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IN CONVERSATION WITH: GINEVRA NERVI

Updated: Apr 11

Il venerdì sera San Lorenzo, forse il quartiere studentesco più caotico e frequentato della capitale, offre poche occasioni per annoiarsi. Ma il penultimo venerdì di marzo, senza nulla togliere alle innumerevoli favole partorite dalle notti romane, abbiamo scovato qualcosa di diverso davvero.


Al Muretto, storico locale notturno che ha preso ultimamente una svolta underground incentrata sull’elettronica, il collettivo musicale Hyperacustica ha portato uno degli artisti italiani più interessanti del momento: Ginevra Nervi, che si è esibita in una A/V performance del suo ultimo album, The Disorder of Appereances (2022).


Musicista, producer e compositrice cinematografica, Ginevra ha all’attivo, tra le altre cose, una nomination ai David di Donatello grazie a Miles Away, brano prodotto per Non Odiare (2020), lungometraggio di cui ha curato la colonna sonora.





Prima di suonare per un pubblico di ragazzi e giovani artisti, in uno dei templi notturni più nascosti di Roma, ci ha concesso un’intervista insolita e bellissima.


Nel backstage, in piena adrenalina pre-live, con i rumori ovattati del pubblico mischiati alla musica che insaporivano la conversazione da lontano, è nata un’intervista lunga e sorprendente, in cui si è parlato di tutto.


Dai progetti futuri (piccole sorprese all’orizzonte) all’esperienza con il cinema, dall’amore per la scena underground a quello per i palchi più autentici.


Poco dopo, l’incantesimo che aveva avvolto quella stanza è arrivato alla sua naturale conclusione, solo perché ne cominciasse un altro, grazie a una delle performance più coinvolgenti che chi scrive abbia mai ascoltato.


A dire il vero, molte domande dopo quel live strepitoso sono sembrate quasi superflue. Ma per voi che ve lo siete perso, abbiamo mantenuto la versione integrale.



Vorrei iniziare parlando della scena romana, visto che abiti a San Giovanni (quartiere di Roma) da tanto tempo. Come vedi la scena elettronica underground della capitale rispetto al resto d’Italia? Gli eventi come questo (Hyperacustica) rappresentano la norma o un'eccezione?


È una bella domanda perché, nonostante mi sia trasferita a Roma solo nel 2019 per lavorare nel cinema, è una questione che mi tocca da vicino. A Roma c’è sempre stata una scena underground vivace, ma prima notavo una certa deriva, anche a causa di tanti booking e promoter troppo mainstream.


Ora, però, percepisco Roma come una città molto più viva rispetto ad altre capitali musicali italiane. Sembra che ci stiamo avvicinando a una sorta di primavera romana, nel senso più autentico del termine, stimolata forse dal post-pandemia e da una nuova generazione che cerca connessioni più autentiche. Questo desiderio di comunità e di esplorare nuova musica, al di là dei grandi nomi, è palpabile.


A volte rifletto sul confronto tra Roma e Milano, che mi sembra un po’ satura e in declino sotto questo aspetto. Roma invece sta vivendo un momento di rinascita. Ho trovato diversi riscontri parlando con colleghi interessati non solo all'elettronica ma anche alle arti contemporanee in senso più ampio.


Forse siamo già immersi in questo processo di trasformazione.



Quindi per gli artisti emergenti che si affacciano ora al mondo della musica elettronica, pensi che esistano ancora spazi di libera sperimentazione?


È una domanda difficile… Molto dipende dalle aspettative personali, perché il mercato musicale è immenso e le opportunità di farsi notare non mancano, anzi. Oggi il pubblico è molto più accessibile grazie al digitale. Teoricamente, è più semplice raggiungere ascoltatori con gusti molto vari. Ma questo può anche complicare le cose, rendendo tutto più dispersivo.


Personalmente, non mi sono mai posta il problema di come la mia musica potrebbe essere accolta, preferisco evitare di crearmi aspettative.


Credo nell'importanza di rimanere fedeli ai propri gusti e inclinazioni. In un mercato così ampio, non sono convinta che adattarsi alle tendenze del momento sia necessariamente la strategia migliore.


Certo, ci sono molti progetti che riescono semplicemente imitando altri che hanno avuto successo, e magari trovano il loro spazio in questo modo. Ma continuo a chiedermi quanto questa strategia possa pagare nel lungo periodo.



Quale consiglio daresti a chi si è appena avventurato in questo campo?


Comprarsi una casetta in campagna, anzi, occuparla e isolarsi dalla società. No, scherzo. Ma non del tutto.


Viviamo in uno stato di costante sovraccarico d’informazioni che, invece di essere uno stimolo, finisce per soffocarci sotto il peso di pregiudizi e aspettative. Soprattutto in un periodo post-pandemico, potrebbe sembrare controintuitivo, ma un certo grado di isolamento e introspezione può fare bene.


È importante prendersi del tempo per scoprire e affinare il proprio linguaggio artistico, qualcosa su cui personalmente ho insistito molto. Avevo sempre il timore di essere troppo influenzata dal mio background o di copiare involontariamente altri artisti.


Ho esplorato diverse vie, scritto di tutto, però sono stata anche tantissimi anni ferma perché non sapevo più chi fossi, dove volevo andare, cosa volevo dire. Poi, quando si è sbloccata la penna, ho iniziato a scrivere più fluidamente.


È anche vero che poi non sappiamo mai chi siamo nella vita, alla fine siamo sempre in evoluzione. Quindi è importante mantenere una forte connessione con sé stessi senza chiudersi al mondo esterno.


Non sto parlando di un isolamento totale, ma di un'apertura critica verso ciò che è diverso da noi. Ascoltando come reagiamo agli stimoli esterni e cosa possono insegnarci, si può trovare tanta ispirazione.



È bello vedere questa controtendenza in atto.  A volte, dall’esterno, sembra che il percorso di un artista sia percepito come un tragitto obbligato verso un unico grande obiettivo.


È vero. Oggi siamo in un'epoca in cui ci sabotiamo da soli, lasciandoci sopraffare dall'ansia della performance e dall'ossessione per i numeri, una cosa veramente tragica.


Alla fine, i tuoi veri sostenitori sono quelli che stanno fisicamente sotto il tuo palco, che hanno comprato il biglietto per vederti, che hanno pagato 5 euro di tesse Arci: quello è lo zoccolo duro che ti porta avanti.


Penso che tutto ciò che facciamo debba essere visto in una prospettiva a lungo termine. Suonare davanti a grandi folle è emozionante, ma c’è un fascino particolare e una sensazione di autenticità negli spazi più intimi e, in qualche modo, più 'romantici'.  Il mercato musicale, soprattutto quello festivaliero, è saturo, con le stesse lineup che spesso si ripetono.


Da spettatrice, cerco esperienze più personali, proprio perché in questi contesti si può veramente scoprire qualcosa di nuovo e fresco, come mi è capitato con Luca Fitzgerald (artista di apertura della serata).


Quando ho scoperto Luca Fitzgerald non lo conoscevo e mi sono ascoltata il suo disco (Destinazioni Indefinite, 2022). L'altro giorno stavo tornando da Genova e ho detto, ‘strepitoso’.


Queste sono le dinamiche che, secondo me, possono davvero contribuire a un rinnovamento e a una ventata di aria fresca nel panorama musicale, per combattere la staticità di lineup veramente troppo consolidate.




Nel tuo percorso artistico ci sono dei temi ricorrenti, come il rapporto tra voce e musica in Disorder of Appereances (2022) e l'integrazione tra musica e immagine nei progetti cinematografici. Cosa differenzia la creazione musicale solista da quella dedicata alle produzioni per il cinema?


Ci sono differenze fondamentali. Quando si parla di "musica applicata", parola per cui confesso di avere ancora un po’ di odio dai tempi del Conservatorio, è perché la musica assume una nuova dimensione nel contesto cinematografico.


Non si parla più di semplice accompagnamento, ma di una fusione completa tra suono e immagine, che mira a creare un linguaggio unico e ibrido. La mia ricerca artistica ha mescolato elementi armonici e dissonanti, musica concreta, elettronica e sound design.


La sfida più grande è passare da una composizione personale, libera, a una che deve inserirsi all'interno della visione di un regista e di un progetto cinematografico. La fotografia poi gioca un ruolo cruciale nel mio processo creativo: tendo a scrivere "per immagini", cosa che in realtà facevo già prima di dedicarmi alla composizione per film.


Che si tratti del mio lavoro solista o di progetti per il cinema, visualizzo sempre elementi come colori e paesaggi. C’è un legame indissolubile tra l'audio e il visivo nella mia arte, magari influenzato da un immaginario musicale spesso accompagnato da videoclip, visto che la mia generazione alla fine è cresciuta con MTV.


Quando lavoro a un film, comprendere la direzione della fotografia diventa essenziale per poter tradurre visivamente, per esempio, i colori in suoni. Capire e abbracciare queste suggestioni mi permette di contribuire a un progetto collettivo, creando armonia.



Un approccio quasi sinestetico quindi.


Esattamente.



Il tuo ultimo tuo progetto cinematografico, "Until the Music is Over" (2024), sembra seguire un percorso ben distinto. Come hai vissuto il lavoro su un tema così particolare? È stato più complesso del solito trovare l'armonia e il sound giusto?


Lavorare a questo film è stato abbastanza unico, un vero e proprio “One Shot”. Il tema, incentrato su una comunità lombardo-veneta in Brasile, inizialmente poteva trarre in inganno.


La regista (Cristiane Oliveira) mi ha esposto il desiderio di incorporare elementi sonori che richiamassero i canti popolari di quella regione: una sfida non semplice. Dopo aver letto la sceneggiatura e visionato alcune anteprime del film, abbiamo discusso a lungo.


Cristiane ha sempre enfatizzato l'uso di una musica d'atmosfera nei suoi precedenti lavori, cosa che mi ha particolarmente colpito. Lei voleva evocare i "fantasmi" dei personaggi, il loro lutto, attraverso sonorità oscure e tetre, che contrastavano però con la palette visiva del film, dominata da toni verdi e naturali.


Questo contrasto tra immagine e suono è stato fondamentale. La colonna sonora, anche se minimale, ha richiesto un lavoro di precisione. Ma fin dal primo ascolto, ho trovato un'intesa perfetta con la visione della regista. La sfida non è stata tanto nella composizione quanto nel calibrarsi su una narrazione senza precedenti.


La musica è diventata quasi un personaggio aggiuntivo, trasmettendo elementi distaccati dalla narrazione visiva, ma profondamente legati al mondo interiore dei personaggi. Invece di essere didascalica, attraverso il suono si rivelano aspetti non rappresentati dalle immagini, come un ulteriore livello narrativo.


A dirti la verità, da subito mi aveva affascinato anche il lavoro che avevamo fatto sul mix, perché era veramente molto in primo piano il suono, rispetto invece alla delicatezza della regia di Cristiane, che è veramente molto eterea, delicata ed essenziale. Invece questa colonna sonora, per assurdo, è rumorista più che minimalista.


Una costellazione di rumori e suoni che vanno un po' ad angosciarti durante la visione.



La musica ha giocato un ruolo di rottura quindi, un sottofondo dissonante di pensieri e sentimenti sommersi.


Proprio così. Ogni personaggio portava un bagaglio emotivo intenso e oscuro, che doveva emergere nonostante i tabù culturali e generazionali.


Il film affronta una narrazione rara al cinema, quella di una coppia anziana, esplorando i loro rimpianti e paure in modo sottile, senza esplicitarli. La musica ha avuto il compito di far emergere questi retroscena emotivi.


Pensandoci, l’'uso della musica ha assunto una dimensione quasi teatrale e mi ha un po’ ricordato l'approccio del cinema muto, dove i cartelli narrativi erano essenziali per la comprensione della storia.



Dall'esterno, è difficile capire se ti identifichi più come un'artista cinematografica o una musicista a tutto tondo. Aprendo una finestra sul futuro, dove ti vedi, in quale ambito ti immagini più impegnata?


La mia speranza è quella di continuare a calcare moltissimi palchi.


Anni fa, avevo una certa apprensione verso le esibizioni live, un sentimento che mi ha portato a distaccarmi per un periodo da questo mondo. Ma credo facesse tutto parte di un mio processo di crescita.


Ho iniziato a esibirmi a 15 anni, in un contesto completamente diverso. Avevo un crestone punk, suonavo il basso: letteralmente un'altra vita. Ora, non riesco a immaginare la mia vita senza un palco in cui esibirmi.


Al contrario, potrei benissimo vedermi tra dieci anni meno coinvolta nel mondo cinematografico. Più vado avanti, più sento l'esigenza di dedicarmi a progetti che mi parlino profondamente.


Lavorare nel cinema non offre sempre l'opportunità di sentirsi completamente in risonanza con il progetto, perché le necessità dell’industria a volte sono diverse.


I progetti autoriali, dove tutti condividono una visione unica, sono rari. Ma sono proprio quelli che mi attraggono. Il mio progetto solista mi offre maggiore libertà rispetto a un lavoro cinematografico, dove sei al servizio di una visione altrui.


In ogni caso sì, spero di continuare a esibirmi live, questo è certo.



È quasi assurdo immaginare un periodo in cui temevi il palco, anche se è una paura piuttosto comune, soprattutto a inizio carriera. Ora che hai acquisito maggiore esperienza, vedi la performance live come un arricchimento?


Dipende molto dal tipo di performer che sei e dal pubblico con cui risuoni. Personalmente, trovo che gli spazi più intimi, non necessariamente i grandi festival, mi attraggano di più, soprattutto di recente.


Quando ho iniziato a suonare all'estero, ho riscoperto quegli ambienti underground dove avevo mosso i primi passi nel mondo della musica. C’è una certa vitalità e una sete di musica che a volte manca nei grandi eventi, dove mi ritrovo spesso a perdere il contatto visivo ed emotivo con il pubblico.


Nei luoghi più raccolti sento una connessione più forte, quasi come se fossimo faccia a faccia. Questa ricerca di connessione è quello che mi sta guidando ultimamente. Per esempio, sono davvero felice di potermi esibire in un posto così (Al Muretto, locale underground di San Lorenzo) stasera.



So che hai un nuovo album in cantiere, completamente diverso da tutto ciò che hai fatto prima. Ti va di anticipare qualcosa?


Sì, è un progetto davvero diverso. Intanto, Il processo con cui ho iniziato a lavorarci è stato unico.


Mi sono trovata a comporre quasi senza accorgermene, a differenza dei progetti precedenti dove ero completamente immersa nella creazione. Negli ultimi anni, ho prodotto una quantità enorme di musica, a volte sentendo di averne scritta anche troppa, specialmente lavorando per il cinema.


L'anno scorso, ho realizzato l'equivalente di quattro album, e a un certo punto ho sentito il bisogno di prendermi una pausa. Anche se mi ero promessa di non scrivere per un po', ho finito per creare pezzi di cui ero davvero soddisfatta.


Al momento, sto lavorando con elementi elettronici e strumenti classici, inclusa l'orchestra. Ci sarà anche la voce, ma non sto seguendo la forma della canzone tradizionale.


Questo album è un mix di elettronica e strumentazione classica e acustica: per ora è prevalentemente strumentale.


Ho qualche difficoltà a scrivere testi in questo periodo e ho iniziato a considerare la voce più come uno strumento. Questo mi rende difficile fissarla in forma verbale. Se da una parte mi piace questa astrazione, a volte sento di ripetermi.


La sfida di questo progetto è far dialogare un ensemble di strumenti, persone reali, viventi, non solo oscillatori, con l'elettronica.


Sarà interessante vedere come porteremo tutto questo sul palco con un'orchestra dal vivo.



Quindi, per quanto riguarda il live ci sarà un bel colpo di scena.


Sì, portarlo in ambienti più raccolti potrebbe essere complicato, ma si può lavorare con ensemble ridotti o proporre una versione adattata. Per ora, l'esperimento è questo.


Gli ultimi progetti erano orchestrali e mi sono divertita tantissimo. Sentire 100 musicisti suonare la tua musica come l'hai immaginata è qualcosa di davvero potente.


E allora ho pensato, perché non provare?



L’uso della voce sembra rimanere una delle ultime questioni irrisolte.


Riguardo alla voce, sto ancora riflettendo. L'anno scorso ho avuto dei momenti di dubbio su come utilizzarla o se utilizzarla affatto.


Dopo aver scritto molto in chiave strumentale, mi sono chiesta se fossi pronta a scrivere testi nuovamente. È una fase di ricerca e un po' di ansia, ma fa tutto parte del processo.


Ora, c'è l'entusiasmo per l'idea dell'orchestra, anche se ci sono ancora molti dettagli da limare. Gli arrangiamenti li sto già scrivendo, il passo successivo sarà trascriverli per un'orchestra vera, e ci sono diverse complicazioni.


A livello economico, per esempio, è un grande impegno, specialmente se sei abituato a produrre tutto in casa. Confrontarsi con una produzione di questa scala è tutt'altro discorso.



Immagino che dovremo attendere ancora un po' per ascoltarlo?


Sì, punto a completarlo entro fine anno, ma idealmente vorrei che uscisse nel 2025. Vediamo però: per il progetto solista scrivo lentamente, mi prendo tutto il tempo necessario.



ENGLISH VERSION



San Lorenzo, perhaps Rome’s most chaotic and frequented student district, offers little opportunity for boredom on Friday evenings. But on the third Friday of March, with all due respect to the countless tales spawned by Roman nights, we spotted something truly different.


At Il Muretto, a historic venue that has recently taken an underground turn focused on electronic music, the Hyperacustica music collective brought one of the most interesting Italian artists of the moment: Ginevra Nervi, who performed an A/V performance of her latest album, The Disorder of Appearances (2022).


A musician, producer, and film composer, Ginevra has, among other things, a David di Donatello nomination for Miles Away, a track produced for Non Odiare (2020), a feature film for which she composed the soundtrack.




Before playing for an audience of young people and artists in one of Rome's most hidden night temples, she granted us an unusual and beautiful interview.


In the backstage, sipping a cocktail in the full adrenaline of pre-live, with the muffled noises of the audience mixed with the music that flavored the conversation from afar, a long and surprising interview was born.


From future projects (prepare for a little surprise), to her experience with cinema, from her love for the underground scene to the irresistible allure of live performance. Shortly after, the spell that had enveloped that tiny room came to its natural conclusion, only for another to begin, thanks to one of the most passionate performances the writer of this article has ever heard.


To be honest, many questions after that amazing live seemed almost superfluous. But for those of you who missed it, we kept the full version.



I would like to start by talking about the Roman scene, since you have lived in San Giovanni (a district of Rome) for a long time. How do you see the capital's underground electronic scene compared to the rest of Italy? Are events like this (Hyperacustica) the norm or an exception?


It's a good question because, despite having moved to Rome only in 2019 to work in cinema, it's a matter that I feel strongly. There has always been a vibrant underground scene in Rome, but I used to notice a certain drift, also due to many bookings and promoters being too mainstream.


Now, however, I perceive Rome as a city much more alive compared to other Italian musical capitals. It seems we are approaching a sort of Roman spring, in the most authentic sense of the term, perhaps stimulated by the post-pandemic and by a new generation seeking more authentic connections. This desire for community and to explore new music, beyond the big names, is palpable.


Sometimes I reflect on the comparison between Rome and Milan, which seems a bit saturated and in decline in this respect. Rome, on the other hand, is experiencing a moment of rebirth. I found several confirmations talking with colleagues interested not only in electronics but also in contemporary arts in a broader sense.


Perhaps we are already immersed in this process of transformation.



So for emerging artists now entering the world of electronic music, do you think there are still spaces for free experimentation?


It's a difficult question... A lot depends on personal expectations, because the music market is immense, and the opportunities to get noticed are not lacking. Today, the audience is much more accessible thanks to digital platforms. In theory, it's easier to reach listeners with very varied tastes. But this can also complicate things, making everything more dispersive.


Personally, I have never worried about how my music might be received; I prefer to avoid creating expectations.


I believe in the importance of staying true to one's tastes and inclinations. In such a large market, I'm not convinced that adapting to current trends is necessarily the best strategy.


Of course, there are many projects that succeed simply by imitating others that have been successful, and maybe they find their space in this way. But I continue to wonder how long this strategy can pay off in the long run.



What advice would you give to someone who has just ventured into this field?


Buy a small house in the countryside, or rather, occupy it and isolate yourself from society. No, I'm joking. But not entirely.


We live in a state of constant information overload that, instead of being a stimulus, ends up suffocating us under the weight of prejudices and expectations. It might seem counterintuitive especially in a post-pandemic period, but a certain degree of isolation and introspection can do good.


It's important to take time to discover and refine one's artistic language, something I personally have insisted on a lot. I always feared being too influenced by my background or unintentionally copying other artists.


I explored different paths, wrote about everything, but I also spent many years stuck because I no longer knew who I was, where I wanted to go, what I wanted to say. Then, when the block was lifted, I began to write more fluently.




It's also true that then we never really know who we are in life, in the end, we are always evolving. So it's important to maintain a strong connection with oneself without closing off to the outside world.


I'm not talking about total isolation, but about a critical openness to what is different from us. Listening to how we react to external stimuli and what they can teach us, you can find a lot of inspiration in everyday life.



It's nice to see this counter-trend in action. Sometimes, from the outside, it seems that an artist's journey is perceived as a mandatory path towards a single great goal.


It's true. Today we are in an era where we sabotage ourselves, being overwhelmed by performance anxiety and an obsession with numbers, which is really harmful.


This race for streams and views seems absurd to me. In the end, your real supporters are those physically under your stage, who bought a ticket to see you, who made an effort to be there.


I think everything we do should be seen in a long-term perspective. Playing in front of large crowds is exciting, but there's a particular charm and a sense of authenticity in smaller, somewhat more 'romantic' spaces. The music market, especially the festival scene, is saturated, with the same lineups repeating over and over.


As a spectator, I look for more personal experiences, precisely because in these contexts you can really discover something new and fresh, as happened to me with Luca Fitzgerald (opening artist of the event).


When I discovered Luca Fitzgerald, I didn't know him and I listened to his album (Destinazioni Indefinite, 2022). The other day I was returning from Genoa and I was thinking to myself, 'amazing'.


These dynamics, in my opinion, can really contribute to a renewal and be a breath of fresh air in the music scene, to fight against the static nature of lineups that are overly consolidated.




In your artistic journey, there are recurring themes, such as the relationship between voice and music in Disorder of Appearances (2022) and the integration between music and image in film projects. What differentiates solo musical creation from that dedicated to film productions?


There are fundamental differences. When we talk about "applied music", a term for which I still have a bit of hatred from my Conservatory days, it's because music takes on a new dimension in the cinematographic context.


It's no longer just about accompaniment, but about a complete fusion between sound and image, aiming to create a unique and hybrid language. My artistic research has mixed harmonic and dissonant elements, concrete music, electronics, and sound design.


The biggest challenge is moving from a personal, free composition to one that must fit within a director's vision and a cinematographic project. Photography also plays a crucial role in my creative process: I tend to write "in images", something I actually did even before dedicating myself to composition for films.


Whether it's my solo work or projects for cinema, I always visualize elements like colors and landscapes. There's an inseparable link between audio and visual in my art, perhaps influenced by a musical imagery often accompanied by music videos, since my generation grew up with MTV.


When working on a film, understanding the direction of photography becomes essential to be able to visually translate, for example, colors into sounds. Understanding and embracing these suggestions allows me to contribute to a collective project, creating harmony.



A nearly synesthetic approach then.


Exactly.



Your latest film project, "Until the Music is Over" (2024), seems to follow a distinct path. How did you experience working on such a particular theme? Was it more complex than usual to find the right harmony and sound?


Working on this film was quite unique, a real "One Shot". The theme, focused on a Lombard-Venetian community in Brazil, initially could be misleading.


The director (Cristiane Oliveira) expressed the desire to incorporate sound elements that recalled the folk songs of that region: not an easy challenge. After reading the screenplay and viewing some previews of the film, we discussed at length.


Cristiane has always emphasized the use of atmospheric music in her previous works, something that particularly struck me. She wanted to evoke the "ghosts" of the characters, their mourning, through dark and gloomy sonorities, which however contrasted with the film's visual palette, dominated by green and natural tones.


This contrast between image and sound was crucial. The soundtrack, even if minimal, required precision work. But from the first listening, I found a perfect harmony with the director's vision. The challenge was not so much in the composition as in calibrating to an unprecedented narrative.


The music became almost an additional character, conveying elements detached from the visual narrative, but deeply connected to the inner world of the characters. Instead of being didactic, through sound, aspects not represented by the images are revealed, as an additional narrative layer.


To tell you the truth, I was also fascinated by the work we did on the mix, because the sound was really in the foreground, unlike the delicacy of Cristiane's direction, which is very ethereal, delicate, and essential. Instead, this soundtrack, paradoxically, is closer to noise music rather than minimalist.


A constellation of noises and sounds that somewhat distress you during the viewing.



The music played a role of rupture then, a dissonant background of submerged thoughts and feelings.


Exactly. Each character carried an intense and dark emotional baggage, which had to emerge despite cultural and generational taboos.


The film addresses a rare narrative in cinema, that of an elderly couple, exploring their regrets and fears subtly, without making them explicit. The music had the task of bringing out these emotional backstories.


Thinking about it, the use of music took on an almost theatrical dimension and reminded me a bit of the approach of silent cinema, where narrative cards were essential for understanding the story.



From the outside, it's hard to tell if you identify more as a cinematic artist or a musician through and through. Opening a window to the future, where do you see yourself, in which area do you imagine being more engaged?


My hope is to continue to tread many stages.


Years ago, I had a certain apprehension towards live performances, a feeling that led me to distance myself from this world for a period. But I believe it was all part of my growth process.


I started performing at 15 years old, in a completely different context. I had a punk crest, played the bass: just another life. Now, I can't imagine my life without a stage to perform on.


On the contrary, I could well see myself less involved in the cinematic world ten years from now. The more I go on, the more I feel the need to dedicate myself to projects that deeply resonate with me.


Working in cinema doesn't always offer the opportunity to feel completely in resonance with the project, because the industry's needs are sometimes different.


Authorial projects, where everyone shares a unique vision, happen once in a blue moon. But those are precisely the ones that attract me. My solo project offers me more freedom compared to a cinematic work, where you are at the service of someone else's vision.


In any case, yes, I hope to continue performing live, that's for sure.

It's almost absurd to imagine  a time where you feared the stage, even if it's a fairly common fear especially at the beginning of a career. Now that you have gained more experience, do you see live performance as an enrichment?


It depends a lot on the type of performer you are and the audience with which you resonate. Personally, I find that smaller spaces, not necessarily large festivals, attract me more, especially recently.


When I started playing abroad, I rediscovered those underground environments where I had taken my first steps in the music world. There's a certain vitality and a thirst for music that sometimes lacks in large events, where I often find myself losing visual and emotional contact with the audience.


In smaller venues, I feel a stronger connection, almost as if we were face to face. This search for connection is what is guiding me lately. For example, I'm really happy to be able to perform in such a place (Il Muretto, an underground venue in San Lorenzo) tonight.



I know you are currently preparing a new album, completely different from anything you've done before. Would you like to share something about it?


Yes, it's a really different project. First of all, the process with which I started working on it was unique.


I found myself composing almost without realizing it, unlike previous projects where I was completely immersed in creation. In recent years, I have produced a huge amount of music, sometimes feeling I had written too much, especially working for cinema.


Last year, I produced the equivalent of four albums, and at some point, I felt the need to take a break. Yet, even though I had promised myself not to write for a while, I ended up creating pieces that I was really satisfied with.


Currently, I am working with electronic elements and classical instruments, including the orchestra. There will also be vocals, but I am not following the traditional song form.


This album is a mix of electronics and classical and acoustic instrumentation: for now, it's predominantly instrumental.


I'm having some difficulty writing lyrics at this time and have started to consider the voice more as an instrument. This makes it difficult for me to fix it in verbal form. While I like this abstraction, sometimes I feel like I'm repeating myself.


The challenge of this project is to make an ensemble of instruments, real, living people, not just oscillators, dialogue with electronics.


It will be interesting to see how we bring all this to the stage with a live orchestra.



So as far as live is concerned, there will be quite a twist.


Yes, bringing it to smaller environments might be complex, but you can work with reduced ensembles or propose an adapted version. For now, this is the experiment.


My latest projects were orchestral, and I had a lot of fun. Hearing 100 musicians play your music as you imagined it is something really powerful.


And so I thought, why not try?



The use of voice seems to remain one of the last unresolved issues.


Regarding the voice, I am still reflecting. Last year I had moments of doubt about how to use it or whether to use it at all.


After writing a lot in an instrumental key, I wondered if I was ready to write lyrics again. It's a phase of research and a bit of anxiety, but it's all part of the process.


Now, there's enthusiasm for the idea of the orchestra, even if there are still many details to define. I'm already writing the arrangements, the next step will be to transcribe them for a real orchestra, and there are several complications.


Economically, for example, it's a big commitment, especially if you're used to producing everything at home. Dealing with a production of this scale is quite another story.



I guess we'll have to wait a bit longer to hear it?


Yes, I aim to complete it by the end of the year, but ideally, I would like it to come out in 2025. Let's see though: for the solo project I write slowly, I take all the time necessary.

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