Odissea 2021: c’era una volta la musica




Il rapporto tra forma e sostanza ha sempre affascinato l’essere umano: Aristotele già ne parlava nel 350 a.C.

Per il filosofo di Stagira, la sostanza è l'elemento permanente e unificante di un ente; è prima e fondamentale nei confronti di tutte le altre categorie: insomma è un qualcosa di imprescindibile. La sostanza, o suono (come la chiameremo oggi), è ciò che dà la vita: l’energia che plasma la materia; il soffio che incrementa la fiamma; il vento che spazza via le ceneri. Allontanandoci sempre più da questa, l’uomo sembra avere perso tutti i suoi punti di riferimento, a tal punto da sentirsi costretto ad aggrapparsi alla visibilità e all’inutile apparenza. Come afferma Zygmunt Bauman, la società è divenuta liquida: inafferrabile come l’acqua, nel suo continuo divenire. Le persone sembrano smarrite, ricercano certezze che non riescono ad accogliere.


Queste sicurezze smarrite potrebbero essere “ritrovate” momentaneamente in una finta popolarità social, dove ormai le persone cercano la scalata al successo condividendo messaggi dal sempre più basso valore etico. L’uomo, confuso e impaurito, si affida a queste correnti superficiali, che lo trasporteranno però attraverso viaggi inutili nel nulla cosmico. Il mondo dell’arte è dunque anch’esso cambiato: la musica è sempre più superficiale e mainstream, deve infatti incoraggiare ed abbracciare le nuove e “perse” generazioni; il cinema non si basa più sui contenuti ma sulle immagini che entusiasmano gli occhi e non il cuore; la poesia ha cessato di esistere. Il rapporto immagine - suono, non ha più il necessario equilibrio di una volta: i ragazzi di oggi vengono bombardati di forme e stimoli grafici dai contenuti frivoli, eccentrici e inesorabilmente vuoti. I social stanno plasmando il nostro modo di essere e di vivere. Le storie di Instagram rappresentano il fulcro della società moderna: uno spazio riempito da 15 inutili e sfuggenti secondi, che ti danno la possibilità di sentirti meno solo.


Non era così, un tempo, quando un certo Ennio Morricone componeva musica prima di osservare le forme: accadeva nel 1984 con C’era una volta in America, film cult di Sergio Leone. Il regista incaricò il celebre compositore italiano di scrivere musica per raccontare la sua pellicola, e questo, incredibilmente, avvenne prima che le riprese fossero girate nella città di New York. Leone, sui set cinematografici, inserirà come sottofondo i brani eseguiti dal maestro per stimolare gli attori (come Robert De Niro) e per influenzare l’avvenire di quel che sarà uno dei suoi più grandi lavori cinematografici di tutti i tempi. Insomma, il suono e le vibrazioni plasmarono le immagini.


Tra la musica e la fotografia vi è inoltre uno spazio vuoto che completa il tutto: il silenzio. Quell’attimo devastante, in cui pensieri, paure e speranze si scontrano. Il buio e l’ignoto. La scoperta e la luce. Un momento di guerra e pace: non riesci ad ascoltare nulla di proveniente dall’esterno, ma tutto ciò che proviene dall'interno. Ti connette alla vita, alla terra e a te stesso. "Nella vita, come nell’arte, è difficile dire qualche cosa che sia altrettanto efficace del silenzio”.


Quest’assenza di suono, era molto presente nell’arte: nella pittura, Giotto invitava a tacere raffigurando i suoi personaggi con un dito alla bocca; nel cinema, Stanley Kubrick giocava tra suoni e silenzi. Odissea nello Spazio (1968), è un capolavoro di immagini e silenzi mai vuoti, astronauti che viaggiano alla scoperta dell’Universo e di se stessi, intelligenze superiori. Nella musica: è il 29 agosto 1952, siamo a Woodstock (New York), il pubblico attende il pianista David Tudor per assistere alla prima esecuzione di un'opera di John Cage dal titolo 4' 33’’. Tudor sale sul palco, si siede al pianoforte, estrae e fa partire un cronometro, lasciando la sala nel silenzio. Il suo spartito riporta una sola parola: Tacet.


Il compositore estone Arvo Pärt nel suo Silentium del 1977 invita a non limitarsi all'ascolto delle note: "Il silenzio, dice, è sempre più perfetto della musica. Bisogna imparare ad ascoltarlo”.


La solitudine, condizione necessaria per cogliere queste sfumature ormai rimosse, viene riempita da fuorvianti messaggi e il suo vero scopo è ormai un miraggio lontano. Rimanere con se stessi è un punto fondamentale per parlarsi, ascoltarsi, conoscersi e conoscere, perché tutto ciò che ci circonda non è altro che l’estensione del nostro mondo interiore. Si, siamo tutti uniti, anche se ormai ci sembra davvero strano sentirlo. L’uomo è sempre più individualista, ricerca il successo (nella musica, come nella vita) a discapito degli altri e non cerca più semplicemente di essere, ma di apparire.



Il suono e le vibrazioni, che da sempre caratterizzano l’universo a noi conosciuto, sono ormai elementi subordinati e quasi mai principali.


La musica elettronica, fin dagli anni ’50, ha aiutato l’uomo ad abbandonare le immagini e dei canoni prestabiliti, per aiutarlo a raggiungere il proprio mondo interiore. Miles Davis, inizialmente molto rigido e diffidente verso questo nuovo approccio“tecnologico”, formato da ripetizioni sonore, strane macchine (sintetizzatori) ed effetti futuristici, decise ad un tratto di abbracciare questa nuova filosofia. Comporrà così quel che sarà definito il suo album migliore di sempre: Bitches Brew.


Philip Glass (Metamorphosis), Steve Reich (City Life), Jean Michele Jarre (Oxygene), Moby (Everything is Wrong), Tangerin Dream (Stratosfear), Trentemøller (The Last Resort), Björk (Debut); questi sono solo alcuni dei nomi che hanno scritto la storia di questa “nuova musica” e dell’uomo contemporaneo. Un uomo bisognoso di perdersi per potersi ritrovare.


L’equilibrio degli opposti è ciò a cui dovremmo aspirare: dal jazz all’elettronica, dal rock and roll alla classica; dalla voce di Morrison in “Riders on the Storm, al piano di Evans in Waltz for Debby. Dalla stonatura di Miles Davis, ai sintetizzatori di Vangelis; dal simbolismo di Debussy alla ribellione del punk. Da C’era una volta in America a Blade Runner. Noi siamo tutto e niente.



Iniziamo a rifiutare. Torniamo ad essere. Tuffiamoci nel passato, se necessario, e riportiamo in vita il suono. Quel suono che sarà sempre dentro di noi. È ora di ascoltare e cercare ciò che può sorprenderci: qualcosa di disordinato e imprevedibile, proprio come noi. Perché la perfezione non esiste e l’uomo che la ricercherà, sarà soltanto un essere infelice.