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In Conversation With: Luigi Tozzi

Compositore di musica techno sperimentale, Luigi Tozzi (Roma, 1988) è un musicista alla costante ricerca di soundscapes che lancino all’ascoltatore un impulso creativo. A partire dal 2014, alternando la sua attività di dj con la produzione dei tre album Deep Blue, Deep Blue vol. II e Deep Blue vol.III, l’artista si è configurato sulla scena internazionale come un autore dalla visione chiara e coerente del suo concetto di suono. Ipnotica, ossessiva, dai bassi preponderanti, talvolta virata sull’ambient e sull’elettronica, la sua musica non abbandona mai la struttura techno ma non si esime dall’esplorare altri generi. Come d’altronde il concept della sua ricerca, dove sono centrali i temi del viaggio, della scoperta e delle profondità degli abissi e dello spazio.



Qual è stato il tuo primo incontro con la musica? Come ti ci relazioni?


Ho sempre avuto la passione per la musica elettronica. Non avevo minimamente alcuna aspettativa di farne un lavoro. Ricordo che quando ero piccolissimo ascoltavo la musica di Jeff Mills, a casa di uno dei miei migliori amici. In particolare, ascoltavo un certo tipo di elettronica, ancora legata a quello che faccio io. In generale, ho sempre avuto un rapporto diretto con la creatività, in particolare con la scrittura e il cinema. Come attitudine, mi piace mettere le mani sulle cose, cercarne un’identità, non riesco a fruire delle cose in modo passivo.


Come è avvenuto il passaggio da passione a lavoro?


Mi sono rotto un ginocchio e, al posto di rintronarmi di giochi elettronici, ho deciso di mettermi in gioco con una cosa creativa, di farlo completamente da autodidatta, usando Ableton. Pochi mesi dopo, è uscito Myrmidon, il mio primo disco, con l’etichetta olandese Dynamic Reflection (nel 2014 ndr). Mi ci sono messo a lavorare in modo istintivo, e con molto impegno.


Quali erano i luoghi dove ascoltavi musica e che hanno concorso alla tua formazione come musicista e dj?


Uno dei miei locali di riferimento a Roma è stato il Brancaleone in primis, dove ho seguito i live di Jeff Mills e Donato Dozzy. Il mio gusto si è sviluppato in fretta anche perché ho avuto la fortuna di ascoltare live di un certo tipo. Un altro locale per me importante è stato il Goa. Oltre a Roma, anche Berlino ha avuto un forte impatto su di me, in quanto allo spirito che c’è nei locali.


Quali sono stati gli eventi techno più importanti del tuo percorso, sia come artista che come fruitore?


Una data nel marzo 2016 a Tokyo, dove ho notato che c’era una fanbase molto ampia per il nostro genere. Un’altra esperienza indimenticabile è stata frequentare il The Block di Tel Aviv, sfortunatamente ora chiuso. Al The Block mi è capitato di suonare non come main guest in serate da circa tre, quattro, cinquecento persone ma di mettermi a suonare, in occasione dei festival che si tenevano lì, nella stessa line up di Recondite, Richie Hatwin, e altri. Queste esperienze mi hanno fatto sentire parte di una scena più ampia della deep techno.



Da dove nasce concettualmente quella parte della tua produzione artistica ispirata a figure mitologiche, ovvero EP come Manticora (2017) ed Ecate (2018)?


Quel versante della mia produzione è frutto dell’incontro con Dino Sabatini. Ho collaborato con lui dopo aver assorbito il concept della sua etichetta Outis Music, comprendendo cosa c’era dietro alla sua idea di musica, in merito alla sua passione per Ulisse e per la mitologia greca in senso lato. Da qui parte la tematica epica di alcuni miei EP, metafore della scoperta e del viaggio.


In Binary Sunset (2017) è invece presente un’altra tematica: lo spazio e le battaglie galattiche…


Esatto, in quegli EP esprimo la mia ammirazione per il mondo di Star Wars, letto sempre in chiave epica, come narrazione di paure, fantasmi e tramonto delle civiltà.


Per quanto riguarda invece il concept della trilogia di Deep Blue (2014 – 2021)?


Per gli album prodotti dall’etichetta svedese Hypnus, riguardano tutti la mia passione per gli abissi marini e per le immersioni in apnea. Ho provato a raccontare con la musica quello che per me è un discorso molto caro, tentando di stimolare un ascolto creativo, un paesaggio sonoro nel quale chi ascolta può immergersi, navigando nelle profondità di sé stesso.



Come si traduce in musica la sensazione di essere in apnea?


Per quanto riguarda il sound design, si concretizza con il ricreare letteralmente un certo tipo di suoni che ti fanno sentire avvolto dall’acqua, e ti danno proprio quella specifica impressione di immersione, sensazione alla quale, da apneista, sono abituato. Iniziando da questo racconto letterale, pian piano inizio ad entrare in una mia dimensione interiore, quella più importante perché genera l’anima del disco. Ogni album è parte del mio percorso, ma in generale, mi sono reso conto che questo discorso dell’acqua e dell’apnea a me piace e mi interessa moltissimo perché ci vado a ricercare musicalmente, soprattutto negli album, uno stile lento a svilupparsi, soffice, accogliente, incisivo ma mai abrasivo. Questo universo sonoro accogliente mi rimanda a un ambiente intrauterino, partendo da un’idea astratta e da uno discorso interiore, insieme. La visione di Hypnus mi ha coadiuvato in tal senso, nel creare un soundscape dove la musica rappresenti l’aria dell’apneista. Mi interessa la dimensione intrauterina, adoro stare sott’acqua, come fosse una terapia. Il racconto letterale dell’ambiente è quello che prediligo, un ambiente primordiale, tranquillo che faccia star bene. In questi album sono riuscito in certi pezzi a fare solo ambient o techno molto morbida. L’ultimo Deep Blue ha due pezzi ambient e otto tracce deep techno. Ciò avviene anche nel mio ultimo singolo, Phantom Deep Blue, prodotto per una linea di amplificatori, la Devialet.


Come ti rapporti al binomio uomo/macchina?


Trovo che sia un discorso del quale non c’è ormai più nulla da preoccuparsi. I programmi software non impediscono alla creatività di manifestarsi, bisogna interagirci, lavorare con sequenze e randomizzatori, metterci insomma le mani in pasta. La techno si è sempre basata positivamente sulla tecnologia e sul suo avanzamento. Si può tenere viva la propria creatività anche cedendo un pezzo alla macchina. Non ci si può attaccare a vecchi strumenti solo per paura di scoprirne di nuovi, bisogna affrontarli.


Gli EP più prettamente minimal techno come Tender is the night (2019) come sono composti? Cosa rappresenta per te il minimalismo?


In lavori come Tender is the night ho un approccio più tecnico e meno concettuale a livello di storytelling rispetto ai lavori che faccio per Hypnus. In merito al minimalismo, per me è sempre venuto naturale non riempire troppo lo spazio sonoro. Nell’ipnotismo, nell’essere ripetitivi e nel progredire non aggiungendo troppo, nel non creare tensione nei suoni e procedendo per modulazione degli stessi elementi – in un approccio non massimalista - si può innescare un ascolto creativo, nel senso che puoi immaginare cose. Io sono da sempre abituato a farlo con musica estremamente minimale. Il mio riferimento principale è Richie Hatwin, in particolare il disco Concept One.



Quali sono i tuoi progetti futuri?


Il 24 febbraio è uscito il nuovo disco, Spiral, per l’etichetta Non Series, sono al quarto EP con loro. In Spiral ho un approccio più minimale, è un disco che suono nei live da un anno. In generale, dopo la pandemia mi sono concentrato solo sui live e sul lavoro in studio, non più sui dj set, e ho lavorato su spezzoni, suoni e linee di synth. Il prossimo disco è prodotto da un’etichetta di Roma, la Mental Modern. Ho un paio di collaborazioni in dirittura di arrivo.


Chiudiamo con il cinema. Cosa ami guardare?


I miei registi di riferimento John Ford, Steven Spielberg, Alfred Hitchcok e Sergio Leone. Apprezzo anche Nicholas Refn, ma talvolta lo trovo fine a sé stesso, tranne che per la trilogia di Pusher, dove l’atmosfera era meno imbellettata.



ENGLISH VERSION


Composer of experimental techno music, Luigi Tozzi (Rome, 1988) is a musician in constant search of soundscapes that launch a creative impulse to the listener. Starting in 2014, alternating his DJ activity with the production of the three albums Deep Blue, Deep Blue vol. II and Deep Blue vol. III, the artist has configured himself on the international scene as an author with a clear and coherent vision of his concept of sound. Hypnotic, haunting, with preponderant bass, sometimes veering into ambient and electronic, his music never abandons the techno structure but does not shy away from exploring other genres. As indeed is the concept of his research, where the themes of travel, discovery and the depths of the abyss and space are central.




What was your first encounter with music? How do you relate to it?


I have always had a passion for electronic music. I didn't have any expectations at all to make a career out of it. I remember listening to the music of Jeff Mills when I was very young, at the house of one of my best friends. In particular, I was listening to a certain kind of electronica, still related to what I do. In general, I've always had a direct relationship with creativity, particularly writing and film. As an attitude, I like to put my hands on things, look for an identity, I can't enjoy things passively.


How did the transition from passion to work happen?


I broke my knee, and instead of reeling in electronic games, I decided to get involved with a creative thing, to do it completely self-taught, using Ableton. A few months later, Myrmidon, my first record, came out on the Dutch label Dynamic Reflection (in 2014 ed.) I got into it instinctively, and with a lot of commitment.


What were the places where you listened to music and that contributed to your formation as a musician and DJ?


One of my reference venues in Rome was Brancaleone in primis, where I followed Jeff Mills and Donato Dozzy's live shows. My taste developed quickly also because I was lucky enough to hear live music of a certain kind. Another important venue for me was Goa. In addition to Rome, Berlin also had a strong impact on me in terms of the spirit in the clubs.


What have been the most important techno events in your journey, both as an artist and as a user?


A date in March 2016 in Tokyo, where I noticed that there was a very large fanbase for our genre. Another unforgettable experience was attending The Block in Tel Aviv, unfortunately now closed. At The Block I happened to play not as a main guest on nights of about three, four, five hundred people but to put myself, at festivals held there, in the same line up as Recondite, Richie Hatwin, and others. Those experiences made me feel part of a broader deep techno scene.


Where did that part of your artistic production inspired by mythological figures, namely EPs like Manticora (2017) and Ecate (2018), conceptually come from?


That side of my production is the result of meeting Dino Sabatini. I collaborated with him after absorbing the concept of his Outis Music label, understanding what was behind his idea of music, regarding his passion for Ulysses and Greek mythology in a broader sense. This is where the epic theme of some of my EPs, metaphors of discovery and travel, starts.


In Binary Sunset (2017), however, there is another theme: space and galactic battles...


That's right, in those EPs I express my admiration for the world of Star Wars, always read in an epic key, as a narrative of fears, ghosts and the demise of civilizations.


As for the concept of the Deep Blue trilogy (2014 - 2021), however?


For the albums produced by the Swedish label Hypnus, they are all about my passion for the deep sea and free diving. I tried to tell with music what is a very dear discourse for me, trying to stimulate creative listening, a soundscape in which the listener can immerse himself, navigating the depths of himself.


How do you translate the feeling of being freediving into music?


In terms of sound design, it comes in the form of literally recreating a certain kind of sound that makes you feel enveloped by water, and gives you just that specific impression of immersion, a feeling that, as a freediver, I am used to. Beginning with this literal narrative, I slowly begin to enter my inner dimension, the most important one because it generates the soul of the record. Each album is part of my path, but in general, I realized that this discourse of water and apnea I like and I am very interested in it because I go there musically, especially in the albums, a style that is slow to develop, soft, welcoming, incisive but never abrasive. This cozy sonic universe reminds me of an intrauterine environment, starting from an abstract idea and an inner discourse together. The vision of Hypnus assisted me in this regard, in creating a soundscape where the music represents the air of the apneist. I am interested in the intrauterine dimension; I love being underwater, as if it were therapy. The literal telling of the environment is what I prefer, a primal, peaceful environment that makes you feel good. In these albums I have managed in certain pieces to do just ambient or very soft techno. The latest Deep Blue has two ambient pieces and eight deep techno tracks. This is also the case in my latest single, Phantom Deep Blue, produced for a line of amplifiers, Devialet.


How do you relate to the combination of man/machine?


I find that it is a discourse about which there is no longer anything to worry about. Software programs do not prevent creativity from manifesting itself, you have to interact with it, work with sequences and randomizers, in short, put your hands in it. Techno has always been positively based on technology and its advancement. You can keep your creativity alive even by surrendering a piece to the machine. You can't stick to old tools just for fear of discovering new ones, you have to deal with them.


The more purely minimal techno EPs like Tender is the night (2019), how are they composed? What does minimalism represent for you?


In works like Tender is the night I have a more technical and less conceptual approach on a storytelling level compared to the works I do for Hypnus. In terms of minimalism, for me it has always come naturally not to overfill the sonic space. In hypnotism, in being repetitive and progressing by not adding too much, in not creating tension in the sounds and proceeding by modulation of the same elements-in a non-maximalist approach-you can trigger creative listening, in the sense that you can imagine things. I have always been used to doing that with extremely minimal music. My main reference is Richie Hatwin, particularly the Concept One record.


What are your future plans?


On February 24 the new record, Spiral, came out on the Non Series label; I am on my fourth EP with them. In Spiral I have a more minimal approach, it's a record I've been playing live for a year. In general, after Pandemic I focused only on live and studio work, no longer on DJ sets, and I have been working on snatches, sounds and synth lines. The next record is produced by a label in Rome, Mental Modern. I have a couple of collaborations in the pipeline.


Let's close with cinema. What do you love to watch?


My directors of reference John Ford, Steven Spielberg, Alfred Hitchcok and Sergio Leone. I also appreciate Nicholas Refn, but sometimes I find it an end in itself, except for the Pusher trilogy, where the atmosphere was less embellished.

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