IN CONVERSATION WITH MARIA ABRAMENKO

di Roberta Gigliotti


La figura della donna nell'arte contemporanea. Abbiamo fatto due chiacchiere con la curatrice Maria Abramenko. Abbiamo parlato di arte, musica di come essi facciano parte di un'unica matrice. Di quanto sia difficile essere donna in determinati ambiti ed avere successo. Di alcuni retaggi culturali duri a morire. Della "factory" che vorrebbe creare e della sua passione per la sound art.




ROBERTA GIGLIOTTI Parlaci del tuo ruolo di curatrice. Chi sei, il tuo percorso.


MARIA ABRAMENKO Mi sono laureata in restauro a Firenze e sono specializzata in restauro di sculture ed affreschi. Ho lavorato per otto anni a Firenze. Dopodichè ho conosciuto questo mio carissimo amico che aveva una galleria di arte & designer. Qui mi ha coinvolto ed abbiamo fatto un percorso molto breve insieme. In seguito ho ricevuto una proposta del collettivo Duskmann, dove erano uniti Daniele Cavalli e Edoardo Dio-

nea Cicconi per un progetto che mi hanno chiesto di curare. Dopo una serie di dubbi, ho accettato la loro proposta e siamo andati insieme a Palermo. Qui siamo rimasti sei mesi e durante Manifesta abbiamo creato la mostra, tre anni fa, in una chiesa abbandonata. Questa chiesa era rimasta chiusa quarant’anni e qui abbiamo portato questo progetto che era una specie di pinhole. Abbiamo creato un muro con tre finestrini ottagonali, da cui potevi vedere la mostra buttando una monetina e così la chiesa si illuminava all’interno. L’installazione durava trenta secondi e quello che abbiamo guadagnato con queste monetine l’abbiamo dato in beneficienza. E’ stata un’esperienza molto forte. Subito dopo mi sono trasferita a Milano e poi sono andata a Londra per un master al college Royal Albert Hall. Master che mi è servito a definire meglio la mia figura professionale. Avevo già curato parecchie mostre, da Manifesta alla Biennale di Venezia e varie mostre a Milano.


RG Qual è la tua visione nel panorama dell’arte contemporanea?


MA Panorama proiettato al futuro, con uno stile di riferimento ben delineato. Ho capito che vorrei cercare di creare un movimento intero legato all’arte e a qualsiasi cosa riguardi la creatività conil mio mood e il mood delle persone che mi circondano e che sono simili (se non uguali) a me.

Vorrei portare avanti questa cosa, unendo tutti i nostri mondi. Creando un linguaggio proprio che

adesso, secondo me, manca. Vorrei unire: moda,musica e tutta la gente che ha una visione particolare. Le persone non sempre sfruttano tutta la loro creatività. Io credo che il ruolo di curatore sia fondamentale non per convincere le persone a fare arte, ma per spiegare il talento degli artisti. Oggi come oggi, dopo la pandemia, dopo quello che è successo, non c’è più una definizione precisa delle cose. Non importa più se uno è un fotografo, uno stilista o un musicista; perché l’arte è tutto.

Non ci sono più limiti alla creatività!


RES.IN #2 a Milano, installazione di Edoardo Dionea Cicconi "untitled 0000", a cura di Maria Abramenko, foto di Fabrizio Milazzo



RG Uno dei tuoi ultimi lavori, come curatrice, riguarda RES.IN #2 (Palermo e Milano). Vuoi parlarci meglio di questa esperienza?


MA Tutto è iniziato quando sono stata scelta per curare la prima edizione di Palermo Art Weekend, è stato un progetto abbasta impegnativo, molto grosso. Dovevo gestire, su per giù, dieci mostre in tre giorni ed una era RES.IN #2. Ho curato anche RES.IN #1, scrivendo il testo critico. RES.IN è un percorso che stiamo facendo con Edoardo. Quello che Edoardo vuole fare è portare la Sicilia nel Mondo ed il Mondo in Sicilia. Lui è innamorato di Palermo, adora il flusso creativo di questa città tant’è che ha il suo studio lì.


RG Questa collaborazione con RES.IN continuerà?


MA Assolutamente si! È un progetto ideato da Edoardo Dionea Cicconi ed io gli do tutto il mio appoggio, perché lavoriamo da tanti anni insieme ed anche molto bene. Io ed Edoardo abbiamo creato una specie di tendenza insieme, proprio come una cosa unica e molto bella. Siamo diventati quasi un unico corpo e la gente percepisce molto bene questa cosa. Abbiamo creato l’equilibrio perfetto.


in foto Edoardo Dionea Cicconi, Alban Adam e Jordan Hemingway, foto di Gabriele Alongi


RG Nel tuo ultimo lavoro (RES.IN) abbiamo visto coinvolti vari artisti differenti tra loro e che utilizzano diversi media, ma sono connessi dallo stesso background di vita. Seppur nella diversità, come si viene a creare questa connessione?


MA È molto ovvio perché ci sono cose non scritte, non dette tra di noi, però (come dicevo pri-

ma) siamo completamente uguali. Anche se, per esempio, Floria è un po' più grande di noi, viene da un’altra generazione ed ha lavorato con i nostri miti, - ha lavorato con Bowie, Marilyn Manson, che sono un po' i miti con cui siamo cresciuti – lei è una di noi, il suo approccio alla vita è come il nostro. Scrivendo il testo per questo progetto, non volevo parlare di queste cose perché le davo quasi per scontate. Non per tutti, ma per noi sono

cose scritte tra le righe. Diciamo che la connessione si crea in modo naturale. Non importa cosa fanno o con quali mezzi si esprimono, ma l’importante è arrivare ad una unicità.


RG Sempre a Scalo Lambrate c’è stato SAMLOCK di Cadogan, curata da te e da Freddie Burness. Raccontaci questo tuo lavoro curatoriale.


MA Con Freddie ci siamo conosciuti l’anno scorso con il progetto che ho fatto durante il lockdown,

sempre con Sam, per Cardi gallery a Londra. Freddie è un gallerista giovane che ha un sacco di idee molto innovative. La sua galleria prima era un po' più tradizionale, adesso ha cambiato abito.


Ci siamo trovati perché abbiamo gusti completamente uguali, viaggiamo in modo parallelo. Nel mondo dell’arte, siamo entrambi, molto minimal.

Ci piace la stessa estetica, ci siamo trovati subito. Volevamo mostrare questa pittura in un posto “meno adatto”; cioè volevamo una location più urban. Non una casa di un collezionista, ma uno spazio industriale e Scalo Lambrate ci è sembrato ideale per dare una luce diversa a questa pittura.

La location fa molto, ovviamente incide anche l’allestimento.


RES.IN #2 a Milano, installazione di Alban Adam e Jordan Hemingway "Withstand the Fall of Time", a cura di Maria Abramenko, foto di Fabrizio Milazzo



RG Hai altri progetti futuri che ti riporteranno in Italia?


MA Purtroppo sono cose di cui ancora non posso parlare, perché sono top secret. Farò parte di un progetto molto grosso, dove lavorerò con un’artista che ammiro tantissimo. Si svolgerà a Napoli.

Posso dire che, tutto ciò, accadrà tra poco!


RG Essere una donna “in questo mondo”, per te rappresenta (o ha rappresentato) un problema o un

vantaggio?


MA Entrambi! Il mondo dell’arte, come il mondo della moda (che è il mondo da cui provengo, fa-

cevo la modella prima) sono dei mondi in cui si, ho vissuto alcune tensioni. A volte si confonde la

sfera professionale con quella privata. Bisogna essere brave a scindere le due cose. Se non sei

una donna forte, con un bel carattere finisci per farti trascinare in situazioni spiacevoli. Tu DONNA

devi sapere (esattamente) cosa dire, come comportarti per districarti in questi mondi. Purtroppo

funziona così, è difficile poter cambiare determinati retaggi culturali. Non sono una di quelle per-

sone fiduciose, neanche pessimiste, però realiste.


Ecco, da persona realista ti dico che non è che da domani tutto cambierà. Purtroppo così è! Og-

gigiorno l’approccio è ancora molto maschilista e superficiale. Non dico nero o bianco, ma la mag-

gior parte dei galleristi affermati e dei collezionisti sono sempre uomini. La donna deve lottare il dop-

pio per ottenere successo.


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