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IN CONVERSATION WITH: PEARL RIVER SOUND

Updated: Apr 11

Tracciando il suo percorso tra le venature sonore della scena inglese, traendo linfa creativa dall'atmosfera braindance dei primi AFX, U-Ziq e Luke Vibert, Pearl River Sound si è minuziosamente costruito un proprio profilo negli ultimi anni con uscite su Meda Fury, Further Records, Seagrave, X-Kalay, Furthur Electronix e la italiana Delirio Recordings. Collocandosi come uno degli artisti più in grado di dare-aggiungere valore alla scena italiana. Nel tempo è riuscito a confezionare il suo personale e unico mix di suoni e influenze, incorporando tutto ciò che più ci affascina del suono inglese, facendo sì ballare-il-nostro-cervello, ma senza mai mettere in secondo piano acid e breaks, raccontandoci anche le sue forme di ambient e techno.


Con t-mag ci eravamo già incontrati a Roma, in occasione del panel "Storie di Silenzi”, curato dalla nostra redazione, ispirato dal documentario di Lisa Rovner "Sisters with Transistors" e avvenuto in occasione dell’uscita del numero X del magazine dedicato alla figura della donna nella musica. Pearl River Sound ne curò la colonna sonora con una playlist dedicata e oggi lo rincontriamo per celebrare insieme il suo ultimo album "THE AMEN EXPERIENCE" uscito su Adepta Editions e farci raccontare qualche segreto, nascosto tra un ingranaggio elettronico e l’altro. Ma ad essere del tutto sinceri, anche tra un battito del cuore e l’altro, perché ecco: in questa intervista di cose intime, ne sono state dette parecchie. Abbiamo avuto la possibilità di occupare per un tempo limitato quel piccolissimo spazio tra un battito e l’altro facendoci raccontare da Roberto quali sono alcuni dei suoi ricordi che ha voluto incidere per sempre su disco.



In una tua vecchia intervista ho letto questa frase, impossibile da non riportare a galla in questa occasione: “Ho un rapporto un po’ complicato con la musica, nel senso che tra me e lei non comando io ma lei.”. La trovo molto interessante, perché nella mia testa si è subito collegata a quella meravigliosa citazione di Mad Mike Banks “I’m nothing in compares to music”. Ti va di raccontarci meglio del tuo rapporto con la musica?

La tua citazione mi porta alla mente quella di Aleksi Perala ’I am merely the vessel’. La mia considerazione è molto più semplicistica e sinceramente ingenua però sì, rappresenta ancora perfettamente il mio rapporto con la musica. Non sono mai stato uno di quelli che tutti i mesi dell’anno si chiude in studio e fa musica. Invidio e stimo chi ci riesce, ma con me non funziona così purtroppo. So esattamente quando ho qualcosa da dire e quando no, ci sono momenti in cui non ho da offrire nulla di interessante, per cui mi limito a mangiare, bere, vivere, amare, lavorare senza fare nulla di veramente creativo. Ci sono invece momenti in cui divento insaziabile e ossessionato e faccio solo musica tutto il tempo, studio, ricerco, leggo tutto ciò che non so o che non ho mai provato su un determinato software o hardware che sia. Quando succede tutto questo so che potrebbe uscire qualcosa di buono. Però devo dire che, come per molti altri, per me la musica è una cura. Quando sono in quella fase in cui sento il bisogno di scrivere musica mi sento guarito e rinato: è una sensazione e uno stato a cui aspiro sempre e probabilmente restare in quella fase è sempre stato il mio più grande obiettivo.



Hai raccontato che cercavi "qualcosa che potesse rispecchiare al meglio te stesso e quello che sentivi, la tua solitudine e il tuo sentirti inadeguato al mondo". E' bello vedere come spesso la musica elettronica, sia riuscita a far sentire “accolti”, molti di noi che si sentivano fuori luogo ovunque. Secondo te, perché riesce a farlo?

Ho sempre cercato un modo alternativo per comunicare con gli altri (e forse con me stesso) e soprattutto un modo per esternare quello che sentivo che non fosse macchinoso e difficile come può essere alcune volte parlare. La musica ha questa magia, riesce a spiegarsi bene con poche note. Quella elettronica alcune volte ci riesce meglio perché è completamente libera da schemi e retaggi musicali che ci portiamo un po’ sulle spalle da troppo tempo. Questa libertà non è ovviamente solo legata ai generi, è anche frutto dell’evoluzione tecnologica. Mi riferisco ad esempio ai vincoli di durata che il 78 giri imponeva alle prime registrazioni su vinile e di quanto questo aspetto abbia influenzato la musica pop a venire. L’elettronica è libera da questi retaggi, più di qualunque altro genere. Questa libertà e la sua natura strumentale permettono a qualsiasi fruitore di viaggiare verso la propria destinazione: non c’è mai solo un’interpretazione e una lettura dello stesso brano. Proprio qualche giorno fa pensavo ascoltando l’ultimo disco di Rolando Simmons come il mio cervello sia abituato a cercare e trovare certi ricordi, determinati profumi e colori solo attraverso limitate sonorità. Devo un po’ perdermi dentro quello che ascolto e con la musica elettronica riesco a farlo in maniera abbastanza veloce. Allo stesso tempo per me è come una lente senza cui non potrei vedere certi dettagli.



Per un producer come te, immagino che mettersi dietro i giradischi non sia sempre una sfida facile. Eppure a Roma c’è qualcuno che è riuscito a guadagnarsi la tua fiducia (...e viceversa!), talmente tanto da dedicare loro un disco. Cosa ti ha colpito dei party AMEN, cosa li rende speciali per te?


Ho iniziato a fare il dj ancora prima di fare musica, intorno al 2010-11, con il mio migliore amico Alessandro. Abbiamo iniziato a collezionare dischi, a suonare a feste private di amici e poi a girare per tutta la Puglia, suonando in diversi locali, quindi quell’attitudine da ‘selector’ mi è rimasta dentro. Quando sono venuto a Roma non conoscevo nessuno, non avevo nessun tipo di contatto. Ricordo che un giorno, era probabilmente il 2015, mi sono imbattuto in un’intervista realizzata da un ragazzo di nome Mattia (che di lì a poco avrebbe fondato AMEN) a Grant Wilson-Claridge e i D’arcangelo. La cosa mi ha colpito perché era la prima persona a Roma che condivideva i miei stessi gusti. Gli ho scritto e mandato quello che facevo. Da lì è nato tutto. Ho suonato la prima volta per lui al Teatro Quirinetta. Ricordo benissimo Mattia, Enrico e Elisa (il cuore di Amen) a fine set. Mi guardavano con la faccia di chi pensa: ‘Ma questo da dove salta fuori?!’. Dopo quella serata siamo diventati molto amici. Sono delle persone fantastiche che ho avuto la fortuna di incontrare subito. Tutti noi condividiamo una certa estetica del suono che sicuramente è molto influenzata da quello che succedeva negli anni ’90 e i primi 2000, grazie a label come Rephlex. Per loro probabilmente è stato altrettanto bello incontrare una persona che poteva rappresentare quelle sonorità a Roma per i loro party.



Raccontaci un momento che ti ha veramente scaldato il cuore durante uno dei party AMEN.


Credo che il momento che ricordo con più gioia sia proprio la mia prima serata al teatro Quirinetta. Tra l’altro il mio unico set registrato ad AMEN :)



Ma anche uno dove hai pensato che sarebbe andato “tutto male”.


Quello dove ho pensato che tutto sarebbe andato male è di sicuro il Free Field Festival. Suonavo sempre per AMEN, vicino al Lago di Turano, una situazione molto ‘rave libero anni 90’. Inizio il mio set con un intro molto lungo di roba super sperimentale e a momenti mi linciano. Mattia interviene tempestivamente, bloccando una situazione che poteva degenerare. Per fortuna dopo il primo disco è filato tutto liscio!



Due punti fermi: la tua musica è senza tempo per chi sa ascoltare. La tua musica è fuori dal tempo, se contestualizzata qui in Italia. E' un bel contrasto, che ti rende prezioso per la scena italiana, ma che forse a volte, può portare anche a qualche riflessione. Come ti senti a spingere questo suono, in Italia? Le cose sono cambiate negli anni?


Grazie mille Giulia, sei troppo gentile. In realtà non so esattamente come un disco possa essere fuori dal tempo, quando quello che racconta è proprio il tempo. Se penso alla mia musica posso paragonarla benissimo a una vecchia foto. Io sono ossessionato dal tempo, guarderei foto tutto il giorno e questa cosa si riflette un sacco sulla mia musica, cerco di trattenere il tempo con piccole fotografie musicali, che tra 20, 30, 40 anni qualcuno magari troverà tra la polvere e la cosa mi fa sorridere. Non sei la prima a dirmi che la mia musica esce un po’ dalle coordinate temporali. Io non credo però sia qualcosa di voluto, credo sia legato al fatto che non suono quasi mai come qualcosa di nuovo e moderno. Cerco di essere il più genuino possibile, facendo anche degli errori e accettando le mie imperfezioni. Probabilmente essere sinceri quando fai musica ti regala questo ‘essere fuori del tempo’, che è una qualità che chiunque può avere. Accettare i propri limiti è un passo difficile ma ti offre la possibilità di forgiare un tuo suono, diverso da quello di chiunque altro. Ho letto un’intervista di Bogdan Raczynksi in cui dice di aver sempre fallito nel tentativo di ricreare il suono di qualcun altro, ma proprio attraverso quel fallimento è nato un suono nuovo, con cui è riuscito ad esprimere la propria personalità. Con me succede lo stesso.

In Italia ci sono sempre stati artisti incredibili e molto probabilmente le cose sono migliorate, grazie all’accessibilità di strumenti che 20-30 anni fa era impensabile possedere e maneggiare con cosi tanta semplicità. Io sono davvero orgoglioso di contribuire alla scena elettronica italiana sia come artista che come docente al Saint Louis dove negli anni ho incontrato ragazzi anche giovanissimi con talenti incredibili. Nonostante sia molto più giovane e inesperto, mi sento un po’ figlio della musica degli anni ’90, che ascolto da quando ho 17-18 anni. Tutto ciò che succedeva in tutta Italia ma specialmente a Roma con Lory, Anibaldi, Passarani e tanti altri secondo me è passato in consegna ad artisti che oggi rappresentano il relativo prolungamento di quelle sonorità. Solo per citarne alcuni Useless Idea, Caramel Chameleon, Kreggo, Uncrat, Herva, Koolmorf Widesen, AFM e tanti altri!



Qual è il tuo approccio alla produzione? Si basa sull'emozione che ti da lo strumento oppure su una ricerca più ben definita e strutturata?


Il mio approccio alla produzione è molto semplice e immediato. Renoise è quello che mi serve, il resto è superfluo. A seconda di quanto sono entusiasta in quel momento, decido se lavorare con hardware oppure no. Di solito non è lo strumento a ispirarmi ma la musica che ascolto, un artista, un pensiero, un ricordo che voglio fermare. Poi, la prima cosa che suona come voglio va più che bene, può essere un preset, o qualcosa su cui lavoro da un po’ di tempo, per me è indifferente. L’importante è che quel suono riesca a suscitare in me qualcosa che mi faccia dire ‘ok, è questo che cerco’. Non mi preoccupo troppo dell’aspetto tecnico, almeno non subito, cerco l’emozione e poi correggo. Di solito parto dal cuore del brano: un pad, un lead, una texture, un tema che faccia da àncora per tutto il resto. Quando va bene riesco a chiudere un brano anche in due giorni.



Il tuo debutto con Furthur Electronix è stato un album dedicato a tuo padre. All'interno di The White Dove pt.1 si sentono tristezza e perdita, ma allo stesso tempo non è privo di umorismo. Dentro non c'è solo tuo papà, ma anche tu con tutte le tue influenze - Techno, IDM, Breakbeat, Acid, Drum n Bass-. L'album parla di te che ti racconti a tuo padre, o è una lettera d'amore al vostro rapporto?


L’album The White Dove, è un manifesto d’amore a mio padre. Lui non ha mai davvero capito la musica che facevo, molto lontana da quello che ha sempre ascoltato. Nonostante ciò è il primo ad avermi insegnato qualcosa sulla musica senza saperlo. Da bambino ricordo che in auto picchiettava il suo dito sul volante a tempo di musica. Lo faceva in modo chirurgico, tenendo il tempo perfettamente. Mia madre mi ha detto che da piccolo avrebbe voluto studiare la batteria. Quindi poi, ho collegato tutto. Altra cosa che ricordo sono le prime cassette che mi faceva ascoltare nella sua Golf bianca. Di una in particolare ho ancora in mente l’immagine: cinque ragazzi seduti a bordo piscina. Erano i Dik Dik nel 1988. C’era una sorta di nostalgia in quei brani, che mi porto dentro. Tornando all’album è qualcosa che ho voluto scrivere per ricordarlo. È triste, ho pianto tante volte ascoltandolo, ma allo stesso tempo, come dicevi, si sente un pizzico di umorismo che era un tratto inconfondibile del suo carattere introverso ma divertente e ironico. L’album è un modo un po’ egoista per dire a tutti che è esistito un uomo che si chiama Antonio Semeraro che era una persona unica e ci sarà per sempre un disco a ricordarlo.





ENGLISH VERSION


Drawing his route through the sonic veins of the UK music scene, taking creative sap from the braindance atmosphere of early AFX, U-Ziq and Luke Vibert, Pearl River Sound has carefully built his own profile in recent years with releases on Meda Fury, Further Records, Seagrave, X-Kalay, Furthur Electronix and Italy's Delirio Recordings. Positioning himself as one of the artists most able to give-add value to the Italian scene. Over time he has succeeded in crafting his personal and unique mix of sounds and influences, incorporating everything that charms us most about the English sound, making us dance-our-brains, but without ever putting acid and breaks on the back burner, also telling us about his ambient and techno forms.


With t-mag, we had already met in Rome, on the occasion of the panel "Storie di Silenzi", curated by our editorial staff, inspired by Lisa Rovner's documentary "Sisters with Transistors" and which took place on for the issue X of the magazine dedicated to the figure of women in music. Pearl River Sound took care of the soundtrack with a dedicated playlist and today we meet him again to celebrate together his latest album "THE AMEN EXPERIENCE" and let him tell us some secrets, hidden between one electronic gear and another. But to be completely honest, even between one heartbeat and the next, because hey: in this interview, quite a few intimate things were said. We had the opportunity to spend a limited amount of time in that very small space between one heartbeat and the next, having Roberto tell us about some of his memories that he wanted to capture on a record forever.



In an old interview of yours I read this sentence, which is impossible not to bring up: 'I have a somewhat complicated relationship with music, in the sense that between me and it, I don't command it but it does'. I found it very interesting, because in my head it immediately linked up with that wonderful Mad Mike Banks quote 'I'm nothing in compares to music'. Would you like to tell us more about your relationship with music?

Your quote brings to my mind the one by Aleksi Perala "I am merely the vessel". My point is much more simplistic and sincerely naive but yes, it still perfectly represents my relationship with music. I have never been one of those who every month of the year locks himself in the studio and makes music. I envy and respect those who manage to do that, but it doesn't work that way with me unfortunately. I know exactly when I have something to say and when I don't, there are times when I have nothing interesting to offer, so I just eat, drink, live, love, work without doing anything really creative. On the other hand, there are times when I become insatiable and obsessed and just make music all the time, study, research, read everything I don't know or have never tried on a particular software or hardware. When all this happens I know that something good might come out of it.

But I have to say that, like for many others, for me music is a cure. When I'm in that phase where I feel the need to write music I feel healed and reborn: it's a feeling and state I always aspire to and probably staying in that phase has always been my biggest goal.



You said that you were looking for 'something that could best reflect myself and what I was feeling, my loneliness and feeling inadequate in the world'. It's nice to see how electronic music has often managed to make many of us who felt out of place everywhere feel 'welcomed'. Why do you think it is able to do this?


I've always been looking for an alternative way to communicate with others (and perhaps with myself) and especially a way to externally express what I felt that wasn't cumbersome and difficult as talking can sometimes be. Music has this magic, it can explain itself beautifully with just a few notes. Electronic music sometimes succeeds better because it is completely free from the musical patterns and legacies that we have been carrying around on our shoulders for too long. This freedom is obviously not only related to genres, it's also the result of technological evolution. I am referring, for example, to the duration constraints that the 78 rpm imposed on the first vinyl recordings and how much this has influenced pop music to come. Electronic music is free of these legacies, more so than any other genre. This freedom and its instrumental nature allow any listener to travel to their own destination: there is never just one interpretation and reading of the same track. Just a few days ago I was thinking while listening to Rolando Simmons' latest record how my brain is used to searching and finding certain memories, certain scents and colours only through limited sounds. I have to kind of lose myself in what I'm listening to, and with electronic music I can do that quite quickly. At the same time, for me it is like a lens without which I cannot see certain details.



For a producer like you, I imagine that getting behind the turntables is not always easy. Yet there is someone in Rome who managed to earn your trust (...and vice versa!), so much so that you dedicated a record to him. What struck you about the AMEN parties?


I started DJing even before making music, around 2010-11, with my best friend Alessandro. We started collecting records, playing at friends' private parties and then touring all over Puglia, playing in different clubs, so that 'selector' attitude stayed with me. When I came to Rome I didn't know anyone, I didn't have any kind of contact. I remember that one day, it was probably 2015, I came across an interview done by a guy called Mattia (who would soon found AMEN) with Grant Wilson-Claridge and the D'arcangelo. It struck me because he was the first person in Rome who shared my tastes. I wrote to him and sent him what I was doing. Everything was born from there. I played the first time for him at the Quirinetta Theatre. I remember very well Mattia, Enrico and Elisa (the heart of Amen) at the end of the set. They looked at me with the face of someone who thinks: 'But where did this come from?!'. After that evening we became very close friends. They are great people who I was lucky enough to meet straight away. We all share a certain aesthetic of sound that is definitely very influenced by what was going on in the 90s and early 2000s, thanks to labels like Rephlex. For them it was probably just as good to meet someone who could represent those sounds in Rome for their parties.



Tell us about a moment that really warmed your heart during one of the AMEN parties. I think the moment I remember with most happiness is actually my first gig at the Quirinetta theatre. And by the way, my only recorded set at AMEN. :)


But also one where you thought it would 'all go wrong’.


The one where I thought everything would go wrong was definitely the Free Field Festival. I was always playing for AMEN, near Lake Turano, a very 'free rave 90s' situation. I start my set with a very long intro of super experimental stuff and almost get kicked off.

Mattia intervened promptly, stopping a situation that could have degenerated. Luckily, after the first disc everything went smoothly!

Two fixed points: your music is timeless for those who know how to listen. Your music is timeless when contextualised here in Italy. It's a nice contrast, which makes you valuable to the Italian scene, but perhaps also leads to some reflection at times. How do you feel pushing this sound in Italy? Have things changed over the years?


Thank you very much Giulia (the interviewer, ed), you are too kind. Actually, I don't know exactly how a record can be out of time, when what it tells about is time itself. When I think of my music, I can compare it very nicely to an old photo. I'm obsessed with time, I would look at photos all day long and this reflects a lot on my music, I try to hold time with little musical photographs, which in 20, 30, 40 years time someone might find in the dust and it makes me smile. You're not the first to tell me that my music gets a bit out of time coordinates. I don't think it's something intentional though, I think it's related to the fact that I hardly ever play as something new and modern. I try to be as genuine as possible, even making mistakes and accepting my imperfections. Probably being sincere when making music gives you this 'being out of time', which is a quality anyone can have. Accepting your limits is a difficult step but it gives you the chance to forge your own sound, different from anyone else's. I read an interview with Bogdan Raczynksi in which he said that he always failed in trying to recreate someone else's sound, but it was through that failure that a new sound was born, with which he was able to express his own personality. The same happens with me.

In Italy there have always been incredible artists and most probably things have improved, thanks to the accessibility of instruments that 20-30 years ago were unthinkable to own and handle so easily. I am really proud to contribute to the Italian electronic scene both as an artist and as a teacher at Saint Louis, where over the years I have met even very young guys with incredible talents. Despite being much younger and inexperienced, I feel a bit like a child of the music of the 90s, which I have been listening to since I was 17-18 years old. Everything that was happening all over Italy but especially in Rome with Lory, Anibaldi, Passarani and so many others in my opinion has been handed over to artists who today represent the relative extension of those sounds. Just to name a few Useless Idea, Caramel Chameleon, Kreggo, Uncrat, Herva, Koolmorf Widesen, AFM and many others!


What is your approach to production? Is it based on the emotion the instrument gives you or on a more well-defined and structured research?


My approach to production is very simple and straightforward. Renoise is what I need, the rest is superfluous. Depending on how enthusiastic I am at the time, I decide whether to work with hardware or not. Usually it's not the instrument that inspires me but the music I listen to, an artist, a thought, a memory I want to stop. Then, the first thing that sounds the way I want is more than fine, it can be a preset, or something I've been working on for a while, for me it's indifferent. The important thing is that that sound manages to arouse something in me that makes me say 'OK, that's what I'm looking for'. I don't worry too much about the technical aspect, at least not right away, I look for the emotion and then I correct. I usually start from the heart of the track: a pad, a lead, a texture, a theme that acts as an anchor for everything else. When it goes well, I can close a track in two days.


Your debut on Furthur Electronix was an album dedicated to your father. Within The White Dove pt.1 you feel sadness and loss, but at the same time it is not without humour. Inside there is not only your dad, but also you with all your influences - Techno, IDM, Breakbeat, Acid, Drum n Bass -. Is the album about you telling about yourself to your father, or is it a love letter to your relationship?


The album The White Dove, is a manifesto of love to my father. He never really understood the music I was making, very far from what he always listened to. In spite of that, he is the first one who taught me something about music without knowing it. As a child I remember him tapping his finger on the steering wheel in the car in time to the music. He would do it surgically, keeping time perfectly. My mother told me that he wanted to study drums as a child. So I then connected everything. Another thing I remember are the first cassettes he played me in his white Golf. Of one in particular I still have the image in my mind, five guys sitting by the pool. It was Dik Dik in 1988. There was a kind of nostalgia in those songs, which I still carry with me. Coming back to the album is something I wanted to write to remember him by. It's sad, I cried many times listening to it, but at the same time, as you said, you can hear a hint of humour that was an unmistakable trait of his introverted but funny and ironic character. The album is a slightly selfish way of telling everyone that there was a man called Antonio Semeraro who was a unique person and there will always be a record to remember him by.




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