Post #metoo / inside Onlyfans

Seduzione-desiderio, benpensanti-puritani o della voluttà d’essere fischiate

Questo titolo è una chiara citazione del manifesto futurista del 1915, F. T. Marinetti, La voluttà d’essere fischiati, in Marinetti e il futurismo, Mondadori, Milano 1973.


Che fine ha fatto Harvey Weinstein?


Ricordiamo tutti lo scandalo di molestie sessuali scoppiato nell’ottobre 2017 in seguito alla rivelazione pubblica del New York Times, circa le accuse contro l’influente produttore dell’industria cinematografica americana. Allora sessantacinquenne, fondatore della Miramax e poi della Weinstein Company. In breve tempo, quelli che erano dei rumors tenuti ben nascosti, si rivelano essere denunce e accuse di molestie e in alcuni casi di stupro. Uno sguardo alla lunga lista delle 93 donne che si dichiararono vittime dei suoi comportamenti inappropriati provoca ancora oggi una certa impressione. Tra esse spicca il nome di Angelina Jolie, Cara Delevigne, Gwyneth Paltrow, Salma Hayek, Eva Green, Daryl Hannah, Courtney Love, Uma Thurman, Cate Blanchett e naturalmente la nostra Asia Argento.

Nonostante la valanga di accuse piovute contro di lui, il produttore continuava a negare, sostenendo si fosse sempre trattato di rapporti consensuali. Ma il suo impero in poco tempo è crollato: estromesso dalla sua stessa società, Amazon si precipitò a sospendere una serie televisiva con Robert De Niro e Julianne Moore prodotta dalla Weinstein Company, l'Academy degli Oscar lo espulse, in Francia gli fu revocata la prestigiosa legion d'onore e sua moglie chiese il divorzio.

Dopo una degenza di 45 giorni al costo di 47.000 euro in un centro specializzato nel trattamento delle dipendenze sessuali nel deserto dell’Arizona, il produttore iniziò a costruire la linea di difesa da portare in tribunale. Nel frattempo si vociferava che il regista Brian De Palma stesse scrivendo la sceneggiatura di un film horror ispirato a lui per il 2019. Poi l’abbattersi della pandemia mondiale e delò Covid19 su di lui.

Sono attualmente in corso nuove indagini per crimini sessuali che da New York si sono spostate a Los Angeles per le inchieste aperte anche lì. In caso di condanna Weinstein rischierebbe sino a 140 anni di carcere.


Questo è l’antefatto, su cui torneremo, da cui prende le mosse ciò che state leggendo per portare alla luce alcuni tropi della postmodernità, dove fattori quali, la complessità del desiderio, le multiformi espressioni del femminile, lo sgretolamento della mascolinità tradizionale in uno scenario ancora profondamente incardinato nell’ordine patriarcale, agiscono da facilitatori del caos, rendendo alquanto difficile l’interpretazione della realtà che insiste sulle questioni di genere, la quale si presenta sfaccettata, mutante, radicale.

Solo esplicitando i risvolti, le reazioni e financo le pieghe più scomode di questa recente vicenda scabrosa e di portata planetaria, senza temere le contraddizioni che la caratterizzano dovute soprattutto al fatto che l’ambiente da cui provengono, quello cinematografico è un luogo ad alto potenziale seduttivo: il mondo del cinema hollywoodiano. Raggiungere, pertanto, un dialogo inevitabilmente teso (secondo la nozione di dialogicità di Michail Bachtin del 1929), tra le posizioni più distanti tra loro, ha come fine di scongiurare deprecabili e inutili polarizzazioni; un caso esemplare della complessità di questo scenario è dato dalle multiformi opinioni scaturite in seguito all’esternazione di Aurora Ramazzotti (aprile 2021) sul fenomeno del cat calling, che ha visto schieramenti opposti sui social network tra le stesse donne: quante lo ripugnavano fino ad auspicare il reato di cat calling e quante reclamavano il diritto d’essere “fischiate”.

Con tutta evidenza non esiste più un solo modo di essere femministe, i desideri delle donne del XXI secolo sono immersi in quello spazio cybernetico che ha conferito altre forme ai corpi, altri corpi alle forme; essi sono, infatti, i sintomi di un immaginario profondamente mutato, scalpitante e in corso di elaborazione, dove la pornocultura (Attimonelli, Susca 2016) ha occupato ogni orizzonte possibile.

Essere guardate e sfogliate, scartate e “likate”, “matchate” e godute, più volte al giorno nel ritmo incalzante del flusso dei dati su Instagram, Tinder, Onlyfans etc., si configura quale rito del quotidiano e genera una mappa di desideri che hanno l’occhio al centro del corpo. Un occhio che si nutre di carne elettronica.

Le giovani donne e le donne adulte del XXI secolo stanno esplorando le proprie “smagliature digitali” (Cossutta, Greco, Mainardi, Voli, 2018), l’essere guardate senza essere molestate, la chance di offrirsi e godere, esse stesse, della propria immagine. Un’ubriacatura dei sensi, che suscita attrazione e repulsione, un dato di fatto sul quale occorre riflettere per scongiurare dannosi moralismi, slut shaming o, al contrario, anestetizzanti entusiasmi che confondono, l’avanzare dell’osceno orgiastico dovuto alla sottrazione del corpo in carne ed ossa dalla scena, con l’avvento di una emancipazione sovversiva e consapevole.



Dispositivi e inventari contro la paura dei nuovi benpensanti


Da un lato vi è la sfera dell’erotico che riguarda la seduzione e i parametri della reciprocità e del consenso; dall’altro è necessario fare i conti con la crisi valoriale che ha investito la fine della modernità e si esprime per estremi: tramite un crescente moralismo, manifestazione dei nuovi benpensanti “disconnessi dalla vita di tutti i giorni” (Maffesoli, Strohl 2017), i quali, temendo di abbandonarsi all’alterità, all’emozione, alla sensualità, approvano e ricercano forme sempre più rigide di puritanesimo, di destra o di sinistra che siano.

Seduzione e nuovo puritanesimo trovano paradossalmente proprio nel mondo dello spettacolo – di cui il caso Weinstein è emblema – la palestra o il palcoscenico dove mettere in scena i diversi modi di abitare la condizione di celebrità, come analizzato dal recente campo di studi dei Celebrity Studies, dove, l’attrazione morbosa verso la parte oscura del mondo dello spettacolo aspira a mostrare come, nella postmodernità, sia possibile interpretare il reale unicamente tramite il molteplice: come vedremo, infatti, non è più possibile leggere secondo categorie astoriche e prive di conflitti la mascolinità o il femminismo.

Pensiamo, ad esempio, al fatto che appena scoppiato il caso Weinstein, pur nella univocità della condanna per il deplorevole comportamento del produttore, emersero ben presto posizioni profondamente diverse tra loro portate avanti da donne del cinema. Tali punti di vista non erano solo espressione di differenti sfaccettature del femminismo odierno, né meri pareri personali, bensì la dimostrazione della saturazione di valori indiscutibili sui quali si è fondata la modernità più progressista. Anche in questo caso ci troviamo dinanzi allo sgretolamento delle basi ereditate dal passato, che sono ormai incapaci di interpretare coerentemente la sensibilità del presente.


L’avanzare di un pensiero femminista ultra-contemporaneo e intersezionale permette di osservare con proficua curiosità e senza paura le forze interstiziali che si agitano: solo attraverso una serie di “sincerità successive”, come le chiama Michel Maffesoli, otterremo un quadro vasto del nostro presente.

Sul finire del 2017 fiorirono diverse campagne con esiti a tratti imprevedibili: pensiamo al #Je Suis applicato a qualsiasi causa, al #MeToo che bascula tra lo stalking e lo stupro, al #Balancetonporc francese – denuncia il tuo maiale – che fece infuriare animalisti e vegani, i quali sostenevano che fosse iniquo utilizzare il maiale per indicare il laido persecutore Weinstein, o alla spinosa vicenda di Bertrand Cantat al quale fu impedito più volte di esibirsi in pubblico da gruppi di donne sotto la bandiera di #MeToo nonostante avesse scontato la sua pena.

Inevitabilmente la valanga di accuse di molestia sessuale contro Weinstein ha fatto esplodere numerosi altri casi differenti tra loro: primo fra tutti la vicenda di Kevin Spacey, il quale è stato accusato di molestie dall’attore Anthony Rapp allora quattordicenne nel 1986, quando Spacey aveva ventisei anni alla fine di un party, come risposta a questa rivelazione la star americana optò per un sincero coming out: attraverso un lungo tweet prima chiese scusa a Rapp per la sua condotta e poi decise di fare chiarezza sul suo orientamento sessuale; tali confessioni intime hanno provocato l’immediata interruzione da parte di Netflix della fortunata House of Cards di cui era protagonista e la revoca di awards ed incarichi. La bufera che ha colpito Spacey fu accompagnata da una certa dose di pruderie puritana, visto che pochi giorni dopo trapelò la notizia di un festino hard con undici uomini organizzato al largo della Costiera Amalfitana su uno Yacht di extralusso, come se vi fosse qualche collegamento.


Ancora più recente è la bufera che ha investito il mondo della music industry elettronica, meno ricettivo alla sensibilità di #MeToo, in seguito all’accusa di stupro mossa contro il producer Erick Morello, il quale è stato trovato morto il 1 settembre 2020, poco prima del risultato rivelatore del test sul DNA effettuato dalla vittima per certificare la violenza sessuale avvenuta mentre lei era in stato di incoscienza. Gli abusi, la reiterazione di avances non corrisposte, la circuizione di giovani donne dj e di minorenni entusiaste della scena che vengono molestate in stati alterati nei backstage di festival ed eventi, stanno emergendo come atteggiamenti perpetuati da musicisti i quali, “forti della loro posizione all’interno del sistema musicale” (Bolena 2021) male oriented, riproducono incontrastati dinamiche sessiste e molestie in taluni casi finite con esiti tragici. Questo deprecabile scenario è tollerato silenziosamente da colleghi, fan e da alcune donne stesse che si dicono contro le discriminazioni ma che all’uopo non prendono le distanze dall’accaduto. Si pensi all’imbarazzo che sta suscitando il caso di Derrick May, tra i padri della techno, il quale attualmente sta affrontando l’accusa di stupratore e predatore seriale, con il seguito di accesi dibattiti tra chi non intende in alcun modo soprassedere circa la pesante accusa, per quanto tutta da dimostrare per vie legali e non certo per le vie dei social network, e chi, invece, sposta il focus sul fatto che le fan in primis provocherebbero ingenui dj impegnati nei loro set.

Impossibile non convenire sul fatto che il caso Weinstein ha avuto come effetto la messa in crisi dei valori del patriarcato su scala mondiale attraverso canali di risonanza virali. Tali valori, così intimamente integrati per millenni nella storia umanitaria non trovano un immediato sostituto, poiché lo stesso femminismo storico si è forgiato nella binarietà maschile vs femminile. E il post-femminismo non si è ancora radicato in pensieri sociologicamente né filosoficamente attestati, mentre crescono studi e discipline sulla mascolinità.

Se sono state più di sei milioni su Twitter e Facebook le persone che hanno accolto il #MeToo per solidarietà, sono altresì numerose le donne che si sono dette contrarie a questa campagna online che avrebbe come scopo la neutralizzazione delle diverse forme di prevaricazione.

Tra i personaggi più in vista con le loro dichiarazioni apertamente provocatorie (e provocanti perché no) annoveriamo due attrici su cui ci soffermiamo brevemente per narrare questo affresco dalle tinte pornoerotiche, Asia Argento e Catherine Deneuve.


L’attrice italiana non ha mai lasciato credere di essere una benpensante, né ha mai nascosto il suo lato più junkie e sessualmente rapace, anzi la sua carica erotica e libertina è sempre stata la cifra del suo personaggio pubblico e privato; forse è a causa dell’ipocrisia perbenista italiana che il nostro è stato l’unico Paese al mondo a non averla difesa quando ha accusato Weinstein di averla costretta ad un rapporto orale e ad una relazione sessuale impari durata anni. Mentre la celebre fumettista, illustratrice e attivista iraniana Mariane Satrapi, ignara della nomea di Asia Argento in Italia presso perbenisti e vetero-femministe, realizzò in suo sostegno e a lei ispirato uno sticker digitale in cui l’attrice figura come un’eroina combattente per i diritti delle donne, alzante un pugno chiuso: “no shame fist”; in Italia, paese natio, Asia veniva invece sbeffeggiata in trasmissioni televisive e sui giornali con la tipica affermazione: “se l’è andata a cercare”, “perché non l’ha detto prima”, “vuole farsi pubblicità”. Non passò poco tempo che la stessa Argento divenisse oggetto di una simile accusa ad opera di Jimmy Bennett (17 anni all’epoca dei fatti non mai appurati), a sua volta poi indagato per diffamazione: il processo mediatico si tradusse nell’esclusione di Asia Argento da giudice del Grande Fratello 2018.

A complicare una cartografia di già difficile lettura si mise Le Monde che il 14 gennaio 2018 pubblicò un controverso appello firmato da cento donne, tra cui Catherine Deneuve, contro l’ondata puritana seguita allo scandalo Weinstein e in sostanza contro la campagna #MeToo. La lettera per volontà delle firmatarie suonava come una “libertà di importunare le donne”, distingueva il rimorchio dallo stupro, affermando la possibilità del flirt senza che questo venisse necessariamente confuso con il reato di stalking.

Non sono tardate le reazioni veementi contro tale Manifesto, così scomodo e così sinceramente votato alla sacralizzazione delle pratiche seduttive.


La Deneuve ha dovuto pubblicare una lettera aperta a Libération, per spiegare che difendeva il diritto degli uomini “a provarci”, poiché femminismo non significa odiare gli uomini, né odiare la sessualità. “Vorrei dire ai conservatori, razzisti, tradizionalisti di ogni bordo che hanno trovato strategico darmi il loro sostegno, che non sono sciocca. Non avranno la mia gratitudine né la mia amicizia, anzi". Tra questi figurava l’endorsement del nostro Silvio Berlusconi.

Dove non giungono i saggi a tema gender studies arrivano la memetica; a tal proposito vale la pena citare un meme esilarante emerso dal magma dell’internet in quei giorni, che rappresentava Weinstein con la scritta: “Je suis Catherine Deneuve”.

Questo tipo di satira di cui la memestetica (Tanni 2021) è esemplare, meglio traduce, e dunque disinnesca, le trappole di rigidi atteggimenti, prigioni della carne, tentando di superare in modo paradossale l’aporia di discriminazioni di genere così compresse tra pink washing, sensazionalismo, morbosità, nuovo puritanesimo e gossip da celebrity.

Chi può ammettere, nella fortezza della propria coscienza, di non aver mai corteggiato insistentemente qualcun*, spiando il profilo messo a disposizione dello sguardo di chiunque, andando incontro al rifiuto reiterato, o non aver mai posato una mano sul ginocchio, sulla spalla, o di aver rubato un bacio non ricambiato, talvolta spingendosi maldestramente oltre, senza pertanto sentirsi dalla parte di chi molesta o, al contrario, di chi ha subito tali attenzioni moleste? Il crinale del fatale errore è delicato: la criminalizzazione di ogni gesto volto al flirt e alla seduzione, è altresì pericoloso: trasformare lo slancio erotico in aggressione sessuale, rischia di confondere il fatto di “provarci”, con i maltrattamenti e lo stupro.

Come scongiurare una caccia alle streghe sessuofobica ed eteronormativa, la quale vede le donne come eterne vittime da proteggere e gli uomini come incurabili malati sessuali e aggressori, senza prevedere la possibilità di collocarsi al di fuori dagli schemi binari maschile-vs-femminile, ponendo ad esempio l’ipotesi che si può cedere alle avances o che si possono respingerle?

Dalla rigidità di #MeToo è derivato il ritiro di un dipinto di Balthus dal Met di Ney York, la censura ancora nel 2017 di manifesti promozionali di una retrospettiva dedicata ad Egon Schiele, l’accusa di misoginia verso Antonioni per Blow-up… con questo carico sensuale giungiamo a Onlyfans: panacea di ogni pruderie sessuale, sdogana la messa in scena del corpo a pagamento, ma con consapevolezza. O forse no. In seguito alla decisione di fine estate 2021, poi ritirata, da parte della piattaforma di vietare i contenuti espliciti per andare incontro ad azionisti della Alt Right americana, così solerti nella condanna del porno online, si è espressa Valentine Aka Fluida Wolf su Ig, sostenendo la necessità di immaginare l’emancipazione della carne slegata dai quei luoghi digitali implicati nelle stesse logiche del tardo capitalismo da cui il porno femminile vorrebbe affrancarsi, e promuovere piattaforme dedicate realmente indipendenti.



Sottoporrò ancora un ultimo punto di vista alquanto estremo alla vostra attenzione, quello della neo-femminista Germaine Greer, australiana-inglese, che ha pubblicato nel 2018 un libro dal titolo On Rape dove riflette su #MeToo e la violenza sessuale; in più occasioni l’autrice ha avuto modo di affermare che, a parte la questione del potere esercitato da un uomo su una donna, sarebbe ora il caso di fare una distinzione filosofica e giuridica tra uno stupro violento e uno stupro non violento, nel secondo caso, sebbene non consensuale, ci si trova dinanzi ad un cattivo sesso, “most rape are just bad sex”, cioè sesso senza comunicazione, senza amore né tenerezza. La Greer arriva a giudicare il movimento #MeToo lagnoso e privo di una base teorica che possa aiutare processi giudiziari in cui è molto difficile stabilire dove si fermi il consenso, soprattutto se sono in gioco dinamiche di potere impari. La Svezia, in tal senso, starebbe pensando di imporre un consenso notificato per il rapporto sessuale sulle piattaforme di dating online: pensiamo così ad uno scenario à la Black Mirror, quello cioè tra due persone che desiderano fare sesso ma che subito prima dovranno, tramite una spunta dell’app, firmare un documento nel quale specificano le pratiche che accettano, quelle che rifiutano, fino a prendersi il rischio della violenza e perché no, della morte.

La pornocultura sembra richiedere di perlustrare a fondo le proprie fantasie, sospendendo giudizi sul corpo delle donne, come accade nel grottesco film rumeno Bad Luck banging or loony porn (2021) dove si parodizzano le accuse di un processo farsesco contro una maestra vittima del furto e diffusione virale di un suo video porno con il compagno; ritrasferire il ragionamento nel privato dei piaceri e delle pratiche individuali permette di focalizzarsi sulla questione del consenso al tempo del web 2.0, essa è più che mai cogente e delicata poiché investe lo smascheramento del vittimismo e dei benpensanti.

Per il resto, i glutei e i seni con i capezzoli coperti su Ig e i commenti pseudo-femministi piccati se qualcuno insinua, neanche troppo velatamente, di voler vedere altro, sono tutti insieme implicati nell’hastag sendnudes.




COME SCONGIURARE UNA CACCIA ALLE STREGHE SESSUOFOBICA ED ETERONORMATIVA, LA QUALE VEDE LE DONNE COME ETERNE VITTIME DA PROTEGGERE E GLI UOMINI COME INCURABILI MALATI SESSUALI E AGGRESSORI, SENZA PREVEDERE LA POSSIBILITÀ DI COLLOCARSI AL DI FUORI DAGLI SCHEMI BINARI MASCHILE-VS-FEMMINILE, PONENDO AD ESEMPIO L’IPOTESI CHE SI PUÒ CEDERE ALLE AVANCES O CHE SI POSSONO RESPINGERLE?