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SÓNAR 30: WHAT SOUNDS LIKE A SUMMARY OF THE RECENT HISTORY OF ELECTRONIC MUSIC

Updated: Jul 17, 2023

Quando appena finita l’edizione 2023 di Sónar, ho ricevuto la mail dall’ufficio stampa, c’è stata una cosa che mi ha particolarmente colpito. Un numero per la precisione: 120.000. Centoventi… mila. Che numero è, vi chiederete voi.

E’ il numero delle persone che hanno partecipato all’edizione celebrativa del trentesimo anno di Sónar.

Perché questo dato mi ha colpito? Certamente non è il primo anno che Sónar riesce a raggiungere un traguardo così prestigioso - difatti nell’edizione 2022, ne sono state contate almeno 122.000 -. E allora cosa fa la differenza, questa volta? La differenza la fa il modo in cui un festival di musica elettronica sia riuscito a starci, in questo mondo. A rimanere, ad esserci. A restare saldo anche quando la musica elettronica ad un certo punto ha smesso di essere considerata “la novità” e sembrava non interessasse più a nessuno.

Noi qua in Italia, abbiamo provato questa sensazione di ‘abbandono’ da parte del pubblico, quando la gen z e la coda dei millennials, hanno cominciato a scegliere la trap e l’urban, scegliendo di non frequentare le dancefloor. E’ un dato di fatto, anche se non ci piace. E sono sicura che anche la Spagna, in qualche modo, avrà risentito del cambio generazionale. Per esempio, un mio amico di vecchia data, trasferitosi a Barcellona ormai da anni inseguendo il sogno di fare il DJ, mi raccontò sottovoce che nonostante il reggeton fosse ormai quasi una questione culturale in Spagna, per la musica elettronica e la sua scena, veniva ancora percepito come un grosso problema. Non è una verità assoluta, ma una semplice testimonianza.

Poi sì, mettici anche che sicuramente l’azione-reazione di ‘fare clubbing’ in Spagna si avvicina molto più a qualcosa degno di rientrare nelle attività culturali, rispetto a qui in Italia - o almeno, sembra provarci e raggiungere ottimi risultati in merito.



E allora mi sono fatta alcune domande: perché alcuni degli artisti più seminali, atipici, introversi, stravaganti, complessi e sfaccettati hanno deciso di suonare a Sónar, dopo chessó un decennio di silenzio, o addirittura per la prima volta?

Come mai artisti come - e cercherò di andare in ordine cronologico - Orbital, Kraftwerk, Aphex Twin, Karlheinz Stockhausen, Ryoji Ikeda, Pan Sonic, Bjork, The Chemical Brothers, Alva Noto e Ryuichi Sakamoto, The Knife, Altern 8 e molti altri l’hanno scelto come meta d’espressione?

Perché questi artisti scelgono il Sónar come luogo del loro ritorno? Penso che il motivo sia celato all’interno della risposta al perché Sónar, sia riuscito a compiere ben 30 anni questo 2023 ed in questo articolo cercheremo di farci un’idea a riguardo.



Come ha fatto un festival di musica elettronica - da ballo e non - ad essere così longevo?

Quali sono gli ingredienti segreti per un percorso così di successo? "Il Sónar è nato nel 1994 nel contesto musicale di Barcellona, dove l'offerta artistica era dispersa e la distanza dall'Europa era molto grande", spiegano i fondatori Ricard Robles, Enric Palau e Sergio Caballero in una intervista. "L'idea fondamentale era quella di creare uno spazio condiviso per presentare la musica e l'arte legate alle tecnologie emergenti, accogliendo tutti gli stili che stavano emergendo in quel momento, per quanto disparati e rendendo omaggio ai pionieri.



Accogliere e rendere omaggio.


Due azioni che hanno un riscontro con la vita reale sia fisico - nel vero senso di accogliere, nella sua astrazione più concreta dell’azione in sé - che mentale, ossia ciò che concede al tutto un senso più profondo e sfaccettato. Per riuscire ad accogliere però, bisogna saper rendere omaggio al passato. Doveroso fermarsi a citare, l'artista finlandese Jimi Tenor che nel 1998 arrivò sul palco in groppa a un cavallo bianco, emulando la famosa trovata di Bianca Jagger al newyorkese Studio 54 negli anni Settanta.

Ed è proprio nel riuscire a fare quell’azione mentale nelle sue sfumature che scopriamo l’attinenza del saper accogliere in un contesto musicale; la stessa che riesco a riscontrare se scorro il dito sugli annali di Sónar dal 1993 al 2023.

Perché ecco: in questi giorni di scrittura, è un po’ come se fossi entrata nella soffitta di Sónar e avessi messo le mani dentro scatoloni pieni di ricordi. Ed in qualche modo, tramite quei ricordi, ho cercato di ricostruirne la storia.


Io quella storia non l’ho potuta vivere, perché Sónar nasce esattamente il mio stesso anno, quindi l’unico modo che ho per conoscere la sua storia è appunto ricostruirla: un po’ come si fa, quando si trova uno scatolone pieno di oggetti e si cerca di riposizionarli lungo la linea temporale della vita di una persona, cercando di immaginare come potessero essere le sue giornate, in quegli anni, in quei luoghi.

Vi potrà sembrare off-topic ma a volte mi fermo a pensare che gli anni che hanno veramente e profondamente infuso e radicato dentro di me, questa cultura, questo amore per la club culture in fondo, sono anni che non ho mai vissuto. Certo, ne abbiamo passate di nottate sotto cassa negli anni. Ma gli anni in cui veramente si sentiva di star creando una sottocultura e se ne poteva fare attivamente parte sono ormai lontani e non li abbiamo mai potuti veramente vivere. Eppure, quella settimana all’anno a Barcellona, sembra ancora voler gridare forte: “la club culture c’è, esiste ed è VIVA!”.



Tornando agli scatoloni impolverati in soffitta, frugando tra i ricordi e le medaglie, la storia che ha da raccontarmi Sónar, è la storia di un festival che ha saputo stare in equilibrio.

E che negli anni, ha saputo anche escogitare nuovi modi in cui rimanere in equilibrio, sapendo, a volte, sfidare il ‘mainstream’ ed altre valorizzandone la parte migliore.

Perché sì, alcune ‘tecniche di equilibrio’ sembrano poter valere solo ed esclusivamente per Sónar. Che sia proprio questo, il loro punto di forza?

Non solo saper accogliere ma anche aver guadagnato quel rispetto per il quale anche chi solitamente, non strizza l’occhio a nomi più mainstream, sente di poter dare loro una chance se posti all’interno del contesto di Sónar. Vorrà pur dire qualcosa, no?

Di certo stiamo parlando di equilibrio musicale, nella scelta artistica per intenderci, ma non si può non parlare anche di quello tecnologico, quello performativo degli stage, dei sound system, ma soprattutto della “lotta” al riconoscimento di Sónar come istituzione culturale: era il 1994 quando per la prima volta un festival di musica elettronica urbana si è svolto all'interno di un museo. Era il 1995 quando agli albori di Internet, Sónar lanciò il suo primo sito web, diventando uno dei primi festival ad avere una presenza online. I partecipanti potevano persino inviare le loro prime e-mail dall'area dedicata "Club Internet" all'interno del festival. Capite cosa intendo?


L’equilibrio è stato anche quello di saper scegliere artisti in grado di parlare al pubblico, ma non ad un pubblico qualsiasi, ma a quello del qui ed ora. A quello appassionato da sempre, a quello appassionato da ieri. Attraendo perfettamente quella che Simon Reynolds definisce ‘classe liminale’ in grado di concedere alla musica un'energia impareggiabile.

E ancora: si tratta di artisti contemporanei in grado di smuovere profonde emozioni - quelle che fanno venire la pelle d’oca e che riescono a fotografare perfettamente un pezzo di te - ad un pubblico variegato di persone. Cosa intendo per saper dialogare? Artisti che raccontano il presente che viviamo - nel bene e nel male - in cui gli ascoltatori si possono rispecchiare. Il processo di identificazione, di appartenenza. Qualcosa che nella piramide dei bisogni dell’uomo viene subito dopo il sonno e il cibo, per intenderci.

Artisti in grado di parlare di irrequietezza e curiosità, dei valori rappresentativi dello spirito del momento. Vi sembra facile? Beh non lo è: tanti sono caduti dal filo, tanti cadranno.



Ho sempre sentito raccontare Sónar come un festival in cui gli artisti possono rischiare, e che li incoraggia, li accompagna. Li accoglie - di nuovo -. Parliamo di un festival che nel 2018 ospitava una pseudo-sconosciuta Rosalia, ora letteralmente la pop star del momento, in grado di unire sotto il palco il tuo amico a cui piace il reggaeton e i geek più insospettabili. E non è un fenomeno isolato, anche Bad Gyal quest’anno è tornata a Sónar come icona pop globale.

Il festival si offre dunque come un laboratorio, dando prime grandi possibilità e voce a chi non ce l’aveva.

Ne fu un chiaro esempio l’ edizione 2007, un rischio forse, una presa di posizione molto più probabilmente. Insieme a BBC Radio 1 e lo showcase curato da Mary Anne Hobbs, la dubstep arriva al Sónar, portando Skream, Kode9 & The Spaceape e Kris Jay sul palco. Flash forward: siamo nel 2023 e da quel momento la dubstep non se n'è mai andata da Sónar e ora il festival è riconosciuto come uno dei primi ad aver promosso e supportato dubstep, grime e artisti rap inglesi. Le apparizioni di Skepta e Stormzy negli anni successivi poi… sono solo state la conferma.

Il primo vero take over dell’hip hop all’interno di Sónar, fu però nel 2004, quando i Roots Manuva - uno degli originator dell’HH inglese - e Gang Starr’s Guru furono headliner e apripista a quelli che poi furono il futuro, oggi presente: Madlib, Kid Koala, Buck 65, Beans (di Antipop Consortium) e il collettivo proto-grime So Solid Crew. Anni dopo, artisti del calibro di De La Soul, DJ Shadow, A$AP Rocky e altre varianti di rap e hip-hop come C. Tangana, Nathy Peluso e anche - tutto vero c’erano i testimoni - un giovane Kanye West, apparvero sul palco di Sónar.

Ma se linkare la musica elettronica all’hip hop potrebbe avvenire abbastanza naturalmente, risultando per alcuni anche una cosa piuttosto ovvia, Sónar ha dimostrato che non ci sono confini di genere che non possano essere abbattuti, portando anche Sunn O))) (2007), Ólafur Arnalds (2013), Sigur Rós (2013) e Björk, che ci piace mettere nella musica colta ‘de-noi-altri’ perché la sentiamo più nostra - del mondo della notte e del clubbing - che di qualsiasi altro genere, aprendo così hle porte anche a Die Antwoord, Sophie (R.I.P.) e Princess Nokia.

Se le tendenze musicali si diversificano a livello globale, mentre la democratizzazione dell'uso di Internet permette agli artisti non occidentali di raggiungere un nuovo pubblico, alcuni artisti in line up di Sónar come Konono No1 (DPR Congo), Mulatu Astatke (Etiopia) e Omar Souleyman (Siria) riflettono questa situazione.



Ed è proprio la sorprendente diversità di stili e prospettive della scena nazionale ed internazionale ad essere stata al centro dell'anniversario di quest’anno. Così: come ad interpretare in maniera maestosa il significato della parola equilibrio, senza doversi snaturare o svendersi, come alcuni sarebbero invece pronti a dire.

Perché se da fuori questa poteva sembrare una edizione cucita per il grande pubblico, quello che poi trovi una volta varcato l’ingresso delle due venue, è un’attenzione non scontata alle nicchie e alle scene locali come MikeQ, Daito Manabe o Toccororo. E allo stesso tempo uno spazio in cui rendere omaggio ad artisti storicamente iconici come i 2manydjs, Aphex Twin, Richie Hawtin, Ryoji Ikeda e Fever Ray e ad approcciarsi ad icone della Gen Z come Oro Jondo, Rusowsky, Orslok e Parkineos.

Perché hey: se c’è una cosa che quegli scatoloni mi hanno insegnato è che il Sónar non lo fanno gli headliner, ma gli artisti che ti invitano ad accogliere nuovi suoni. Che siano i “suoni di adesso“ o quelli che scopriamo lasciandoci sorprendere tra uno stage all’altro.


Nei decenni successivi sono emersi alcuni eventi satellite in tutta Barcellona, tra cui OFFSónar e Off Week, che hanno contribuito a far sì che la presenza di Sónar si diffondesse ulteriormente a Barcellona e che si arricchisse l’esperienza di chi visita la città. A valorizzare ulteriormente il festival, c’è poi tutta la parte diurna dedicata alla tecnologia. Uno degli argomenti centrali della conversazione durante i tre giorni di Sónar+D di quest’anno, è stato l’impatto dell'intelligenza artificiale nelle arti, in particolare nella musica e nell'AV. La ricercatrice del MIT Media Lab Kate Darling, la più importante etica robotica del mondo, ha condiviso con il pubblico un interessante sguardo al futuro delle relazioni uomo-robot nel suo intervento presentato da SEIDOR, mentre CJ Carr, uno dei maggiori esperti di IA nella musica, ha spiegato l’utilizzo dell'IA come strumento compositivo.


Sónar 2023 ha visto il ritorno di Aphex Twin, le performance di BICEP live, Max Cooper 3D/AV live, Oneohtrix Point Never, Ryoji Ikeda - questi ultimi due li abbiamo particolarmente amati - Little Simz e Fever Ray, i cui concerti ci hanno decisamente rubato il cuore.

Ma quello che ci ha lasciato, va molto oltre l'averci dato la possibilità di ascoltare della bella musica in impianti prodigiosamente pensati per la musica elettronica, caratterizzati da un suono molto compatto e in grado di far vivere la stessa esperienza alla prima fila così come all'ultima. In sintesi, una progettazione dei sound system che profumava di esperienza e voglia di mettersi sempre in gioco.

Sónar ci lascia la testimonianza che la nostra community esiste, e lo fa in uno modo ancora straordinariamente affascinante e coeso, in grado di dilatarsi e comprimersi in base al tempo e di sapersi adattare senza mai perdere il focus - o meglio, l’equilibrio -.


La cosa bella poi, ma quella veramente, ma veramente bella per me, è che questo articolo è uscito così, con questi nomi citati piuttosto che altri, perché ovviamente sono io a scriverlo. E dove sarebbe, la cosa bella? Beh, eccola: penso che ogni appassionato di musica, a Sónar, abbia la possibilità di crearsi il suo personale mondo, la sua personale scatola di ricordi, la sua personale scelta di artisti che dilatano e arricchiscono - di nuovo - il proprio mondo. Quindi ecco, questo è Sónar, attraverso il mio filtro personale ed è bellissimo pensare, che se passassi la penna ad un altro, racconterebbe tutto un altro Sónar.


ENGLISH VERSION


As soon as the 2023 edition of Sónar was over and I received the email from the press office, there was one thing that particularly struck me. A number to be precise: 120,000. One hundred and twenty... thousand. What number is that, you may ask.

This is the number of people who attended the 30th anniversary edition of Sónar.

Why did this figure strike me? It’s certainly not the first year that Sónar has managed to reach such a prestigious milestone - in fact, in the 2022 edition, at least 122,000 were counted -. So what makes the difference this time? The difference is how an electronic music festival has managed to exist in this world. To stay, to be there. To stand firm even when electronic music at some point ceased to be considered 'the new thing' and no one seemed to care anymore.

Here in Italy, we experienced this feeling of "abandonment" on the part of the audience, when gen z and the tail end of millennials began to choose trap and urban, opting out of the dancefloors. It's a fact, even if we don't like it. And I'm sure Spain will also have been somewhat affected by the generational change. It comes to mind that a longtime friend of mine, who moved to Barcelona years ago to pursue his dream of becoming a DJ, told me in a subdued voice that although reggaeton is now almost a cultural issue in Spain, for electronic music and its scene it is still perceived as a big issue. This is not an absolute truth, but a simple testimony.

Then yes, throw in the fact that certainly the action-reaction of 'clubbing' in Spain is much closer to something worthy of being part of cultural activities than here in Italy - or at least, it seems to try and achieve very good results in this regard.


So I asked myself a few questions: why did some of the most seminal, atypical, introverted, quirky, complex and multifaceted artists decide to play at Sónar, after, say, a decade of silence, or even for the first time?

Why is it that artists such as - and I will try to go in chronological order - Orbital, Kraftwerk, Aphex Twin, Karlheinz Stockhausen, Ryoji Ikeda, Pan Sonic, Bjork, The Chemical Brothers, Alva Noto and Ryuichi Sakamoto, The Knife, Altern 8 and many others have also chosen it as a destination of expression?

Why do these artists choose Sónar as their return venue? I think the reason is hidden within the answer to why Sónar has managed to turn 30 this 2023 and in this article we will try to get an idea about that.

How has an electronic music festival - about dance music and non-dance music - managed to be so long-lived?

What are the secret ingredients for such a successful path? "Sónar was born in 1994 in the musical context of Barcelona, where the artistic offer was dispersed and the distance from Europe was very great," explain founders Ricard Robles, Enric Palau and Sergio Caballero in an interview. "The fundamental idea was to create a shared space to present music and art related to emerging technologies, welcoming all the styles that were emerging at the time, however disparate, and paying homage to the pioneers. "


Embracing and paying homage.


Two actions that have a correspondence with real life, both physical - in the true sense of welcoming, in its more concrete abstraction of the action itself - and mental, which is what gives the whole a deeper and more multifaceted meaning. To succeed in embracing, however, we must learn how to pay homage to the past. It is worth mentioning, the Finnish artist Jimi Tenor who in 1998 arrived on stage riding a white horse, emulating Bianca Jagger's famous stunt at New York's Studio 54 in the 1970s.

It is precisely in being able to do that mental action in its nuances that we discover the relevance of being able to accommodate in a musical context; the same that I can find if I run my finger over the annals of Sónar from 1993 to 2023.

Because here it is: in these days of writing, it is a bit like I have entered the attic of Sónar and put my hands inside boxes full of memories. And somehow, through those memories, I have tried to reconstruct its history.


I could not live that story, because Sónar was born in exactly the same year as me, so the only way I can know its history is to reconstruct it: a bit like you do when you find a box full of objects and you try to reposition them along the timeline of a person's life, trying to imagine what their days might have been like, in those years, in those places.

It may seem off-topic to you, but sometimes I stop to think that the years that have truly and deeply infused and ingrained within me, this culture, this love of club culture at heart, are years that I have never experienced. Sure, we had some late nights under the sound system over the years. But the years when you really felt you were creating a subculture and could actively be part of it are long gone and we never really got to experience them. Yet, that one week a year in Barcelona still seems to shout loudly: 'club culture is there, it exists and it is ALIVE!’.


Going back to the dusty boxes in the attic, rummaging through memories and medals, the story that Sónar has to tell me is the tale of a festival that has managed to stay in balance.

And that over the years, it has also been able to come up with new ways in which to remain balanced, knowing how to sometimes challenge the 'mainstream' and at others bring out the best in it.

Because yes, some 'balancing techniques' seem to apply exclusively to Sónar. Could this be their strong point?

Not only being able to embrace but also having earned that respect for which even those who do not usually wink at more mainstream names feel like they can give them a chance if placed within the context of Sónar. That must mean something, right?

Of course we are talking about musical balance, in the artistic choice to be clear, but we cannot fail to mention the technological one, the performative one of the stages, the sound systems, but above all the 'fight' for Sónar's recognition as a cultural institution: it was 1994 when for the first time an urban electronic music festival took place inside a museum. It was 1995 when, at the dawn of the Internet, Sónar launched its first website, becoming one of the first festivals to have an online presence. Participants could even send their first e-mails from the dedicated 'Club Internet' area within the festival. Do you see what I mean?


Balance was also about being able to choose artists who could speak to the public, but not just any public, but the public of the ‘here-and-now’. To the passionate one from day zero, to the passionate one from yesterday. Perfectly attracting what Simon Reynolds calls the 'liminal class' capable of lending music an incomparable energy.

And again: these are contemporary artists who are able to stir deep emotions - the kind that give goosebumps and perfectly capture a piece of you - to a diverse audience of people. What do I mean by being able to dialogue? Artists who narrate the present we live in - for better or for worse - in which listeners can mirror themselves. The process of identification, of belonging. Something that in the pyramid of human needs comes right after sleep and food, to be clear.

Artists who can speak of restlessness and curiosity, of the values representing the spirit of the moment. Does that sound easy? Well it isn't: so many have fallen off the edge, so many will fall.


I have always heard Sónar described as a festival where artists can take risks, and which encourages them, accompanies them. Embrace them - again -. We are talking about a festival that in 2018 hosted a pseudo-unknown Rosalia, now literally the pop star of the moment, able to unite under the stage your friend who likes reggaeton and the most unsuspected geeks. And this is not an isolated phenomenon, Bad Gyal also returned to Sónar this year as a global pop icon.

The festival therefore offers itself as a laboratory, giving first great possibilities and a voice also to those who did not have one.

The 2007 edition was a clear example of this, a risk perhaps, a stance much more likely. Together with BBC Radio 1 and the showcase curated by Mary Anne Hobbs, dubstep arrived at Sónar, bringing Skream, Kode9 & The Spaceape and Kris Jay to the stage. Flash forward: it's 2023 and since then dubstep has never left Sónar and now the festival is recognised as one of the first to have promoted and supported dubstep, grime and British rap artists. The appearances of Skepta and Stormzy in the following years then... were just the confirmation.

The first real take over of hip hop at Sónar, however, was in 2004, when Roots Manuva - one of the originators of the British HH - and Gang Starr's Guru were headliners and openers for what was to become the future, now present: Madlib, Kid Koala, Buck 65, Beans (of Antipop Consortium) and the proto-grime collective So Solid Crew. Years later, the likes of De La Soul, DJ Shadow, A$AP Rocky and other rap and hip-hop variants such as C. Tangana, Nathy Peluso and even - all true there were witnesses, I swear - a young Kanye West, appeared on the Sónar stage.

But while linking electronic music to hip hop might happen quite naturally, even being a rather obvious thing for some, Sónar proved that there are no genre boundaries that cannot be broken down, bringing in Sunn O)) (2007), Ólafur Arnalds (2013), Sigur Rós (2013) and Björk, who we like to put in ‘the one of ours' cultured music because we recognize her as more our ow - from the world of nightlife and clubbing - than from any other genre, also opening the doors to Die Antwoord, Sophie (R.I.P) and Princess Nokia.

As musical trends diversify globally, while the democratisation of Internet use allows non-Western artists to reach new audiences, some artists in the Sónar line-up such as Konono No1 (DPR Congo), Mulatu Astatke (Ethiopia) and Omar Souleyman (Syria) reflect this.


And it is precisely the surprising diversity of styles and perspectives on the national and international scene that was the focus of this year's anniversary. Thus: majestically interpreting the meaning of the word ‘balance’, without having to distort or sell out, as some would be ready to say instead.

While from the outside this might have looked like an edition sewn up for the general audience, what you then find once you cross the entry to the two venues is an unassuming focus on niches and local scenes such as MikeQ, Daito Manabe or Toccororo. And at the same time it manages to pay homage to historically iconic artists such as the 2manydjs, Aphex Twin, Richie Hawtin, Ryoji Ikeda and Fever Ray and to approach Gen-Z-new-icons such as Oro Jondo, Rusowsky, Orslok and Parkineos.

Because hey: if there's one thing those boxes in the attic taught me, it's that Sónar isn't about headliners, it's about the artists who invite you to embrace new sounds. Be it the 'sounds of now' or those we discover by being surprised between stages.


In the decades that followed the born of Sónar, a number of satellite events emerged throughout Barcelona, including OFFSónar and Off Week, which contributed to Sónar's presence spreading further across Barcelona and enriching the experience of those visiting the city. Further enhancing the festival is the whole daytime part dedicated to technology.

One of the central topics of conversation during the three days of this year's Sónar+D was the impact of artificial intelligence in the arts, particularly in music and AV. MIT Media Lab researcher Kate Darling, the world's leading robotics ethicist, shared with the audience an interesting look at the future of human-robot relations in her talk presented by SEIDOR, while CJ Carr, a leading expert on AI in music, explained the use of AI as a compositional tool.


Sónar 2023 saw the return of Aphex Twin, performances by BICEP live, Max Cooper 3D/AV live, Oneohtrix Point Never, Ryoji Ikeda - the latter two we particularly loved - Little Simz and Fever Ray, whose concerts definitely stole our hearts.

But what he left us goes far beyond having given us the opportunity to listen to beautiful music in systems prodigiously designed for electronic music, characterised by a very compact sound and capable of giving the same experience to the first row as to the last. In short, a sound system design that smelled of experience and a desire to always get involved.

Sónar leaves us with the testimony that our community exists, and it does so in a way that is still extraordinarily fascinating and cohesive, able to expand and compress according to time and to adapt without ever losing focus - or rather, balance.


The nice thing then, but the really, really nice thing for me is that this article came out like this, with these names mentioned rather than others, because obviously I am the one writing it. And where would that beautiful thing be? Well, here it is: I think that every music fan, at Sónar, has the chance to create his or her own personal world, his or her personal box of memories, his or her personal choice of artists that expand and enrich - again - his or her world. So here it is, that's Sónar, through my personal filter and it's great to think that if I passed the pen to someone else, they would tell a whole different Sónar.



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