IN CONVERSATION WITH: Plastica

a cura di Patrizio Ferrari



Matilde Ferrari, meglio nota come Plastica, è una musicista e producer originaria di Verona, ma da qualche anno di base a Milano. Il suo è un suono che non può essere facilmente definito e infatti è lei stessa a sottolineare quanto parlare di generi musicali sia oggi riduttivo.

Il suo è un percorso in rapida ascesa e questo anche grazie alla facilità con cui Matilde riesce a sposare la sua estetica con mondi che sono solo all’apparenza lontani fra loro. Oltre alla passione che la lega alla musica, Plastica è l’esempio di come un approccio ricercato, fatto di impegno e studio, possa generare degli splendidi frutti. Ma l’impegno di Matilde non si ferma ai propri progetti personali: il vettore è infatti l’importanza di creare sempre nuove reti e di confrontarsi con figure diverse per arricchire il proprio bagaglio. Con la cantante Elasi, ha dato vita al collettivo POCHE con l’obiettivo di creare una rete di esempi e riferimenti che possano aiutare ragazze giovani ad approcciarsi al mondo della produzione musicale, purtroppo ancora troppo sbilanciato a favore degli uomini.

In questa chiacchierata, Matilde ripercorre alcune tappe importanti del suo percorso fin qui, dandoci uno spaccato di come in Italia, se si cerca bene, esistano delle realtà belle e importanti.

Ha anche parlato dei suoi progetti futuri che, siamo sicuri, continueranno a farci apprezzare Plastica come una delle producer più genuine e interessanti del panorama italiano.

Dove si colloca Plastica musicalmente?

Diciamo che mi colloco semplicemente come producer. Fino a qualche anno fa dicevo di produrre musica elettronica, ma adesso non è più così facile classificare i generi. Nella vita mi sono sempre affezionata a tanti generi diversi per cui mi sembra giusto generalizzare e dire che sono una producer senza andare nello specifico. Al di là dei gusti musicali, a livello pratico e tecnico mi piace spaziare.

Un assaggio della tua apertura ce l’hai dato durante il primo lockdown con la compilation 40ENA BEATS, dove andavi proprio a rivisitare dei grandi musicisti del passato.

Nonostante non fosse così scontato, il periodo della prima quarantena è stato molto produttivo per me. La cosa più bella è che ho conosciuto tantissime persone online. Ad esempio ho preso parte a un progetto con Radio Raheem, in collaborazione con l’inglese Reform Radio. Ho conosciuto un ragazzo italiano che vive a Manchester (Imaginary Part) e abbiamo fatto un pezzo insieme in un giorno. Questo per farti un esempio di cosa può nascere chiudendosi in casa solamente con gli strumenti che abbiamo a disposizione oggi. Invece 40ENA BEATS è nato in modo molto spontaneo. Quando c’è stata la notizia del lockdown sono tornata a casa dai miei in provincia di Verona. Ovviamente non ho portato tutto il mio studio. L’unica cosa che avevo, oltre al computer, era la libreria con la mia collezione di vinili mista a quella dei miei genitori. Così ho iniziato a pubblicare delle storie su Instagram in cui ogni giorno proponevo l’ascolto di uno di questi dischi e poi come lo utilizzavo a livello di campione, all’interno di un nuovo beat. Il risultato sono state delle particelle da 30 secondi l’una da cui poi è nata la compilation.

Quali strumenti utilizzi per produrre?

Ho usato diversi software in passato, ma poi mi sono affezionata ad Ableton Live e adesso produco con quello, affiancato da vari MIDI hardware. A livello di synth uso un Behringer Crave, una piccola macchina che mi serve per studiare il suono a livello modulare. Ho un microKORG con suoni un po’ più anni ’90 e ’00 e un minilogue che uso principalmente per arpeggi e suoni polifonici. Ho anche una chitarra e un basso con cui mi limito a fare piccoli riff, ma non sono né chitarrista né bassista.


Oltre al tuo progetto da solita come ti trovi a collaborare con altri artisti?

Adesso sto lavorando con Sugar Music Publishing per la parte editoriale. Lavoro come compositrice di musica più che di parole e produco vari artisti (che non provengono solo da Sugar Music). Sono molto aperta in questo senso. Per quanto riguarda il mio progetto personale ho fatto uscire più che altro collaborazioni e remix, l’idea più avanti è di mettere insieme più persone, influenze e contaminazioni: vorrei creare qualcosa incentrato su di me e sul sound che cerco di portare avanti, ma mi piace tanto collaborare con le altre persone e fondere vari mondi. Per me è sempre stato fondamentale riuscire a creare una rete di persone in continuo cambiamento, fondere le loro idee e i loro suoni.

Anche per Open Sound Academy hai dovuto confrontarti con tante figure diverse, che esperienza è stata?

È stata un’esperienza molto stimolante. Oltre ad aver fatto parte della giuria (con Mattia Barro “Splendore” e Marco “Foresta” di Ivreatronic, Alioscia Bisceglia dei Casino Royale e altri, ndr) abbiamo fuso le nostre visioni con i musicisti locali, specializzati in strumenti lucani, che abbiamo incontrato per la prima volta sul posto: Agostino Cortese (AgoTrance) e Alberico Larato. È stato strano e stupendo fondere questi due binari che potevano all’inizio sembrarci paralleli: la musica tradizionale e la musica elettronica. Il live è stato prima proposto in Basilicata a San Severino Lucano al Pollino Music Festival la scorsa estate e poi a Milano in occasione di Linecheck. La sfida è stata preparare il live la settimana prima, perché nessuno aveva idea di cosa stesse per succedere. Dopo una fase in studio di registrazione (a Bernalda) per affinare le fondamenta dello spettacolo e stilare un po’ di arrangiamenti, è seguita la parte di prove generali. Alla fine il risultato è stato emozionante per tutti e trasudava amicizia, collaborazione, fusione, sintonia.

Sempre parlando di reti, hai fondato insieme a Elasi il collettivo POCHE, che vuole far luce sulla disparità di genere nel mondo della musica. Qual è stata l’esigenza alla base?

Il collettivo è nato circa un anno fa da un’idea mia e di Elasi. Tutto è partito perchè, guardandoci attorno, ci siamo rese conto che di producer che emergono e riescono a spiccare in un certo tipo di panorama discografico ce ne sono veramente pochissime. Al contrario, in generale ne conosciamo tantissime che però spesso non arrivano poi a risultare nei crediti di brani “da classifica”, ad esempio. In questi anni quello del producer è un lavoro adibito all’uomo: non ci siamo opposte a questo, ma semplicemente interrogate: come mai è così? Le risposte non sono così immediate. Mi sono sempre ritrovata a lavorare in mezzo agli uomini, il che non è una cosa negativa, sia chiaro. Sono dell’idea che complicità e sinergie artistiche e lavorative possano nascere e crescere sia essendo una donna in mezzo a dieci uomini che viceversa. Dev’essere questo il vero obiettivo. Quindi, tornando alla risposta: abbiamo pensato che ci sono sicuramente ragazze con meno esperienza di noi che avrebbero solamente bisogno di un bel punto di riferimento, noi cerchiamo di ricoprire questo ruolo come possiamo, senza pretese. Secondo noi il problema è molto legato all’educazione e alla possibilità di chiedersi: “mi vedo in futuro a fare questo lavoro? Posso farlo? o, anche solo, so che esiste questo lavoro? Ci sono altre ragazze come me che si sono realizzate facendo questo”. Tante volte non ci si pone la domanda, invece sarebbe più giusto avere pari possibilità di scelta, emotivamente parlando.


Mancano delle realtà che permettano alle ragazze di avvicinarsi a questo mondo.

Mancano degli esempi. Se andiamo a vedere qualsiasi ambito discografico o classifica (in Italia ma anche all’estero, basti pensare alla categoria “Producer of The Year” dei Grammy Awards), le percentuali di producer donne sono molto basse. È un problema di punti di riferimento e di rappresentanze: durante quest’anno di attività ci siamo rese conto con piacere che la gente ci scrive, vuole sentirsi parte di questa realtà e farsi sentire, supportare ed essere supportata.

Come si traduce il vostro lavoro nel concreto?

Cerchiamo di renderci attive su più fronti. Siamo nate in un periodo un po’ difficile. L’idea è quella di organizzare eventi. Ad aprile partirà una residency al Tunnel di Milano in collaborazione con Caramello. L’idea è quella di chiamare varie producer, in questo caso dj, da tutta Italia a portare le loro idee. Sia io che Elasi siamo aperte a nuove possibilità.

L’obiettivo non è quello di emancipare le donne, ma piuttosto quello normalizzare alcune situazioni e alcuni punti di riferimento.

Negli ultimi anni viene data più attenzione all’argomento, ad esempio ci sono i festival che propongono line up miste o interamente al femminile. Se pensi all’Italia cosa manca per colmare il gap fra donne e uomini nella musica?

Su questo tema stiamo sicuramente osservando una grande attenzione da parte di tutti. Credo che il passo successivo sia quello, appunto, di normalizzare il tutto, anche se non sarà sicuramente una cosa facile. Diciamo che qualche seme si sta piantando intanto, in molti stiamo riflettendo sull’argomento e va bene così.

Al di là delle differenze di genere, oggi fare musica è estremamente più semplice che in passato. Pensi che sia semplice però voler fare di questa passione la propria professione?

Come per tutte le altre professioni ci sono delle difficoltà. Non è il lavoro più tosto al mondo, ad esempio rispetto a chi fa il medico o l’avvocato ci sono sicuramente delle responsabilità diverse. Diventa forse difficile volerlo poi fare seriamente e doversi confrontare con alcune realtà. Inoltre, a livello di strumentazione bisogna investire centinaia o migliaia di euro anche solo per un minimo set-up. Poi, forse il grande ostacolo che si incontra è quello di cercare una personale impronta e caratterizzazione a livello produttivo, perché le possibili influenze sono numerosissime e le idee facilmente realizzabili: con un iPhone puoi produrre un beat ovunque ti trovi, in pochi minuti. Quindi si può fare di tutto nel 2022, ma per farlo bene, specializzarsi e trovare un’identità musicale bisogna darsi tempo, studiare tecnicamente e soprattutto imparare a conoscersi. È importante cercare di capire che cosa ci viene meglio, ci piace di più o ci appassiona, anche a livello di sonorità e metodi.


Oltre alla producer, sei anche dj. Come prepari un tuo set? Ci sono dei dischi a cui non puoi rinunciare?

Non ci sono dischi a cui non posso rinunciare, cerco sempre di puntare alla ricerca e alla novità. Non ho limiti di genere a vado molto a periodi, come penso molti. Ad esempio in questi medi su Radio Raheem propongo una rassegna incentrata sulla Lo-Fi House, un genere molto lontano, nostalgico, sporco. È una corrente che va da una decina d’anni, grazie a gente come DJ BORING, Laurence Guy o Ross from Friends. Mi gasa questo modo malinconico e nostalgico su cui però si può ballare alla grande. Sto facendo una bella ricerca su quel genere, però in altri periodi facevo ad esempio elettronica, R&B, Dance o Techno, cercando sempre e comunque di raccontare una storia nel set, di creare un filone a livello sonoro.

Stai lavorando ad altri progetti per il futuro?

Ho da un po’ di tempo in programma un mio progetto personale, che potrà essere ad esempio un ep. Vorrei fondere tutte le mie varie sfaccettature e fare qualcosa sì di elettronico e strumentale, ma coinvolgendo anche altri cantanti e musicisti. Ci sono tanti artisti con cui ho collaborato negli ultimi anni che mi piacerebbe mettessero la loro firma e la loro impronta su un mio progetto che mi rappresenta. Pur avendo un piccolo “home studio” e passando qui la maggior parte del mio tempo, non sono una producer da cameretta: quando posso scegliere, scelgo sempre la condivisione.