Ma di essere bravi a noi non interessa


L’oscurantismo intellettuale non permette di cogliere i tratti di un pensiero libero; tra le folle sferza il vento gelido del pregiudizio che abbassa la discussione sull’importanza di un’azione armigera dell’intelletto, cercando di calcare la mano sulla libera espressione di se stessi. Vorrei mandarli a fanculo tutti quegli stilisti che cominciano un discorso con “la mia donna”; ho bisogno di qualcuno che parli dell’essere umano, il rivoluzionario. Ho una crisi di astinenza per i reggiseni bruciati e non riempiti, per le teste calde che accor- ciano le minigonne e per quelli che si mettono di fianco alle proprie compagne, respirando la stessa aria di sommossa, tutto questo frullato nella fluidità di genere e nel “vivo come cazzo mi pare”.

Rivoluzionario oggi è scardinare gli atteggiamenti sociali basati sul- le relazioni di potere di genere, è ribellarsi ai tipi che allungano il collo come testuggini incazzate e vomitano frasi del tipo “Se l’è cercata: guarda com’era vestita” se una donna viene stuprata.


La lotta che viene fatta oggi dalle donne è quella contro il tempo. Le madri ambiscono ad essere scambiate per le sorelle maggiori delle proprie figlie. Yves Saint-Laurent ha scritto “Prima le figlie volevano assomigliare alle madri, ora è il contrario”. Apparire giovani è il tema ricorrente e alle novizie viene insegnato che trattare come lebbrosi chi chiede l’età è il primo diktat da seguire.


Il mimetismo fanerico utilizzato dalla maturità (tramite la mescolanza e la sovrapposizione di stili casuali) è la volontà di una potenziale preda per sopravvivere in un ambiente dove giovane è bello, giovane è tutto. Le rivoluzionarie sessantenni in minigonna sfidano i confini del cosiddetto pudore (metro di giudizio non utilizzato per il genere maschile) creando suscettibilità come George Sand fece a suo tempo con i pantaloni nella Parigi del 1830. Se l’autrice sosteneva che la sua scelta fosse dettata unicamente dalla praticità di poter passeggiare per la città senza infangarsi, per l’epoca sia la strada (le donne che passeggiavano per la strada erano additate a livello delle pornai nell’antica Grecia) che i pantaloni (prerogativa maschile) diventavano due atti inconcepibili.


Le donne potevano passeggiare solo in spazi chiusi e protetti; la percezione degli spazi ristretti femminili nei romanzi di Jan Austin, è la sensazione claustrofobica che le donne più adulte percepisco- no sempre di più nella gabbia social e nella prigione del tempo che avanza inesorabilmente. Se il desiderio di sentirsi giovani non è un’imposizione per difetto, ma è la volontà dell’anima allora tut- to appare positivamente sfrontato e sovversivo. Scelta ardita come quella dei bloomers (a metà Ottocento Amelia Bloomer propose pantaloni femminili alla turca sotto gonne più corte per potersi muovere più liberamente) che è stato un attacco alla distinzione di genere, più impattante dei contemporanei smaltini per uomo, nail art estive di gelatini e smile.


Sento riaffacciarsi la stessa inquietudine (che aleggia tra i detrattori del pensiero libero quando si accenna alla fluidità di genere) di quando sogni la fine del mondo. L’assenza di costrizioni proposta dal gender fluid rende indifeso il “sabotatore”; è come lasciarlo camminare tra recinti distrutti, rivellini esplosi, passerelle sospese nel vuoto, barricate e trincee arse dopo un combattimento. Questo accento alieno è ciclicamente storico: i pantaloni di Coco Chanel negli anni venti (anticipati da Paul Poiret). L’aura costruita intorno a questo nuovo personaggio indipendente, ha creato una mitologia di genere. E poi le tra le due guerre Marlen Dietrich e Greta Garbo, adottando un rigore algido ed etereo, estremizzarono la loro immagine “al maschile” offrendo nuove linee, una nuova visione.


Oggi la lotta non deve essere pensata solo al femminile, ma è comune ed universale: il ribellismo resistenziale, lo sversamento di pen- siero non comune attraverso nuove identità.

Sfochiamo l’idea di conformità sessuale, ribelliamoci alla sfera pubblica di donna debole e indifesa e affermiamoci come individui in- dipendenti e consapevoli, che a far attecchire i ruoli di teste di cazzo grossolane e populiste son bravi in molti, ma di essere bravi a noi non interessa.


ENG VERSION

BUT WE DON’T CARE ABOUT BEING GOOD

Intellectual obscurantism doesn’t allow to snatch the features of a free thought; a freezing wind of prejudice whips through the crowds and lowers the debate on the importance of an armed action of the intellect, trying to load it up on self-expression.

I would like to fuck all those stylist that start a conversation with “my woman...”; I need someone who talks about human being, the revolutionary. I’m experiencing a burnt ‘n unfilled bras withdrawal, for hotheads that shorten the miniskirts and for those who stands by their girlfriends ’side breathing the same riot’s air. All of this mixed with fluidity of gender and in the “live as the fucking way I want”.

Today being a revolutionary means dismantle social attitudes based on gender power relations, stand up against guys who stretch their necks like pissed-off turtles and spit out phrases like “she brought this on herself, look how she dressed up” when a woman is raped.

The struggle that is made today by women is one against time. Mothers aspire to be mistaken for their daughters' older sisters. Yves Saint-Laurent wrote “One time daughters wanted to look like their mothers, now it's the other way around”. Appearing young is the recurring theme and novices are taught that treating those who ask for age as lepers is the first diktat to follow.

The faneric mimicry used by maturity (through the mixing and superimposition of random styles) is the will of a potential prey to survive in an environment where young is beautiful, young is everything.

The 60-year-old revolutionaries in miniskirts challenge the boundaries of so-called modesty (a yardstick not used for the male gender) creating susceptibility as George Sand did in his time with trousers in 1830, in Paris.

If the author argued that her choice was dictated only by the convenience of being able to walk around the city without getting muddy, for the time both the road (the women who walked the street were pointed to at the level of the porters in ancient Greece) that the trousers (male prerogative) became two inconceivable acts.

Women were allowed to walk only in enclosed and protected spaces; the perception of female confined spaces in Jane Austen's novels is the claustrophobic sensation that more and more adult women perceive in the social cage and in the prison of time that inexorably go forward. If the desire to feel young is not an imposition by default, but it is the will of the soul, then everything appears positively brazen and subversive.

A bold choice like that one of the bloomers (in the mid-nineteenth century Amelia Bloomer proposed women's Turkish trousers under shorter skirts to be able to move more freely) more impactful than contemporary polish for men, summer nail art of ice creams and smile.

I see the same restlessness reappear (which hovers among the detractors of free thought when it comes to gender fluidity) of when you dream of the end of the world. The absence of constraints proposed by gender fluid renders the "saboteur" defenseless; it is like letting him walk among destroyed fences, exploded ravines, walkways suspended in the void, barricades and trenches burned after a fight.

This alien accent is cyclically historic: Coco Chanel's trousers in the 1920s (anticipated by Paul Poiret). The aura built around this new independent character has created a genre mythology. And then the between the two wars Marlen Dietrich and Greta Garbo, adopting a cold and ethereal rigor, took their “masculine” image to the extreme, offering new lines, a new vision.

Today the struggle must not be thought only of women, but it is common and universal: the resistance rebellion, the spill of uncommon thought through new identities.

Let's get rid of the idea of ​​sexual conformity, let's rise against the public sphere of a weak and defenseless woman and let's establish ourselves as independent and aware individuals, who are good at many to take root the roles of coarse and populist dickheads, but we don't care about being good.