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In Focus: Rewire Festival | Sara Parkman & Maria W Horn


RITUALI DEL DOLORE


Vivere è uno squarcio di luce circondato dalle tenebre. Nascere è aspettare la morte.

Essere nella musica significa praticare ripetutamente la vita. Lentamente cantiamo la nostra strada fino all'ultimo riposo.


Sara Parkman & Maria W Horn at Rewire Festival
Ph. Francesco Bartoli Avveduti

 

È musica grandiosa e vulnerabile

 

Sono al secondo giorno del Rewire, tredicesima edizione. Seduta in prima fila nella Grote Kirk, una delle chiese più grandi e antiche dell’Aia, fatico a contenere l’euforia. Sono arrivata con largo anticipo, intenzionata a farmi inondare dall’energia della performance a cui sto per assistere. Oltre a Maria W Horn (musicista e compositrice di musica elettronica sperimentale) e Sara Parkman (violinista, cantante e compositrice folk), ci sono altri tre performer sul palco, tra cui il compositore, musicista e sound artist Mats Erlandsson (fedele collaboratore di Horn) e due coriste. Indossano abiti scuri, ravvivati da colorati corpetti e copricapi––una rivisitazione in chiave funerea dei tradizionali costumi del folklore scandinavo.

 

Cosa serve per elaborare la morte e gestire il proprio dolore? Questa à la domanda che ha guidato Horn e Parkman durante la realizzazione di Funeral Folk, ispirato ai riti funebri della cultura svedese e ai canti elegiaci della Carelia finlandese. Funeral Folk è un album che va ascoltato tutto d’un pezzo, in uno srotolarsi di emozioni che segue un ordine rituale. Poiché la ricerca ha coinvolto una mappatura delle fasi del lutto, in un certo senso l'evoluzione dell'album ripercorre tali passaggi. È un viaggio dove contemplazione e redenzione si incontrano in una dinamica altamente catartica.

 

Inizialmente concepito da Horn e Parkman per uno spettacolo di danza di Mattias Lech e Lisen Ellard, il progetto ha comportato una stretta collaborazione con coreografi e ballerini. L’elaborazione dell’album è stata guidata dalla pratica: riuniti in sale prova a intervalli regolari, la narrazione e la drammaturgia hanno preso forma attraverso l'atto stesso dell'esibizione. Purtroppo, la pandemia ha comportato una brusca interruzione; lo spettacolo è andato in scena e dopo poche settimane, tutto si è fermato. “Le persone morivano e non c'era tempo per piangere. Tutti i corpi andavano direttamente alla cremazione, senza alcun funerale, nessuna possibilità di dirsi addio. Si vedevano solo immagini di sacchi di plastica bianchi” ricorda Horn. “Dopo aver lavorato di recente sui temi della morte e dei riti funebri, la pandemia si è abbattuta su di noi e tutto è diventato più reale. Abbiamo continuato il nostro lavoro durante questo periodo; è diventato un modo per elaborare ciò che stava accadendo nel mondo intorno a noi”.

 

Sara Parkman & Maria W Horn at Rewire Festival
Ph. Francesco Bartoli Avveduti

Il concerto si apre con il suono dei campanacci di “Evighetens sommar”. Mentre una voce decanta l’auspicio di un’eterna estate, in lontananza, si avverte un crescendo di archi che si gonfiano. L'atmosfera inizialmente pastorale e luminosa della chiesa presto si trasforma in qualcosa di più inquietante e glaciale. Dai synth e dalla tastiera, si libera una melodia oscura––uno strato di solennità che appesantisce l’aria. I cori sacri di "Till Margareta" crescono in intensità verso un climax che sembra sfuggire costantemente. Si rimane sospesi in apnea, e mentre il violino della Parkman si impone in modo sempre più penetrante, devo ricordarmi di respirare. Quando i riff doom di Horn e Erlandsson rimbombano nella chiesa, la diga si rompe: il fiume in piena straborda, sbloccando ricordi e traumi subconsci. La tensione si placa con la rêverie carrillon-tesca di “Lacrimosa”, che avvolge e lenisce le ferite emerse con basse frequenze droniche. Regna la quiete, mentre l'abisso si radica. Gli spettri sono echi imperituri del vuoto che pervade, quando all’orizzonte, si inizia ad avvertire il lamento gotico ed etereo di “Kyrie”. La ferocia del violino si unisce alle urla e ai pianti strazianti. Ma sono esercizi vocali catartici. Parkman si lascia cadere a terra, stravolta. Il giorno della Redenzione è arrivato. Si innalza un coro a cappella, ondeggiando flebile nell’aria rarefatta. I performer lasciano il palco uno ad uno, in una processione lenta e contemplativa. L’intera chiesa si alza in piedi, in uno scroscio di applausi interminabile. Funeral Folk è musica grandiosa e vulnerabile, un oceano di energie emotive dai movimenti vertiginosi ed estatici.

 

Ogni esperienza intensa lascia il posto a un senso di esaurimento. Le lacrime solcano il mio viso mentre sorrido al sentire qualcuno esclamare dietro di me “Credo di essere diventato cristiano!”. Mi dirigo verso la sacrestia sul lato della chiesa, che funge da retroscena. Tra i performer, l'adrenalina si placa, lasciando spazio a un'ondata di stanchezza. Mentre facciamo alcuni scatti fotografici, scambio due chiacchiere con Parkman e Horn.


Sara Parkman & Maria W Horn at Rewire Festival
Ph. Francesco Bartoli Avveduti

Navigare tra le rovine passato


Horn e Parkman si conoscono fin dall'adolescenza. Sono cresciute a Härnösand, una piccola città di 25.000 abitanti nella regione di Ãngermanland, nel nord della Svezia. È un luogo ingannevolmente sereno, con un retaggio controverso e un passato turbolento (nel XVII secolo, la regione fu teatro della più ampia esecuzione per stregoneria mai documentata sul territorio svedese, durante la quale un quinto della popolazione femminile fu bruciata sul rogo o decapitata). Cuore pulsante dell'industria del legno, ha conosciuto un’epoca d’oro tra gli anni ’50 e la fine degli anni ’70. Tuttavia, con la chiusura delle segherie, la regione ha subito un rapido declino. Oggi l’area si è spopolata e impoverita, nonostante la natura mozzafiato, orgoglio dei suoi (pochi) abitanti. La generazione di fine anni ’80, alla quale entrambe le artiste appartengono, è cresciuta tra i racconti nostalgici degli adulti sui bei tempi andati: “Quando eravamo bambini noi, tutte le case era piene di gente e c'era musica ovunque nei villaggi”. “È come una capitale abbandonata” riflette Parkman, “e tu ti trovi a navigare tra le rovine del passato”. Il senso di decadenza che permea il posto ha profondamente plasmato le due artiste nel loro sviluppo umano e creativo.

 

Anche se nessuna progetta di ritornare permanentemente nella città natale, se non per assistere i genitori anziani o, come scherza Horn, "in caso di apocalisse", entrambe mantengono un legame profondo con le loro radici. Questo progetto è diventato un'opportunità per riconnettersi con il passato condiviso dopo un decennio di percorsi musicali individuali. Funeral Folk esplora una vasta gamma di influenze che hanno forgiato le due artiste nel corso degli anni, dalle melodie folk di Ångermanland alla musica sacra, dallo spettralismo minimalista al black metal finlandese.


Sara Parkman & Maria W Horn at Rewire Festival
Ph. Francesco Bartoli Avveduti

Osare mostrarsi vulnerabili

 

In confronto ad altri paesi, la Svezia gode da decenni di un ecosistema culturale che supera la media europea, con un'enfasi particolare sull'istruzione. Horn e Parkman hanno entrambe ricevuto un’ottima formazione musicale pubblica: “Nella nostra classe alle superiori” ricorda Parkman, “c’erano venti studenti che studiavano musica, e oggi dieci di loro lavorano come musiciste. Questo dice qualcosa sul sistema e sulla società.”. Questo contesto ha favorito la nascita del primo progetto musicale di Horn e Parkman: una band di nome Kraa, formata all’età di 15 anni assieme a quattro altre ragazze. “Volevamo suonare una sorta di folk progressivo, ispirato al movimento prog svedese degli anni '70”. In quel periodo, la scena folk-rock svedese era fiorente, con band come Kebnekaise, Hedningarna, Norrlåtar, Hoven Droven o Värmlandet molto popolari, specialmente nel nord. Tra le influenze internazionali, il duo ricorda anche le lunghe percussioni psichedeliche di gruppi come Godspeed You! Black Emperor. Ognuna delle sei componenti della band aveva una formazione musicale diversa. Parkman suonava il violino, Horn il basso e, nel tempo, diversi strumenti elettronici, e tutte cantavano. C'era una batteria, una chitarra, un sintetizzatore e un altro violino. Attraversate da un sentimento di "noi contro il mondo", ognuna portava le proprie influenze del momento, sperimentando senza troppi limiti. “Quello è forse stato il periodo più formativo della mia vita in termini di amicizie e collaborazioni musicali”, confessa Horn.

 

“Crescere in un luogo del genere è stato un bene per noi come band. Se volevi che accadesse qualcosa, dovevi farlo tu”, spiega Horn. Avere poche distrazioni significa anche avere tempo per fare pratica. “Provavamo tre volte a settimana. Era l’highlight della nostra settimana.” Crescere in una grande città piena di stimoli ha i suoi vantaggi, ma emergere e affermarsi è anche più difficile. Quando si cresce in una realtà isolata e culturalmente deprivata, si è spinti dal bisogno di cambiare le cose, fosse solo per non annegare nella noia. "Volevamo uscire da Härnösand e vivere altre esperienze, vedere cosa stava accadendo nel mondo al di fuori di quel villaggio letargico".

 

Fino ai vent’anni, le ragazze hanno passato la maggior parte dei loro fine settimana esibendosi in angoli sperduti del nord della Svezia. “È pazzesco. Abbiamo fatto qualcosa come duecento concerti” conta iHorn. Sempre in luoghi piccoli: pub, biblioteche, ma soprattutto centri giovanili, dato che la maggioranza di loro era ancora minorenne. O durante festival organizzati dal comune o dalla regione. “Si percepiva una volontà diffusa nella società di creare spazi per i giovani, per permettere loro di sperimentare culture provenienti da diverse parti della regione”, racconta Parkman. Sono esperienze che legano. Le sei, ora donne adulte, non hanno perso contatto con il passare degli anni.


Sara Parkman & Maria W Horn at Rewire Festival
Ph. Francesco Bartoli Avveduti

Horn descrive l’esperienza della band come una fiaba da far durare il più a lungo possibile, ma che non credeva possibile in età adulta. Solo ora inizia a realizzare che, forse, è possibile guadagnarsi da vivere attraverso la musica. Per Parkman, suonare in una band era un sogno fin dall’adolescenza. “All’inizio, era un modo per socializzare e fare amicizia. Far parte di una band sembrava la massima espressione di comunità.” Ricorda alcuni passaggi ritrovati nei suoi diari da tredicenne, “A partire dall’anno prossimo, farò parte di una band”. Scherzando, ammette che se non facesse musica, probabilmente non avrebbe amici oggi. Non stento a crederla. Se non fosse per la musica, anche la mia vita sociale sarebbe decisamente più monotona. “La sala prove era il nostro rifugio dopo la scuola” racconta Parkman, “una sorta di confraternita auto-gestita in cui passavamo il tempo a comporre musica, fumare, organizzare feste a cui invitare band di ragazzi carini dalle città vicine e partecipare a circoli femministi.”

 

“Far parte di una band di sole ragazze non è stato intenzionale”, ammettono entrambe, “è semplicemente successo”. In qualche modo, quella di una “girls band” è stata un’etichetta loro imposta dall’esterno; solo in seguito hanno iniziato a interrogarsi su cosa ciò potesse realmente rappresentare e significare. Anche se non formalmente ricercata, questa esperienza ha finito per colmare un bisogno nascosto, forse anche subconscio. Horn ammette di aver sofferto in quel periodo a causa di una marcata divisione di genere in campo musicale, soprattutto per chi, come lei, suonava il basso. “Sembrava sempre una competizione per dimostrare me stessa e le mie abilità ‘nonostante fossi una ragazza’. Avere la nostra band, Kraa, significava avere uno spazio libero, dove molte più possibilità erano permesse. Era uno spazio per osare, crescere, pur essendo in grado di essere vulnerabili con gli altri nella musica."


Sara Parkman & Maria W Horn at Rewire Festival
Ph. Francesco Bartoli Avveduti

Tensioni generative, sette sataniche e comunità secolari  

 

Nonostante le esperienze condivise, le due artiste provengono da contesti familiari molto diversi. Parkman appartiene a una lunga tradizione cristiana, con padre, nonno e bisnonno che hanno svolto (o svolgono tuttora) la carica di prete. Il contesto religioso in cui è cresciuta è sempre stato intriso di tradizioni musicali e corali legate alla tradizione protestante della campagna svedese. Quando il nonno era bambino, le chiese, così come le case dei preti (spesso organisti del coro e tra i pochi ad aver ricevuto un’educazione musicale) fungevano da centri culturali nei piccoli villaggi.

 

Horn non viene da una famiglia di musicisti, e ha sempre avuto un rapporto difficile con la religione. Da adolescente fu cacciata dalla chiesa, accusata di essere satanista; così venivano considerati gli adolescenti gotici o emo. "Suonavo in band punk e ascoltavo qualsiasi tipo di rock e metal fosse disponibile in quel momento, in questo ambiente chiuso." Tuttavia, non nega di essere stata influenzata anche lei dalla tradizione musicale cristiana. Nonostante la Svezia sia un paese molto secolarizzato esiste un repertorio musicale condiviso, un patrimonio culturale di cui ognuno è impregnato, volente o nolente. "C'è stato un momento in cui queste posizioni opposte, una cristiana e l'altra anticlericale, hanno causando un po' di tensione tra di noi", racconta Horn. Nel tempo, questa tensione si è evoluta, trasformandosi in qualcosa di generativo. Oggi possono condividere il loro apprezzamento per la musica sacra cristiana, e per tutte le tradizioni che ne derivano.

 

Ironicamente, alcuni anni fa Horn ha davvero preso parte a una setta satanica di stampo femminista. Questo ha comportato esplorare il settarismo e il separatismo come ricerca e pratica artistica, operando delle contro-letture delle narrazioni della genesi cristiana, e concentrandosi sul diavolo come simbolo di ribellione, indipendenza e libertà personale––e quindi alleato per le persone che storicamente sono state condannate, marginalizzate o considerate non conformi agli standard della società. Il gruppo ha sviluppato rituali e cerimonie, cercando modi per manifestare e avvalorare rabbia, resistenza e tutte le emozioni che sono generalmente relegate nell'ombra nella nostra società. Questa esperienza e ricerca sui sistemi di credenze e sui rituali hanno animato le continue conversazioni tra Horn e Parkman durante il processo di lavoro con Funeral Folk: come possiamo, in quanto comunità, occuparci di tutto lo spettro di esperienze ed emozioni legate alla morte e alla perdita?


Sara Parkman & Maria W Horn at Rewire Festival
Ph. Francesco Bartoli Avveduti

È interessante considerare l’esperimento di Horn in relazione ad una tendenza che ha guadagnato sempre più rilevanza negli ultimi anni: l’incremento dei funerali e delle cerimonie secolari. Un fenomeno che sfida le pratiche religiose tradizionali e riflette il crescente individualismo nella cultura occidentale. Questi approcci personalizzati, “customizzati” alle preferenze e credenze individuali risuonano con molte persone prive di un'affiliazione religiosa, poiché permettono di esprimere identità uniche. Per alcuni, questo offre un senso di agency  e autenticità maggiori. Tuttavia, i riti secolari presentano delle sfide, poiché mancano dei modelli strutturati forniti dalle religioni tradizionali. Le persone senza una fede religiosa devono creare i propri rituali quando si trovano di fronte alla morte, e questo richiede sforzo e creatività. Altro problema fondamentale è compensare la mancanza di una comunità integrata di supporto––cosa che può aumentare il senso di isolamento e rende più difficile il processo di lutto. Nelle comunità religiose, ci sono persone pronte a portarti il cibo a casa o i bambini a scuola. Quando sei laico, non hai quel tipo di risorse. Inoltre, da un punto di vista più esistenziale, si rischia di perdere il sentimento di identità collettiva che richiede la sussunzione della nostra individualità in un insieme più ampio. Sebbene la prospettiva di un panorama religioso svincolato presenti benefici e opportunità, rimane aperta la domanda su come conciliare una concezione sempre più individualistica dell'identità con il reale bisogno umano di appartenenza al gruppo. Se i funerali e i rituali di morte laici diventassero il nuovo standard, sarebbe auspicabile assistere a una loro trasformazione verso una maggiore centralità del gruppo. Solo così si potrebbero soddisfare due bisogni umani ugualmente fondamentali: trovare un significato nella morte, e non farlo da soli.



 

Liberarsi attraverso la funzionalità

 

“Funeral Folk esplora i rituali di lutto attraverso una fenomenologia della morte” leggo sul booklet di SuperTraditional e XKatedral (che Horn gestisce con Kali Malone) e, le due label che hanno pubblicato il disco. Esplorare la fenomenologia della morte significa sintonizzarsi sul processo e sull'aspetto emotivo del lutto. Scavare a fondo nella sofferenza e nell’esperienza umana, individuale e collettiva, della perdita.

 

Durante la fase di ricerca, il gruppo ha incontrato Pirkko Fihlman, che da decenni tramanda le tecniche tradizionali di lamenti della Karelia finlandese. Questi canti di lutto, utilizzati per esprimere il dolore collettivo e personale, vengono eseguiti durante i funerali per guidare i defunti nel loro ultimo viaggio. Rappresentano un modo per canalizzare le energie e accompagnare le persone in situazioni liminali, di transizione. “È stato liberatorio scoprire le possibilità di utilizzare la voce esclusivamente come strumento emotivo, distaccata dall'obbligo di produrre suoni piacevoli", racconta Horn. Si può impiegare la voce come mezzo per liberare il dolore, come un atto catartico, “Si canta perché si deve piangere”. Parkman racconta di un'altra tradizione musicale, la pastorizia Kulning, in cui le mandriane usavano la propria voce per richiamare mucche e pecore. Neanche in questo caso le voci venivano usate per fini estetici, bensì in modo rumoroso perché orientate alla funzionalità. Esiste un sollievo intrinseco in questo tipo di musica, poiché non è stata creata per essere piacevole o registrata, ma per svolgere una specifica funzione.


Sara Parkman & Maria W Horn at Rewire Festival
Ph. Francesco Bartoli Avveduti

Il rituale come pratica non ottimizzabile

 

Parkman, che lavora molto con la musica folk svedese, è attenta a sottolineare che non si tratta di prendere in prestito qualcosa da una tradizione. “Quello di Pirkko è il suo modo di usare la musica come strumento per il lutto. Canta e canta e canta per stare nel dolore. È a questa pratica che posso collegare il mio modo di usare la musica come strumento nella vita. Si possono trovare delle connessioni e delle similitudini rispetto all’educazione ricevuta o alla tradizione che ci è stata tramandata. L’incontro ti porta a fare questi collegamenti, e a sviluppare qualcosa di nuovo.” La loro ricerca sembra suggerire che diverse tradizioni presentano schemi di lutto simili––come a rivelare una conoscenza condivisa su come affrontare il lutto. Da una parte, si trova la volontà di andare sempre più a fondo nel dolore, e dall’altra una sorta di sollievo finale. Certo, non si può entrare in contatto con una tradizione per due giorni e pensare di poterla capire. Si tratta piuttosto di farsi guidare da chi l’ha conosciuta e vissuta per anni, rispettando il rituale––che si trova nella tradizione cristiana così come in quella mussulmana o pagana, per citarne un paio.



 

Ecco lo specchio della morte. Sono la tua guida, la tua lamentatrice, la tua mano.

Siamo generazioni di voci che intrecciano melodie di dolore con fili oscuri.

Come coloro che tessono il futuro, io tesso il passato - pieno di ricordi, sopra frutteti di rimostranze, dolore e paura, tenerezza e canto.

 

Ci vuole tempo per capire una tradizione. “Forse è questo che abbiamo perso oggi” azzarda Parkman, “la consapevolezza che il rituale sia una pratica, e come tutte le pratiche va praticato con costanza affinché funzioni”. Spesso, non si tratta di una cosa razionale. Il rituale non può essere ottimizzato o mercificato, a differenza di quello che ci vuol far credere la cultura neoliberale. “Facciamo palestra, mangiamo bene, adottiamo stili di vita sani, tutto in un’ottica di ottimizzazione della vita. Siamo convinti di avere tutto sotto controllo, ma non possiamo battere la morte. Così, quando la morte bussa alla porta, ci troviamo senza strumenti, non ci capacitiamo di essere malati, di stare per morire”.

 

Personalmente, ho assistito a diversi funerali religiosi nella mia vita, e mi hanno sempre marcato per la loro mancanza di significato. “Siamo abituati a compartimentalizzare le emozioni” aggiunge Horn. “A un funerale, si ha un tempo predefinito per comprendere ed esternalizzare il proprio dolore, dire addio ed elaborare un lutto. Ma bisogna anche praticare l’essere fuori controllo, il lasciare andare.”


Sara Parkman & Maria W Horn at Rewire Festival
Ph. Francesco Bartoli Avveduti

 

Fenomenologia della morte e pathos

 

“Parte della pratica con Pirkko consisteva nello scrivere i nostri lamenti personali per poi cantarli di fronte agli altri membri del gruppo", spiega Horn. "Condividere così i nostri dolori personali, senza razionalizzarli attraverso il filtro del linguaggio parlato ma esprimendoli attraverso l'intimità del canto, ci ha esposto ad un’altra dimensione di vulnerabilità. È stato travolgente; ci siamo ritrovati tutti a piangere insieme. Mi ha fatto capire quanto siano rare quelle occasioni in cui siamo esposti al dolore degli altri e lasciamo che le persone partecipino al nostro dolore. È stato bello sperimentare questa pratica rituale collettiva”.

 

Alzo lo sguardo dal computer, le gocce di pioggia picchiano contro la finestra. È una di quelle giornate bagnate e plumbee tipiche di Londra. Le ultime parole di Horn mi fanno riflettere. Decido di prendere una pausa dal trascrivere l'intervista. Mentre mi scaldo una tazza di caffè annacquato, penso alla loro esperienza di pianto collettivo, e a come siano cambiate le concezioni di morte e lutto nel tempo.

 

Per secoli il Cristianesimo ha fornito speranza ai moribondi nel confrontare la loro fine, ha guidato con rituali la disposizione del corpo (sebbene non tutti potessero beneficiare di tali prassi) e ha fornito un sistema di significati e pratiche per coloro che rimanevano. Nonostante non possiamo sapere con certezza quanto la maggioranza credesse effettivamente in queste dottrine, esse costituivano il linguaggio comune che serviva per guidare le persone nell’affrontare la morte e il lutto. Con la Rivoluzione Industriale, l'urbanizzazione e la crescita demografica degli ultimi due secoli, si è innescata una trasformazione significativa. Ora, chi si avvicina alla fine della vita spesso ha più fiducia nei trattamenti medici che nella fede e nella religione. Salvo poche eccezioni, la responsabilità della disposizione del corpo è passata dalle mani della chiesa a quelle delle autorità locali o delle imprese private. È più comune trovare un infermiere, anziché un prete, accanto al letto di un moribondo. Dopo la morte, l'attenzione si è spostata dalla tradizionale preghiera per l'anima del defunto a un supporto psicologico per coloro che rimangono.

 

Sara Parkman & Maria W Horn at Rewire Festival
Ph. Francesco Bartoli Avveduti

Questa evoluzione ha portato molti a pensare che la morte moderna sia più terrificante rispetto al passato. I morenti sono isolati in ospedali lontani dai familiari, affidandosi alle procedure impersonali della medicina allopatica. Gli anziani vengono trascurati nelle case di riposo fino alla loro dipartita. La perdita delle grandi narrazioni, in particolare quelle dettate dalla religione, ci ha privato degli strumenti tradizionali per affrontare la morte e per attribuirle un significato profondo. Così si pensa. Eppure, spesso tendiamo a idealizzare il passato. Grazie ai progressi della medicina, oggi si muore mediamente meglio di come si moriva secoli fa. Non è che non esistano più strumenti, approcci e significati legati alla morte e al lutto; piuttosto, si sono evoluti nel corso del tempo, e quelli emersi hanno gradualmente sostituito le credenze e le pratiche tradizionali. Si è sviluppata una concezione moderna, secolare e medicalizzata della morte. Esistono nuove risorse, come consulenze, terapie, gruppi di supporto, ascolto attivo o pratiche di spiritualità alternativa.

 

Inoltre, oggi la morte non crea più il vuoto economico e sociale di un tempo; l'unico vuoto rimasto è quello emotivo: il dolore di perdere un essere caro con cui si è condiviso l'affetto. Nel corso dell'ultimo secolo, il lutto è passato dall'essere un problema sociale ed economico rilevante per i sopravvissuti a diventare una questione psicologica personale che non interrompe il normale svolgimento della vita sociale. Dopo un lutto, la vita quotidiana prosegue senza sosta, gli stimoli esterni continuano incessantemente. Qualcuno muore e il giorno dopo o lo stesso giorno si va al lavoro. Il mondo appare immutato, non manifestando mai il vuoto, la perdita, lo strappo che la morte di una persona cara ha lasciato nel reale. Questo contrasto può farci sentire soli e disorientati, confrontati con una società che sembra ignorare la morte come parte integrante della vita umana.

 

Forse –e ora arrivo al punto– il vero problema oggi non è tanto la morte in sé, quanto la nostra scarsa familiarità con la condivisione (esplicita, esternalizzata) della sofferenza––nostra e altrui. Attribuiamo connotazioni negative a emozioni quali il dolore e la rabbia, considerandole come qualcosa da nascondere, da vivere in privato; se non da reprimere del tutto. Eppure, il dolore, e soprattutto la sua condivisione, il pathos, la com-passione che è partecipazione al dolore altrui (e qui intendo altrui nel senso più ampio possibile), è l'unico sentimento capace di raccontare i disastri che fanno parte di una vita.


Sara Parkman & Maria W Horn at Rewire Festival
Ph. Francesco Bartoli Avveduti

Canta, canta, ho pianto i morti.

Ho pianto per il mondo, per il cielo e la terra, per il tuo e per il mio.

Canto per coloro che non vogliono essere cantati, per coloro che hanno bisogno di conforto.

Per le sorelle e gli scarabei, per i morti ingiustamente e per coloro che hanno vissuto pienamente.

Per i suonatori e gli ubriachi. Per gli infedeli e per coloro che hanno un cuore gentile.

 

Per le foreste e i villaggi che nessuno ricorda.

Per le sale di riunione e le nonne, i fratelli, i non nati e i non vissuti.

 

Queste parole di Parkman mi spingono a riflettere sulla necessità di ripensare il modo in cui concepiamo le emozioni, in una direzione simile a quella espressa da Deleuze e Guattari. Secondo i due filosofi, esse non si limitano né a qualcosa di privato, né alle interazioni tra individui umani––ma rappresentano un flusso dinamico di energia che attraversa e connette il soggetto con il mondo che lo circonda.  Le emozioni non sono semplicemente degli stati mentali o interiori, ma piuttosto dei processi che si manifestano attraverso azioni, relazioni e interazioni con l'ambiente circostante. Concepite così, le emozioni hanno una funzione pratica, come la voce: diventano uno strumento per comprendere il modo in cui gli individui si connettono e si rapportano al mondo circostante. “Sentire” per capire.

 

…esplorare la fenomenologia della morte per scavare nella sofferenza che è latente in una situazione piuttosto che in noi. Un atto di empatia e di comprensione più ampia, che accoglie il dolore presente nel contesto (e forse nel mondo), al di là del nostro vissuto. In tempi come questi, ne abbiamo più che mai bisogno.

 

N.B. La poesia a cui è intrecciato il testo dell’articolo è stata scritta da Sara Parkman per la realizzazione dell’album.


Sara Parkman & Maria W Horn at Rewire Festival
Ph. Francesco Bartoli Avveduti

Words: Mila Azimonti

Photography: Francesco Bartoli Avveduti

Co-curated with Alice Suppa



ENGLISH VERSION


RITUALS OF SORROW

In Conversation with Sara Parkman and Maria W Horn


Living is a glimpse of light surrounded by darkness. Being born is waiting for death.

To be in music is to practice living again and again. Slowly we sing ourselves to eternal rest.



Music as grandiose as it is vulnerable


I'm on the second day of Rewire, thirteenth edition. Seated in the front row at the Grote Kerk, one of The Hague's largest and oldest churches, I struggle to contain my excitement. Eager to be flooded with the energy of the performance about to unfold, I arrived early. The lineup features Maria W Horn, known for her experimental electronic compositions, alongside Sara Parkman, a versatile violinist, singer, and folk composer. Sharing the stage with them are three other performers: the composer and sound artist Mats Erlandsson, and two singers. Dressed in dark attire adorned with colorful bodices and headpieces, they offer a contemporary and solemn twist on traditional Scandinavian folklore costumes.


What does it take to process death and manage one's own grief? This question guided Horn and Parkman during the creation of Funeral Folk, drawing inspiration  from Swedish funeral customs and the elegiac songs of Finnish Karelia. The album is designed to be experienced as a cohesive whole, guiding listeners through a ritualistic exploration of emotions. By mapping out the stages of grief during their research, the album naturally progresses through these emotional stages. It's a journey where contemplation and redemption meet in a highly cathartic dynamic.


Initially conceived for a dance performance by Mattias Lech and Lisen Ellard, the project involved close collaboration with choreographers and dancers. The album's development was guided by practice; the narrative and dramaturgy organically emerged through the act of performance itself. Unfortunately, the onset of the pandemic abruptly halted the project. "People were dying, and there was no time to mourn. All bodies went straight to cremation, without any funeral, no chance to say goodbye. You only saw images of white plastic bags," Horn recalls. “After working recently on themes of death and funeral rites the pandemic was upon us and things got very real. We continued our work during this time, it became a way to process what was going on in the world around us."


The concert opens with the chiming bells of "Evighetens sommar", accompanied by a voice carrying the hope of eternal summer. As distant strings gradually swell into a crescendo, the pastoral and luminous atmosphere of the church shifts into something glacial. The somber melody released from the synths and keyboards adds weight to the air, while the sacred choirs of "Till Margareta"  build toward a climactic crescendo that seems to constantly elude. I must remind myself to breathe. When Horn and Erlandsson's doom riffs reverberate through the church, the dam breaks: the river overflows, unlocking memories and subconscious traumas. The tension eases with the carillon rêverie of "Lacrimosa," soothing the wounds with low drone frequencies. Calm reigns as the abyss takes root; ghosts are enduring echoes of the void that pervades. As the gothic and ethereal lament of "Kyrie" begins, the ferocity of the violin merges with wrenching cries. But these are cathartic vocal exercises. Parkman collapses to the ground, distraught. The day of Redemption has come. An a cappella choir rises, wavering faintly in the rarefied air. The performers leave the stage one by one, in a slow and contemplative procession, leaving the audience in a standing ovation. Funeral Folk is music as grandiose as it is vulnerable––an ocean of emotional energies with dizzying and ecstatic movements.


The aftermath is marked by a mix of exhaustion and elation. Tears stream down my cheeks even as laughter bubbles up upon hearing someone exclaim behind me, "I think I've become Christian!" Backstage, fatigue sets in as adrenaline wanes. Amid snapshots, I exchange some words with Parkman and Horn.


Navigating through the ruins of the past 


Horn and Parkman have known each other since adolescence. They grew up in Härnösand, a quaint town of 25,000 inhabitants in the region of Ãngermanland, northern Sweden. Despite its serene appearance, Ãngermanland carries a turbulent past. In the 17th century, the region was the scene of the largest documented witch execution in Swedish territory, during which a fifth of the female population was burned at the stake or beheaded. Heart of the timber industry, it experienced a golden age between the 1950s and the late 1970s. However, with the closure of sawmills, the region experienced rapid decline. Today, the area has depopulated and become impoverished, despite its breathtaking nature––a source of pride for its (few) inhabitants. The late 1980s generation, to which both artists belong, grew up amidst nostalgic tales from adults about the good old days: "When we were kids, every house was full of people and there was music everywhere in the villages." "It's like an abandoned capital," reflects Parkman, "and you find yourself navigating through the ruins of the past." The sense of decay that permeates the place has deeply shaped the two artists in their human and creative development.


Although neither plans to permanently return to their hometown, except to assist elderly parents or, as Horn jokes, "in case of apocalypse," both maintain a deep connection to their roots. This project has become an opportunity to reconnect with their shared past after a decade of individual musical paths. Funeral Folk explores a wide range of influences that have moulded the two artists over the years, from the folk melodies of Ångermanland to sacred music, from minimalist spectralism to Finnish black metal.


Daring to be vulnerable


Compared to other countries, Sweden has enjoyed a cultural ecosystem for decades that surpasses the European average, with a particular emphasis on education. Horn and Parkman both received excellent public music education: "In our high school class," Parkman recalls, "there were twenty students studying music, and today ten of them work as musicians. This says something about the system and society." This context fostered the birth of Horn and Parkman's first musical project: a band named Kraa, formed at the age of 15 along with four other girls. "We wanted to play a kind of progressive folk, inspired by the Swedish prog movement of the 1970s." At that time, the Swedish folk-rock scene was flourishing, with bands like Kebnekaise, Hedningarna, Norrlåtar, Hoven Droven, or Värmlandet being very popular, especially in the north. Among international influences, the duo also recalls the long psychedelic percussions of groups like Godspeed You! Black Emperor. Each of the six band members had a different musical background; Parkman played the violin, Horn played the bass along with  various electronic instruments over time, and they all collectively sang. There was a drum kit, a guitar, a synthesizer, and another violin. Driven by a feeling of "us against the world," each brought their current influences, experimenting without too many limits. "That was perhaps the most formative period of my life in terms of friendships and musical collaborations," confesses Horn.


“I think that growing up in a place like that was good for us as a band. If you wanted something to happen, you had to do it yourself,” explains Horn. Having few distractions also means having time to practice. "We rehearsed three times a week. It was the highlight of our week." Growing up in a big city full of stimuli has its advantages, but emerging and establishing oneself is also harder. When you grow up in an isolated and culturally deprived reality, you are driven by the need to change things, if only to avoid drowning in boredom. "We longed to get out of Härnösand and experience other things, to get a glimpse of what was going on in the world outside of that sleepy village.”


Until they were twenty, the girls spent most of their weekends performing in remote corners of northern Sweden. "It's crazy. We did something like two hundred concerts," Horn counts. Always in small venues: pubs, libraries, but especially youth centers, since most of them were still underage, or during festivals organized by the municipality or local establishments. "There was a widespread willingness in society to create spaces for young people, to allow them to experience cultures from different parts of the region," Parkman recounts. These are bonding experiences. The six, now adult women, have not lost touch over the years.


Horn describes the band experience as a fairy tale made to last as long as possible, one that she didn't believe possible in adulthood. Only now does she begin to realize that perhaps it's possible to make a living through music. For Parkman, playing in a band was a dream since adolescence. "At first, it was a way to socialize and make friends. Being part of a band seemed like the ultimate expression of community." She remembers some passages found in her thirteen-year-old diaries, "Starting next year, I'll be part of a band." Jokingly, she admits that if she didn't make music, she probably wouldn't have friends today. I don't struggle to believe her. If it weren't for music, my social life would be decidedly more monotonous too. "The rehearsal room was our refuge after school. A kind of self-managed sorority where we spent time composing music, smoking, organizing parties to invite cute boys' bands from nearby towns, and participating in feminist circles."


"Being part of an all-girl band was not intentional," they both admit, "it just happened." Somehow, being in a "girls band" was a label imposed on them from the outside; only later did they begin to question what this could really represent and mean. Although not formally sought after, this experience ended up fulfilling a hidden, perhaps even subconscious need. Horn confesses to having suffered during that time due to a marked gender division in the music field, especially for those, like her, who played bass. “It somehow always seemed like a competition to prove myself and my skills ‘despite being a girl’. Having our band, Kraa, meant having a free space, where many more possibilities were allowed. It was a space to dare, grow, while also being able to be vulnerable with others through music."


Generative tensions, satanic sets, and secular communities


Despite shared experiences, the two artists come from very different family backgrounds. Parkman belongs to a long Christian tradition, with her father, grandfather, and great-grandfather having served (or still serving) as priests. The religious context in which she grew up was always steeped in musical and choral traditions linked to the Protestant tradition of the Swedish countryside. When her grandfather was a child, churches, as well as the homes of priests (often choir organists and among the few to have received musical education), served as cultural centers in small villages.


Horn does not come from a family of musicians and has always had a difficult relationship with religion. As a teenager, she was expelled from the church, accused of being a Satanist; this was how gothic or emo teenagers were considered. "I played in punk bands and listened to whatever rock and metal that was available to me at the time in this sealed environment.” However, she does not deny being influenced by the Christian musical tradition as well. Despite Sweden being a highly secularized country, there exists a shared musical repertoire, a cultural heritage with which everyone is imbued, willingly or unwillingly. "There was a time when these opposing positions, one Christian and the other anticlerical, were causing a bit of tension between us", Horn recounts. Over time, this tension has evolved, turning into something generative. Today, they can share their appreciation for Christian sacred music and all the traditions that stem from it.


Funnily enough, a few years ago, Horn actually participated in a feminist Satanic sect. This involved exploring sectarianism and separatism as artistic research and practice, performing counter-readings of Christian Genesis narratives, and focusing on the devil as a symbol of rebellion, independence, and personal freedom––and thus an ally for people who historically have been condemned, marginalized, or considered non-conforming to society's standards. The group developed rituals and ceremonies, seeking ways to manifest and validate anger, resistance, and all the emotions that are generally relegated to the shadows in our society. This experience and research into belief systems and ritual was brought into the continuous conversations between Horn and Parkman during the process of working with Funeral Folk: how can we, as a community, deal with the full spectrum of experiences and emotions related to death and loss?


It is interesting to consider Horn's experiment in relation to a trend that has gained increasing relevance in recent years: the rise of secular funerals and ceremonies. A phenomenon that challenges traditional religious practices and reflects the growing individualism in Western culture. These personalized, "customized" approaches to individual preferences and beliefs resonate with many people without a religious affiliation, as they allow for the expression of unique identities. For some, this offers a greater sense of agency and authenticity. However, secular rites pose challenges, as they lack the structured models provided by traditional religions. People without religious faith must create their own rituals when faced with death, and this requires effort and creativity. Another fundamental issue is compensating for the lack of an integrated support community, something that might increase feelings of isolation and make the grieving process more difficult. In religious communities, there are people ready to bring you food at home or take the children to school. When you are secular, you don't have those kind of resources. From a more existential point of view, there is a risk of losing the sense of collective identity that requires the subsuming of our individuality into a larger whole.


Although the perspective of a detached religious landscape presents benefits and opportunities, the question remains open as to how to reconcile an increasingly individualistic conception of identity with the real human need for group belonging. If secular funerals and death rituals were to become the new standard, it would be desirable to see them transformed towards a greater centrality of the group––similarly to Horn’s experiment. Only then could two equally fundamental human needs be met: finding meaning in death, and not doing it alone. 


Liberation through functionality 


"Funeral Folk explores mourning rituals through a phenomenology of death," I read in the booklet by SuperTraditional and XKatedral (which Horn manages with Kali Malone), the two labels that have released the album. Exploring the phenomenology of death means tuning into the process and emotional aspect of mourning. It involves delving deep into the suffering and human experience of loss, experienced both individually and collectively.


During the research phase, the group met with Pirkko Fihlman, who has been teaching the traditional lamenting techniques of Finnish Karelia for decades. These mourning songs, used to express collective and personal grief, are performed during funerals to guide the deceased on their final journey. They represent a way to channel energies and accompany people in liminal, transitional situations. "It was liberating to discover the possibilities of using the voice strictly as a tool for emotion, disconnected from the obligation of producing pleasant sounds,” Horn recounts. The voice can be used as a means to release pain, as a cathartic act, "We sing because we must cry." Parkman talks about another musical tradition, the Kulning of shepherding, where herdswomen used their voices to call cows and sheep. Even in this case, the voices were not used for aesthetic purposes but in a noisy way because they were functional. There is intrinsic relief in this type of music because it was not created to be pleasant or recorded but to serve a specific function.


Ritual as an unoptimizable practice


Parkman, who works extensively with Swedish folk music, is careful to emphasize that it's not about borrowing something from a tradition. "Pirkko's way of using music as a tool for mourning is her own. She sings and sings and sings to dwell in grief. It's this practice that I can connect with my way of using music as a tool in life. You can find connections and similarities based on the education received or the tradition passed down to us. The encounter leads you to make these connections and develop something new." Interestingly, their research seems to suggest that different traditions present similar mourning patterns––as if revealing a shared knowledge of how to cope with grief. On one hand, there is the willingness to delve deeper into grief, and on the other, a kind of final relief. Of course, we can't connect with a tradition for two days and think we can understand it. It's more about letting ourselves be guided by those who have known and lived it for years, respecting the ritual––which can be found in Christian tradition just as in Muslim or pagan traditions, to cite a few. 


This is the looking-glass of death. I am your guide, your lamentor, your hand.

We are generations of voices weaving melodies of grief with dark yarn.

Like those who weave the future, I weave the past - full of memories, over orchards of

grievance, sorrow and fear, tenderness and song.


It takes time to understand a tradition. "Maybe that's what we've lost today," Parkman ventures, "the awareness that ritual is a practice, and like all practices, it must be practiced consistently to work." Often, it's not a rational thing. Ritual cannot be optimized or commodified, unlike what neoliberalism lead us to believe. "We exercise, eat well, adopt healthy lifestyles, all with the perspective of optimizing life. We believe we have everything under control, but we can't beat death. So when death knocks on the door, we find ourselves without tools; we can't accept being sick, about to die."


Personally, I've attended several religious funerals in my life, and they've always struck me for their lack of meaningfulness. "We're used to compartmentalizing emotions," adds Horn. "At a funeral, you have a predetermined time to understand and externalize your grief, say goodbye, and process mourning. But you also have to practice being out of control, letting go."


Phenomenology of death and pathos


"Pirkko’s practice involved writing our personal laments and then singing them in front of the group," explains Horn. "Sharing our personal sorrows through the intimacy of singing, rather than trying to rationalize them with words, opened us up to a whole new level of vulnerability. It was overwhelming; soon, we were all crying together. It made me realize how rare are those occasions when we are exposed to others' pain and allow them into our own grief. It was beautiful to experience this ritual practice together."


I look up from the computer; raindrops pound against the window. It's one of those typical wet, leaden days in London. I decide to take a break from transcribing the interview. Horn's words linger in my mind as I warm up a cup of watered-down coffee, contemplating their collective weeping experience and the changing views on death and mourning over time.


For centuries, Christianity provided hope to the dying in confronting their end, guided with rituals for the disposition of the body (though not everyone could benefit from such practices), and offered a system of meanings and practices for those who remained. Although we cannot know for sure how many actually believed in these doctrines, they constituted the common language that served to guide people in facing death and grief. With the Industrial Revolution, urbanization, and demographic growth of the last two centuries, a significant transformation has been triggered. Now, those approaching the end of life often have more trust in medical treatments than in faith and religion. With few exceptions, the responsibility for the disposition of the body has been transferred from the hands of the church to those of local authorities or private companies. It is more common to find a nurse, rather than a priest, by the bedside of a dying person. After death, attention has shifted from the traditional prayer for the soul of the deceased to psychological support for those who remain.


This evolution has led many to believe that modern death is more terrifying than in the past. The dying are isolated in hospitals far from their families, relying on the impersonal procedures of allopathic medicine. The elderly are neglected in nursing homes until their death. The loss of grand narratives, especially those dictated by religion, has deprived us of traditional tools to face death and to attribute deep meaning to it. So it is thought. Yet, we often tend to idealize the past. Thanks to medical advances, today people generally die better than they did centuries ago. It's not that there are no longer tools, approaches, and meanings related to death and mourning; rather, they have evolved over time, and those that have emerged have gradually replaced traditional beliefs and practices. A modern, secular, and medicalized conception of death has developed. There are new resources, such as counseling, therapies, support groups, active listening, or alternative spiritual practices.


Besides, death today no longer creates the economic and social void it once did; the only remaining void is emotional: the pain of losing a loved one with whom affection has been shared. Over the past century, mourning has shifted from being a relevant social and economic issue for survivors to becoming a personal psychological issue that does not interrupt the normal course of social life. After a loss, daily life carries on as usual, with external stimuli continuing unabated. Someone dies, and the very next day, or even the same day, people return to their routines, heading off to work as if nothing has happened. The world appears unchanged, failing to reflect the void, the loss, the tear left by the death of a loved one in reality. This contrast can leave us feeling lonely and disoriented, confronted with a society that seems to gloss over death as an inherent part of human existence.


Perhaps –and here's the crux– the real issue today lies not so much in death itself but in our discomfort with openly sharing suffering––both our own and others'. We tend to attach negative connotations to emotions like pain and anger, viewing them as something to conceal, to experience in private, if not to suppress entirely. Yet, pain, and especially its sharing, the pathos, the com-passion that is participation in others' pain  (and by "others," I mean in the broadest possible sense), is the only sentiment capable of narrating the disasters that are part of a life.


Laula laula, I have mourned the dead.

I have wept for the world, for sky and soil, for yours and for mine.

I sing for those who do not wish to be sung, for those who need comfort.

For the sisters and the scarabs, for the unjustly dead and those who lived fully.

For the fiddlers and the drunks. For the infidels and for those who are kind at heart.

 

For the forests and villages no-one remembers.

For the assembly halls and the grandmothers, the brothers, the unborn and the unlived.


Parkman’s words prompt me to reflect on the need to rethink how we conceive emotions, echoing the sentiments of Deleuze and Guattari. The two philosophers view emotions not as confined to something private or to interactions between human individuals––but as a dynamic flow of energy that passes through and connects the subject with the surrounding world. Emotions are not simply mental or internal states, but rather processes that manifest through actions, relationships, and interactions with the surrounding environment. Conceived in this way, emotions serve a practical function, just like voice: they become a tool for understanding how individuals connect and relate to the world. To “feel" in order to understand.


...exploring the phenomenology of death to uncover the underlying suffering inherent in situations rather than solely within ourselves. It’s an act of empathy and broader understanding that embraces the pain present in the context (and perhaps in the world), beyond our own individual experiences. In times like these, this perspective feels more crucial than ever.


N.B. The poem interwoven into the text of the article was written by Sara Parkman for the realization of the album.

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