top of page

IN CONVERSATION WITH: Furtherset

Updated: Nov 30, 2023

Tommaso Pandolfi, in arte Furtherset, è uno degli artisti emergenti che tiene più viva la fiamma della scena elettronica italiana. In occasione dell’uscita del suo ultimo album, The Infinite Hour, pubblicato lo scorso 13 ottobre per l’etichetta svizzera -OUS, ci ha concesso una breve intervista.



Front Cover di The Infinite Hour



The Infinite Hour sembra un album frutto di intenti netti e ben definiti: già dai primi minuti di ascolto, è infatti abile a rapire l’ascoltatore con un’autorevolezza quasi sorprendente.


Senza cedere ad alcun bisogno di nascondersi, le sei tracce che compongono il disco sembrano voler inaugurare un viaggio onirico attraverso la cruda potenza del suono, costruendo un immaginario intenso e catalizzante in poco meno di 40 minuti.


Mentre sonorità avvolgenti e a tratti futuristiche ci inghiottono rapidamente, si ha l’impressione di trovarci immobili al centro di equilibri in continua metamorfosi – una stasi schizofrenica che si distingue dal caos, ma della quale non riusciamo subito a decifrare i codici profondi.


Accontentandoci di raccogliere i numerosi segni sensoriali e graffi emotivi offerti da ogni traccia, l’unica opzione possibile resta l’abbandono sincero e completo.


È a quel punto - vinte le resistenze di un orecchio cronicamente sovrastimolato - che si svela l’autentico potenziale di The Infinite Hour: spazio e tempo diventano funzioni malleabili nel contesto di un ascolto profondo, dove ogni singolo suono rappresenta una variabile espressiva in continua evoluzione.


Queste sonorità quasi demiurgiche catapultano l’ascoltatore in un viaggio sinestetico, dove ascolto e visione si mescolano, restituendo un immaginario metafisico di grande intensità, espresso da suoni abilmente catartici.


Il caos diventa armonia, i contrasti si fanno interazioni.



È raro trovare artisti con una visione poliedrica come la tua (musicista, disegnatore). Puoi darci un’idea del tuo processo creativo?


Le due pratiche che porto avanti, quella di compositore e di artista visivo, si muovono su due vie abbastanza separate. Sono due strade parallele che, diciamo, si incontrano solo quando necessario. Non faccio musica pensando a come dovrà rispondere visivamente, e non penso ai lavori visivi come qualcosa che deve avere per forza un risvolto musicale. Cerco di mantenerle il più separate possibile. Questo perché non voglio creare l'immagine dell'artista che fa tutto. Cerco di fare musica che possa reggere da sola, senza bisogno di immagini.


Allo stesso modo, quando creo disegni o lavori visuali, li penso come oggetti esistenti, indipendentemente dalle loro interazioni con la musica. Tuttavia, a volte, per esigenze di presentazione visiva e dinamiche di immagine, queste due sfere possono incontrarsi. Nella pratica quotidiana, solitamente rimangono separate, e si fondono solo quando è necessario.



La tua produzione è ricca di riferimenti culturali molto diversi, anche letterali. Ci sono modelli musicali o artistici che ti hanno influenzato in modo significativo?


Quando mi chiedono chi sono i miei modelli, spesso mi imbarazzo… se mi trovassi costretto a definire il mio suono, sarebbe qualcosa a metà tra Ben Frost e Tim Hecker. Negli anni loro sono stati sicuramente i due modelli in cui mi sono sempre rivisto maggiormente, gli esempi che mi vengono in mente subito.


Poi, ci sono tutta una serie di ascolti che possono sembrare quasi “schegge impazzite” rispetto a quello che faccio. In generale ascolto tantissima musica e le coordinate sono sempre molteplici: prima dell’intervista stavo ascoltando gli Spiritualized, ieri mattina Bach. Ascoltando una vasta gamma di generi, non posso dire che ci siano modelli specifici.


Penso più a cosa funzionerà meglio per il mio lavoro, che comunque è diverso dalla musica “da radio”, e a come posso creare qualcosa di unico. Negli ultimi in anni in realtà, ho più riferimenti letterali che musicali, do molta importanza all’ispirazione che ricavo dalla lettura.



Ad esempio, il titolo del brano "The Stream of Time on Stone Dreams" si ispira direttamente a un’opera del poeta russo Velimir Chlebnikov.

Sì, esattamente. In testa ho uno zibaldone di termini ed espressioni che potrebbero funzionare come titoli per le mie opere. Quando cerco i titoli, spesso li trovo mesi dopo aver completato la musica. Provo a riflettere su quello che ho letto catturando l'essenza di ciò che ho provato durante lettura.


Penso ai titoli degli album come se fossero dei capitoli nell’indice di un libro. Voglio che abbiano una poetica a sé stante, che siano essenziali, ma che riflettano anche una serie di significati e direzioni diverse. I titoli aggiungono un livello di complessità alla mia musica.


Voglio far sì che siano diretti e sintetici, ma allo stesso tempo che funzionino anche come “prismi”, per riflettere molteplici direzioni e significati.



Hai collaborato anche con altri artisti e collettivi, come “IperCubo” (collettivo editoriale veneziano). Quanto valuti il confronto creativo rispetto a un approccio più intimo?


La mia pratica è aperta, ma rimane principalmente uno studio solitario. Quando lavoro sulla musica, spesso non c'è molto spazio per il dialogo, tranne con poche persone. È vero, ci sono momenti in cui il dialogo è fondamentale, come quando ho dovuto collaborare con curatori per mostre o pubblicazioni. In questi casi, il dialogo diventa necessario, ma cerco comunque di non affidarmi a troppe opinioni o consigli diversi: preferisco contare su poche persone di fiducia.


In un certo senso, la collaborazione è più una necessità che viene dopo, piuttosto che una parte integrante del mio processo creativo. La musica per me è una pratica più personale e intima, mentre l'arte visiva spesso richiede un dialogo più diretto, ma cerco sempre di trovare un equilibrio tra le due.



Tommaso Pandolfi, aka Furtherset



Come descriveresti il tuo approccio all’esibizione live?


Per quanto riguarda le performance live, dal 2020 cerco di suonare al massimo due brani dal vivo. A partire dallo scorso anno invece, ho deciso di suonare solo un brano, ma in una versione estesa che dura tra i 40 e i 50 minuti. Questo perché cerco di approfondire la pratica dell'ascolto. Utilizzo questo termine in senso letterale: cerco di consentire un ascolto profondo a me stesso e al pubblico.

Preferisco concentrarmi su un singolo brano, creando una narrativa continua, piuttosto che saltare da un brano all'altro. Questo mi permette di esplorare come un brano singolo possa essere scomposto e ricomposto per le performance live, creando nuovi elementi che non esistono nell'originale.


Questo approccio aggiunge anche un elemento di sorpresa e imprevedibilità all'esperienza del pubblico. Mi annoio quando sento che qualcosa viene riproposto esattamente come nel disco: vorrei sempre aggiungere un tocco inaspettato.



Quasi un arricchimento, quindi.


Esattamente, è come un arricchimento. In più, c'è anche un elemento di pentimento.


La preparazione dei materiali per le performance live richiede molto tempo, spesso dai 2 ai 3 mesi all'anno. È un periodo in cui non produco altra musica, e mi costringe a riflettere sugli elementi che ho creato. Scomponendo i brani e rimontandoli per il live, spesso mi rendo conto di nuove possibilità e di come avrei potuto fare le cose diversamente.


Questo processo diventa un metodo per evitare di pentirmi di ciò che ho fatto, e allo stesso tempo, ciò che imparo influenza la mia produzione musicale futura.


In sostanza, Il live è sia un modo per esplorare e arricchire il mio materiale esistente sia per creare esperienze uniche per il pubblico. Mi piace offrire al pubblico qualcosa di diverso rispetto alla registrazione in studio.



In questo senso, preferisci suonare in luoghi più intimi e raccolti o in location più grandi, come i festival?


Le preferenze personali sono un po' complesse. Cerco di preparare le performance live in modo che possano adattarsi a entrambe le situazioni. In base al luogo in cui mi esibisco, cerco di comprendere cosa funzionerà meglio.


Ad esempio, se sto suonando in un piccolo spazio con 40 persone, posso scegliere di creare un'atmosfera più intima e coinvolgente. D'altra parte, in luoghi più grandi, spesso cerco di creare una parete di suono che possa avere un effetto conturbante o sorprendente.


Le dinamiche possono aiutare in entrambi i casi; un grande muro di suono a volte può anche essere usato per “silenziare” un pubblico troppo rumoroso. Ma il luogo stesso ha un impatto significativo sull'ascolto. Ad esempio, suonare in una chiesa può amplificare l'esperienza e aggiungere un elemento sacrale, suggestivo.


Dipende molto dal contesto: in generale, anche adattando la performance alle situazioni specifiche, cerco di creare un'esperienza unica e coinvolgente per il pubblico, indipendentemente dal luogo.




ENGLISH VERSION BELOW



Tommaso Pandolfi, known as Furtherset, is one of the emerging artists who keeps the flame of the Italian electronic scene burning brightly. Following the release of his latest album, The Infinite Hour, published on October 13th for the Swiss label -OUS, we spoke with him about music, art, and the importance of live performance in a brief interview.



The Infinite Hour - Front Cover



The Infinite Hour seems to be an album born out clear and well-defined intents: right from the first minutes of listening, it manages to captivate the listener with surprising authoritativeness.


Renouncing any needs to conceal, the six tracks that make up the album inaugurate a dream-like journey through the sheer power of sound, creating an intense and captivating imagery in less than 40 minutes.

As immersive and somewhat futuristic sounds quickly engulf us, the feeling of being stationary amid ever-changing equilibria emerges- a schizophrenic stasis fundamentally different from chaos, but whose deep codes we cannot immediately decipher.


Content to greedily collect the numerous sensory signs and emotional scratches offered by each track, the only possible option turns out to be sincere and complete surrender.


It is at that point - once the resistance of a chronically overstimulated ear has been overcome- that the true potential of The Infinite Hour is unveiled: space and time become malleable functions throughout deep listening, as every single sound becomes an expressive variable in constant evolution.


These almost demiurgic sonorities catapult the listener into a synesthetic journey, where listening and vision mingle, returning metaphysical imagery of great intensity, expressed by skillfully cathartic sounds.


Chaos turns into harmony; contrasts become interactions.



It's not common to find artists with such a multifaceted vision as yours (musician, illustrator). Can you give us an idea of your creative process?


The two practices I pursue, that of a composer and a visual artist, move along separate paths. They are parallel roads that only meet when necessary, so to speak. I don't make music with the idea of how it should respond visually, and I don't think of visual works as something that must necessarily have a musical aspect. I try to keep them as separate as possible. This is because I don't want to create the image of an artist who does everything. I strive to create music that can stand on its own without the need for visuals.


Similarly, when I create drawings or visual works, I think of them as existing objects, independent of their interactions with music. However, sometimes, for visual presentation needs and image dynamics, these two spheres can intersect. In daily practice, they usually remain separate and merge only when necessary.



Your production is rich in diverse cultural references, including literature. Are there musical or artistic models that have significantly influenced you?


When people ask me about my models, I often feel embarrassed... If I had to define my sound, it would be something in between Ben Frost and Tim Hecker. Over the years, they have certainly been the two models I have most identified with, the examples that immediately come to mind.


Then, there's a whole range of listening that might seem almost like "crazy" compared to what I do. In general, I listen to a wide range of music, and the coordinates are always multiple: before this interview, I was listening to the Spiritualized, yesterday morning it was Bach. Listening to a wide range of genres, I can't say that there really are specific models.


I think more about what will work best for my work, which is certainly different from "radio music," and how I can create something unique. In recent years, I guess I have more literal references than musical ones; I attach great importance to the inspiration I draw from reading.



For instance, the title of the track "The Stream of Time on Stone Dreams" is directly inspired by a work by the Russian poet Velimir Khlebnikov.


Yes, exactly. I have a jumble of terms and expressions in my head that could work as titles for my works. When I look for titles, I often find them months after completing the music. I try to reflect on what I have read and capture the essence of what I felt during the reading.


I think of album titles as if they were chapters in a book's index. I want them to have their own poetics, to be essential, but also to reflect a series of different meanings and directions. Titles add a layer of complexity to my music.


I want them to be direct and concise but at the same time to function as "prisms", reflecting multiple directions and meanings.



You have also collaborated with other artists and collectives, such as "IperCubo" (a Venetian editorial collective). How do you value creative collaboration compared to a more intimate approach?


My practice is open, but it remains primarily a solitary study. When I work on music, there is often not much room for dialogue, except with a few people. It's true that there are times when dialogue is essential, such as when I had to collaborate with curators for exhibitions or publications. In these cases, dialogue becomes necessary, but I still try not to rely on too many different opinions or advice; I prefer to trust only a handful of people.


In a sense, collaboration is more of a necessity that comes later, rather than an integral part of my creative process. Music is a more personal and intimate practice for me, while visual art often requires more direct dialogue, but I always try to find a balance between the two.



Tommaso Pandolfi, aka Furtherset



How would you describe your approach to live performances?


As for live performances, since 2020, I've been trying to play a maximum of two tracks live. Starting from last year, however, I decided to play only one track, but in an extended version lasting between 40 and 50 minutes. This is because I aim to deepen the practice of listening. I use this term quite literally: I try to allow deep listening for both me and the audience.


I prefer to focus on a single track, creating a continuous narrative rather than jumping from one track to another. This allows me to explore how a single track can be deconstructed and reassembled for live performances, creating new elements that don't exist in the original.


This approach also adds an element of surprise and unpredictability to the audience's experience. I get bored when I hear something reproduced exactly as it is on the record; I always want to add an unexpected touch.



In a way, it's a process of enrichment.


Exactly, it's like an enrichment. Additionally, though, there's also an element of regret.


Preparing materials for live performances takes a lot of time, often from 2 to 3 months a year. During this period, I don't produce other music, and it forces me to reflect on the elements I've created. By breaking down and reassembling the tracks for live performances, I often discover new possibilities and how I could have done things differently.


This process becomes a method to avoid regretting what I've done, and at the same time, what I learn influences my future music production.


In essence, live performance is both a way to explore and enrich my existing material and to create unique experiences for the audience. I strive to offer the audience something different from the studio recording.



In this regard, do you prefer to perform in more intimate and secluded venues or in larger locations, such as music festivals?


Personal preferences are always complex. I try to prepare live performances so that they can adapt to both situations. Depending on the venue I'm performing in, I try to understand what will work best.


For instance, if I'm playing in a small space with 40 people, I can choose to create a more intimate and engaging atmosphere. On the other hand, in larger venues, I often aim to create a wall of sound that can have a disturbing or surprising effect.


Dynamics can help in both cases; a big wall of sound can sometimes be used to "quiet down" a noisy audience. But the venue itself has a significant impact on the listening experience. For instance, playing in a church can amplify the experience and add a sacred and evocative element.


It depends a lot on the context: in general, by adapting the performance to specific situations, I try to create a unique and engaging experience for the audience, regardless of the location.



Comentarios


bottom of page