olympia performance? In particular, the relation between sound, and the sculptures made of the bodies of performers.


I took Leni Riefenstahl's (a filmmaker associated with Nazi propaganda) film Olympia (1936) as a point of departure. Working on my performance Olympia, I investigated the bodily moments before the action and after the seconds between motionlessness and getting into shape. What touched me about Reifenstahl’s film are the moments and movements of the athletes before they perform their activity or the second they finish. In my work, through the re-enactment and reproduction of those body movements and film aesthetics, I wanted to question the celebration of Olympic perfection.


The sound in my performance work is an essential aspect for me; I am inspired by the way film composers and sound designers creates soundscapes for a film. For the performance Olympia, I collaborated with INRA (Philipp Rhensius & Adam Ben-Nun..They did a beautiful job of collecting samples from different places and creating sounds. As we worked, the musicians watched the rehearsals with the dancers, Camilla Borgaard, Victor Dumont, Rachell Bo Clark,Stephanie Amurao and Katrina Bastian. We slowly built the music together with my feedback. Philipp Rhensius also worked with voice-over recording of his text fragments inspired by the work, the dancer's movements, different rhythms, and even breath sounds. Breath was a big part of the soundscape of this performance. It's almost as if they constantly run out of breath, even standing still.


What about the exhibition? It's all written in the Stars? How do the video and the whole show entertain a dialogue?


The exhibition borrows its title, It's All Written In The Stars, from the short film I made with my sister Maria Monosov (2020). The film is a combination of elements of science fiction and autobiography; we wrote, directed, and starred in the video work as we returned to our childhood home, a small village in Russia. This remote town burgeoned around the Special Astrophysical Observatory (SAO), home to what was the world's largest single primary mirror optical reflecting telescope for several years. To return in 2019 was an experience of going back in time, to a place where time appears to have stopped upon the collapse of the USSR in 1989.


The film and the other works in the exhibition are linked to loneliness, migration and the attempts at understanding one's identity. Still, I try to move from autobiographical to large socio-political. The materials and symbols and the film open a dialogue to a post-USSR era contextualized within current times. For example, in the work Doorknob in Hermitage (2020),

the handles are replicas of door knobs from inside the Hermitage Museum in St. Petersburg, Russia. The original symbology references the claws of the eagle on the 17th-century Tsar's flag. Displacing these objects from their original context bestows upon them different meanings, including a kitschiness representing a long-gone mother Russia, which speaks to my immigration story in 1990 after the fall of the USSR. At Catinca Tabacaru Gallery Bucharest, the door knobs that are attached to a 100+-year-old Romanian door from Bucovina (previously part of the USSR) speak to the connections between the communist histories of Russia and Romania, raising questions about the influence of communism. The object is 3D-printed to re-create it, rendering it "cheap", and reduces the value of hierarchy and potentially royalty.


Another work in the exhibition titled I can't see the air is a poignant brass human face, its nose broken. It presents critical links to racism and violence. While the nose is the first to break during an act of violence, it is also the characteristic often used to differentiate White Europeans from Jews.


Thank you, what about future projects?


I have just finished working on a new performance, Landscape of Comfort, exploring the human body's adaptation to structures and objects. The performance questions how the endless shift between comfort to discomfort embodies resistance to surrendering to the power structure. We premiered the work a week ago, and I hope we will perform it again soon. I'm also working on a video performance that combines virtual objects and life performance.