#recordoftheweek "This Meaning Today" by Bienoise | Video Premiere

Qual è il significato di un Fortissimo, oggi? Qual è il significato della musica oggi? Essa ha perso il suo senso di opera d’arte come unica ed irripetibile, divenendo anzi una commodity, un flusso incessante di suoni e immagini che impone di ripensare al ruolo stesso dell’artista. Questi è un architetto, il demiurgo in grado di costruire la cattedrale in cui, volente o nolente, si torna sempre. A tre anni di distanza da “Most Beautiful Design”, Alberto Ricca aka Bienoise torna su Mille Plateaux con il suo nuovo album “This Meaning Today”. Nell’intervista Alberto racconta il processo creativo dietro le sette tracce, senza fornire troppi dettagli - perché è lì che sta il gioco, ma senza lesinare riferimenti e influenze, dai Boards of Canada a Borges a Francis Bacon. Un album, per sua stessa ammissione, caotico, almeno inizialmente, ma che, ascolto dopo ascolto, svela una densità impressionante. Così come affascinanti sono le tecniche di cui Alberto si è servito per scrivere i pezzi, passando dall’analogico, al digitale fino al machine learning. Stratificazioni sonore che si arricchiscono di nuovi dettagli ascolto dopo ascolto, invitando l’osservatore/ascoltatore a chiudere il “rubinetto d’acqua” e a prendere coscienza del proprio status. “You Are Not Innocent” è il monito con cui si apre il video “OOO” (in anteprima italiana su T-Mag) in cui scorrono, ora significate ora poetiche, le parole di Alberto. “This Meaning Today” non propone risposte, ma apre ad interrogativi fondamentali in un’epoca in cui il futuro è un Dio, inesistente, che lascia il posto a un eterno presente.





Ascoltando l’album ho avuto la sensazione di trovarmi di fronte a qualcosa di molto denso. Come se ci fossero diversi strati di senso che non fosse neanche possibile cogliere tutti. Partendo proprio dal titolo dell’album “This Meaning Today”, inizio chiedendoti: c’è un significato o più significati dietro all’album?


Sicuramente non è possibile cogliere tutto. Mi fa molto piacere che tu abbia percepito una densità, quasi rizomatica, come una rete molto complessa. Continuo ad ammettere che le mie prime influenze sono state il progressive rock e i Boards Of Canada. Tralasciando le mie passioni extra-musicali, hanno creato degli immaginari. È vero che c’è una grossa rete di cose attorno a questo album, però non voglio che si capisca fino a che livello è profonda e a che punto invece ti sto prendendo in giro.


Che poi è una tua prerogativa, l’ironia.


È molto nascosta però c’è. Come tutte le persone ironiche poi faccio roba triste. L’origine del titolo e in qualche modo del resto del lavoro è palesata sulla copertina stessa. È una frase del mio caro amico Alberto Barberis che un giorno mi chiese: “qual è il significato di un fortissimo oggi?”. Un fortissimo inteso come il gesto orchestrale del massimo dell’intensità. La domanda per me è potentissima. Un’altra mia grande influenza, Borges si fa più o meno la stessa domanda in un suo racconto molto bello in cui Pierre Menard tenta di riscrivere il Chisciotte e lo riscrive identico parola per parola. Riceve una recensione paradossale per cui a ogni parola scritta nel 1900 di un romanzo scritto nel 1600 viene data un’interpretazione completamente diversa proprio in virtù del fatto che è riscritta 300 anni dopo. Quindi la domanda è: oggi se io compio un gesto potente come un fortissimo musicale o più in generale se scelgo di usare una base drum and bass piuttosto che una base reggaetton, se decido di far uscire un disco oggi, qual è il senso di questa roba? Con tutto ciò che ci portiamo dietro, con la quantità di immagini che stanno sulla tela e con tutta la quantità di filtri che qualsiasi ascoltatore/spettatore avrà rispetto al nostro lavoro? Chiaramente non ho una risposta. Io posso avere la mia, tu hai la tua e questo è un altro tema forte. Motivo per cui mi fa piacere che tu noti un’intensità in cui è anche interessante perdersi. Perché questo lasciare un po’ di incompletezza e lasciare allo spettatore - sia chi guarda sia chi ascolta - il compito di completare col suo, per me è molto interessante come chiamata alle armi di chi ti sta, diciamo, subendo.


Parli di una rete in cui è difficile se non impossibile districarsi a causa delle molteplici scelte estetiche possibili. Tu come sei riuscito in questo processo?


È una domandona. Anche di questo c’è la risposta sulla copertina, ma è molto nascosta. È quando parlo di acqua del rubinetto. Quella frase ha un motivo. A un certo punto mi sono reso conto che le cose oggi non hanno più motivo di avere un nome perché non sono più opere uniche. Sappiamo benissimo che l’aura dell’opera d’arte come unica è irripetibile oramai è completamente distrutta. Non è per forza un male, però è la verità. A volte non hanno più neanche un modello. Anche nella ripetizione in serie le cose erano distinte. Oggi sostanzialmente la musica e l’arte sono diventate commodities, cioè apro un rubinetto e loro escono. Questo ovviamente toglie significato alle cose. Toglie l’aura e tutta la parte di ritualità e anche di scelta che per me è un concetto molto importante nella cultura. Non voglio sempre parlare male di Netflix o di Spotify, ma possiamo anche farlo. Nel momento in cui non ho più necessità di compiere una scelta per ottenere in cambio intrattenimento di qualche tipo, immagini e suoni, ovviamente questo gli toglie ogni tipo di significato, ovvero di potenza su di me. Lo rende l’ennesimo rumore di fondo che ci rende eccitati e non annoiati in un mondo che comunque è molto noioso. Ovviamente sono critico nei confronti di questo e sottolineo di nuovo l’importanza della scelta nel fruire l’arte. Romeo Castellucci dice che la cultura è tutto ciò che implica una scelta e una fatica. Per me è molto vero, un po’ anche per come vivo io. Credo che nel momento in cui ogni tipo di scelta viene esclusa e vieni immerso in un rumore costante di stimoli, si viene a perdere l’importanza di ciascuno di essi. Altro motivo per cui mi chiedo che senso ha fare un disco oggi, che poi è il tema di base. Credo che questo si senta. Io sono sempre stato abbastanza eclettico e non voglio dire che sono bravo perché sono eclettico, anzi, trovo che sia un limite alle volte. Però mi piace mettere un sacco di robe nei brani. Soprattutto i primi pezzi del disco sono densissimi di cose. Qualcuno ha parlato molto bene per me di rumore computazionale, cioè che si sente proprio un pensiero quasi febbrile dietro a tutto ciò che succede. Questo incarna un po’ questa sensazione di venire bombardati da mille robe e di doversi districare, di dover creare delle connessioni proprie o comunque di mettere ordine.




Il fatto che ascoltando un album più volte, arrivi sempre qualcosa di diverso personalmente ha grande valore. Significa che non è un lavoro piatto, come certo non è questo album.


I preferiti lo fanno effettivamente. Ho addirittura adottato delle strategie per fare in modo che non si capisca benissimo quando finisce un brano e ne comincia un altro. Proprio perché è una sensazione che mi piace quella di sentire un disco e non capire quanti brani erano e cosa è successo.


Che poi questa cosa qua è anche un'eredità dell’analogico, del vinile. Parlavi di Spotify, adesso si ascoltano le playlist più che gli album e sappiamo benissimo che è cambiato anche il modo di fare musica proprio in funzione dello streaming se non addirittura dei social.


Che peraltro sono tutte pulsioni che io trovo interessanti. Ovviamente non voglio fare il vecchio pazzo che dice no a tutto e che alla fine moriremo tutti. È un nuovo modo di fruire le cose per il futuro. Sono brani da 10 secondi per Tik Tok. Io sono felice di vedere che cosa succederà quando chi è cresciuto con questa estetica questa fruizione produrrà qualcosa di suo.

Sono super curioso, anche perché è difficile trovare cose nuove, quindi ben vengano anche cose così estreme.

Una cosa che trovo bellissima di Tik Tok è il fatto che i brani siano sostanzialmente utili o fatti per la coreografia. Non si pensa a della musica fine a stessa, ma finalizzata a quello. Chiaramente implica determinate cose. Però anche questo è super affascinante.


Una canzone magari spopola perché viene usata un milione di volte in un giorno e diventa un trend. È la musica giusta in quel momento super fugace perché il giorno dopo ce ne sarà un’altra.


Questo dice una verità molto grossa nel senso che ogni musica è adatta a un momento. Molti non se ne rendono conto. Però credo che anche il Noise o l’Ambient estrema abbiano dei momenti in cui siano la musica perfetta. Così come non sempre l’Edm da classifica è la musica giusta.


Mi parlavi di Spotify e di Netflix, di rubinetti d’acqua, quindi implicitamente di algoritmi che tolgono la libertà di scelta all’individuo. Per questo lavoro ti sei servito di tecniche legate al machine learning, quasi a voler estremizzare questo aspetto.


Sì, i Dadabots sono un duo di programmatori che sono stati tra i primi a fare qualcosa di realmente interessante in musica con il machine learning. Non mi dilungo sulla questione del machine learning, perché ormai è pane quotidiano soprattutto dal punto di vista visivo. Ad esempio le ultime che ha fatto Jon Rafman utilizzando questi algoritmi sono molto belle. Loro hanno fatto più o meno lo stesso in musica, nel senso che hanno addestrato i propri algoritmi prima che altri lo facessero. Hanno preso questi algoritmi che erano pensati in verità per creare del parlato e invece gli hanno fatto ascoltare dei dischi metal, tipo i Meshuggah, il che era perfetto perché quello che poi hanno generato erano nuovi dischi dei Meshuggah inizialmente magari anche un po goffi, ma affascinanti nel loro essere stranianti. Però ancora non musica.

Oggi hanno dei canali YouTube che 24 ore al giorno generano o Metal o Punk. Ne Avevano anche uno che faceva Free Jazz che se lo ascolti distrattamente è assolutamente quella roba lì ed è fatto da una macchina che ha ascoltato altre cose.

Qui si può discutere a lungo sul fatto che non sia più possibile fare cose nuove. Però, al di là di questo, avevo chiesto loro di addestrare il loro algoritmo utilizzando una collezione di break di circa 2 ore che avevo fatto e che loro mi hanno rimandato indietro. Quello che la macchina ha sognato, diciamo, dopo aver ascoltato quella roba lì.

Il che è super affascinante e molto difficile da usare. Ci ho messo parecchio per riuscire a utilizzarli. Si sentono in particolare nel brano “GAN (Sollevi il Sasso)” che si chiama così in onore di questo GAN che è un algoritmo che fa queste cose

Io poi le ho usate come campioni anche nell’ultimo brano.


Ultimo brano “OOO” che si pronuncia Circe Circle Circle, dico bene?


Bravo, mi fa piacere che tu lo dica. Anche lì è una sorta di gioco, di parole e di rimandi nel senso che è sia Circle Circle Circle perché effettivamente parla di quello, ma è anche l'acronimo di “Ontologia Orientata agli Oggetti”, che è una scuola filosofica abbastanza forte e molto pop in questo momento anche grazie al saggio “Iperoggetti” di Timothy Morton. Anche in quel brano la batteria arriva dall’algoritmo ed è molto strana, un po’ caleidoscopica e sempre un po’ indecisa tra una roba e l'altra.

Quindi sì, l'intelligenza artificiale, o meglio il machine learning, l’ho usato per questo e poi per varie altre cose di gestione dei flussi sonori per cui ho chiesto a delle macchine di scrivere per me delle parti per esempio di batteria o di ritmica in generale.

Le tecniche dietro all’album poi sono tante. C'è moltissimo campionamento. In generale io sono uno molto appassionato di campionamento più che di sintesi, il che è paradossale perché insegno sintesi nella vita.

Ci sono dentro field recording molto elaborati, ma anche no-input mixing, quindi noise fatto in maniera analogica, moltissimo noise digitale, nel senso che lavoro molto con i glitch e con strumenti portati allo spasimo. Sempre nel brano “GAN (Sollevi il Sasso)” c'è un vecchio riverbero MIDI a cui mando milioni di dati al secondo e lui non ce la fa più, impazzisce e tira fuori dei suoni inaspettati. Poi un po’ di sintesi FM, modelli fisici e dei suoni, quelli sono un po stranianti, un po’ Uncanny Valley in cui non capisci se sono dei suoni reali, dei suoni finti, delle cose elaborate. E anche quello mi piace molto.





Sei sempre stato uno che ama sperimentare, sia nel contenuto che nella forma (penso a Most Beautiful Design stampato sul floppy disk) e Mille Plateaux del resto è il giusto contesto in cui farlo. La sensazione, dal field Recording al machine learning, è che questo album sia un po’ una summa dello stato dell’arte del fare musica elettronica oggi e forse apre anche uno sguardo sul futuro. Si tratta di un lavoro che ha origine da un tuo particolare periodo di vita?


Di futuro questa volta parlo in maniera un po’ critica. O più che critica, paradossalmente, malinconica. Nel senso che sono d'accordo con Fisher quando dice che non c'è più il futuro, che l’hanno lentamente cancellato e c'è solo un eterno presente. Che anche è il motivo forse per cui una volta ho fatto “Meanwhile, Tomorrow” e oggi faccio “This Meaning Today”.

Rispondendo alla tua domanda quindi, inconsciamente sì. Non è un lavoro in cui ho voluto incarnare tutto ciò che si può fare in musica. Cosa che non ho fatto e che peraltro non sono neanche in grado di fare. Perché se volessi farlo, cioè se volessi giudicare il mio disco sulla base di questo, avrei fallito enormemente. Ci sono un sacco di cose che non prendo in considerazione e che peraltro io non posso prendere in considerazione per chi sono, per ciò che faccio. Però non posso incarnare l’oggi in musica io maschio, bianco, eterosessuale, occidentale. Non ho niente da dire. Altro motivo per cui mi chiedo che senso ha un mio disco oggi? Io sono felicissimo che la musica oggi sia altro e ci sia anche una forte densità di politica e di messaggi positivi e inclusivi In questo. io non posso incarnare questa cosa. Quello che posso fare però sicuramente è lasciare che tutte le influenze che ovviamente il mondo mi butta addosso in qualche maniera vengano trasfigurate nella musica. infatti devo dire che sono rimasto molto in ascolto di ciò che mi veniva naturale fare, laddove magari in passato ho fatto dei lavori più ragionati in partenza. In primis il floppy, che ovviamente aveva un concetto molto chiaro, ma anche altri che avevano comunque una direzione un po’ progettata. Questo invece è andato molto free form e free style.





Hai voluto abbattere la progettualità, eliminando completamente il concept?


Il concept è venuto da sé perché era necessario. Cioè, tutto ciò che ho fatto era necessario. Ho finalmente smesso di interrogarmi se una roba andasse bene o no. Semplicemente l'ho fatta perché mi piaceva. Ovviamente io vivo nel mondo e quindi io divento interfaccia di ciò che succede. Da lì è successo che unissi alto e basso, cioè lo-fi e ultra definizione, oppure field recording e sintesi o anche rumore computazionale e contemplazione. C'è roba molto densa, molto caotica e anche difficile da leggere. Ma ci sono poi anche dei brani in cui tutto questo si rilassa, anche un po’ per necessità e sono anche tra le cose più melodiche che ho scritto.


Ti andrebbe di raccontare traccia per traccia dal perché hai scelto quel titolo alle tecniche che hai utilizzato?


Oddio, non so se voglio spiegare troppo specificamente perché il gioco è anche questo.

Mi fa piacere che uno ci metta del suo. Per esempio sono contento che tu interpreti "OOO” come Circle Circle Circle. Comunque, il primo “FFF THIS MEANING TODAY" è facile, dà proprio il titolo all'album, o meglio prende il titolo dell'album perché mi sembrava quello che incarnasse di più certe tensioni. È sicuramente il brano più complesso e in cui tutte le cose si uniscono di più. Qui c'è proprio di tutto. C’è la breakcore: infatti qualche mio amico, ha detto che finalmente è tornato il Maestro delle Metope che è il mio primissimo nome con cui facevo breakcore, ed un po’ è vero. Mi sono detto: “Ok, a me piace fare quella roba lì, quindi la faccio”. C'è dentro anche dell’acid, c’è molto glitch, ci sono parti di sintesi, parti reali, ci sono rumori di vetri manipolati sui microfoni a contatto, sintesi modale… insomma, c'è proprio tutto.

Poi viene “>>> Teleport” che non vale la pena di spiegare. Di questo pezzo posso dire che mi piace molto il footwork, che non so quanti ci sentiranno dentro, però è uno dei miei generi preferiti in assoluto, forse l'unico che mi fa venir voglia di ballare. Tra l'altro dopo un po’ non si nota più, però ci sono dei passi per tutto il brano. È una di quelle scelte radicali da stronzi che decido di prendere che però poi alla fine funziona.

In “LAC - Silence Half Speed” mi piaceva questo concetto del silenzio a metà della velocità. Io sono un grande fan di prendere i video di YouTube e cambiargli la velocità in corsa. Quindi mi sono chiesto: “che rumore ha il silenzio a metà velocità?”. Un po’ un Kōan mistico dei miei con questo tema nato al pianoforte. A me piacciono moltissimo le cose contemplative. Nel 2020 avevo fatto uscire "To Be Banned From Rome”, il tema principale dell’edizione in quarantena di Club TO Club. Quello è uno dei lavori che amo anche perché è diventato l'inno di un festival al quale io sono legatissimo, al quale voglio molto bene e che appunto diventa in qualche modo simbolo di qualcosa che in quel momento non c'è. È evidente che ho questa tensione tra il casino e le cose ripetitive. Mi piacciono molto entrambe, mi piace molto il minimalismo, il modo in cui annulla il tempo e in cui diventa musica funzionale, non al ballo ma alla contemplazione, al perdersi all'interno del suono. Di “GAN (Sollevi il Sasso)" abbiamo parlato. “LCL Open is Porn, Closed is Fetish” è un titolo autoesplicativo che ho sognato e che mi è sembrato concettualmente molto forte. Questo forse è il brano più musicale del disco. Tra l'altro è un’out-take anche questa dello spettacolo To Be Banned From Rome ovviamente completamente rimaneggiata. Anche qua c'è un po’ di intelligenza artificiale e c’è una cesura grossa a metà che mi piace molto perché un altro dei tentativi con questo disco era anche di lavorare sulle strutture dei brani in maniera nuova. Io odio stendere le strutture, che è uno dei motivi, forse, per cui mi piacciono le cose molto ripetitive e chiaramente in qualche modo, anche se non è vero, mi sollevano dalla necessità di stendere il brano. Mi sono un po’ stancato delle strutture troppo precise. Non che io abbia mai scritto brani con strutture molto precise, però ho cercato di fare delle cose diverse e mi piace molto questa cesura improvvisa che porta poi ad un pezzo sostanzialmente acid.

100 Grey Suits” è molto esplicativa. Tutto quello che potrei dire sul brano o non va detto o è già detto nel brano. C’è anche del parlato, più esplicito di così.

E ed infine c'è appunto “OOO” che è un brano nato anche questo naturalmente. Una delle cose che cerco davvero di fare è di aver cura delle idee, come si ha cura di un fiorellino. Una cosa nasce, è bella e la mettiamo in condizione di sopravvivere. Quindi cerco di non forzare le idee dentro a cornici che non non appartengono loro. All’inizio del brano si sente una ritmica su cui ho lavorato molto per cercare di farne un brano e poi mi sono detto: “Sai ce c’è? funziona benissimo da sola.” Ci ho messo una texture in più perché aveva bisogno di più movimento e ci ho aggiunto una voce sintetica che è un Vocaloid. Quello che è uscito per me è sostanzialmente un pezzo black metal, però rivisto attraverso gli occhi dell’algoritmo o attraverso i sogni miei, non lo so.

Io ascolto tantissimo metal, sottolineo soprattutto black metal, in questo periodo. Ovviamente cerco di non farlo esplicitamente perché sarebbe patetico. Però il fatto che poi ritorna in qualche modo mi affascina molto. Anche nella seconda parte del brano, dove c’è un arpeggio, c’è l’accettazione di un’idea. C’erano dei rumori digitali su cui ho lavorato molto cercando di stendere un brano che avesse poi una struttura più complessa. Alla fine mi sono detto che era bello così e che non ci dovevo aggiungere niente. Ho anche accettato il fatto che ci fossero questi glitch digitali che inizialmente non mi piacevano e che alla fine mi piacciono molto e credo che siano parte del fascino di quel che succede.

C’è anche una certa indecisione. Le note sono difficili da cantare, per intenderci. Io non so dirti che note sono esattamente, soprattutto l’ultima è super indecisa.


Mi piace che ci sia questa spontaneità e anche questa libertà dalla aspettative, non saprei come altro chiamarle. Termine che tra l’altro compare all’inizio della copertina, quando accusi l’ascoltatore di non essere innocente proprio a causa di queste aspettative che possono portare a una brutta esperienza musicale.


La musica è struttura. O struttura o mancanza di essa. Senza struttura non si balla o non ci si emoziona. La struttura è chiaramente basata sulle aspettative, nel senso che tu ti aspetti che arrivi il ritornello e lì, appena prima che il ritornello arrivi, cominciano i brividi. Natura? Cultura? Non lo so. Probabilmente entrambe le cose. Più natura probabilmente. Il problema è quando queste aspettative vengono prese come unica direzione nella quale si può agire. Cioè io devo soddisfare queste aspettative per riuscire a fare arte. Questo in qualche modo ci fa tornare alla questione dell’acqua corrente di partenza. Se mi limito a soddisfare le aspettative sto facendo della pornografia, non sto esprimendo tutto ciò che potrei esprimere. Anche solo banalmente sovvertendo queste aspettative o comunque giocandone in maniera consapevole. Tu hai parlato di accusa, può essere vista così, è più un allarme: guarda che non sei innocente nel senso che i tuoi occhi e le tue orecchie, in questo caso, non sono vergini. Tu ti approcci ad un’opera con la memoria di tutte le altre opere d’arte che hai visto e che hai sentito prima. Francis Bacon diceva che vorrebbe potersi approcciare alla tavola da pittura come se questa tavola fosse vuota ma è già piena di tutte le cose che ha visto, di tutte le sue influenze e tutto ciò che ha studiato e rifiutato. Quindi è ovvio che nel momento in cui senti un suono implicitamente ti aspetti ciò che succederà dopo. Questo è uno dei motivi per cui trovo che a volte la mia musica sia un po’ goffa nel senso che è ovvio che nel momento in cui non voglio soffiare le aspettative o vado in un’altra direzione la musica suona un po’ goffa o incompleta.


A un certo punto dici che ogni artista è un architetto. Quindi partiamo dal presupposto che se anche non c’è un significato ben preciso dietro al farlo, c’è qualcosa che ti spinge a procedere nel processo creativo e a non fermarti. Nel tuo caso di cosa si tratta?


È una domanda molto difficile perché non ha una risposta, tant'è vero che i brani li faccio, quindi chiaramente qualcosa me li fa fare fino alla fine. Anche perché la prima cosa che dico ai miei studenti è "Finite sempre i pezzi”. Un pezzo finito brutto è meglio di un loop perfetto che un non è un brano. Ho un sacco di strategie. In questo disco c'è stata anche una certa accettazione nei confronti sia del materiale di partenza sia del progetto per la fine. Tendenzialmente cerco di innamorarmi di una piccola idea e di vedere dove mi porta. Tento di innamorarmi di un qualcosa su cui io posso edificare. A me piace molto il concetto di cattedrali. La cattedrale come quell'elemento a cui tu ritorni costantemente che per me possono essere certe strutture, certe ritmiche specifiche, certi suoni, eccetera. Una volta che le accetti, cioè non le metti più in discussione, possono fungere da centro della tua città: attorno a quelle ci costruisci di tutto.

Quindi non vale più la pena di chiedersi se sia il caso di smettere di usare un certo suono. No, questo suono è perfetto, mi dà sempre quello che voglio e intorno a quel suono costruisco. Quindi molto spesso parto da elementi del genere e altrettanto spesso invece da progetti molto più astratti. Lì procedo più algoritmicamente, il che mi capita più spesso quando scrivo per la danza. Lì di solito è più un lavoro di programmazione e di preparazione di un ambiente che si genera piuttosto che di scrittura vera e propria. Però diciamo che il concetto è quello lì.

Procedo per gemmazione: ad un certo punto mi metto lì, ascolto e capisco se quel brano stia funzionando e dandomi tutto ciò di cui ho bisogno. Chiaramente con la musica è più difficile rispetto a quando scrivo invece per la danza, perché la danza completa in qualche modo ciò che vedo e ho anche un appiglio su cui posso decidere; in musica le decisioni si prendono da sole. Ciò che cerco di fare è di rendere ogni brano memorabile, nel senso che ognuno deve avere un proprio carattere molto specifico. È ovvio che sulle prime sembra tutto un marasma generale, me ne rendo conto. Però dopo un po uno dovrebbe essere in grado di riconoscere che un brano succede qualcosa e che in un altro c’è un suono diverso.

Come diceva Hemingway “Scrivi da ubriaco, ma correggi sobrio”. Il mestiere sta non tanto nel fare un loop da 15 secondi, ma nello stendere un brano da 3-4 minuti con un progetto.

Io chiudo ogni brano che scrivo, anche se mi fa schifo un senso glielo do e lo pubblico. Raramente scarto idee. Credo che sia inevitabile darsi una coerenza proprio per la questione delle cattedrali: alla fine c’è qualcosa che ritorna sempre, volente o nolente.


ENGLISH VERSION


What is the meaning of a Fortissimo today? What is the meaning of music today? It has lost its sense of work of art as unique and unrepeatable, indeed becoming a commodity, an incessant flow of sounds and images that requires to rethink the role of the artist himself. This is an architect, the demiurge able to build the cathedral in which, willingly or unwillingly, you always return. Three years after "Most Beautiful Design", Alberto Bricca/Bienoise returns to Mille Plateaux with his new album "This Meaning Today". In the interview, Alberto tells the creative process behind the seven tracks, without providing too much detail - because that’s where the game is, but without skimping on references and influences, from the Boards of Canada, to Borges, to Francis Bacon. An album, by his own admission, chaotic, at least initially, but that, listening after listening, reveals an impressive density. Just as fascinating are the techniques that Alberto used to write the pieces, going from analog to digital to machine learning. Layers of sound that are enriched with new details listening after listening, inviting the observer/ listener to close the "water tap" and become aware of their status. "You Are Not Innocent" is the warning with which opens the video "OOO" (in Italian preview on T-Mag) in which flow, now meant now poetic, the words of Alberto. "This Meaning Today" does not propose answers, but opens to fundamental questions in an age in which the future is a God, non-existent, that gives way to an eternal present.


Listening to "This Meaning Today", I had the feeling of being faced with something very dense. As if there were different layers of sense that it was not even possible to grasp all. Starting from the album's title, I'd start by asking: is there a meaning or more meanings behind the album?


Surely it is not possible to grasp everything. I am very pleased that you have perceived a density, almost rhizomatic, as a very complex network. I still admit that my first influences were progressive rock and the Boards Of Canada. Aside from my extra-musical passions, they created imaginaries. It’s true that there is a big web of things around this album, but I don’t want you to understand how deep it is and how far I’m teasing you.


Which is your prerogative, irony.


But it’s very hidden. Like all ironic people, I do sad things. The origin of the title and somehow of the rest of the work is revealed on the cover itself. It is a phrase of my dear friend Alberto Barberis who one day asked me: What is the meaning of a very strong today?. A very strong understood as the orchestral gesture of maximum intensity. The question for me is very powerful. Another great influence of mine, Borges asks himself more or less the same question in a very beautiful story in which Pierre Menard tries to rewrite the Quixote and rewrites it exactly word for word. He receives a paradoxical review in which every word written in 1900 in a novel written in 1600 is given a completely different interpretation because it is rewritten 300 years later. So the question is: today if I make a powerful gesture like very strong music or more generally if I choose to use a drum and bass base rather than a reggaeton base if I decide to release a record today, what is the meaning of this stuff? With all that we carry, with the number of images that are on the canvas, and with all the amount of filters that any listener/ viewer will have compared to our work? Clearly, I don’t have an answer. I can have mine, you have yours and this is another strong theme. This is why I’m glad you notice an intensity where getting lost is also interesting. Because this leaves a little incompleteness and leaves to the viewer - both the viewer and the listener - the task of completing with his. For me it is very interesting as a call to arms for those who are, let’s say, undergoing.


You talk about a network in which it is difficult, if not impossible, to extricate because of the multiple aesthetic choices possible. How did you manage this process?


It’s a big question. That’s also the answer on the cover, but it’s very hidden. It’s when I talk about tap water. That sentence has a reason. At a certain point, I realized that things today have no reason to have a name because they are no longer unique works. We know very well that the aura of the work of art as unique is now unrepeatable and is completely destroyed. It is not necessarily evil, but it is the truth. Sometimes they no longer even have a pattern. Even in series repetition things were distinct. Today basically music and art have become commodities, that is I open a tap and they come out. This obviously takes away meaning from things. It takes away the aura and all the rituals and even choices that for me are a very important concept in culture. I don’t always want to talk bad about Netflix or Spotify, but we can do that. At the moment when I no longer need to make a choice to get entertainment of some kind, images and sounds in exchange, obviously, this takes away all kinds of meaning, that is, power on me. It makes the umpteenth background noise that makes us excited and not bored in a world that is anyway very boring. Obviously, I am critical of this and I emphasize again the importance of choice in enjoying art. Romeo Castellucci says that culture is everything that involves choice and effort. For me, it’s very true, a little bit about how I live. I believe that at a time when every kind of choice is excluded and you are immersed in a constant noise of stimuli, you lose the importance of each of them. Another reason why I wonder what’s the point of making a record today. It is the basic theme. I think this feels right. I’ve always been quite eclectic and I don’t want to say that I’m good because I’m eclectic, in fact, I find that it’s a limit sometimes. But I like to put a lot of stuff in the songs. Especially the first pieces of the record are very dense of things. Someone has spoken very well for me about computational noise, that is, you can actually hear an almost feverish thought behind everything that happens. This kind of embodies this feeling of being bombarded by a thousand things and having to untangle, of having to create connections of their own or otherwise to put order.


The fact that by listening to an album several times, you always get something different personally has great value. It means that it is not a flatwork, as it certainly is not this album.


Favorites actually do that. I even adopted strategies to make sure that you don’t really understand when you finish one song and start another. Just because it’s a feeling that I like to hear a record and not understand how many songs were and what happened.


That this thing here is also a legacy of analog, of vinyl. You were talking about Spotify, now you listen to playlists more than albums and we know very well that the way of making music has also changed according to streaming or even social media.


Which, by the way, are all impulses that I find interesting. Of course, I don’t want to be the crazy old man who says no to everything and that eventually, we’re all going to die. It’s a new way of enjoying things for the future. These are 10-second tracks for Tik Tok. I am happy to see what will happen when those who grew up with this aesthetic this fruition will produce something of their own.

I am super curious, also because it is difficult to find new things, so good things also come so extremely.

One thing I find beautiful about Tik Tok is the fact that the songs are basically useful or made for choreography. You don’t think of music as an end in itself, but as an end in itself. Clearly, it implies certain things. But this is also super fascinating.


A song might be a bit boring because it’s used a million times in a day and becomes a trend. It’s the right music in that super fleeting moment because the next day there will be another.


This tells a very big truth in the sense that every music is suitable for a moment. Many do not realize it. But I think Noise or Extreme Ambient also have moments where they are the perfect music. Just as the Edm chart isn’t always the right music.


You were talking to me about Spotify and Netflix, about water taps, so implicitly about algorithms that take away the freedom of choice from the individual. For this job you used machine learning techniques, almost to want to extreme this aspect.


Yes, the Dadabots are a duo of programmers who were among the first to do something really interesting in machine learning music. I will not dwell on the issue of machine learning, because it is now a daily bread, especially from the visual point of view. For example, the last ones that Jon Rafman did using these algorithms are very nice. They did pretty much the same in music, in the sense that they trained their own algorithms before others did. They took these algorithms, which were actually meant to create speech, and instead, they made him listen to metal records, like Meshuggah, which was perfect because what they generated were new Meshuggah records that were maybe even a little clumsy at first, but fascinating in their estrangement. But still no music.

Today they have YouTube channels that 24 hours a day generate either Metal or Punk. They also had one that did Free Jazz that if you listen to it carelessly is absolutely that stuff there and is made by a machine that has listened to other things.


The last track "OOO" pronounced Circe Circle Circle, right?


Well done, I’m glad you said that. There too is a kind of game, of words and references in the sense that it is both Circle Circle because it actually speaks of that, but it is also the acronym of "Object-Oriented Ontology", which is a fairly strong and very pop philosophical school at the moment thanks to the essay "Hyperobjects" by Timothy Morton. Even in that song the drums come from the algorithm and it’s very strange, a bit kaleidoscopic, and always a bit 'undecided between one stuff and another.

So yes, artificial intelligence, or rather machine learning, I used it for this and then for various other things of sound flow management so I asked machines to write for me parts for example drums or rhythm in general.

The techniques behind the album are many. There is a lot of sampling. In general, I am very fond of sampling rather than synthesis, which is paradoxical because I teach synthesis in life.

There are very elaborate field recordings inside, but also no-input mixing, so analog noise, a lot of digital noise, in the sense that I work a lot with glitches and instruments brought to spasm. Also in the song "GAN (Sollevi il Sasso)" there is an old MIDI reverb to which I send millions of data per second and he can’t take it anymore, goes crazy, and brings out the unexpected sounds. Then a bit of FM synthesis, physical patterns, and sounds, those are a bit alienating, a bit Uncanny Valley where you don’t understand if they are real sounds, fake sounds, elaborate things. And I really like that, too.


You have always been one who loves to experiment, both in content and form (I think Most Beautiful Design printed on the floppy disk) and Mille Plateaux is the right context in which to do it. The feeling, from field recording to machine learning, is that this album is a bit 'a summa of the state of the art of making electronic music today and maybe also opens a look at the future. Is it a job that originates from a particular period of your life?


Of the future this time I speak in a somewhat critical way. Or more than critical, paradoxically, melancholy. In the sense that I agree with Fisher when he says that there is no future anymore, that they have slowly erased it and there is only an eternal present. This is also perhaps why I once did "Meanwhile, Tomorrow" and today I do "This Meaning Today".

Answering your question then, unconsciously yes. It is not a work in which I wanted to embody all that can be done in music. Which I haven’t done, and I’m not even in a position to do. Because if I wanted to do that, that is, if I wanted to judge my record on that basis, I would have failed enormously. There are a lot of things that I don’t take into consideration and that I also can’t consider for who I am, for what I do. But I cannot embody today in music I male, white, heterosexual, Western. I have nothing to say. Another reason why I wonder what’s the point of my record today? I am very happy that music today is something else and there is also a strong density of politics and positive and inclusive messages in this. I can’t embody that. But what I can do for sure is to let all the influences that the world obviously throws at me somehow get transfigured into the music. In fact, I have to say that I listened a lot to what I was natural to do, whereas maybe in the past I did some more reasoned work at the beginning. First of all the floppy, which obviously had a very clear concept, but also others that still had a somewhat designed direction. This one went very free form and freestyle.


Did you want to break down the project, completely eliminating the concept?


The concept came to itself because it was necessary. I mean, everything I did was necessary. I finally stopped questioning myself if something was okay or not. I just did it because I liked it. Of course, I live in the world and so I become the interface of what happens. From there it happened that it combines high and low, that is lo-fi and ultra definition, or field recording and synthesis, or even computational noise and contemplation. There is very dense stuff, very chaotic, and also difficult to read. But there are also some songs in which all this relaxes, even a little out of necessity, and are also among the most melodic things I wrote.


Would you like to tell track by track why you chose that title to the techniques you used?


God, I don’t know if I want to explain too specifically why the game is that, too.

Well, I’m glad one of us has his. For example, I’m glad you’re playing "OOO" like Circle Circle Circle. However, the first "FFF THIS MEANING TODAY" is easy, it gives the title to the album, or rather takes the title of the album because it seemed to me that it embodied more certain tensions. It’s definitely the most complex piece and where all things come together the most. There’s really everything here. There is breakcore: in fact, some of my friends said that finally, the Maestro delle Metope is back, which is my very first name with which I breakcore, and a little 'true. I said, "Okay, I like doing that stuff, so I’m doing it". There’s acid in it too, there’s a lot of glitches, there are synthetic parts, real parts, there’s glass noise manipulated on contact microphones, modal synthesis... I mean, there’s everything.

Then comes ">>> Teleport" which is not worth explaining. Of this piece, I can say that I really like the footwork, that I don’t know how many will feel inside, but it is one of my absolute favorite genres, perhaps the only one that makes me want to dance. By the way, after a while, you can’t notice it anymore, but there are steps for the whole song. It’s one of those radical asshole choices I decide to make, but then it works out. In "LAC - Silence Half Speed" I liked the concept of silence at half the speed. I’m a big fan of taking YouTube videos and changing their speed in the race. So I asked myself: "What is the noise of silence at half speed?". A bit of a mystical Kōan of mine with this theme born on the piano. I really like contemplative things. In 2020 I released "To Be Banned From Rome", the main theme of the quarantined edition of Club TO Club. That is one of the works that I love because it has become the anthem of a festival to which I am very attached, to which I love very much and which in fact becomes in some way a symbol of something that is not there at that moment. I obviously have this tension between the mess and the repetitive stuff. I really like both, I really like minimalism, the way it cancels time and in which it becomes functional music, not to dance but to contemplation, to get lost inside the sound. About "GAN (Raise the Rock)" we talked. "LCL Open is Porn, Closed is Fetish" is a self-explanatory title that I dreamed of and that seemed to me conceptually very strong. This is probably the most musical track on the record. Among other things, it is an out-take of the show To Be Banned From Rome obviously completely reworked. Here too there is a bit of artificial intelligence and there is a big half-break that I really like because another of the attempts with this record was also to work on the track structures in a new way. I hate to lay out the structures, which is one of the reasons, perhaps, why I like things very repetitive and clearly somehow, even if it is not true, I am relieved of the need to layout the song. I’m getting a little tired of too precise structures. Not that I have ever written songs with very precise structures, but I tried to do different things and I really like this sudden break that then leads to a basically acid piece. "100 Grey Suits" is very explanatory. Everything I could say about the song is either not said or is already said in the song. There is also speech, more explicit than that.

And finally, there is "OOO" which is a song born of course. One of the things I really try to do is to take care of ideas, like taking care of a flower. A thing is born, it is beautiful and we put it in a condition to survive. So I try not to force ideas into frames that don’t belong to them. At the beginning of the song, you hear a rhythm track that I worked a lot on to try to make a piece of it, and then I said to myself: "You know there is? It works fine on its own." I put an extra texture on it because it needed more movement and I added a synthetic voice that is a Vocaloid. What came out for me is basically a black metal piece, but revised through the eyes of the algorithm or through my dreams, I do not know.

I listen to a lot of metal, especially black metal, during this period. Of course, I try not to do it explicitly because it would be pathetic. But the fact that it comes back somehow fascinates me a lot. Also in the second part of the piece, where there is an arpeggio, there is the acceptance of an idea. There were some digital noises that I worked a lot on trying to write a piece that had a more complex structure. In the end, I told myself that it was so beautiful and that I didn’t have to add anything. I also accepted the fact that there were these digital glitches that I didn’t like at first and that I really like them in the end and I think they are part of the charm of what’s going on.

There is also certain indecision. The notes are difficult to sing, so to speak. I can’t tell you what notes I am exactly, especially the last one is super undecided.


I like that there is this spontaneity and also this freedom from expectations, I don’t know what else to call them. A term that also appears at the beginning of the cover, when you accuse the listener of not being innocent because of these expectations that can lead to a bad musical experience.


Music is structure. Or structure or lack of it. Without structure, you don’t dance or you don’t get excited. The structure is clearly based on expectations, in the sense that you expect the chorus to come, and there, just before the chorus arrives, the chills begin. Nature? Culture? I don’t know. Probably both. More likely nature. The problem is when these expectations are taken as the only direction in which action can be taken. I mean, I have to live up to these expectations to make art. This somehow brings us back to the issue of starting running water. If I just live up to my expectations I’m doing pornography, I’m not expressing everything I could express. Even just trivially subverting these expectations or otherwise playing them consciously. You have spoken of accusation, it can be seen this way, it is more an alarm: look that you are not innocent in the sense that your eyes and your ears, in this case, are not virgins. You approach a work with the memory of all the other works of art you have seen and heard before. Francis Bacon said he wished he could approach the painting board as if it were empty, but it is already full of all the things he has seen, all his influences, and everything he has studied and rejected. So it is obvious that the moment you hear a sound you implicitly expect what will happen next. This is one of the reasons why I find that sometimes my music is a bit clumsy in the sense that it is obvious that at the moment when I don’t want to blow expectations or go in another direction the music sounds a bit clumsy or incomplete.


At some point, you say that every artist is an architect. So we assume that even if there is no clear meaning behind doing it, there is something that drives you to move forward in the creative process and not to stop. In your case, what is it?


It’s a very difficult question because it doesn’t have an answer, so much so that I do the songs, so clearly, something makes me do them until the end. Also because the first thing I say to my students is "Always finish the pieces". A bad finished piece is better than a perfect loop that is not a song. I have a lot of strategies. On this record, there was also a certain acceptance of both the starting material and the plan for the end. I tend to fall in love with a little idea and see where it takes me. I try to fall in love with something that I can build on. I really like the concept of cathedrals. The cathedral is that element to which you return constantly that for me can be certain structures, certain specific rhythms, certain sounds, etc. Once you accept them, that is, you no longer question them, they can serve as the center of your city: around those you build everything.

So it’s no longer worth asking yourself if you should stop using a certain sound. No, this sound is perfect, it always gives me what I want, and around that sound I build. So very often I start from such elements and just as often I start from much more abstract projects. There I proceed more algorithmically, which happens to me more often when I write for dance. There it is usually more a job of programming and preparation of an environment that is generated rather than actual writing. But let’s just say that’s the concept.

I proceed by groaning: at a certain point I put myself there, I listen and I understand if that song is working and giving me everything I need. Clearly, with music, it is more difficult than when I write instead for dance because dance somehow completes what I see and I also have a foothold on which I can decide; in music, decisions are made by themselves. What I try to do is to make each song memorable, in the sense that everyone has to have their own very specific character. It is obvious that at first, it all seems a general chaos, I realize. But after a while, one should be able to recognize that something happens and that in another there is a different sound.

As Hemingway used to say, "Write drunk, but correct sober". The job is not so much to make a loop from 15 seconds but to lay out a track from 3-to 4 minutes with a project.

I close every song I write, even if it makes me sick and I give it to him. I rarely reject ideas. I think that it is inevitable to give coherence precisely to the question of the cathedrals: in the end, there is something that always returns, willingly or unwillingly.