IN CONVERSATION WITH: RICHIE HAWTIN




Filippo Rosati: Partiamo dall'inizio della tua carriera. Leggevo in alcune tue interviste e documentari che Richie Hawtin, l'artista, è cresciuto parallelamente al fratello, che era più interessato alle arti visive. Vorrei quindi sapere se la tua carriera è stata influenzata dagli interessi artistici di tuo fratello e viceversa se la sua è stata influenzata dalla tua produzione musicale.


Richie Hawtin: Io e mio fratello Matthew abbiamo appena pubblicato una collaborazione NFT. Quando ero un teenager e mi stavo avvicinando alla musica, mio fratello già sapeva da molto tempo di essere un pittore. Quindi stavo ancora sperimentando, cercando di capire quale fosse la mia passione, e mi ricordo che vedevo i dipinti di mio fratello in giro per casa; c’è sempre stata questa componente visiva. Forse è interessante sapere anche che, prima della musica, ero appassionato di film, cinematografia, effetti speciali. Dovevo andare a Toronto, in Canada, a studiare effetti visivi e cinematografia, ma proprio in quel periodo la primissima techno mi stava prendendo e ho deciso di restare e concentrarmi su quello.

Anche Matthew subiva l’influenza della musica nel mio stesso modo. Credo che sia stato semplicemente il modo in cui siamo cresciuti. La nostra famiglia è sempre stata appassionata di musica, arte, tecnologia, tutti elementi che si vedono in noi due. Credo che l’altra cosa molto, molto importante è che subito dopo aver dato i natali all’etichetta ‘Plus 8’ con John Acquaviva, avere una forte identità visiva è diventato subito fondamentale. Il logo che ho disegnato per Plus 8 era uno schema di nero, bianco e rosso. C’era una grande attenzione a questo aspetto perché negli anni ‘90 quando entravi in un negozio di dischi, prima di sentire la musica, si sceglievano i dischi basandosi sull’elemento visivo. Penso che questa prospettiva estetica audiovisiva c’è sempre stata, sin dal primo giorno.


Filippo Rosati: Davvero interessante! Cosa ti ha attratto verso il minimalismo nel corso degli anni?


Richie Hawtin: È qualcosa che c’è sempre stato e di questo devo ringraziare mio fratello perché ha sperimentato l’arte e la pittura in maniera molto riduttiva, nell’accezione minimale del termine. Da quando ho memoria, non ricordo che mio fratello abbia mai dipinto paesaggi o cose del genere. Chiaramente ha avuto le sue diverse fasi, ma è sempre stato molto più vicino all’astratto che al realismo. Quindi credo di essere stato ispirato parecchio da lui. Penso che il motivo per cui faccio buona musica e sono un bravo DJ è che ho un certo tipo di sensibilità che mi aiuta a comprendere meglio le situazioni e i sentimenti delle persone. E questa sensibilità mi aiuta anche a capire e apprezzare questo ideale di bellezza minimale, dove non c’è molto da vedere o da sentire in realtà. Non tutti riescono a comprenderlo e a vedere la bellezza nei piccoli dettagli, è questione di avere i sensi particolarmente affinati.


Filippo Rosati: Oltretutto, penso che sia stato uno dei primi a portare i tuoi genitori alle tue performance.


Richie Hawtin: I miei genitori mi hanno sempre supportato e sono il prodotto di alcune loro decisioni di quando ero bambino. E sono sicuramente il prodotto dell’amore di mio padre verso la musica e la tecnologia. Condividere con loro quello che faccio e portarli alle mie performance è una cosa normale da fare in famiglia, parlare con loro di cosa ti piace, dei bei momenti e di quelli meno belli.



Filippo Rosati: Assolutamente sì. Rimanendo nel discorso audiovisivo, hai collaborato con Ali Demirel per più di 10 anni. Com’è iniziata questa collaborazione e com’è evoluta nel corso degli anni?


Richie Hawtin: Penso siano 20 che anni che collaboro con Ali. Abbiamo il nostro anniversario proprio adesso e, infatti, stiamo lavorando insieme a un’uscita NFT. All'epoca Ali semplicemente mi ha contattato mandandomi un DVD dove c’era un video che aveva già fatto a mia insaputa della traccia Psych, dall’album Artefacts. Erano solo delle palle che si colpivano a vicenda e mi sono detto beh, lui sì che ha capito. Poi l’ho incontrato a New York e siamo diventati amici oltre che collaboratori audiovisivi. In quegli anni la musica e la parte visuale erano un po’ lontane per le tecnologie di cui avevi bisogno per fare cosa volevi. Ali si concentrava in come creare belle immagini in maniera analogica. C’è stato da subito un connubio perfetto tra le nostre idee e, proprio in quel periodo, stavo iniziando a lavorare al live come Plastikman per MUTEK, che si sarebbe tenuto a Montreal nel 2004. Era un progetto enorme, in cui le persone coinvolte vivevano in simbiosi praticamente nella stessa casa per sei, otto mesi. Per un periodo siamo stati a Berlino e poi in Canada a casa mia. Eravamo io, Ali e un altro amico molto importante nel mondo audiovisivo, Jarrett Smith. È uno dei principali creatori di un software chiamato Touch Designer. Sai, quando incontri delle persone che vedono e sentono le cose nel tuo stesso modo, soprattutto in questo mondo minimale in cui mi trovo, fai di tutto per approfondire la collaborazione e vedere che cosa ne esce fuori.


Filippo Rosati: Un paio di giorni fa, mentre mi preparavo a questa intervista, ho scoperto che Ali Demirel è un architetto. Non lo sapevo ma con il senno di poi è ovvio, ha assolutamente senso. Quello che mi attrae della techno minimale sono i layer, gli strati di diversi suoni; la mia mente prova a sezionare ogni strato e cerca di dargli una forma tridimensionale. Credo che la scultura è molto presente nelle tue performance e quando ho letto che Ali Demirel è un architetto ho detto ‘ sì, è chiaro, ha completamente senso adesso’.


Richie Hawtin: Hai completamente ragione. Molto spesso quando io e Ali parliamo delle nostre collaborazioni oppure ognuno parla delle proprie opere, anche se uno è più visivo e l’altro più sonoro, parliamo di spazio, dimensioni, arte e architettura e penso che il momento più emblematico e rappresentativo di questa collaborazione con Ali e Jarrett è stato il live di Plastikman nel 2011, quello che chiamiamo la gabbia. E non parlo solo degli effetti visivi e della musica, ma anche dell’architettura dei pannelli LCD semi-trasparenti che abbiamo usato per quello show. Quindi c’è l’aspetto visivo, quello sonoro e il modo in cui si manifestano in senso fisico in un determinato contesto, specialmente in quello di un concerto, che amplifica l’intera esperienza e il messaggio che vuoi veicolare. Penso che sia questo il fulcro dell’intervista: il suono può avere un certo effetto da solo; l’aspetto visivo anche; l’architettura ancora di più. Ma quando riesci a unire queste cose o a trovare un filo estetico che le lega, diventa tutto estremamente potente. Ed è proprio questo punto di connessione che mi ha suscitato interesse dall’inizio! Da bambino volevo essere un regista il cui fratello era un artista e il padre un maniaco di musica e tecnologia...


Filippo Rosati: Mi piace questo modo di mostrare il tuo processo creativo e di portarci il pubblico. Cosa vorresti che il quest'ultimo senta quando suoni come Plastikman e cosa quando suoni come Richie Hawtin, visto che li separi?


Richie Hawtin: Un qualcosa che cambia con il tempo, ma credo che Plastikman sia in qualche modo più ipnotico, più sensibile, è molto più cerebrale. Hawtin, invece, è più fisico, è più interattivo; sono lì sul palco davanti al pubblico. Tutto questo si rispecchia anche nel modo in cui faccio il DJ. Ci sono diverse frequenze, diversi layer, la faccenda è complessa.

Hai queste due personalità e, chiaramente, salti da una all’altra e spesso ti incontri a metà strada. Mi sento davvero fortunato a poter sperimentare da ambo i lati e credo sia lo stesso per il mio pubblico; molti dei miei fan amano entrambe le parti e andare da una all’altra. Altri, invece, sono un po’ più di parte e mi dicono ‘ok Rich, dacci più Plastikman’ oppure ‘basta con quella roba ipnotica e minimale. Torna e facci ballare come se non ci fosse un domani’.

Ho bisogno di entrambe queste personalità. Attualmente, causa Covid, siamo tutti costretti a ripiegarci su noi stessi e sul nostro metaverso. Mi affascina approfondire questo universo, questa specie di realtà virtuale estesa, con Plastikman. Più in là ti spingi, più riesci a entrare nel profondo.

Hawtin, invece, attualmente è un po’ messo in disparte. Non ho fatto live in streaming perché non credo verrebbe bene su uno schermo. Ho un senso quando faccio il DJ su un palco, davanti a delle persone, con il giusto impianto, la giusta pressione, quella sensazione di essere fisicamente tra le persone. Ho pensato fosse quindi un buon momento per accantonare quel lato e approfondire invece la parte più introversa e nerd di Hawtin, quindi Plastikman, che forse avevo un po’ trascurato. Ho trovato il modo di mantenere la mia sanità standomene da solo con la mia attrezzatura e con ciò che mi rende felice nel fare musica elettronica.



Filippo Rosati: Fantastico. Una delle domande che cerco sempre di fare è ‘qual è il tuo rapporto con la tecnologia? È la tecnologia che influenza Plastikman o sei tu a guidare la tecnologia?


Richie Hawtin: Amo la tecnologia. Amo anche vedere quello che riusciamo a creare e produrre come esseri umani e il modo in cui la tecnologia ci cambia la vita o rende possibili cose che sembrano impossibili. Mi affascina da morire. Ricordo, da bambino, quanto mi appassionavano i video, la produzione cinematografica e tutta quella tecnologia, innovativa per l’epoca, che permetteva ai computer di aggiungere effetti speciali ai video. Anche prima della musica quindi, ero stregato da quello che la tecnologia mi permetteva di fare. Questo incantesimo dura ancora, ovviamente. Per esempio dall’anno scorso ho iniziato a fare ricerche sui mondi virtuali, sull’Unreal Engine, il boom degli NFT. Adoro il modo in cui la tecnologia mi permette, ci permette, di comunicare le idee in maniera diretta con il mondo esterno. Tutto questo ha una forte risonanza con il mio io da ragazzino, che si è sempre trovato a proprio agio a comunicare con la tecnologia, i primi forum, e-mail, cose del genere.

La comunicazione è il fulcro di tutto. Sono molto testardo su alcune cose, come la musica, dove non sento più niente e nessuno. Ma al di fuori di quei momenti ascolto e leggo le persone, sono su Discord. È fantastico far parte di questo mix di idee da cui trarre ispirazione. Questo è quello che ho sempre riconosciuto alla tecnologia, da quando ero ragazzino: la sua capacità di farmi sentire più vicino alle persone e alle idee da cui riesco a trarre ispirazione.


Filippo Rosati: E ti dà anche l’opportunità di condividere ciò che sai e che conosci. Mi ricordo quando hai tenuto un tour in bus per le università degli Stati Uniti. Non tutti gli artisti vogliono condividere quello che è il loro processo creativo e creare un rapporto con il pubblico. Ti fa molto onore.


Richie Hawtin: Quello che ho capito sin dal primo giorno con il nuovo server From Our Minds su Discord è che tutti sono molto aperti al confronto e alla condivisione, forse perché è una comunità più piccola e più protetta. Di conseguenza sono felicissimo di convididere anche io con loro e farmi delle belle chiacchierate. Discord mi ricorda gli albori della techno, di Plus 8, o gli intensi anni di Minus, quando c'era un bel gruppetto di gente pronta a fare bei discorsi, condividendo le loro idee e passioni.


Filippo Rosati: Ma passiamo ai tuoi progetti più recenti. Trovo interessante che la tua collaborazione con Endel, un progetto che a che fare con l’intelligenza artificiale, sia uscito dopo il tuo progetto “CLOSE”. Quest’ultimo progetto in particolare è frutto di spontaneità e improvvisazione, mentre l’intelligenza artificiale è una enorme statistica. Toglimi una curiosità: com’è stato convertire la spontaneità in numeri?


Richie Hawtin: Ero molto interessato all’intelligenza artificiale mentre lavoravo a CLOSE perché stavo cercando di capire come fosse possibile fornire il giusto quantitativo di dati per il machine learning, anche in termini di processo creativo. Prima di mettersi a suonare ci sono un mucchio di cose da prendere in considerazione. Quindi era un qualcosa che già bolliva in pentola ma, come nell’esempio di CLOSE, a volte sei troppo preso da qualcosa e devi assolutamente vedere come va a finire. Poi decidi di andare nella direzione opposta, di esplorare un approccio più sistematico e collaborare con un’intelligenza artificiale, come nel caso dell’app con Endel. Il motivo per cui questi due progetti, che sono molto distanti l’uno dall’altro, hanno senso per me è che sono solo due esempi di cosa è possibile fare con la tecnologia e di come noi umani ci inseriamo nella tecnologia che abbiamo creato. Stiamo costruendo tutti questi sistemi automatici, infatti in CLOSE non sarei potuto essere così spontaneo se non avessi avuto la tecnologia adatta per sincronizzare tutto quello che stava lavorando in background, in modo da potermi concentrare solo sulle percussioni e cose di questo tipo. Oltretutto, non è che suono io le percussioni, ci sono le macchine che pensano a tenere tutto a tempo. Qual è, quindi, la linea oltre la quale l’essere umano scompare dietro alle macchine che esso stesso ha programmato? Ci sono sempre state le persone pronte a dire “hey, questa non è musica, non sai suonare uno strumento.” riguardo la musica elettronica. Io voglio sempre smentirli e provare che puoi continuare a usare la tecnologia e implementarne sempre di nuova perché alla fine siamo noi umani a essere il fattore determinante.

Per esempio nella musica generativa e nell’arte generativa, le macchine riescono a tirar fuori qualcosa di incredibilmente bello. Ma alla fine della fiera, c’è sempre qualcuno che scrive l’algoritmo o che decide quale informazione va inserita o meno. Credo che sarà così anche in futuro. Ho letto parecchio riguardo le IA e cosa succederà quando ci sarà un’IA che si sveglierà e diventerà curiosa nei nostri confronti tanto quanto noi lo siamo nei loro. È un qualcosa che mi affascina da morire. La mia curiosità è molto più forte della mia paura e quindi continuerò a esplorare questo territorio. Preferirei essere il primo a intrattenere una conversazione con un’IA o a rendermi conto che forse siamo ci siamo spinti troppo in là, piuttosto che essere l’ultimo arrivato e rimanere all’oscuro di tutto.



Filippo Rosati:... e a tuo agio. Parliamo adesso di Pixelynx, la tua nuova società con Deadmau5. Come aiuta gli artisti a lavorare con la cryptoart?


Richie Hawtin: Uno dei motivi per cui sono entusiasta e convinto di cose come NFT e nella Extended Reality è perché so che molte persone che conosco e artisti emergenti sono interessati in questo campo, quindi voglio condividere con loro ciò che posso. Sto cercando infatti di raggiungere il maggior numero di persone possibile. Innanzitutto, fornire informazioni per insegnare come funziona. Questo dialogo mi porta, a mia volta, a imparare tante cose perché non conosco tutto. Credo che Pixelynx e il tipo di piattaforma che stiamo sviluppando con Joel (Deadmau5) nasca da due artisti molto diversi nel loro spettro musicale ma molto simili nel modo in cui usano la tecnologia e comunicano con le persone. Stiamo cercando di esplorare nuovi luoghi non appena compaiono, Joel ancora più di me. Vuole essere il primo a mettere piede ovunque. Non gli importa cosa c’è dietro quella porta, la aprirà e andrà a dare un’occhiata. Pixelynx vuole un po’ evangelizzare questa nuova tecnologia e far sì che le persone e gli artisti possano beneficiarne. Se buttandoci possiamo tirarne fuori qualcosa, forse molti altri lo faranno, specialmente nel mondo della musica, dove c’è tanto potenziale per quanto riguarda gli NFT e la tecnologia blockchain, specialmente per i diritti d’autore. La musica è così antica che credo che l’unico modo in cui gli artisti possano trovarsi in un mondo giusto e sicuro è far sì che adottino questa tecnologia da subito. Spesso mi trovo a guardare i vecchi umani ai margini e chiedo loro ‘perché ancora lo fai in quel modo?’. Il mondo della musica mi sembra un dinosauro che non vuole estinguersi. Si aggrappa con le unghie e con i denti ma prima o poi dovrà estinguersi. Forse ancora andava bene venti o trent’anni fa, ma non più. La tecnologia può rendere più democratica la musica e rendere la creatività più giusta ed equa.


Filippo Rosati: Davvero interessante e lungimirante! Cambiamo argomento, spostiamoci nella moda! Com’è iniziata la tua collaborazione con Raf Simons e che tipo di influenza ha la moda nella tua produzione musicale?


Richie Hawtin: La collaborazione con Prada è stata in gestazione per anni, non in maniera reale e concreta, ma da giovane musicista degli anni ‘90 seguivo il mondo della moda, le interviste e le pubblicità e cercavo di presentarmi visivamente ed esteticamente in un modo che corrispondesse al tipo di musica che facevo e alla mia visione del mondo. Prada è stato uno dei marchi con cui mi sono sentito subito a mio agio, quell’attenzione ai dettagli, quella linea piacevolmente affusolata; non c’è niente di frivolo o fuori posto. Mandiamo avanti di 15-20 anni e sono diventato amico di Raf Simons perché c’è un’affinità di sensibilità estetica, un amore da parte sua del Plastikman di Confused e dei miei primi dischi per F.U.S.E. Mi ha invitato a fare un live al Guggenheim, ha capito da subito che il mio cervello era interessato all’arte tanto quanto alla musica e mi ha detto ‘hey Rich, Plastikman dovrebbe suonare al Guggenheim’. Non tutti ci arrivano, ma Raf sì. Così, quando Raf ha iniziato a collaborare con Miuccia Prada, ero contentissimo per lui. Adun certo punto mi ha chiamato e mi ha chiesto ‘hey Rich, che ne pensi di fare musica per lo show?’. Ero sorpreso. Credo fosse un venerdì e mi fa ‘OK, parliamone lunedì. Hai il weekend per decidere ma se dici di sì, lo show sarà fra 3 settimane’. Ho detto subito a Raf ‘guarda, non mi serve il weekend, certo che dico di sì, ma parliamone comunque lunedì’.

Il motivo fondamentale della mia decisione era che Raf era venuto da me in qualità di fan. Io ero fan di Prada da una vita. Avevamo un’estetica molto simile. Non avevo visto la collezione, non sapevo cosa avrebbero fatto e non sapevo che musica avrei fatto. Ma eravamo tutti a un punto importante della nostra carriera. C’era anche tutto il discorso del Covid dove tutti noi eravamo consapevoli che sarebbe stato necessario un nuovo modo di presentare il tutto. Non c’erano più sfilate di moda, era il momento giusto per riunirci, avevamo in mente di lanciare la prima nuova collezione a settembre. Abbiamo iniziato a parlare di IA, futuri distopici e forme di vita sintetiche. Parlavamo di moda, tecnologia, musica. È stato emozionante, il tipo di progetto in cui vuoi trovarti. Spesso in questo mondo pensi ‘Voglio fare questo e lavorare con queste persone’ e spesso sei frustrato perché le cose non vanno in questo modo ma, quando poi succedono, magari tempo dopo, ti rendi conto che c’era tutta una serie di altri elementi che dovevano prender forma e comunicare con te e con gli altri. All’inizio questo rapporto con Prada, che sta continuando, doveva essere un bel momento dove tutti noi facevamo quel passo in più insieme. Poi ogni show è diventato una sfida e una ricerca, per vedere fino a che punto questo connubio può o dovrebbe arrivare.


continua a leggere nella versione cartacea:

https://www.t-magazine.it/product-page/t-mag-issue-9-videoteque



PLASTIKMAN WILL LIVE FOREVER

ENGLISH VERSION


Filippo Rosati: Starting from the beginning of your career. I was reading in some

of your interviews and your documentaries that Richie Hawtin the artist sort of grew up in

parallel with your brother, which was more into visual arts. So I'm interested to know

whether, and if so how, your career has been influenced by your brother visual art and

viceversa him been influenced by your music production.


Richie Hawtin: I have just released a collaborative NFT drop with my brother Matthew on Async Art. So it's kind of like there's always been a creative relationship with Matthew and I.

As a teenager, as I was getting into music, my brother already knew he was a painter from the very early age. So I was still kind

of experimenting, trying to figure out what was my passion. I remember seeing my

brother's paintings around our house, so there was always this visual medium. And

and maybe it's interesting to know that before I got into music, the other thing that

interested me was movies, cinematography, special effects. Actually, I was supposed to go

to Toronto, Canada, to actually go to school for visual effects and cinematography, but it

was just at the moment that music started to really grab me with early techno that I decided

to stay and focus on that area.


At the same time, Matthew was very much influenced by music as I was. So I think it

was just our upbringing, our household was always into music, art, technology, all these

things that you see in us. The other very, very important thing is that as soon as I

started my record label 'Plus 8' with John Acquaviva, it became very important to have a

very strong visual identity. The logo I designed for Plus 8 was a very strong black, red and

white color scheme. We were very conscious. In the 90s when you went to a record store,

before you heard any music, you made a choice on the records based on the visuals. I think

that the audio visual perspective and aesthetic was there from day one.


Filippo Rosati: That's really interesting! And what did attract you to minimalism,

since the beginning?


Richie Hawtin: It is definitely consistent and on that I would really have to give a

lot of respect and props to my brother for already experimenting in a very reductive type of

art and painting. Since the time I can remember, like I don't remember a time when my

brother was painting landscapes or anything like that, it was always, you know, he had

different phases, but they were always much more abstract than realism. So I think there

was inspiration from him. I think why I'm good at making music, performing and Doing is that I have a certain type of sensitivity to picking up on things,

feelings of people, situations. And I think that sensitivity also helps me understand and

appreciate this idea of minimalism, this idea of beauty, when there isn't so much to actually

perceive with your eyes or ears. You know, not everybody gets that. Not everybody can

understand that or see the beauty in the details. Sensitivity and awareness in our senses.


Filippo Rosati: Speaking of which, I think you were one of the first to bring your

parents to your performances.


Richie Hawtin: I always felt very supported by my parents. I'm a product of some of their decisions when I was a kid. And I'm a big product of my dad's love

for music and his love for technology. So to share what I do now and bring them to

performances is part of what you do with your family. You share what excites you, the ups

and the downs.


Filippo Rosati: Totally. To stay in the audiovisual realm, you collaborated with Ali

Demirel for over ten years. How have this collaboration started and how it evolved

throughout the years.


Richie Hawtin: I think it's around 20 years now that Ali and I have collaborated. Now I think

this is the anniversary because we're also working on an NFT collaboration right now.

Twenty years ago Ali simply just reached out. He sent me a DVD. He

had already done a video without knowing me of the track "Psych" from the Artefacts

album. It was just these bouncing balls hitting each other. I said, well he gets it. And from

that moment I met him in New York, we just became friends and audio visual collaborators.

At that time music and visuals were a little bit further apart just with the technologies that

you needed to do what you wanted. He really focused on that kind of analog way of

creating beautiful images. And we found a very perfect balance and marriage between

ideas and right at that moment when I met him, I was just starting to work on the

Plastikman live show for MUTEK, which was in Montreal in 2004. It was such a big project

that really brought all the people involved deeply together, because it was like six, eight

months, basically living and working together in the same house. Part of the time we were in

Berlin. Part of the time we were in Canada in my house. And it was basically me, Ali, and

another friend who's very important in my audiovisual universe, Jarrett Smith. He's one of

the chief designers of a software called Touch Designer. You know, when you meet like minded people who hear or see the same things as you do, especially in this kind of minimalism or sensitive world that I'm in, you really want to deepen that collaboration or hang out with those people and see where it goes.


Filippo Rosati: What I discovered a couple of days ago while I was prepping for

this interview, is that Ali Demirel is an architect. I didn’t know it but now seems obvious.

What attracts me to minimal techno is the layering of sounds; my mind tries to dissect every

layer and shape them like a 3D sculpture. I might say the element of sculpturing is very

present in your performances, so when I read that Ali Demirel is an architect and said ‘yeah,

that actually makes total sense now’.



Richie Hawtin: I think you're totally right. I think quite often when Ali and I are

talking about our collaborations or he's talking about his work or I'm talking about my work,

even though one is more visual, one is more sonic, we often talk about space and

dimension and art and architecture and I think the perfect example of that in my career -

which was very pivotal moment for the collaboration of Ali and Jarrett and I - was the

Plastikman live show of 2011, what we call the cage. It was not only about the visuals and the music, but it was about the architecture of the see-through panels that we were using

for that show. So you have visuals, you have sound, and it's how they manifest in reality or

in a location and in a physical sense, especially in a concert setting, that magnifies the

whole experience, the whole message that you're trying to make. I think that comes down

to the core of this interview: sound can make an impression by itself; visual can make an

impression by itself; architecture can make an incredible impression on you by itself. But

when you bring these things together or find shared aesthetics between these and connect

them, it can be incredibly powerful. And that's the connection point that has interested me

from the beginning! The kid who wanted to be a filmmaker, but whose brother was an artist, whose dad was a technology music freak…



Filippo Rosati: I like this aspect of showing your process and bringing the

audience with you. What would you like the audience to feel, when you play as Plastikman and as Richie Hawtin, since you separate them?



Richie Hawtin: That changes over time. But I think Plastikman is somehow more

hypnotic, more sensitive. I think it's just much more cerebral, much more brain induced and

hypnotic, whereas Hawtin its more physical, there is more interaction in the way it's

presented; I’m there on stage in front of the people. I think that's also even in the way I've

developed as a DJ. There's frequencies. There's multiple layers. It's thick.

You have these two personalities, and of course they go back and forth and meet in the

middle quite often. I really feel very fortunate that I can go back and forth and

experiment with both sides. That’s also for my audience; some of my supporters love both

parts and love going back and forth. Others are on either side and they're like ‘ok Rich,

come back and do some more Plastikman’ or ‘stop doing that hypnotics minimal stuff.

Come and kill us on the dance floor.’ I need both. At the moment with Covid everyone is forced to be introverted and on the metaverse. I'm very interested to go deeper into that universe, into this kind of virtual extended reality with Plastikman, because I think the further you go in there, the deeper you go inside.

Whereas Hawtin at the moment is been pushed to the side. I haven't done any streams,

because they didn't feel that that would actually come across on a screen. I make sense as

a DJ on stage with the people, with the right sound system, the right pressure, the feeling

between the people. So it felt like it was actually a good moment to step away from that

and go deep into the geekier introverted sign of Hawtin and Plastikman, which probably I

hadn't been spending enough time in. We're all in very different personal situations with

what's been going on in the last year. But for me, I found a lot of sanity being by myself with

my machines and really connecting to what makes me happy with making electronic music.


Filippo Rosati: That's wonderful. One of the questions that I always try to ask is

‘what's your relationship with the technology? Is it the technology that influences

Plastikman or is it you that leads the technology?



Richie Hawtin: I love tech. I love seeing what we can produce and make as humans and how that changes our lives or enables us to do things that seem pretty incredible. It's really inspiring for me. As a kid, I remember I was getting into video and film production and cinematography and that was totally driven by this new technology that was allowing personal computers to take video and add special effects. So, even before music, I was still so much inspired by what the technology enabled

me to do as a kid. And that just goes through, of course, to this day, like since last year

when I started doing research on virtual worlds, and looking at Unreal Engine, the boom of

NFTs. I just love the way that the tech allows me, or a group of people, to communicate their ideas so directly to the greater world. This

resonates with me as the kid who always felt comfortable communicating via technology,

via the early web, via early bulletin boards and free email and stuff like that.

At the end of the day it's about communicating. I have a very strong opinion about

certain things, like the music, so when I’m doing my thing I'm not listening to anybody. But

in between that, I'm listening a lot and I'm reading and watching the crowd, I'm reading the

discord. It’s super interesting to be part of that mix and see where you find inspiration, see

where you find new people to discuss and share ideas. That's what technology has done

for me since I was a teenager: bring me closer to the people and to the ideas that inspire

me.


Filippo Rosati: And gives you the chance to also share the knowledge, I guess. I

remember when you did the bus tour through the universities in the United States. Not all

the artists would like to share their process and engage with the audience. So I think this is very noble of you.


Richie Hawtin: What I've found since day one with the new From Our Minds server on the Discord platform is

that everybody feels very open to share, because it's a smaller and maybe somehow

more protected community. And thus I’m happy to share too and have those discussions.

Discord reminds me of what I loved about the early days of techno, or the early days of Plus

8, or the really intense years of Minus where there was a great gang of people who were

hanging out and communicating and sharing.


Filippo Rosati: So moving towards your latest projects, what I have found

interesting in your collaboration with Endel, in a project that involves artificial intelligence, is

that it came after your project “CLOSE”. All your project in general, and CLOSE in particular,

are all about spontaneity and improvisation, while artificial intelligence is statistics. So I’m

curious: how was it to convert spontaneity into numbers?


Richie Hawtin: I was very interested in artificial intelligence when I was

working on CLOSE because I was trying to get my head around how it is possible to feed

the right amount of data to machine learning, but not only the techniques but also my

process. You know, a lot of things happen before you get to the moment to perform. So, it

was definitely in my in my mind, but sometimes you go so far into one way of doing

something, like for instance with CLOSE, that you wanna go all the way down to see what

happens. And then you decide to go the opposite direction, and explore a systematic

approach to collaborate with an artificial intelligence, as in the app with Endel


And why both of those two projects, which are kind of far apart, make sense to me is that it's just

another exploration into what's possible with tech and where we as humans fit into that

tech that we built. We are building all these automated systems, like I couldn't be

spontaneous with CLOSE if I didn't have the sync technology to make sure everything was

running and so that I could focus on programming drums and things like that. And again,

it's not like I'm playing drums, I've got machines that are keeping all my sequences in time.

So, where is that line of where the human disappears, and it just becomes only about the

systems that you put in place? I still have this thing that when electronic music

was young and people were saying “hey, this is not music, you can't play an instrument.” I

think I'm always out to prove that you can keep using tech, you can add more and more

tech, because at the end we (humans) are still the important factor.

For instance in generative music or generative art, it’s incredible what a machine can spit

out how beautiful that can be. But at the end, there’s still somebody either writing the

algorithm or deciding what to feed or what not to feed into the machines. And I see that to

continue for the foreseeable future. I've been reading some things about AI and what

happens when there's this kind of awakening or singularity, and there's one idea that the AI

will be as curious about us as we are about them. So, that's where we're going, and I'm

very curious. My curiosity is more stronger than my fear. So it is an area to continue to

explore. I'd rather be the first in line to have a conversation with an AI or to be aware that

maybe we've gone too far, rather than be the last one in line and being ignorant to it.”


Filippo Rosati: …And comfortable with. Now. Let’s speak a bit about “Pixelynx”

your new company with Deadmaus. How would you help artists to engage with cryptoart?


Richie Hawtin: Yeah, I think that. I think one of the reasons that I'm involved and

excited and vocal about things like NFT and extended reality is because I know that a lot of

my peers and a lot of other up and coming artists are listening and are interested in this

field, so I want to share that. I want to actually try to on-board as many people as possible.

On one level, give them information and teach them. But also learn myself from this

conversations, because I don't know everything, and during the process I myself learn a lot.

I think Pixelynx and the kind of platform that we're developing with Joel (Deadmaus) is kind of two artists who are in different spectrums of music, pop and underground,

but are very similar in their use of technology to communicate with people and

we are both trying to explore places as soon as they appear; Joel even more so than me. He

wants to be the first into any spaces. He doesn't care what's behind the door, he’s going to

open it and go through and see what happens. Pixelynx is really there to hopefully

evangelize this new tech and to hopefully just bring people in and artists who can benefit

from it. Sometimes if we can prove by jumping in and doing something, then perhaps more

of the world will come into this world, especially the music world, which is where I see a lot

of potential upside in NFTs and the blockchain technology specifically for music rights and

management. The music industry is so archaic and old that the only way I think to make it safer and

fairer place for artists in the future is to get as many of the young artists coming up to adopt

this technology from the get go. Sometimes I look at the old humans in the corner and I’m

like ‘why are you still doing it that way?’. The music industry feels like dinosaurs sometimes

that don’t want to become extinct. They're holding on, but potentially it needs to become

extinct. It made sense decades ago, but not anymore. And if tech can do anything, it can

democratize and bring a more fair playing field for anyone who wants to be creative



Filippo Rosati: Very interesting and very visionary! Moving on to another topic.

Fashion! How is your collaboration with Raf Simons started and what sort of influence

fashion have in your music production?


Richie Hawtin: I think the collaboration with Prada was really something that was

in the works for years, not that anyone of us was aware of it, but as a kind of young

musician in the 90s who was coming to terms with fashion shoots and publicity and

interviews, I was looking for ways to present myself, visually and aesthetically, in a way that

I felt would correspond correctly to the music I was making and kind of to the way I was

seeing the world. Some of the first fashion that I was buying and feeling comfortable with

back then was Prada; just because of the beautiful streamlined silhouette and the attention

to details. It's like distilled and it just there's nothing frivolous or misplaced. So fast forward

15 or 20 years later, as I'd also become friends with Raf (Simons) because of shared

understanding of sensibilities of his design aesthetic, his love of Plastikman ‘Consumed’ and my early F.U.S.E.

records, his invitation to do a Plastikman show at Guggenheim, he

understood that my brain was as much interested and inspired by art as it was by music, so

he said ‘hey Rich, Plastikman should play at the Guggenheim’. Not everybody understands this,

but Raf did. So when Raf moved over to collaborate with Miuccia Prada, I was excited for

him. When the call came in and he said ‘hey Rich, what do you think about making music for the show?’ I was super surprised. I

think it was a Friday and he was like ‘OK, let's talk on Monday. You have the weekend to

decide; but if you say yes, the show is in three weeks’. I said to Raf that night ‘you know, I don’t really need the weekend, of course I’m going to say yes, but

let’s talk on Monday’. What was really, really important about that decision was that Raf was coming to me as a

fan of my music. I had been a long term fan of Prada. We were all talking about a very

similar aesthetic. I hadn't seen the collection, I didn't know exactly what they were going to

do. They didn't know what music I was going to do. But we all were at really important

points of our careers. We were also in this moment of Covid, where we somehow

knew that everything had to come together in a new way of presenting things; there were

no fashion shows at this time, so it was just the right moment for all of us to come together, and it

really was just an idea to do the first one in September. And as we started talking, we were talking about AI, dystopian futures and talking

about synthetic life forms. It was fashion, it was tech, it was music. It was exciting. It

was the type of project you want to find yourself in. I can only talk for myself, but in

creativity you are like ‘I want to do that, I want to work with those people’ and then

sometimes you get frustrated because the things don't happen, but when some of them do,

later on, you realize that there was a whole bunch of other things that needed to kind of fall

in line, not only with yourself, your understanding and your experience, but also with the

other people that maybe you want to communicate with. At the beginning of this Prada

relationship, which is continuing as we speak, it was just a beautiful moment where we all

felt comfortable to take a deeper step together. And then each one of the shows has been a

continuing challenge and a continuing exploration of how far this relationship can go or

should go.

continue reading inside the paper version:

https://www.t-magazine.it/product-page/t-mag-issue-9-videoteque


PLASTIKMAN WILL LIVE FOREVER