STUCK BETWEEN WORLDS | In conversation with: Deriansky & Nic Paranoia

Updated: 13 hours ago

Quelle di Deriansky e Nic Paranoia sono due strade che si sono incrociate anni fa. Prima ancora di essere collaboratori, prima ancora di “Qholla”, prima di tutto i due sono amici. Questo aspetto è importante per comprendere a fondo l’importanza di “qonati”, l’ultimo album a cui hanno lavorato insieme. “qonati” nasce da un’esperienza diretta di Deriansky, un’esperienza anche difficile che si traduce in un titolo che già da solo parla del bisogno, quasi fisiologico, di buttare fuori roba. A partire da quell’impulso primario poi sono seguiti i giorni e le nottate trascorse con Nic dove, tra una canna e una chiacchiera, “qonati” ha cominciato a prendere forma. Da un lato la musica, che non può essere definita se non nell’incontro fra l’elettronica e il rap (con tutto quello che ci sta in mezzo), dall’altro i visual che hanno visto Nic Paranoia impegnato a modellare le ansie e le paranoie di Deriansky dando loro un’immagine. Un’immagine volutamente disturbante che, dopo circa due anni, ha preso la forma della maschera nell’artwork di “qonati”.


Nell’intervista a Deriansky e Nic Paranoia ci siamo addentrati nella genesi e nello sviluppo dell’ultimo album del rapper e producer originario di Parma, concentrandoci su tutta la sua componente estetica fino ad arrivare al live che vedrà i due impegnati nei prossimi mesi.



Dario, partiamo da qonati il tuo ultimo album. Il fatto di scrivere e produrre i tuoi pezzi ti lascia grande libertà di spaziare a livello di generi musicali. Quali sono, se li hai, i tuoi riferimenti sia in termini di artisti che di scene e in che modo metti insieme queste influenze anche molto diverse?


Dario: La premessa è che ‘qonati' nasce dalla voglia di prendere spunti da diversi generi e culture e questo si conferma anche all’ascolto. Nel lasso di tempo fra ‘Qholla’ e ‘qonati’ ho ascoltato molta jungle, uk garage, drum and bass e mi ci sono appassionato. Ho voluto sperimentare quel tipo di sound in tracce più frenetiche come marabu e lovlov. Allo stesso tempo rimango affezionato al classico tempo Boom Bap che si può sentire in mosqe dove, pur essendoci dei suoni elettronici, si rifà al rap più classico. Negli ultimi anni questi break stanno tornando da Londra e sono che stanno andando forte. Ad esempio Guè che ha fatto un disco con quelle sonorità ed è andato benissimo. Nel mio disco che c’è tanta dubstep, tanta elettronica e anche musica ambiente. Provo a pescare da cose anche molto esposte, come può essere appunto Guè, e altre più di nicchia che ascolto solo io. Ad esempio mi ha ispirato molto il disco che ha fatto Talpah con Ciro Vitiello.



Quindi non senti di appartenere distintamente alla scena elettronica o alla scena rap?


Dario: Sono in fase di sperimentazione. Preferisco che nessuno mi etichetti con un genere perché non lo riesco a fare neanch’io. Mi sto scoprendo. Sicuramente il mondo rap e hip hop è predominante perché di base rappo, anche se i beat sono tutti pazzi però c’è anche molta strumentale. Ci sarà gente che ascolterà il disco per la strumentale e altri che lo ascolteranno per il rap e il testo. Già questo dà l’idea di come il lavoro stia a metà fra i due mondi. Ed è così che mi sento.

Nell’album parli spesso di insicurezze e paranoie, che sono dei tratti in cui si riconosce la tua generazione. Nei tuoi testi parli di te stesso o racconti anche le storie di qualcun altro?


Dario: Il testo nasce da esperienze personali ovviamente. Mi considero una persona molto analitica e riflessiva. Perdo tanto tempo a pensare, a volte anche troppo tant’è che mi fermo. Dico cose vere riguardo alla mia vita, ma parlo faccio anche delle supposizioni. Parlo del mondo del lavoro, ma ho 22 anni e ho una vita per lavorare. Voglio far trasparire il fatto che il mio è un punto di vista personale e non voglio passare come saccente. É un punto di vista molto umile, ma anche sicuro e netto. Quello di cui parlo l’ho vissuto quasi tutto e so di cosa sto parlando. A volte chiaramente, come tutti, si tende a esagerare un aspetto con una metafora per risaltarla ancora di più. L’immaginario che creo con quella metafora serve a risaltare la realtà che c’è nel disco.

‘qonati’ è un disco fatto di mie insicurezze. In 2 anni di covid era normale che queste venissero a galla perché c’era tanto tempo per pensare e anche riadattarsi. Io avevo bisogno di sfogare. Il mood era di essere arrivato a un limite e di voler sputare fuori tutto, senza essere la guida di nessuno e senza essere truci e dark. Non so etichettarlo, è ‘qonati’ e ha una vita propria.



Il titolo suggerisce un’immagine cruda se vogliamo, ma anche fisiologica. Qualcosa per cui non puoi fare niente.


Dario: Un’immagine organica. Io ho anche una fissa su come sono scritte le cose. È nato in un periodo in cui ero in ospedale e vomitavo tanto, saltavo i pasti e sono stato male. Era da molto tempo che non vomitavo e una volta in ospedale ho sentito la parola “conati” un’infinità di volte. Ogni volta mi suonava meglio e intanto ci costruivo il concetto intorno. Così ho deciso il titolo che è nato prima di tutto.

Nic, una volta che Dario ha pensato al concetto dell’album poi vi siete messi a dialogare sulla componente visiva dell’album. Nello specifico, da dove parte l'immaginario di qonati?


Nic: La figata, che da fuori si può intuire o meno, è che io e Dario prima di essere collaboratori siamo amici. Ci sono le sessioni di lavoro, ma per ‘qonati’ così come è stato per ‘Qholla’, abbiamo fatto un lavoro che nasceva in primis da una sincera amicizia. Con Dario e Deepho, l’altro ragazzo del teamcro, non succede mai che ci mettiamo al tavolo e pensiamo a un concept da tirare fuori. È un ambito di lavoro dove lo sviluppo al 90% è naturale e spontaneo. Poi ovviamente entrano in gioco delle dinamiche organizzative. Con il tempo il vissuto ti porta a capire cosa piace all’altra persona. Io mi ponevo nella posizione di assorbire quello che mi arrivava da Dario. Andavo a casa sua dove mi faceva ascoltare un sacco di ambient e questo per osmosi mi ha portato a fare dei ragionamenti. A livello di sviluppo creativo del concept tutto è stato molto naturale.

Abbiamo analizzato il fatto che il nome del disco nuovo aleggiava già da poco dopo che era uscito ‘Qholla’. In quel lasso temporale sono successe talmente tante cose che, col senno di poi, abbiamo realizzato che dentro ‘qonati’ c’erano davvero tanti eventi. Con ‘Qholla' nessuno di noi sapeva cosa stessimo facendo. Ci piaceva quello che facevamo ed era tutto molto libero. Una volta che abbiamo visto che alla gente piaceva abbiamo semplicemente collaudato un metodo di lavoro che era funzionale in quanto noi in primis ci divertivamo a farlo. Con ‘qonati’ lo abbiamo portato su un livello superiore.


Dario: io e Nic abbiamo già appurato di condividere un determinato gusto. Quando lavoriamo insieme cerchiamo di cogliere le sfumature del progetto dell’altro in delle sfumature di vita. Nic ha capito cosa volevo creare vedendo i miei video preferiti su youtube. È qualcosa che si crea nel tempo e avendo, come nel nostro caso, la possibilità di vedersi non solo per lavorare ma anche per condividere delle cose.


In che modo la componente musicale si fonde con i visual e si fondono suoni e immagini?


Nic: ‘Qholla’ è stato il lavoro che ha battezzato quello che oggi è diventato, nel mio caso, Nic Paranoia e, nel caso di Dario, Deriansky. Ha sfondato le porte per delle persone che hanno apprezzato il progetto e hanno dato modo a me in primis di capire come volevo far funzionare quello che facevo. Oggi siamo bombardati da immagini e input visivi dai social, dai mass media etc. Io personalmente parto sempre con l’intento di impressionare e disturbare. Non ricerco mai il bello in sé perché lo fa talmente tanta gente che finisci per mescolarti con loro. L’intento è quello di schifare o comunque lasciare un minimo di disgusto. Penso che oggi impressionare funzioni molto di più che non raccontare qualcosa di esteticamente bello perché ne siamo pieni fino al collo.

Sapevamo che ‘qonati’ sarebbe stato qualcosa di molto impattante. Da come abbiamo cominciato a raccontarcelo 2-3 anni fa a come è uscito oggi è cambiato molto nella struttura ed è forse il progetto per cui ho fatto più copertine. Quella finale è quella che rende più giustizia al tutto. È un tentativo di far venire al pettine tutti i nodi e di raccogliere tutti gli input di quesi anni.

Volevamo essere molto attenti al mondo digitale che è centrale per Dario visto il suo rapporto con l’elettronica. Dall’altra parte non volevamo fare qualcosa di già visto, ma volevamo che fosse una cosa unica. Con Giorgio Cassano, il ragazzo che cura i video, e Dario è venuto fuori un mondo legato a un’estetica retrò che ricorda Piccoli Brividi. Volevamo trovare qualcosa di marcio, esasperandolo per renderlo buffo. Quel look anni ’90 contestualizzato oggi non fa paura. Il nostro intento era di partire da lì e fare qualcosa che oggi ti facesse cagare addosso. Nella copertina il focus è sul volto di Dario ma tutto il trip nasceva da Padelle e dalla suggestione che Dario prendesse una padellata che gli cambiava la faccia. Tutto è nato in modo molto spontaneo senza dimenticare il lavoro fatto negli anni.

Che ruolo ha la maschera? È una scelta puramente estetica per non mostrare la faccia di Dario o esprime un concetto?


Dario: Sicuramente la maschera rappresenta qualcosa. Nella storia che abbiamo costruito con i video di ‘riansky paranoia #3 e dlato si vede che c’è la trasformazione di un personaggio. Il disco parla di diversi punti di vista su se stessi. Il disagio che esprimo in certe canzoni è lo stesso che vedi nel video dove il personaggio si sente escluso o di troppo o magari troppo sicuro di sé. Io mi sono affezionato al personaggio e la maschera mi rappresenta molto.


Nic: Una volta immaginata la maschera ci sembrava una scelta azzeccata anche nell’ottica di raccontare il progetto. A Dario non è mai piaciuto avere la presenza da rapper con le catene e il cappellino al rovescio in copertina. Abbiamo preso la palla al balzo per far sì che la gente potesse associare a questa faccia deformata un artista e un tipo di suono. Non abbiamo fatto niente di nuovo, ma è qualcosa che non è stato fatto da poi così tanti artisti. Non volevamo fare niente di bello, ma incuriosire le persone che, vedendo il manifesto, si chiedessero chi c’era dietro.


Dario: Infatti nei nostri discorsi aleggiava da tempo l’idea di mettere qualcosa che mi rappresentasse e che non fosse la mia faccia. Ci sono state diverse idee e quella della maschera è stata la più gettonata e la più figa.


Quindi la maschera ha un significato legato alla nostra società?


Dario: Essendo individuo della società di oggi rappresento la società di oggi e la maschera rappresenta me quindi è sicuramente collegata. La maschera rappresenta Il disagio che posso provare io in un certo ambiente della società e io sono un individuo della società simile a molta altra gente. So che molte cose di cui parlo sono un po’ criptiche, ma una volta capite sono associabili a più persone. Parlo di cose semplici nel mio modo complicato. È il punto di vista di una formica nel formicaio.


Prossimamente sarete impegnati nel live che andrà a unire la componente musicale e visual. Come sarà strutturato?


Dario: il legame tra audio e visual per forza di cose dipenderà anche dalla location. Sicuramente il visual sarà predominante laddove sarà possibile. Vogliamo creare una sinergia che si sostenga a vicenda fra musica e visual perché il live che faccio io è molto da frontman ma c’è anche tanta strumentale da riempire e tanti mood diversi che si vogliono incrociare. Vorrei che l’unione fra me e Nic portasse con lo show una storia che abbia un inizio ala fine e che uno si possa ricordare come un’esperienza dopo averlo visto.


Nic: Rispetto a un ascolto con le cuffie, questo è un disco che live dà il massimo. Dato che esiste già un legame fra la musica di Dario e i miei visual, il live è il modo e il luogo dove far avvenire il matrimonio fra le due dimensioni.


Dario: Segna anche l’inizio di un format che vogliamo portare in giro. Nemmeno noi sappiamo che effetto farà sul pubblico. La connessione tra me e Nic è in crescita, da ‘Qholla’ ad oggi abbiamo fatto sicuramente un level up ed entrambi ci stiamo avvicinando sempre di più a quello che vogliamo esprimere quindi siamo molto gasati.




ENGLISH VERSION


Deriansky and Nic Paranoia are two paths that crossed years ago. Before being collaborators, even before "Qholla", first of all, the two are friends. This aspect is important to fully understand the importance of "qonati", the last album they worked on together. "qonati" comes from a direct experience of Deriansky, a difficult experience that translates into a title that alone speaks of the need, almost physiological, to throw out stuff. Starting from that primary impulse then followed the days and nights spent with Nic where, between a reed and a chat, "qonati" began to take shape. On the one hand, music, which can only be defined in the encounter between electronics and rap (with everything in between), on the other the visuals that have seen Nic Paranoia busy modeling the anxieties and paranoia of Deriansky giving them an image. A deliberately disturbing image that, after about two years, took the shape of the mask in the artwork of "qonati".. In the interview with Deriansky and Nic Paranoia we delved into the genesis and development of the latest album by the rapper and original producer

Dario, let’s start with your latest album. The fact of writing and producing your own pieces leaves you great freedom to the range at the level of musical genres. What are, if you have them, your references both in terms of artists and scenes and how do you put together these influences even very different?

Dario: The premise is that ùqonati' comes from the desire to take cues from different genres and cultures and this is also confirmed by listening. In the time between Qholla and Qonati I’ve heard a lot of jungle, UK garage, drum, and bass and I’ve been into it. I wanted to experience that kind of sound in more frenetic tracks like marabu and lovlovlov. At the same time I remain attached to the classic time Boom Bap that you can hear in “mosqe” where, although there are electronic sounds, it refers to the most classic rap. In recent years these breaks are coming back from London and they are going strong. For example, Guè made a record with those sounds and it went very well. In my record, there is a lot of dubstep, a lot of electronics, and also ambient music. I try to fish from things even very exposed, as can be precisely Guè, and others more niche that I listen only to me. For example, I was very inspired by the record that Talpah made with Ciro Vitiello.

So you don’t feel that you belong distinctly to the electronic scene or the rap scene?

Dario: I’m in the process of experimenting. I prefer nobody to label me with a genre because I can’t do it myself. I’m discovering myself. Surely the rap and hip hop world is predominant because of basic rapping, although the beats are all crazy there is also a lot of instrumental. There will be people who will listen to the album for the instrumental and others who will listen to it for the rap and the lyrics. This already gives the idea of how work is halfway between the two worlds. And this is how I feel.


In the album, you often talk about insecurities and paranoia, which are traits in which you recognize your generation. Do you talk about yourself in your lyrics or do you also tell someone else’s stories?

Dario: The text comes from personal experiences of course. I consider myself a very analytical and reflective person. I spend so much time thinking, sometimes too much time to stop. I say true things about my life, but I also make assumptions. I talk about the world of work, but I am 22 years old and I have a life to work. I want to make it clear that mine is a personal point of view and I don’t want to pass as a smartass. It’s a very humble point of view, but it’s also a very safe and clear one. What I’m talking about I’ve lived almost everything and I know what I’m talking about. Sometimes clearly, like everyone else, one tends to exaggerate an aspect with a metaphor to make it stand out even more. The imagery that I create with that metaphor serves to highlight the reality that is in the record.

‘This is a record of my insecurities. In 2 years of covid, it was normal for these to come to the surface because there was so much time to think and also readjust. I needed to vent. The mood was to have reached a limit and to want to spit everything out, without being the guide of anyone and without being grim and dark. I don’t know how to label it, it’s a 'qonati' and it has a life of its own.


The title suggests a raw image if you will, but also a physiological one. Something you can’t do anything about.

Dario: An organic image. I also have a fixation on how things are written. He was born at a time when I was in the hospital and I was throwing up so much, skipping meals, and I got sick. I haven’t thrown up in a long time, and once I got to the hospital, I heard the word "gag" countless times. Each time it sounded better and in the meantime, I built the concept around it. So I decided on the title that was born first of all.


Nic, once Dario thought about the concept of the album then you started talking about the visual component of the album. Specifically, where does the imaginary of qonati come from?

Nic: The cool thing, that from outside you can guess or not, is that Dario and I are friends before being collaborators. There are the work sessions, but to ‘qonati' as it was for õQholla', we did a job that was born first of all from a sincere friendship. With Dario and Deepho, the other guy from the team, it never happens that we sit at the table and think of a concept to pull out. It is a field of work where 90% of the development is natural and spontaneous. Then of course organizational dynamics come into play. With time, the experience leads you to understand what the other person likes. I put myself in a position to absorb what came to me from Dario. I used to go to his house where he made me listen to a lot of ambient music and that led me to reason. At the level of creative development of the concept, everything was very natural.

We analyzed the fact that the name of the new disk had been around since shortly after Qholla was released. In that time so many things happened that, in hindsight, we realized that there were so many events going on inside. With Qholla, none of us knew what we were doing. We liked what we were doing and it was all very free. Once we saw that people liked it we simply tested a working method that was functional as we first enjoyed doing it. We’ve taken it to the next level.


How does the musical component blend with the visual and blend sounds and images?

Nic: Qholla' was the work that christened what has become today, in my case, Nic Paranoia and, in Dario’s case, Deriansky. It kicked in the doors for people who liked the project and gave me a chance to understand how I wanted what I was doing to work. Today we are bombarded with images and visual inputs from social media, mass media etc. I personally always leave with the intent to impress and disturb. I never look for the good in itself because so many people do it that you end up mixing with them. The intent is to disgust or leaves a minimum of disgust. I think that today impressing works much more than not telling something aesthetically beautiful because we are up to our necks full of it.

We knew it would be something very impactful. From how we started to tell us about it 2-3 years ago to how it came out today it has changed a lot in the structure and is perhaps the project for which I did more covers. The final one is the one that does the most justice to the whole. It is an attempt to comb through all the knots and gather all the inputs of those years.

We wanted to be very attentive to the digital world that is central for Dario given his relationship with electronics. On the other hand, we didn’t want to do something we already saw, but we wanted it to be unique. With Giorgio Cassano, the guy who takes care of the videos, Dario has come out with a world linked to a retro aesthetic that recalls Little Creeps. We wanted to find something rotten, exasperating it to make it funny. That '90s look contextualized today is not scary. Our intent was to start there and do something that would make you shit yourself today. On the cover, the focus is on the face of Dario but all the trip was born from Padelle and the suggestion that Dario took a frying pan that changed his face. Everything was born very spontaneously without forgetting the work done over the years.


What role does the mask have? Is it a purely aesthetic choice not to show the face of Dario or express a concept?

Dario: Surely the mask represents something. In the story, we have built with the videos of Riansky paranoia #3 and dlato we see that there is the transformation of a character. The record speaks of different views about themselves. The discomfort I express in certain songs is the same that you see in the video where the character feels excluded or too much or maybe too confident. I got attached to the character and the mask represents me a lot.

Nic: Once we imagined the mask, we thought it was a good choice to tell the project. Dario never liked having the presence of a rapper with chains and the hat on the back cover. We took the leap so that people could associate this deformed face with an artist and a kind of sound. We haven’t done anything new, but it’s something that hasn’t been done by so many artists. We didn’t want to do anything nice, but we wanted to interest people who, when they saw the poster, wondered who was behind it.

Dario: In fact, in our speeches, there had been for a long time the idea of putting something that represented me and that was not my face. There were several ideas and the mask was the most popular and the hottest.


So the mask has a meaning linked to our society?

Dario: Being an individual of today’s society I represent today’s society and the mask represents me so it is definitely connected. The mask represents the discomfort that I can feel in a certain environment of society and I am an individual of society similar to many other people. I know a lot of the things I talk about are a little cryptic, but once you understand, they’re associated with more people. I talk about simple things in a complicated way. It is the view of an ant in the anthill.


Soon you will be engaged in a life that will combine the musical and visual components. How will it be structured?

Dario: the link between audio and visual will depend on the location. Certainly the visual will be predominant where it is possible. We want to create a synergy that supports each other between music and visuals because the life that I do is very frontman but there is also a lot of instrumental to fill and many different moods that you want to cross. I wish that the union between me and Nic brought with the show a story that had a beginning and an end and that one can remember as an experience after seeing it.

Nic: Compared to listening with headphones, this is a live record that gives the maximum. Since there is already a link between Dario’s music and my visuals, live is the way and the place to make the marriage between the two dimensions happen.

Dario: It also marks the beginning of a format that we want to carry around. We don’t even know what effect it will have on the audience. The connection between me and Nic is growing, from 'Qholla' to today we definitely made a level up and both of us are getting closer and closer to what we want to express so we are very excited.