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Nuovo Mondo#1 by UFPT → Plethor X - What u mean (OOH-Sounds)

Non sono cambiati solo i tempi ma anche gli spazi. Internet ha abbattuto il confine e i network invisibili hanno mostrato una pangea rivoluzionaria che urla “si può fare!”. Tutto questo è molto chiaro nella musica. 

Il virtuale ha preso forma e gli effetti desiderati e indesiderati hanno inondato il pianeta. 

Le maree virtuali esigono libertà di identificazione sociale e individuale non come “razza” ma come “specie”. 

La società di oggi è finalmente pronta per prendersi le proprie responsabilità. È adesso pronta per trattare problematiche di retaggio che creano o hanno creato confini, distanze, odio e pregiudizi. È adesso pronta per convertire le energie in gioco verso una nuova e rivoluzionaria direzione.

Questi cicli di cambiamento si rispecchiano nella società così come nella musica. In Italia, per esempio, l'argomento legato all’ambiente espressivo non è più un egemonia di genere o bianca ma appartenente piano piano al presente più attuale. 

Nuovo Mondo parla della diversità senza limiti trasmessa grazie alla musica. 


Plethor X nasce dalle ceneri della “civiltà” come una fenice che vola sopra i confini imposti dalla violenza coloniale eurocentrista. Un gesto realizzato attraverso la musica e i suoi fluidi orizzonti. 

Plethor X è un duo composto da Giovanni Isgrò, sound designer e Jermay Michael Gabriel, artista multidisciplinare, entrambi stabili a Milano. Una collaborazione che debutta con “What u mean”, loro primo album in uscita per OOH Sound. 


UFPT • Come nasce “What u mean”? 


Jermay • Attraverso un processo pubblico e privato di lavori sul colonialismo espresso grazie a Plethor X. In questo lavoro siamo sprofondati nelle ritmiche afro della footwork di Chicago e l’abbiamo mescolata con musica tigrigna del nord Etiopia, una zona confinante con l’Eritrea. Infatti la tigrigna si divide in etiope e eritrea perché una volta erano nella stessa regione [...] Non si può decolonizzare quello che è stato colonizzato negli anni e non si può decolonizzare senza un gesto violento. Spesso mi capita anche di essere condannato per il mio gesto di bruciare foto. Il colonialismo è violenza. In una performance ho fatto ascoltare delle registrazioni di Topolino che parla come un soldato fascista “io voglio arruolarmi, vado a uccidere un negro e con la pelle mi faccio una pelliccia”. Era una collaborazione tra Walt Disney e Mussolini. Subito dopo ho mostrato uno specchio alle persone e una si è messa a piangere “le cose che mi racconti fanno stare male” “non sono io che ti faccio male ma il nostro passato”


La formula musicale di Plethor X racconta le dimensioni multiformi dei tragitti post coloniali, dalla cultura nera di Chicago all’Africa, esorcizzando il trauma attraverso il suono, abbracciando eredità culturali e memorie collettive come forma di guarigione. Filo conduttore del disco è la tradizione musicale habesha di Jermay su cui Isgrò sperimenta attraverso footwork, ghetto house, ma anche gqom e singeli. Un varco spazio-temporale in grado di sovrastare le diverse strutture di potere che hanno contraddistinto i vissuti dei due artisti.

I paesaggi sonori di “What u mean” sono immaginari di liberazione nera; ecosistemi afrofuturisti fatti di messaggi espliciti — nella traccia “Don’t use the N word” si sente distintamente “Negro”. Non si decolonizza senza distruggere. Il lavoro di Plethor X esorcizza le tensioni tra colonizzatx e colonizzatorx, in una continua morte e rinascita di identità ancestrali, dal Corno d’Africa al Mediterraneo. Quello con l’Europa è un ponte con un continente indifendibile, dall’indole predatoriale, saccheggiatrice, rivenduta come “civiltà”.

In “What u mean”, Isgrò e Jermay cospirano contro il loro stesso eurocentrismo, come un virus che si annida all’interno dell’intestino. Perché l’eredità coloniale più insidiosa è quella interiorizzata — “I am guilty, I am a colonizer”, “Wanna Breakdown”. Dalla diaspora africana in Europa fino al rigetto della morale “civilizzatrice” di quest’ultima, “What u mean” celebra le origini nere della club music e i suoi orizzonti sconfinati. 


Jermay • In ogni aspetto c’è una ricerca della parola. Per arrivare a “What u mean” siamo partiti da un episodio che mi era successo il giorno dopo le ultime elezioni, il 26 di settembre. Si ferma una pattuglia in via Padova a Milano, uno sbirro scende dalla volante e mi dice “è finita la pacchia” e io in risposta mi metto a ridere perché se tu ragioni con la pacchia, l’ozio, il made in italy, la bella vita, la dolce vita…io ti rispondo con “What u mean?” [...] Un altro brano che scotta si chiama “Negro”, facendo riferimento alle mille etimologie che ci sono dietro a questa parola, c’è il negro italico, negrum, poi c’è naigiria, nigeria, niger, e ancora necro, che vuol dire morto, infatti i greci pensavano che i neri fossero dei morti, vedi anche necropolis, la città dei morti, e metropolis dove c’è il maggior abuso dei neri. Vedi, è tutto un gioco di parole, distruggere e creare nuove texture. In “What You Mean” abbiamo messo in dubbio la figura dell’uomo fatto da sé, in americano può diventare il “self mad man” quindi “l’uomo pazzo fatto da sé”, ed è un gioco in cui partecipa sia l’uomo bianco sia quello nero, quando il colonizzato diventa colone a sua volta e il sistema continua a rivivere. 

UFPT • Di cosa ti occupi oltre alla musica, cosa ti porta qui a Pistoia? 


Jermay • In generale, in termini pratici e anche artistici, lavoro sul colonialismo, quindi il discorso è molto ampio…mi occupo anche di archivio storico, per questo sono venuto a lavorare a Pistoia perché Ferdinando Martini, al tempo residente qui, è stato il primo governatore dell’Eritrea, dal 1888 fino al 1907. Partendo da lui abbiamo realizzato un film di archivio in cui raccontiamo il perché esistano gli italiani neri.

Mi dicono sempre “tu sei?” e io faccio “italiano e nero” e spesso mi rispondono “perchè hai il bisogno di definire nero?” Perché siamo in un momento storico in cui Giorgia Meloni è al potere, quindi capisci che io devo autodefinire me stesso e questo lo ritrovi anche nella musica. Lavoro sui suoni dell’Etiopia e dell’Eritrea, partendo da un’espressione installativa, performativa, dai concetti di combustione e di rottura dove conservo il materiale bruciato, la cenere. 


UFPT • Oltre alla voce partecipi anche con degli strumenti? 


Jermay • Suono degli strumenti a corda etiopi ed eritrei, in questo caso il masinko verticale, una cassa monocorda suonata con l’archetto, e il clar, un’altra cassa però a cinque corde che ricorda un po’ la chitarra con due archi finali. 

UFPT • Come lo avete strutturato? 


Jermay • Per attitudine personale abbiamo voluto dare spazio ad altre persone, infatti nel lato B puoi trovare due collaborazioni, un pezzo con Muna e un altro pezzo con Still. Non volevamo che fosse “il Nostro disco”, non abbiamo l’esigenza di possederlo ma di far capire che esiste grazie a tutta una serie di persone...è un lungo processo che racconta gli ultimi 3 anni, è un percorso che vogliamo utilizzare anche come performance sia nella sua interezza che come tracce singole. 


“What u mean” sarà presto disponibile all’ascolto grazie a OOH Sounds, etichetta indipendente con sede fiorentina e visione universale.


Not only times have changed, but also spaces. The Internet has broken down the boundary, and invisible networks have shown a revolutionary Pangaea that screams, "it can be done!".

All this is very clear in the music.

The virtual has taken shape, and the desired and unwanted effects have flooded the planet.

The virtual tides demand freedom of social and individual identification not as a 'race' but as a 'species.'

Today's society is finally ready to take responsibility. It is now prepared to deal with legacy issues that create or have created boundaries, distance, hatred, and prejudice. It is now ready to convert the energies at play toward a new and revolutionary direction.

These cycles of change are reflected in society as well as in music.

In Italy, for example, the topic of the expressive environment is no longer a gender or white hegemony but slowly belongs to the more current present.

Nuovo Mondo speaks of the infinite diversity conveyed through music.

Plethor X rises from the ashes of 'civilization' like a phoenix flying above the boundaries imposed by Eurocentric colonial violence. A gesture realized through music and its fluid horizons.

Plethor X is a duo composed of Giovanni Isgrò, a sound designer, and Jermay Michael Gabriel, a multidisciplinary artist based in Milan. A collaboration that debuts with "What u mean", their first album to be released by OOH Sound.

UFPT: How did 'What u mean' come about?

Jermay - Through a public and private process of working on colonialism expressed through Plethor X. In this work, we sank into the Afro rhythms of Chicago footwork and mixed it with Tigrigna music from northern Ethiopia, an area bordering Eritrea. Tigrigna is divided into Ethiopian and Eritrean because they were once in the same region [...] You cannot decolonize what has been colonized over the years. You cannot decolonize it without a violent gesture. I am also often condemned for my motion of burning photos. Colonialism is violence. In one performance, I played recordings of Mickey Mouse talking like a fascist soldier 'I want to enlist, I'm going to kill a nigger, and with the skin, I'll make a fur coat.' It was a collaboration between Walt Disney and Mussolini. Immediately afterward, I showed people a mirror, and one started crying, "the things you tell me make me sick" "it's not me that hurts you but our past."

Plethor X's musical formula chronicles the multifaceted dimensions of post-colonial journeys, from black culture in Chicago to Africa, exorcising trauma through sound and embracing cultural legacies and collective memories as a form of healing. The leitmotif of the record is the habesha musical tradition of Jermay, on which Isgrò experiments through footwork, ghetto house, and gqom and singles. A spatiotemporal gap capable of overriding the different power structures that have characterized the lives of the two artists.

The soundscapes of "What u mean" are imaginaries of black liberation; Afrofuturist ecosystems made up of explicit messages - in the track "Don't use the N-word," you can distinctly hear "Negro". One does not decolonize without destroying. Plethor X's work exorcises the tensions between colonized and coloniserx, in a continuous death and rebirth of ancestral identities, from the

Horn of Africa to the Mediterranean. The one with Europe is a bridge to an indefensible continent with a predatory, plundering nature, sold as 'civilization.'

In "What u mean," Isgrò and Jermay conspire against Eurocentrism, like a virus lurking inside their intestines. The most insidious colonial legacy is the internalized one - "I am guilty, I am a colonizer," and "Wanna Breakdown." From the African diaspora in Europe to the latter's rejection of 'civilizing' morality, 'What u mean' celebrates the black origins of club music and its boundless horizons.


Jermay: In every aspect, there is a search for the word. To arrive at 'What u mean,' we started with an episode that happened to me the day after the last elections, on the 26th of September. A patrol car stopped in Via Padova in Milan, a cop got out of the squad car and said to me, "the fun is over," and I laughed in reply because if you talk about the fun, idleness, the made-in Italy, the good life, the dolce vita... I reply with, "What u mean?" [...] Another hot track is called 'Negro', referring to the thousands of etymologies behind this word; there is the Italic negro, negrum, then there is naigiria, nigeria, niger, and again necro, which means dead the Greeks thought that blacks were dead, see also necropolis, the city of the dead, and metropolis where there is the most abuse of blacks. You know, it's all a play on words, destroying and creating new textures.

In "What You Mean," we questioned the figure of the self-made man; in America, he could become the "self mad man" therefore "self-made mad man," and it's a game in which both the white man and the black man participate when the colonized become colonized in turn, and the system continues to revive.


UFPT: What do you do besides music, what brings you here to Pistoia?


Jermay: Generally speaking, in practical and artistic terms, I work on colonialism, so the discourse is inclusive... I also deal with historical archives, so I came to work in Pistoia because Ferdinando Martini, who lived here at the time, was the first governor of Eritrea from 1888 until 1907. Starting with him, we made an archive film about why black Italians exist.

They always say to me, "you are?" and I go, "Italian and black," and they often reply, "why do you need to define black?" Because we are in a historical moment when Giorgia Meloni is in power, you understand that I need to self-define myself, and you find this in the music as well. I work on the sounds of Ethiopia and Eritrea, starting from an installation, performative expression, from the concepts of combustion and rupture where I keep the burnt material, the ash.


UFPT: Besides your voice, do you also participate with instruments?


Jermay - I play Ethiopian and Eritrean string instruments, in this case, the upright masinko, a single- string box played with a bow, and the clear, another box but with five strings that is a bit like a guitar with two final strings.


UFPT: How did you structure it?


Jermay: Out of personal attitude, we wanted to give space to other people; on the B-side, you can find two collaborations, one track with Muna and another track with Still. We didn't want it to be "Our record"; we don't need to own it, but to make it clear that it exists thanks to a whole series of

people...it's a long process that tells the story of the last three years, it's a journey that we also want to use as a performance both in its entirety and as individual tracks.

"What u mean" will soon be available for listening to, thanks to OOH Sounds, an independent label based in Florence with a universal vision.

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