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LA SILENZIOSA ESTETICA ROSA, MELÒ E APPARENTEMENTE FRIVOLA DI SOFIA COPPOLA

Definire Sofia Coppola una regista è forse riduttivo, soprattutto se consideriamo come il suo intero operato artistico si avvicini più al concetto di direzione artistica globale che alla sola regia, con all’attivo videoclip, campagne fotografiche, sfilate, capsule collection e numerose altre collaborazioni di vario genere.


Del resto la carriera di Sofia Coppola non è iniziata dietro a una macchina da presa in America bensì come stagista da Chanel sotto la guida di Karl Lagerfeld; sono gli anni d’oro del brand, in cui dalla Maison passano icone di stile come Marpessa Hennink, Inès de la Fressange e Veronica Webb, che trasmettono a una giovane Coppola l’amore per quello che sarà il suo soggetto principe, ovvero il mondo melò e affascinante delle ragazze che stanno per diventare donne.


È il 1999 quando esce Il giardino delle vergini suicide, in cui le protagoniste sono le cinque sorelle Lisbon tra cui spicca Lux, interpretata da Kirsten Dunst; la loro vita è caratterizzata da una profonda angoscia adolescenziale, causata da genitori bigotti e iperprotettivi. Il loro lato puramente femminile è rappresentato con dei look minimal preppy, composti da gilet in maglia, gonne plissé e camicie bianche, utilizzati per andare a scuola, mentre all’interno delle mura domestiche le sorelle indossano abiti floreali e camicie da notte vintage che lasciano intravedere slip rosa con scritto il loro nome. 

The Virgin Suicides, Sofia Coppola, 1999
The Virgin Suicides, Sofia Coppola, 1999

Anche la stanza da letto diventa un elemento narrativo: le pareti, i mobili, i letti, tutto quanto è rosa chiaro, come a suggerire allo spettatore che una parte delle ragazze sia rimasta ancorata al loro essere bambine; ed è sempre il genio di Sofia Coppola ad inserire all’interno di questa camera surreale un crocifisso coperto da un reggiseno, sempre di colore rosa, simbolo della crescita e dell’inizio della pubertà. Non poteva mancare una colonna sonora d’eccezione: il finale tragico e dolcissimo viene accompagnato dagli Air, che cantano “I’m a high school lover and you’re my favorite flavour”.


Cinque anni dopo, nel 2003, esce Lost in translation, che oltre a rappresentare la consacrazione della regista è un altro manifesto della sua capacità di rappresentare la malinconia in modo assolutamente personale. La storia ruota attorno all’incontro tra Bill Murray, un attore in declino, e Scarlett Johansson, una giovane neolaureata già sposata e infelice. Il loro rapporto si divide tra una Tokyo allucinata piena di luci al neon e il bar del lussuoso hotel dove alloggiano, in un susseguirsi di dialoghi profondi e, soprattutto, di silenzi colmi di significato. Sofia Coppola riesce così a sublimare l’estetica della nostalgia, giocando con il contrasto tra il rosa freddo e pallido che rappresenta la città - emblematica la scena in cui Scarlett Johansson indossa una parrucca a caschetto rosa - e l’azzurro scuro che definisce i momenti di solitudine. 

Per girare il film e codificare un’idea estetica precisa, il direttore della fotografia Lance Acord si è servito di una cinepresa leggera Aaton 35, proprio a suggerire l’aspetto di fotografie istantanee e per questo sfuggenti, definite dalla regista “simili al ricordo di una storia d’amore”.

Lost in Translation, Sofia Coppola, 2003
Lost in Translation, Sofia Coppola, 2003

Tra tutti i film di Sofia Coppola però il più emblematico resta Marie Antoinette, dove la sua malinconia dolcissima entra in contatto con un mondo interamente patinato. La storia ripercorre la vita della Delfina di Francia Maria Antonietta, anche se il film non ambisce ad essere né una biografia né un film storico; il personaggio è piuttosto un mezzo per raccontare l’evoluzione dei sentimenti e le piccole follie giovanili. Anche qui i colori giocano un ruolo da protagonisti: l’intero film si muove su tinte pastello sui toni del rosa, dell’azzurro, del beige e del verde, che accompagnano Maria Antonietta e le sue amiche durante le loro storie d’amore nascoste, i loro calici frizzanti pieni di bollicine, i momenti topici della vestizione, tra nastri e silhouette vertiginose e rococò. I costumi, disegnati magistralmente da Milena Canonero, sono eccentrici ed esagerati, ed esprimono il lato sensuale e velatamente nascosto delle donne di corte; le scarpe sono state disegnate da Manolo Blahnik, e sono parte integrante della scenografia stessa, come parte della narrazione diventano un paio di Converse Chuck Taylor lilla, che appaiono per un fugace momento sullo sfondo a suggerire un senso di continuità con il presente. Per lo stesso motivo la colonna sonora non è quella che ci si aspetta da un film in costume, bensì una vasta selezione di  brani pop e rock degli anni Ottanta - una su tutte I Want Candy dei Bow Wow Wow, che accompagna la scena in cui Maria Antonietta e le sue amiche si strafogano di dolci firmati dalla pasticceria parigina Ladurée.


Marie Antoinette, Sofia Coppola, 2006
Marie Antoinette, Sofia Coppola, 2006

Tutta l’opera di Sofia Coppola è quindi incentrata sul racconto di quel momento squisitamente femminile in cui le ragazze non sono più bambine ma neanche donne; il rapporto con Chanel va quindi analizzato alla luce di questo suo soggetto privilegiato, dato che Virgine Viard l’ha chiamata a ricreare la casa di una giovane Gabrielle Chanel per la sfilata Métiers d’Art del 2019. Anche le collaborazioni con brand mainstream come Uniqlo rappresentano la sua volontà di avvicinarsi a un pubblico di young adults

Nonostante nella realtà dei fatti Sofia Coppola abbia ricevuto fin troppe critiche per la sua rappresentazione delle donne, considerata da alcuni frivola e senza spessore, in realtà la regista ha semplicemente scelto una lente diversa, proiettata su un’età in cui la curiosità, la scoperta del sesso, la malinconia, i piccoli vizi, il senso di solitudine, lo smarrimento, il voler appartenere a un mondo patinato, sono in realtà un modo di esperimere i turbamenti e i sentimenti del sesso femminile. La sua forza è quella di essere riuscita a creare una narrazione profondamente estetica, laddove per estetica si intende la capacità di attribuire all’immagine uno spessore narrativo che diventa parte integrante della storia che si racconta. Ed è per questo che anno dopo anno i suoi film risultano sempre attuali, perché ragazze di epoche diverse, a volte celebri come Priscila, a volte sperdute nella provincia americana come Lux, vivono gli stessi piccoli e grandi drammi, ovviamente tinti di rosa pastello.


Copy editing Conzuelo Fogante   Translation Leonardo Carsetti



ENGLISH VERSION


THE SILENTLY PINK, MÉLO AND SEEMINGLY FRIVOLOUS AESTHETIC OF SOFIA COPPOLA


To define Sofia Coppola simply as a film director might be reductive, especially considering how her entire artistic oeuvre leans more towards the concept of global artistic direction rather than mere filmmaking. Her portfolio includes music videos, photography campaigns, fashion shows, capsule collections, and numerous other collaborations across various mediums.

Indeed, Sofia Coppola's career did not start behind a camera in America, but as an intern at Chanel under the guidance of Karl Lagerfeld during the brand's golden years. It was a time when style icons like Marpessa Hennink, Inès de la Fressange, and Veronica Webb graced the Maison, imparting to a young Coppola a love for what would become her principal subject - the melodramatic and captivating world of girls on the cusp of womanhood.

In 1999, "The Virgin Suicides" was released, with its protagonists being the five Lisbon sisters, notably Lux played by Kirsten Dunst. Their lives are marked by deep adolescent anguish caused by bigoted, overprotective parents. Their purely feminine side is depicted with minimal preppy looks, composed of knit vests, pleated skirts, and white shirts worn to school, while within the home's confines, the sisters wear floral dresses and vintage nightshirts revealing pink panties embroidered with their names.

Even the bedroom becomes a narrative element: the walls, furniture, beds - everything is in light pink, suggesting to the viewer that a part of these girls remains anchored to their childhood. Sofia Coppola's genius inserts a surreal touch by placing a crucifix covered by a pink bra in this room, symbolizing growth and the onset of puberty. A standout soundtrack accompanies the tragic yet tender finale, with Air singing “I’m a high school lover and you’re my favorite flavour.”

Five years later, in 2003, "Lost in Translation" was released, not only solidifying Coppola's directorial status but also showing her unique ability to portray melancholy in a profoundly personal manner. The story revolves around the encounter between Bill Murray, a declining actor, and Scarlett Johansson, a young, unhappily married recent graduate. Their relationship unfolds amidst a hallucinatory Tokyo filled with neon lights and the bar of the luxurious hotel where they stay, characterized by deep conversations and, notably, meaningful silences. Sofia Coppola thus sublimates the aesthetics of nostalgia, playing with the contrast between the pale, cold pink representing the city (exemplified by Scarlett Johansson's scene with a pink bob wig) and the dark blue defining moments of solitude.To shoot the film and articulate a precise aesthetic idea, cinematographer Lance Acord employed a lightweight Aaton 35 camera, evoking the look of instant and fleeting photographs, described by the director as akin to memories of a love story.

Among all of Sofia Coppola's films, "Marie Antoinette" remains the most emblematic, where her sweet melancholy converges with a wholly stylized world. The story traces the life of the Dauphine of France, Marie Antoinette, though the film does not aim to be a biography or historical piece. Instead, the character serves as a vehicle to narrate emotional evolution and youthful whims. Colors play a starring role here too: the entire film is awash in pastel tones of pink, blue, beige, and green, accompanying Marie Antoinette and her friends through hidden love stories, sparkling champagne-filled goblets, and pivotal dressing moments, adorned with ribbons and rococo silhouettes. The eccentric and exaggerated costumes, masterfully designed by Milena Canonero, express the sensuous and subtly concealed side of courtly women. Manolo Blahnik designed the shoes, which become integral to the set, including a pair of lilac Converse Chuck Taylors fleetingly appearing in the background, suggesting continuity with the present. Similarly, the soundtrack deviates from typical period film scores, featuring a wide selection of 1980s pop and rock tracks, notably "I Want Candy" by Bow Wow Wow, accompanying scenes where Marie Antoinette and her friends indulge in Ladurée pastries.

Overall, Sofia Coppola's body of work revolves around narrating that delicately feminine moment when girls are no longer children yet not quite women. Her relationship with Chanel should also be viewed through this lens, as evidenced by Virginie Viard's invitation for her to recreate a youthful Gabrielle Chanel's house for the Métiers d’Art show in 2019. Collaborations with mainstream brands like Uniqlo reflect her desire to connect with young adult audiences.Despite receiving criticism for her portrayal of women - deemed frivolous and lacking depth - Sofia Coppola has simply chosen a different perspective, focusing on an age marked by curiosity, sexual discovery, melancholy, small vices, solitude, and yearning to belong to a stylized world, as expressions of female emotions and turmoil. Her strength lies in creating a deeply aesthetic narrative, where aesthetics involve attributing narrative depth to images, becoming integral to the stories told. This is why her films remain relevant over the years, as girls from different eras - sometimes as celebrated as Priscila, sometimes as lost as Lux - experience similar small and great dramas, inevitably tinged with pastel pink.



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