Selfie Museum

“Montorfano è il pittore che, quando Leonardo iniziò a dipingere “L'Ultima Cena” di Santa Maria delle Grazie a Milano, aveva completato la sua bellissima Crocifissione. Montorfano si trovò a competere con Leonardo che in poco tempo fece dimenticare che lì, nella stessa stanza, c'era un altro affresco ben più grande del suo e che per di più stava sulla parete e non cadeva a pezzi. Per secoli a Montorfano tutti giravano le spalle finché non arrivò il selfie che dentro il refettorio è vietato ma qualche coraggioso ci prova lo stesso, e provandoci è costretto a guardare Montorfano, illudendolo che qualcuno continua a fregarsene di lui.”

(Cit. Francesco Bonami)



Massimo Pacifico, MUSEUM DER BILDENDEN KÜNSTE - LIPSIA,

Germania 2014, Copyright Massimo Pacifico


Qualcuno avrà sentito parlare di “Post, l’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità sociale”, ultimo libro di Francesco Bonami; per chi non ne avesse sentito parlare, basti pensare all’ultima volta che ha visto una mostra. Chi l’ha avvero fruita, il vostro occhio o l’obbiettivo del vostro smartphone?

Questo dilemma è forse la leva che ha messo in discussione in modo profondo la funzione del museo di oggi e di domani facendo emergere nuovi quesiti. Tutto ciò all’interno di istituzioni in gran parte ottocentesche e che, anche per questo, hanno posto resistenze e chiusure verso un approccio meno conservatore. Si pensi, ad esempio, alla proibizione di fotografare nei musei, che ha gradualmente lasciato il posto alla proibizione dei flash.

Esistono tuttavia dei rischi che non vanno sottovalutati. Un esempio è il turista che, per posare con Paolina Borghese di Canova al Museo di Possagno, le ha spezzato le dita di un piede. Un incidente, ovviamente, ma anche la prova che c’è qualcosa che non va. Vi sono poi opere che hanno accettato di farsi abusare, come le altalene della Tate Modern, “One Two Three Swing!” di Superflex, dove il fotografarsi nell’atto di usarle non va confuso come un atto vandalico. D’altra parte, se le celebrità posano in compagnia di Botticelli, perché noi non dovremmo farlo?

È diventata infatti pratica comune quella di postare foto di personaggi in visita come una sorta di promozione con testimonial. L’intento è senza dubbio dare una visibilità leggera, giocata sul seguito delle persone note. D’altra parte, come recentemente accaduto per gli Uffizi, la Chiara nazionale ha fatto registrare, in seguito alla sua visita, il +27% di visite. Certamente gli Uffizi non necessitano di usufruire di una figura come la Ferragni per attirare pubblico ma una tale crescita di visitatori non è passata inosservata. L’”effetto Chiara” è stato infatti subito replicato presso il MARTA di Taranto (e non solo).

Roberto Cotroneo.Genius Loci 20. Copyright Roberto Cotroneo - Noema Gallery


Sebbene andrebbe distinto un tra un effetto immediato quale l’aumento dei followers e un effetto continuativo sugli effettivi visitatori dell’istituzione, un tale impiego dei social non era mai stato registrato. L’approccio più corretto tuttavia, sarebbe stato, secondo lo storico dell’arte Montanari: “fotografare l’influencer mentre guarda la Venere, non mentre gli dà le spalle. Così Botticelli ha fatto il testimonial alla Ferragni, mentre era la Ferragni che doveva fare da testimonial a Botticelli.”

Vince quindi il narcisismo, riducendo il capolavoro a un trofeo, a uno sfondo. Non si ammira l’opera ma ci si fa ammirare con essa. Senza di noi che ci fotografiamo davanti questa potrebbe fare a meno di esistere. A essa le si volgono le spalle e, se la vediamo, la vediamo dietro la nostra faccia. Il desiderio di immortalarsi insieme all’opera nel museo ha avuto la meglio sulla voglia di ammirarla. Ma può accadere che questo desiderio di esserci miri all’integrità dell’opera. Ed è quello che è accaduto nel 2018 a Yekaterinburg, Russia, dove una ragazza che cercava di farsi una foto con un Dalì, l’ha urtato, facendolo cadere. Analogamente ad Amsterdam “Gazing Ball Perugino” di Jeff Koons va in frantumi dopo che un visitatore, armato di smartphone, si è avvicinato troppo.


Roberto Cotroneo.Genius Loci 15. Copyright Roberto Cotroneo - Noema Gallery


Massimo Pacifico, da Effetto Museo-Copyright Massimo Pacifico, g.c.


In luoghi nei quali l’estasi da contemplazione dovrebbe allontanare ogni desiderio di protagonismo, luoghi nei quali si dovrebbe mettere in tasca il cellulare, c’è chi, come me, non può far a meno di un selfie. Tra i cinquanta scatti di Massimo Pacifico, esposti lo scorso ottobre al Museo archeologico di Napoli in “Effetto Museo” ce n’è uno che rappresenta una ragazza seduta al centro di una delle sale del Museum der Bildenden Kunste di Lipsia intenta a osservare una grande tela. Non fotografa se non con gli occhi. Lo scatto non descrive l’unico modo di guardare un quadro ma ha colto la modalità più immediata, quella che elimina qualsiasi intermediazione.

Non va tuttavia scordato di come i contenuti prodotti dagli utenti rappresentino un'importante risorsa per un’istituzione che sempre più spesso dedica ai social tempo e fondi. Pensiamo al già citato Uffizi sbarcato su TikTok o la Fondazione torinese Sandretto Re Rebaudengo, una delle realtà italiane con la migliore gestione dei social, autoironica e anticonvenzionale.


Dunque, benché sia legittimo da parte delle istituzioni usare i nuovi social e incentivare alla condivisione il visitatore, esiste una via intermedia da percorrere?