#recordoftheweek: Max Cooper - Unspoken Words

Updated: Apr 27

Max Cooper è uno degli artisti più affermati nel panorama internazionale della musica elettronica. La sua carriera come DJ inizia nella seconda metà degli anni ’10, periodo in cui consegue un PhD in biologia computazionale. Ben presto le due anime da musicista influenzato dal mondo dei club e da scienziato trovano una sintesi perfetta nelle sue produzioni, caratterizzate da un suono immediatamente riconoscibile per quanto arduo da incasellare in un genere preciso. Alla componente musicale Cooper affianca quella visiva, proponendo degli spettacoli transmediali dove le due dimensioni sono profondamente connesse tanto da trascendere i confini fra suono e immagine. Lo spirito da ricercatore lo porta a indagare diversi argomenti che spaziano dalla biologia alla tecnologia, interrogandosi puntualmente sul posto occupato dall’essere umano nel mondo così come sul suo rapporto con la natura. Gli ambiti di ricerca trovano nell’estetica di Max Cooper forme inedite di espressione, grazie alla costante collaborazione con numerosi artisti visivi e alle svariate esibizioni in location convenzionali e non in tutto il mondo. Un ulteriore passo in avanti è rappresentato dalla nascita di Mesh, etichetta volta a indagare le intersezioni fra musica, arte e scienza di cui Cooper gestisce la direzione artistica. A distanza di 8 anni dal suo primo album Human, il 2022 segna il ritorno dell’artista britannico con il suo sesto album Unspoken Words. Per quanto il periodo di registrazione dell’album sia coinciso con la pandemia, non si tratta di un album incentrato sulla condizione di isolamento imposta dal lockdown. Unspoken Words è piuttosto figlio dell’impossibilità di interagire direttamente con altre persone segnando quindi un’inversione di rotta rispetto al modus operandi dei lavori precedenti. Se in passato ogni album nasceva a partire da un concetto attorno a cui si costruivano i progetti visivi e la struttura musicale, qui Max opera in modo diametralmente opposto. Unspoken Words è un album che mette la musica al centro elevandola, come suggerisce il titolo, a veicolo primario di trasmissione di pensieri e sentimenti. Un album dove le parole cedono il posto al suono, appunto, restituendoci forse il lavoro più genuino e istintivo dell’artista da molto tempo a questa parte. Ciascuna traccia nasce da uno specifico stato d’animo tradotto in musica attraverso l’uso dei suoi sintetizzatori preferiti, già disponibili in studio, evitando, in questo caso, di sfruttare nuove tecniche di sintesi sonora. Da ciascuna traccia dell’album si sviluppa quindi un capitolo a sé stante, accompagnato da un progetto visivo realizzato grazie alle tecniche più disparate, dal machine learning al disegno a mano libera. Con Unspoken Words Max Cooper segna un ritorno alle proprie origini, confezionando un album introspettivo che tuttavia dimostra ancora una volta la sua appartenenza indiscussa all’empireo della musica elettronica mondiale.


Iniziamo parlando del tuo album in uscita Unpoken Words. Da dove hai preso ispirazione per questo lavoro?

Dopo che c’è stata la pandemia e il crollo dell’industria musicale, tutti noi abbiamo trascorso molto tempo isolati in casa. Questo non è un album “da lockdown" o qualcosa del genere, piuttosto per me si tratta soltanto di musica. La musica è sempre stata un ottimo posto dove rifugiarmi, dovunque fossi, quando avevo bisogno di un’esperienza positiva. Lo trovo molto terapeutico e penso che molte persone ascoltino la musica per motivi terapeutici. Ci fa stare bene, ci fa venire voglia di ballare, influenza positivamente il nostro stato d’animo o ci trasporta in uno stato contemplativo. Quindi ero isolato e non avevo la possibilità di collaborare faccia a faccia con le persone, così ho colto l’opportunità per pensare al cuore della mia musica e, in un certo senso, approcciarmi in maniera più emotiva e pura a un album. I miei album precedenti erano costruiti a partire da delle idee visive, partendo da un concetto e poi andando a costruire la musica attorno. Per questo album ero interessato a ciò che avrei potuto comunicare con la musica, in maniera non scritta e in un modo che non avrei potuto tradurre in parole. Per questo l’album si chiama Unspoken Words.Riguarda ciò che posso comunicare con la musica e in seguito con le analogie digitali e i progetti video. Gran parte del lavoro è stato provare a catturare degli stati emotivi e mentali che sentivo che avrei potuto tradurre in musica in maniera molto più accurata e piena di quando potrei spiegarti a parole. Per questo è un po’ difficile spiegare l’album, ma questo è il quadro generale. Poi a partire da questo sono nati i diversi capitoli. Ciascuna capitolo ha un’idea emotiva diversa e una differente storia. Questa è la grandezza della musica, che comunica direttamente con il modo in cui ci sentiamo. Ascoltiamo una forma d’onda e questo ci fa provare qualcosa di cui facciamo esperienza diretta. Abbiamo una via di comunicazione diretta con chi l’ha creata. Sostanzialmente tu che ascolti stai provando la stessa cosa che provavo io quando facevo questa musica. Quello che tento di fare è catturare il modo in cui mi sento mentre gioco con gli accordi e le melodie e poi provare ad allineare il processo di creazione musicale con quello che sento. Spesso questo accade. Molta della mia musica è scritta in un modo molto intuitivo, basato sul modo in cui mi sento. Quindi con ciascun pezzo provo a comunicare un’istantanea interna di me stesso in un dato momento. Spero che questo arrivi, anche se non tutti condividono la stessa esperienza. È un modo interessante di comunicare le idee che opera al di fuori del linguaggio.

La componente visiva ha spesso avuto un ruolo preponderante nel tuo lavoro. Lo stesso vale per Unspoken Words dove ciascun brano sarà collegato a un diverso progetto visivo. Come ti sei trovato a lavorare con tante figure diverse?

Quando lavoro con degli artisti visivi per prima cosa scrivo un breve riassunto di ciascun progetto visivo e di ciascun brano in modo da sapere cosa voglio ottenere con i visual e quali sono le idee tecniche ed estetiche alla base. Dopodiché trovo degli artisti visivi che penso possano soddisfare questi requisiti. Per esempio sul nuovo progetto “Exotic Contents” stavo lavorando con Xander Steenbrugge, che si occupa di machine learning, e quindi stavamo cercando in modo specifico progetti di quel tipo. Mentre per il progetto “Everything”, sapevo di voler inserire tantissime scene all’interno di volti umani e che Nick Cobby sarebbe stato perfetto questo genere di lavoro. Quindi trovo gli artisti visivi che penso possano trasmettere lo stile che è richiesto da ciascun brano e da ciascuna idea visiva. Ognuno di loro poi dà la propria interpretazione. A volte rimangono molto aderenti all’idea originale, altre volte si muovono verso uno stile differente. Ho lavorato con diverse persone: con alcune di loro ero molto coinvolto nella direzione di ciascuna scena, altre, una volta che siamo d’accordo sull’idea e su cosa vogliamo mostrare, preferiscono lavorare autonomamente senza troppe interferenze da parte mia. Quindi funziona in maniera molto diversa per ciascun capitolo. Mi piace molto avere questa variazione e poter lavorare con diversi artisti per ottenere tecniche differenti. Il nuovo album contiene dei lavori generativi, come il progetto in machine learning, ma ce n’è anche uno in cui ciascun frame è disegnato a mano quindi è completamente umano. Sono ambiti anche molto diversi, ma gli stessi brani suonano in maniera differente fra loro quindi funzionano proprio grazie a questi diversi stili di creazione e videoanimazione.

C’è tanta comunicazione dietro. Ho passato molto tempo a chattare con gli artisti visivi e sono sempre in cerca di nuovi e di persone di cui amo il lavoro. Mi tengo in contatto con tantissime persone. Dopo che l’album uscirà, inizierò a mandare altre idee sulla musica alle persone. A volte in passato sono partito dalle collaborazioni visive prima della musica, quindi in pratica componevo musica per i visual. Funziona in entrambe le direzioni. Ma in “Unspoken Words ho deciso di realizzare un album dove la musica venisse per prima, il che è diverso dai miei tre album precedenti. Ha una sensibilità un po’ diversa. È più basato sui miei sintetizzatori preferiti. Negli album precedenti c’erano spesso dei brani realizzati al pianoforte o con strumenti acustici e tutto era più mescolato. Per questo sono tornato all’essenza: io da solo in studio a usare i miei sintetizzatori preferiti, semplicemente esprimendo me stesso. Non si è trattato di costruire nuove tecniche di sintesi o cose genere, ma di utilizzare soltanto quello che avevo già e di esprimere delle idee emotive al meglio che potevo.


Queste due componenti, visiva e musicale, sono strettamente collegate anche quando ti esibisci dal vivo. Come prepari un tuo live set?

È molto raro che io prepari prima i miei live. Quando lo faccio è perché ho uno show completamente nuovo costruito specificamente per una location, come al Barbican o all’Acropoli. Per esempio il lancio del nuovo album sarà il 2 aprile a Londra. In una certa misura lo preparerò, perché devo configurare tutto il materiale all’interno del live set e capire come farlo funzionare, come mapparlo e via dicendo. Ma al di là di questo, mantengo sempre un grande margine di flessibilità. A livello di contenuti per me è importante sapere su quali superfici proietterò, come userò gli hardware, come posso sfruttare la venue e come trasformare la location stessa in una superficie usando diverse superfici e schermi. Dopodiché penso a cosa può funzionare. Per il nuovo show non ho mai provato tutto insieme, ma mi sembra che funzioni bene. Nei miei live set mi piace avere accesso a tutta la mia musica e a tutti i miei visual così da poter cambiare in ogni momento. Quindi predispongo tutto in maniera totalmente flessibile così da poter fare dei cambi come se fossi un DJ, perché quello è il mio background. Provo a giocare con il pubblico. Tutto ruota attorno alla comunicazione e all’interazione con le persone e al trovare la giusta vibrazione, capire cosa sta bene con l’impianto, con quella cultura, a che ora suono e tutto quel genere di aspetti. Ci sono moltissimi fattori che agiscono quando si cerca di prepare un set unico per ciascuna location. Per cui non so dirti da prima che cosa suonerò. So che proverò a rendere il live il più possibile adeguato, un’esperienza positiva e divertente per ciascuno. Per esempio potrei suonare alle 8 di sera con le persone sedute oppure alle 6 di mattina dove tutti ballano. Queste due circostanze avrebbero un’influenza enorme su cosa suonerei.

Quindi non sai prima che tipo di musica suonerai, ma ti basi sul mood e le caratteristiche del posto in cui ti trovi.

Sì, capita che inizi suonando dell’ambient, ma poi vedo che ci sono alcune persone che hanno voglia di ballare e allora inizio a suonare roba un po’ più ballabile. Poi vedo che ci sono ancora più persone che vogliono ballare e allora si va. Provo sempre a interagire con le persone, a trovare quello che vogliono, che poi è anche quello che voglio io. È una via di mezzo, come nel diagramma di Venn. Qui c’è quello che voglio io e qui quello che vogliono tutti gli altri. La speranza è che ci sia un punto di incontro a metà strada dove tutti possiamo essere felici. Le brutte serate sono quelle dove i due diagrammi di Venn non si incontrano, come se fossero due continenti completamente separati. È un problema anche quando sto suonando e niente di quello che sto mettendo piace. Queste sono le serate da incubo.


Nel corso degli anni il tuo stile è evoluto continuamente, talvolta ricalcando delle sonorità altre volte spostandosi verso nuovi territori. In generale però non sei mai stato confinato all’interno di un genere. Pensi che parlare di generi musicali abbia ancora senso oggi?

All’inizio della mia carriera musicale, quando facevo il DJ, provavo a stare in un genere perché volevo avere delle serate. Così quando ho iniziato a fare musica provavo a fare un genere piuttosto che un altro, a starci dentro e a seguire delle regole specifiche. Appena ho smesso di farlo, ogni tanto scrivevo un brano in cui mi lasciavo un po’ più libero. Poi quei brani sono arrivati a delle persone a cui piacevano e lì ho capito che non ero bravo a rimanere aderente a un genere. Amo suonare la techno o altri generi, ma trovo che sia un po’ difficile per la creatività quando hai questo vincolo. Le persone chiedono “dov’è lo snare sul secondo kick?”, o “dov’è l’hi-hat?”, “perchè l’hi-hat non si trova in mezzo ai due kick?”, “l’hai fatto nel modo sbagliato”. Ti dicono che se vuoi essere parte di questa cosa devi fare le cose in un certo modo. Penso che forse questa tendenza sia un po’ cambiata negli ultimi anni, ma rimangono ancora un sacco di vincoli sulla creatività. Personalmente, dopo tanti anni nella scena, queste restrizioni mi hanno annoiato e ho iniziato a fare quello che volevo. Ho fatto una scelta consapevole dicendo a me stesso che avrei fatto qualunque cosa mi sentissi di voler fare. In passato producevo molta musica techno, ma a un certo punto ho deciso di fare quello che mi sentivo e di pubblicarlo tutto sotto lo stesso nome. Questo può essere un po’ confusivo per le persone, per cui è difficile mettermi all’interno di una scatola, e rende anche difficile per i promoter fidarsi di me, finché non lavoriamo insieme. Ho lavorato con tantissimi promoter in modo duraturo: una volta che loro capiscono me e io capisco loro, continuiamo a lavorare insieme. Quindi come musicista questo mi ha reso le cose un po’ più difficili per certi aspetti, ma per altri versi ha aperto molte porte perché adesso mi sento veramente libero. Penso anche che le persone che ascoltano la mia musica mi perdoneranno se produco qualcosa che detestano, perché probabilmente non piace tutto quello che faccio, ma qualcosa forse sì. In ogni caso penso che finché continuerò a fare cose diverse alle persone andrà bene così. Un latro rischio di produrre sempre lo stesso stile rinnovato è che se poi cambi le persone possono rispondere male. Ne ho avuto un assaggio quando ho provato a uscire dai generi veri e propri. Ma nel corso degli anni ho continuato a farlo e per me è essenziale. Amo scrivere musica e più riesco a essere onesto con me stesso, più riesco a trasferire in maniera sincera quella cosa in forma musicale. Penso che più la comunicazione è diretta, più ci sarà risposta da parte delle persone. Se loro condividono qualcosa del mio modo di pensare allora tutti condividiamo il fatto di essere umani, le sfide di essere dentro un cervello e le difficoltà di cosa significa essere un individuo. Perché tutti condividiamo queste esperienze. Quando sono sincero sento che questo arriva alle persone e succede indipendentemente dal genere in cui rientra la mia musica.

Quindi non si tratta soltanto di fare musica, ma di fare la tua musica.

A volte quando faccio musica, sento di non dover decidere. Sul nuovo album stavo lavorando a un brano, verso la fine, e ho pensato che ci sarebbe stata bene una traccia propriamente techno. Ho provato a farne una e semplicemente non è uscita in quel modo, si è trasformata in qualcosa di assurdo. Allora ho pensato che tutto quello che potevo fare era esprimere me stesso ed essere me stesso. Semplicemente a volte provo a fare qualcosa e viene fuori in maniera completamente diversa. Ma se è così che mi sentivo in quel momento, non posso farci niente. Posso semplicemente fare quello che mi viene naturale e provare a farlo al meglio che posso. Dopodiché la speranza è che in qualche modo ci siano abbastanza persone a cui questo piace. Questa è la sfida.

È da un po’ di tempo che è nata Mesh, punto di incontro fra musica, arte e scienza. Dove ti ha portato finora il lavoro con l’etichetta?

Il manager dell’etichetta è un ragazzo meraviglioso che si chiama Anthony Faulkner. Ha guidato lui l’etichetta per alcuni anni. Io sono molto coinvolto nell’A&R quindi nel reperimento degli artisti. In un certo senso mi occupo della direzione artistica in termini di come l’etichetta appare e del contenuto musicale. Quello che cerco musicalmente è l’espressione umana, non importano tanto i BPM o il genere. Riguarda di più l’aspetto legato all’espressione della musica e le sensazioni che essa veicola. È la combinazione delle idee umane. L’idea di Mesh poi è anche quella di esplorare la musica che è parte di progetti più ampi nelle arti e nelle scienze. Per esempio c’è stato un lavoro realizzato con registrazioni fatte nella giungla, connesso all’impatto dell’uomo sull’ambiente (“Biome” di Llyr, NdR). Rob Clouth è un producer che costruisce diversi plugin e indaga a fondo l'aspetto tecnologico. C’è anche l’italiano Pietro Iannuzzi (Indian Wells) il cui lavoro è meraviglioso. È molto dentro al mondo dei modulari e ha un’espressività molto ricca. Quindi come etichetta siamo molto interessati alle sfumature più ampie della musica elettronica, non solo ad essere un traghetto per i club. L’aspetto del club è importante, ma anche in che modo questo si può collegare a dei progetti visivi o a delle installazioni. Stiamo esplorando la realtà aumentata e tutte le nuove forme di arte digitale. C’è un intero universo di progetti in essere. Inoltre non lavoriamo solo con dei musicisti, ma anche con tantissimi artisti visivi che sono molto importanti. Abbiamo citato Nick Cobby (Everything) e Xander Steenbrugge (Exotic Contents), ma anche Jessica dei fratelli McLaughlin. Tutti loro sono estremamente integrati nel lavoro dell’etichetta.

Il lancio di Unspoken Words sarà a breve. Qualche altra curiosità legata all’album o altri progetti su cui sei al lavoro per il futuro?

Unspoken Words uscirà molto presto. Come ti dicevo, ciascun capitolo è una collaborazione audio-visiva. Con Niels Lorenz abbiamo realizzato un mix in Dolby Atmos dell’intero album. L’obiettivo era quello di volgere tutti i brani in una struttura spaziale tridimensionale, trasformandoli in ambienti 3D complessi che rappresentano l’idea stessa della musica. Anche quello che succede sullo schermo è stato mappato sulla base della struttura spaziale così da avere una sincronia audio-visiva. Il tutto poi è stato trasferito in un blu ray in Dolby Atmos che sarà disponibile per lo streaming su Tidal e Apple Music. Si potrà ascoltare con le cuffie Apple più recenti per ottenere questa struttura spaziale, in cui la musica si muove seguendo i movimenti della testa, suonando in maniera differente e restituendo una sorta di effetto tridimensionale. In questo modo la musica acquista una sensazione interattiva. Inoltre stiamo programmando delle proiezioni nei teatri di diversi paesi così che le persone possano vedere tutti i visual e esperire la musica all’interno di questo formato immersivo. Ci sono degli altri progetti interessanti basati sulla creazione di una community perché vogliamo aprire al pubblico alcune delle tecniche che abbiamo sviluppato per i progetti audio-visivi di Unspoken Words. Essenzialmente le persone che sono interessante al mio lavoro e a quello su Mesh potranno essere coinvolte proponendo le proprie idee che poi verranno trasformate in video musicali utilizzando le tecniche già in uso. L’idea di fondo della community è la stessa alla base dell’album. La domanda è: “quale significato assume questa idea per le persone che ascoltano la musica e quali modi ci sono per comunicare quest’idea?. Quindi ci sono diversi progetti interessanti in arrivo nelle prossime settimane.

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Max Cooper is one of the most acclaimed electronic artists on the international scene. He started his career as a DJ in the late ’10 while completing his PhD in Computational Biology. Soon enough the two personas he embodies, the club-influenced musician and the scientist, mixed together into his own productions, which feature a sound that is immediately recognizable yet difficult to pin down to a genre. Cooper combines musical and visual media, offering a show where the two components are deeply related as much as they push the boundaries between sound and image. Moved by his research attitude, he explores many topics, from biology to technology, regularly questioning humanity’s place in the world as well as the relationship between human and nature. These research interests find new ways of expression in Cooper's aesthetics, which is aided by a constant dialogue with several visual artists and shows in conventional and unconventional locations all over the world. Cooper is also art director of Mesh, label exploring the intersections between music, art and science. Eight years after his first studio album Human, the British artist is back in 2022 with his sixth studio album Unspoken Words, whichdespite being recorded during the pandemic, cannot be considered a piece of reflection on the isolating experience of lockdown. Unspoken Words is rather the result of the impossibility of collaboration with other people in that period. As such, it marks a change in the artist's modus operandi if compared to his previous work. While in the past he would develop each album from a concept, building visual projects and music around it, now Max works in the opposite way. Music is central in Unspoken Words, as suggested by the title, and it becomes a vessel of thoughts and feelings. In this album, words leave room to sounds, returning the more pure and instinctive work of the artist in a long time. Each track comes from a specific state of mind which turns into music via Max’s favorite synthesizers, which were already available in the recording studio, thus removing the need for any further synthesis technique. The tracks can be seen as stand-alone chapters, each accompanied by a visual project created using different techniques, such as machine learning and hand drawing. With Unspoken Words, Max Cooper goes back to his origins, releasing an introspective album that yet once more clearly positions him as one of the most remarkable electronic artists on the international scene.

Let’s start talking about your forthcoming album Unspoken Words. Where did you take the inspiration for, from for this work?

After the pandemic happened and then the music industry shut down we all had a lot of time at home isolating.

It's not a lockdown album or anything like that, it's more just music for me. Music is always been a great place to escape to, whenever I was, if I needed a positive experience. I find it really therapeutic. You know, I think a lot of people listen to music for therapeutic reasons, and makes us feel good or makes us want to dance or whatever. It really has a positive influence on on our mood, or can make us reflective mood.

I was isolated and not able to collaborate with people face to face and so I took the opportunity to

think about sort of the core of my music and doing more emotive and more pure approach to an album in a sense. Because the previous albums I have done have been very built from visual ideas, starting with concepts of visual ideas first, and then building music around that. For this album, I was interested in what I could communicate with music and in a non non written way, in a way that I couldn't put into words. So the album is called UnspokenWord. It is about this. What can I communicate with music and then with digital analogies and music video projects? So a lot of that was about capturing emotive states of mind that I felt I could put into music much more accurately, much more fully than I could explain to you with words. So it is a bit difficult to explain the album, but that is the overall. And then from that there have been various spin offs. Every chapter has a different sort of emotive idea and a different story. That is the great thing about music. It communicates directly to the way we feel. We listen to this waveform and then it makes us feel something we experiencedirectly. We get a direct route of communication from the creator. Essentially, for me, you're feeling the same thing I felt when I was making the music. I try to capture the way I'm feeling while playingaround with chords and melodies and I try to align the musical creation process with the way I feel. And then so often it looks likethat's the right one. A lot of my music is written in that really intuitive way based on the way I feel. So I am trying to communicate an internal snapshot of mine at that point in time with each piece of music. I hope it gets through. Not everyone shares the same. It is an interesting way of communicating ideas that operates without language.

As an audio-visual artist, the medium of video often had an important role in your work. The same goes for Unspoken Words which will be divided into chapters where each track is matched with one video. How did you feel working with different minds on this project?

When I'm working with visual artists first I write a brief so I know for each chapter, each visual project, each piece of music what I would like to achieve with the visuals and what are the technical and aesthetic ideas. Then I find visual artists who I think can fulfil the brief. So for example, on the new project “Exotic Contents” I was working with Xander Steenbrugge who works with machine learning. So we were specifically looking at machine learning types of projects. Whereas “Everything” project I knew it needed all these layers and layers of different scenes to put into the human faces. I knew Nick Cobby was great at that sort of work. So I find the visual artists who I know can deliver the style that I think each piece of music and each visual idea will require. Then I send them a brief and they make their own interpretation. Sometimes they stick really closely to the original idea. Sometimes they go off in a different style and make their own interpretation. I worked with different people, some people I worked with really closely directing each scene and really heavily involved. Some people I work with they prefer to work more on their own. Once we have agreed on the general idea and what we are going to show they would like to go away and just do it themselves without too much interference from me. So it works really differently with each project. I really likehaving this variation and working with different visual artists to get really different techniques. The new album has some generative work, like machine learning project, but there is one of the projects in which every frame is hand drawn so it is totally human. They have very different fields but the pieces of music feel very different as well so that they work having those different styles of animation and video creation. It is just a lot of communication. I spent a lot of time chatting to visual artists. I am always looking for new visual artists and people whose work I love. I just keep in touch with lots of people. And then whenever the album has come around l willstart sending people ideas about music and ideas. Sometimes in the past I have also started the visual collaborations before the music so that I actually have scored to the visuals. So it goes both ways. But on Unspoken Words I decided to do an album where the music came first which is different to my previous three albums. It has a slightly different feel. It is more based on my favoritesynthesizers. In the previous albums there are often been piano pieces and pieces with acoustic instruments and there is more of a mixture.This one has really back to the core like me on my own in the studio with my favorite synthesizers just expressing myself. It is not about building new types of synthesis techniques and things like that. It is really about just using what I already have and then trying to express emotional ideas as best I can.

Those two component, audio and visual, are deeply related in your shows too. How do you prepare a live set?

I very rarely pre prepare shows. The only times I pre prepare is when I have got a brand new show,

like the Barbican show or the Acropolis’ or something where I have got to have a brand new show specifically for that location. For example, the first show of this new album is on the second of April in London. That is the main album launch. I will prepare that to some extent because I will need to prepare all the new content, get it into the live sets to figure out how it works, where it maps to and that sort of thing. But beyond that I always leave open lots of flexibility. All I prepare in terms of the content is knowing where Iam performing, what surfaces I am projecting on, how I am using the hardware, how do I use the the venue or wherever the location is, how can I turn the location into a canvas, how can I use multiple surfaces and screens. And then I think about what content might work. For my live sets I like to have access to all my music and all my visuals and be able to change at any moment. Which is totally different with this other visual. I have never tried this together but it feels right. So I set it up in a way that is totally flexible so that I can make changes like I was DJing, because that is my background.Trying to play with the audience. It is all about communication and interacting with the people there and trying to find the right vibe and that what fits the sound system, what fits the culture, what time you are playing, all sorts of things. There is loads of factors when trying to make a unique set for every location. So I cannot tell you what I will play. I will try to make it appropriate as best I can to make the most positive and the most enjoyable experience for everyone. So for example I might be playing a show at 8pm andpeople might be seated. So that would be a very different sort of show. I might be playing at 6am and everyone is dancing. So those two circumstances would have a huge influence on what I would play.

So you don’t know what you are going to play until you are in the venue and feel the vibes and know its characteristics.

Yeah, sometimes I start ambient, but then I see a few people wanting to dance. And then I play a little bit of dancing stuff. And then I see even more people wanting to dance so let's just go. I am always trying to interact with people and find what they want. And it is also what I want as well. It is a halfway like the Venn diagram. Here is what I want and here is what everyone else wants. Hopefully there is a point of crossover with it so that we can both be happy. Bad gigs are ones where our Venn diagrams don't meetlike they are two entirely separate continents. Also when I am playing and there is nothing in there that everyone else likes. Thatis a problem. Those are the nightmare gigs.

Throughout your musical career you have changed so many styles. Do you think it still makes sense to talk about genres in music?

At the start of my music career, when I was DJing, I was trying to fit into genres because I was trying to get gigs. So when I started writing music, I was trying to be this genre or that genre trying to fit in and follow the rules of the genre. But actually as soon as I stopped doing that, every so often I would write a piece of music, where I would let myself be a bit more free. And then those pieces of music went down written to people who like them and I realised that I wasn't actually very good at sticking to a genre. I love playing techno music or whatever but actually I find it is really difficult for creativity when you have that constraint box. People ask "where's the snare drum on the second kick?” or “where's the hi hat?”, “why isn't there an hi hat between the kick drums? You’ve done it wrong.”. People say that you have to do that if you want to be part of this thing. I think maybe we are breaking away with that in recent years a bit, but there is still a lot of restraints on creativity. And for me after years of being in the scenes I get really bored of the constraints and I just want to do something different. I just made a conscious decision to just say I am going to do whatever I feel like. I used to release a lot of techno and that sort of things. At some point I decided to do what I feel like and and just release it all under the same name. It is a bit confusing for people and it has costs because sometimes promoters are worried about booking me because they don't know what kind of music I am going to play. It is difficult for people to put me in a box and know what I am going to do. And that makes it difficult sometimes for promoters to trust me, until we work together. So I end up working with a lot of promoters long term. Once they understand me, I understand them, and we keep working together.

So, in some ways, it made life a little bit more difficult for me as a musician. But in other ways, it has opened a lot of doors because now I feel really free. And I also think that the people that listened to my music will forgive me if I release something that they hate because I think probably people don't like everything I do, but they might like some of it. Anyway I think as long as I keep doing different things then people will be okay with that. The other danger is if you release all the same refurbished sort of style andthen if you change that people can respond badly. And I got a bit of that when I tried to sort of break away from being really in genres.But over the years I have just kept doing it. And it is essential for me. I love writing music but I hate being constrained. If I feel a certain way I want to be honest about that. That is the key. Just trying to be honest with my state of mind at the time is the most important thing for me when I am making music. And the more honest I can be the more honestly I can put that into musical form. I think the more direct that communication is and the more people respond. If they share something about my mindset we all share being humans and the challenges of being inside a brain and the difficulties of what it is like to be a person. Because we all share these things. So whenever I want to do it honestly I feel like it gets through to people. And that happens, irrespective of what genre it fits into.

So it’s not just about making music but about making your own music.

Sometimes when I'm making music, I feel like I don't get to decide. With the new album I was working on a track towards the end, and I was thinking it would be nice if it had like a real proper techno track on there. And I tried to make one and it just didn't come out like that. It just turned into this mad thing. And then I just thought, well, all I can do is express myself and be myself. So sometimes I try to make something and it just comes out a different way. But if that is how I was feeling there is nothing I can do about that. So I just have to make what comes naturally and try to do that to the best I can. Then I hope that somehow there is enough people that like it. So that is the challenge.

It’s been a while since your label Mesh is born. As it’s a platform for exploring the intersection between music, art, and science, where did your work with the label bring you so far?

The label manager is an amazing guy called Anthony Faulkner. He has been running the label for a few years. I am heavily involved in the a&r so in finding artists. Sometimes Anthony brings in artists too, but I sort of have the artistic direction in terms of the way it looks and the musical content.

It is the human expression what I look for musically. It doesn't matter about the BPM and the genre. It is more about that sort of the expression aspect and the feeling of the music.

It is the combination of the human ideas. But also the idea with the Mesh label is to explore music which is part of wider projects in the arts and the sciences. So for example there are links to the jungle recordings and the story of human impact on the environment(Llyr’s Biome, Edn) or Rob Clouth who builds a lot of plugins and goes really deep into the technological side of things. Also the Italian Pietro Iannuzzi (Indian Wells) whose work is amazing. He is deep into the modular world and he has got such a rich expression. We are really interested in the wider context of electronic music, not just being a boat for clubs or whatever. Club aspect is important, but also how it can link to video projects orinstallation work. We are exploring augmented reality and all these new types of digital arts. So there is a whole realm of differentprojects going on. It is not just about the musicians because thereis a lot of visual artists we work with who are also really important. We mentioned Nick Cobby already and Xander Steenbrugge, and Jessica in the McLaughlin brothers. All these people we work with a lot are really integral to the label as well.

You are launching Unspoken Words in a few weeks. Do you have any further project for the future?

The Unspoken Words album is coming really soon. As I said every chapter is a visual collaboration as well as music. With Niels Lorenz we finished a Dolby Atmos mix of the whole album. So we took each piece of music and then we built a spatial structure. We wanted to turn these pieces of music into a three dimensional dynamic structure and all these songs moving around and growing around you and turning these into complex 3d environments that represent the ideas of the music. Then we mapped what is happening on screen to this spatial structure as well. So you get this audio visual sync. And we have turned the whole thing into a Dolby Atmos blu ray which will also be available for streaming on Tidal and Apple Music. You can stream the Atmos with the latest Apple headphones and then you get this spatial structure where if you turn your head the signs stay around you. So you get a binaural rendering of the audio which gives you a sort of 3d effect. It stays in place and these things are moving around you but if you turn you would like the musical sound different depending on what direction you face.

So the music takes a bit of an interactive feel in that format. We are also doing some theatre screenings in different countries so that people can come and see all the visuals and experience all the music in this immersive format. So that has been a big part of the project over the last couple of months as well.

Also we have on the way some really interesting sort of community best projects. We are opening up to the public some of the techniques that we developed for the music video projects. For people who are interested in what we are doing so that essentially they can get involved. We are going to make some music videos based around the ideas of people who enjoy my work and enjoy the work on Mesh. We are going to be opening the doors for people to submit their own ideas and then to turn the people's ideas into music videos based on the techniques that we are using for the existing music videos. So there is a whole range of different things happening around the album project which will link to the ideas. So the idea for the community is again the same idea of Unspoken Words. So what that idea means to the people listening? What can you communicate that you wouldn't be able to communicate otherwise? People will be able to submit their own ideas which will then turn into projects. So that is a lot of exciting things to happen in the coming weeks.


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