In conversation with Federica Flora Parente

La creazione come terapia. Storia di vibrazioni e di un giardino magico. di Isabella Rossi


Si porta dentro la storia del mare, Federica, i suoi umori e cambiamenti, la sua forza e il suo odore.

Nascere al Sud del mondo significa sempre qualcosa, forse e soprattutto quando sei una donna, quando la percezione che la società ha di te è diversa dai sogni che hai dentro, se quello che vedi e senti, è diverso dal nutrimento che scegli quotidianamente per la tua anima.

Eppure nascere al Sud ti rende più forte, quasi ci fosse un’arcana magia a riempire polmoni e cuori di chi viene al mondo. Perciò, quando ho sentito la voce di Federica, renderla la protagonista di questa intervista è stato un fatto naturale. Parlando di lei, parlo un po’ di me. Parlando di me, parlo di tutte le donne.

In una società in cui il crollo dell’idea del genere sessuale diventa sempre più necessario, è importante però parlare di quello troppo a lungo definito gentil sesso o sesso debole. È indubbio che i cliché siano ancora meno importanti del genere, e la spiegazione a queste parole è in realtà semplice.

Nessuno conosce meglio di una donna la pratica della frammentazione dell’io, nessuno è capace quanto una donna di essere mille e mille altre persone ancora. L’errore del patriarcato è stato quello di relegarci a ruoli predefiniti, uno per ogni momento storico o evenienza. Senza sapere quello di cui poi la storia ci ha reso testimoni: una donna brilla.

E se è vero che le divisioni, queste caste dal sapore medievale ed ingiusto, vanno morendo ogni giorno di più, è anche vero che la voce delle donne non deve smettere di vibrare neanche un momento, perché celebrare il talento e la creatività femminile è un lavoro lungo che ha bisogno di tempo.

Dai tempi di Saffo e quelli ancora più arcaici, ad oggi, abbiamo dimostrato una sensibilità artistica unica ed inarrivabile. Siamo state pioniere di scoperte in tutti i campi, abbiamo conosciuto, visto, esplorato, amato, siamo state messe al rogo, torturate, ma non abbiamo mai smesso di cercare la chiave della bellezza, la sola per la libertà.

Libertà è una parola che sta bene col volto di Federica Flora Parente, lei che la libertà l’ha annusata sin da bambina sugli scogli della sua bella Puglia, cercando già a undici anni un metodo alternativo per non soffrire e sfuggire a quelle pene molto note all’universo femminile.

Così Federica comincia a meditare. E la meditazione, insieme alla ricerca di sé, del proprio mondo interiore, saranno proprio le chiavi per il suo sviluppo artistico, ma soprattutto per la sua personale liberazione.

Ha una voce talmente bella da far male, Federica, una voce che racconta una storia fatta di dolori e di perdite, quei momenti che possiamo definire autunni dell’anima. Un vibrato magico e cristallino, il suo, che si fonde in mille colori e scintille: quando questo accade sai che è arrivata la primavera.

Federica diventa colori, potenza, forza.

Trapianta a Berlino nel 2010, Federica come molti altri expats, ha fatto mille lavori diversi, lasciandosi intanto travolgere dal tumulto di anime ed ispirazioni della capitale tedesca. Ogni esperienza l’ha messa nella sua musicale e nei suoi numerosi progetti, dove tra tutti, spicca quello chiamato AUM Garden: progetto multidisciplinare in cui ascolto, attenzione , consapevolezza di sé e della collettività, rappresentano la nota di cuore di un giardino dal sapore ancestrale dove passato e presente si fondono.

Sound healing, music therapy, vocal toning, pratiche tibetane, doppiaggio, cinema. e un amore infinito per la musica, sono solo alcuni degli argomenti che abbiamo trattato insieme, da donna a donna. Perché il mare non lo calmi e non lo freni. Impari ad ascoltarlo.



Federica, italiana trapiantata a Berlino. Parlaci delle tue origini e di come poi sia maturata l’idea di cambiare nazione, città, e di conseguenza una vita intera.


Se volessi mostrarti dove sono nata ti porterei in in Puglia, in una città bella, come un’antica poesia un po’ malinconica.

Si tratta infatti di Taranto, di in una città pittoresca dalla storia preziosa, dove, a pochi metri da spiagge cristalline, costruite su una terra ricca di archeologia, sorgono industrie inquinanti e basi militari.

Vedresti davanti ai tuoi occhi un paesaggio antitetico, bucolico e suggestivo ed, al contempo, spettrale ed ossidato. Se poi un giorno venissi nella casa in cui sono cresciuta, ti porterei sul balcone della mia stanza e ti farei vedere il sole che tramonta sui “due mari” luccicanti, i gabbiani che volano alti nel cielo e, sullo sfondo, uno scenario post apocalittico degno dei migliori film distopici, dove si staglia un garbuglio di ciminiere arrugginite che sbuffano fumi tossici e nubi rossastre. Surreale, vero? Poi andremmo a mangiare un panzerotto fritto, buono all’inverosimile, e ti dimenticheresti di tutto quello che hai visto, come se nulla fosse successo.

Un panorama irrazionale, nel quale, da due estremi contrapposti ed immobili, nasce l’urgenza di consolare anima e corpo, evadere dal paradosso.

Penso che crescere con questo contrasto negli occhi abbia influenzato il mio modo di vedere le cose, scatenando in me una ricerca incessante di armonia, nell’unione degli opposti. Un istinto di muovermi per superare quella dissonanza, andare oltre la contraddizione.

Davanti ad una realtà che non ci soddisfa, l’arte propone una soluzione dei conflitti a livello estetico e morale, attraverso la visione di un futuro ideale che conservi il fascino degli estremi in un meccanismo funzionante e “consonante”, come è stabilito per natura che sia il rapporto fra uomo ed ambiente.

Ho desiderato di vivere in un contesto in cui le limitazioni venissero superate, le porte del cuore e della mente fossero aperte all’evoluzione, e non serrate da condizionamenti, imposizioni e vecchi pregiudizi. Forse Berlino è capitata sul mio percorso non a caso, poiché incarna e sprigiona questa energia di apertura e trasformazione ed era un passaggio obbligato nella mia evoluzione personale. Ma non ho pianificato di trasferirmi, ci sono venuta in vacanza 10 anni fa ed ho semplicemente perso il volo di ritorno. E’ stato naturale. Intanto mai dimentico il mio mare, da cui provengo: sono grata agli insegnamenti della mia città d’origine, alla mia famiglia e non smetto di sognare e fare progetti per la mia terra.


Quanto credi abbia influito Berlino sulla tua musica e sul più ampio processo di creazione. Senti di aver trovato qui la tua dimensione ideale?


Provenendo da una città industriale, il messaggio della musica techno come sublimazione dei suoni della fabbrica ed il suo ruolo storico di movimento di trasformazione epocale, aveva colto la mia attenzione già da tempo.

Quando sono arrivata a Berlino, mi sono lanciata ad occhi chiusi nel bpm veloce, nel ritmo, nel groove, la “marcia” energizzante e rinvigorente, quel battito del cuore che non ha mai fine e ti fa rinascere. In comunione con il contesto quasi utopistico dei dancefloors berlinesi, ore di cassa dritta hanno destrutturato i miei preconcetti, scavato profondamente la superficie delle mie convinzioni e dei miei pregiudizi. Berlino ha creato così uno spazio dentro di me, un cratere enorme, pronto ad accogliere le acque calme che riflettono la mia vera essenza. In questo alveo, le voci delle sorgenti metafisiche della mia infanzia, da Battiato alla chill out anni novanta, si uniscono a melodie psichedeliche di passaggio, a ritmi spezzati, a grooves ipnotici ed ai suoni puri dei modulari, fino ad ritrovarmi a galleggiare in un immenso lago di bordoni, pad fluttuanti, mantra sacri e canti indigeni.

Inizialmente ricercavo la mia dimensione ideale, credendo dipendesse da una città, da uno stile od un contesto. Desideravo identificarmi con un concetto. Ad oggi, ho realizzato che accettare la continua trasformazione è la chiave per vivere la nostra natura. Certo è che i processi emozionali collegati alla nostra crescita sono estremamente influenzati dalla musica che ascoltiamo. E viceversa. Apparentemente sembrano due mondi inconciliabili, ma senza la musica Techno non avrei mai compreso la Sound Therapy.


Chi è Flora Päär? Chi è Pareal? Alter Ego, nemesi o volti della stessa anima?


Flora Päär e Pareal sono gli archetipi della mia ricerca interiore.

Lo Yang e Yin che si contengono l’un l’altro.

Flora è la voce della natura in crescita, del rigoglio delle piante che puntano al cielo, dell’espressione più colorata e luminosa delle fasi della creazione. E’ il bocciolo che sboccia, la cima che svetta, la scala maggiore, e’ il sole che sorge e l’onda che irrompe, lo spirito frizzante della primavera.


Pareal è la profondità della terra, l’utero buio in cui riposa il seme, il cristallo in cui si condensano i moti del cuore, è il canto profondo dei nostri antenati. E’ il fondo del mare, l’abisso della memoria ancestrale, l’incredibile meraviglia dell’ignoto. E’ una presenza matura che prende voce negli interventi sonori con intento introspettivo e di riconnessione.

Sono due aspetti o fasi dell’esistenza, ma corrispondono anche al percorso della consapevolezza che si alterna tra interno ed esterno, alla crescita di noi esseri che, come un giardino, viviamo sospesi tra terra e cielo.

Al contempo, condividono una stessa matrice, infatti ogni nome contiene il seme dell’altro.


Songwriter, musicista, performer, scrittrice: l’arte è davvero la cura?


Canto e scrivo fin da che ero bambina. Il gioco è lo stimolo istintivo a concentrarci su qualcosa, una

forma di spontanea meditazione, un meccanismo innato che perdiamo crescendo e ritroviamo spesso nell’arte e nella musica. Lo stupore che deriva dal portare il mondo astratto in attività concrete e tangibili è un puro atto di trasformazione che ci insegna ad apportare soluzioni alla nostra vita, con gli strumenti a nostra disposizione nel mondo reale. E’ affascinante. Guardando al processo creativo sotto un aspetto puramente giocoso o istintivo, senza caricarci di aspettative sul risultato o sul riconoscimento che avremo da quell’atto, è evidente che sia la forma più spontanea di guarigione: un’automatica ricerca nei piani dell’inconscio di espedienti per esprimere e metabolizzare le nostre percezioni.

I processi espressivi e comunicativi sono alla base del nostro istinto e non possono essere visti diversamente se non come l’espressione di una necessità innata di condividere ed operare per raggiungere uno stato di equilibrio.

Basti pensare al dolore fisico, a come viene esorcizzato spontaneamente dal nostro corpo con grida, lamenti e movimenti. Una vera e propria danza, quella del dolore, che manda un segnale al mondo esterno, mentre ricerchiamo interiormente sollievo.

In questo modo, l’espressione artistica, quando è libera e spontanea, non solo innesca il processo di guarigione, ma ne è anche l’immediato risultato.


Hai anche vissuto ed affrontato momenti personali molto travagliati, per un certo verso quando ho letto la tua bio, ho immaginato una donna bellissima e forte, spaccata un po’ a metà dai dolori della vita: che ruolo hanno avuto arte e scrittura, in un percorso personale fatto di guarigione non solo del corpo ma anche dello spirito?


Posso dire di essere una persona fortunata, nel senso che i miei traumi personali sono imparagonabili alle vicende drammatiche che vivono alcuni esseri umani sul nostro pianeta. Tuttavia siamo tutti collegati da una serie complessa di cause ed effetti e condividiamo su larga scala dei sentimenti universali, sia piacevoli che spiacevoli. Rabbia, tristezza, felicità, speranza, sono stati d’animo che proviamo tutti, ognuno ad una intensità diversa ed ognuno per i propri sacrosanti motivi.

Nel mio caso ci sono stati in particolare due incidenti che hanno avuto impatto sulla mia vita e da cui ho imparato nuovi modi di affrontare il dolore fisico e l’abbattimento psicologico. Nel 2015, per via di uno shock molto forte, ho perso la voce per diverso tempo. All’epoca lavoravo ancora nel doppiaggio e certamente non avevo intenzione di smettere di cantare. Ma mi resi conto che erano fattori di blocco interiore che mi avevano portata a quello stato, e la pratica meditativa, il viaggio sciamanico, il journaling, il vocal toning sono stati la chiave per ritrovarmi e ri-accettare la mia voce.

Quattro anni fa ho avuto un altro incidente, abbastanza traumatico per via del complicato salvataggio effettuato dai vigili del fuoco e dalla guardia costiera. Da quel momento non ho potuto camminare per sei mesi e sono tornata a casa dalla mia famiglia, ricevendo immenso supporto da parte di amici e parenti.


Ed ho capito che questo secondo colpo era un messaggio dell ́universo per fermarmi e capire cosa volevo davvero.

Fin da subito mi sono dedicata al suono ed all’introspezione, come faccio fin da bambina, ed ho deciso che era il momento di iniziare a dedicarmi alla medicina olistica completamente, non solo per l’auto-guarigione, ma anche per aiutare gli altri.


Sound healing, music therapy. Se ne parla forse ancora troppo poco. Raccontaci dei tuoi studi e del tuo lavoro in questo campo. Cosa è ( cosa fa/come si diventa) un operatore del suono?


Ho iniziato a meditare quando avevo undici anni, con l’arrivo del ciclo mestruale, per calmare i dolori ascoltavo musica rilassante ed immaginavo colori e luci.

Penso che il mio viaggio nella suonoterapia sia iniziato così, “viaggiando" nei suoni che mi facevano stare bene e cantandoci “dentro”, scrivendo storie e disegnando mondi di fantasia.

Secondo me, il percorso con la Sound Therapy inizia fin da prima che ce ne accorgiamo, nella maniera in cui acquisiamo i messaggi dal mondo circostante e rispondiamo inconsciamente.

Crescendo, ho sentito il bisogno di approfondire il funzionamento di questo meccanismo per migliorare la mia vita e le mie relazioni, per conoscere profondamente cosa scatena cosa ed in che modo raggiungere uno stato di equilibrio con me stessa ed il mondo circostante, ponendomi in ascolto.

Da qui, prima l’interesse per le filosofie orientali e la laurea in Lingue ed Culture dell’Estremo Oriente a Venezia, periodo di un primo approccio alla letteratura vedica ed alla medicina cinese. Approfondendo poi le origini della medicina energetica, si sono delineati alcuni principi cardine che accomunano le antiche formule di guarigione di tutto il mondo: l’ammirazione per la natura ed i suoi processi di rigenerazione, il potere energetico e purificatore dei suoni, delle frequenze vibratorie dei colori, delle immagini, dei movimenti, l’esistenza di codici e simboli per accedere ad una dimensione eterica, impalpabile, attraverso cui “vedere” la radice sommersa delle cose. Man mano che mi immergevo nello studio della struttura sottile di questi processi di trasformazione, la trasformazione è avvenuta dentro di me e mi ha condotta alla scoperta della Sound Therapy come disciplina ed alla decisione di intraprendere un percorso serio di formazione.

Quindi ho incontrato le campane Tibetane a Londra presso la Vibroacustic Association UK, ho ricevuto l’attivazione Reiki Usui e, finalmente, mi sono iscritta presso l’Accademia di Medicina Vibrazionale di Milano, oasi della formazione in Suonoterapia in Italia, fondata da Laura Schmidt, da cui ho appreso moltissimo ed a cui sono grata per gli insegnamenti.

Attraverso lo studio, la pratica ed il supporto di docenti meravigliosi, sono arrivata a prendere prima di tutto più coscienza di me stessa, a sentirmi “autorizzata” a riconoscere ed accettare ciò che volevo veramente, a padroneggiare gli strumenti per compiere la mia missione ed abbracciare la mia passione per il suono a 360 gradi.

Non si impara soltanto attraverso i libri, ma anche nella pratica quotidiana e sulla propria pelle, nel coraggio di prendere delle scelte, vedere tutto in un’altra ottica, più olistica ed integrativa, per esempio, ascoltandosi e cambiando la vecchia abitudine di sottovalutarsi, di dire “non posso”, “non ce la faccio”. Riprogrammarsi, in base ai propri veri bisogni, con le proprie forze, in armonia con tutto il resto.

Nel lavoro di operatore sonoro c’è molto della propria connessione personale con il suono e la vibrazione, del percorso di vita. Perciò il suonoterapeuta non è un “guaritore”, non fa il lavoro per te: ti mostra la strada, ti ci accompagna, ma la guarigione sta nelle tue mani. Perché l’operatore sa per esperienza che la trasformazione è una cosa che riguarda solo te stesso, internamente, profondamente e parte dalla volontà personale.


Founder del progetto AUM GARDEN : credi che soprattutto in questo periodo storico sia necessaria più consapevolezza, ma anche un approccio alla musica e alla vita più intenso e viscerale?

Cosa hai immaginato nella creazione di questo giardino delle meraviglie dal sapore ancestrale?


La metafora del giardino è perfetta per descrivere il nostro rapporto di mutualità con le forze circostanti ed è un esempio di bellezza ed armonia.

Se voglio avere un giardino sano e rigoglioso, prenderò in considerazione diversi fattori: i meccanismi naturali fissi, cioè quelli inevitabili che non posso controllare (le stagioni, gli agenti

atmosferici, le forze degli elementi, le caratteristiche di crescita di ogni pianta, interazioni esterne con insetti) e quelli variabili su cui ho il controllo (semina, irrigazione, potatura, pulizia, disinfestazione, cura in generale dello spazio che richiede una mia partecipazione attiva).

Ora, poiché tutto è particelle ed atomi in movimento, cioè tutto è vibrazione, ognuno di questi fattori che condizionano il mio giardino, ha una valenza energetica e quindi una determinata “frequenza” di vibrazione. Se mantengo questo insieme di frequenze in armonia, il mio giardino non avrà problemi. Prendendomi cura di un fiore come se fossi il fiore stesso.

AUM GARDEN è un progetto multidisciplinare con l'intenzione di diffondere consapevolezza vibrazionale e promuovere l’ascolto attivo attraverso diverse iniziative e collaborazioni con altre splendide anime ispirate, artisti e terapeuti.

La Suonoterapia non è, come molti credono, un’esaltazione della spiritualità. E’ una scienza fondata sui principi della fisica quantistica e su testi di medicina antichissimi che valorizza il modo in cui percepiamo ed impattiamo il mondo sensibile, il modo in cui comunichiamo. E’ accessibile a tutti e chiunque ne può fare esperienza nel quotidiano, senza strumenti troppo particolari.

Poi, livello delle apparecchiature audio e video che abbiamo a disposizione oggi è straordinario. Il suono, la tecnologia e la visione artistica, calibrate con l’intenzione di creare benessere, ci offrono la possibilità di ricreare olograficamente un mondo di percezioni che abbiamo dimenticato e portarci in uno stato meditativo e di scoperta, attraverso lo stupore e la meraviglia.

Aum Garden ha le radici in un tempio sonoro di solennità antica, ma si presenta in una forma a corolla, compatibile con il mondo contemporaneo, in linea con gli interessi attuali, per avere l’occasione di esplorarsi “vibrazionalmente”, in maniera intuitiva e libera, e soprattutto svincolare questa faccenda della meditazione con il suono dalle accezioni woo-woo, hippie o new-age, a cui spesso viene associata.


Parliamo di donne fra donne che hanno scelto di vivere nella stessa città.

Vivendo qui credi di aver avuto più chance e possibilità? Che aria tira davvero a Berlino quando

parliamo di musica e arte?


Ad ascoltare ci vuole a volte più coraggio che ad esprimersi.

Trovo che Berlino sia una città che dà ascolto a tutti, qui la gente si guarda ancora negli occhi, si contamina di idee e stili, senza paura di cambiare o evolversi, e soprattutto senza giudicare. L’ascolto e l’interesse verso ogni cosa, il darsi tempo di capire qualcosa se va bene per te o no, prima di chiudere le porte a prescindere. Dare una possibilità a tutti, concedersi la possibilità di sperimentare ed andare avanti, continuamente, come fa la natura in termini di co-esistenza e selezione naturale.

Questa è la Berlino da cui ho imparato molto, non solo a livello di innovazione culturale e di proposte artistiche, ma soprattutto nel suo aspetto più “umano” e comunicativo. E non potevo chiedere di meglio.


Molto può essere e deve essere fatto per supportare le donne che fanno arte e vivono d’arte. Non dalle donne, ma da una società tristemente convinta che il gentil sesso sia rimasto troppo gentile, troppo lontano, troppo relegato ad un ruolo che ci è stato imposto. Qual è la tua personale esperienza in quanto donna? Ti sei mai sentita svalutata o giudicata, o hai mai pensato di dover dimostrare di più?


Se leggessero questa mia intervista nel 1600, per ciò che faccio e le cose di cui parlo, sarei considerata una strega e messa al rogo. Le donne sono state considerate per secoli “pericolose”. Tuttora, in alcune tribu’ indigene, dove le donne hanno per lo più un ruolo di sottomissione, i rituali e le pratiche spirituali del villaggio sono gestiti dalla comunità femminile, per l’indiscussa capacità di comunicare con il divino. E’ vero che l’archetipo femminile, lo Yin, è una dimensione oscura e misteriosa in cui avviene il miracolo della creazione. Ma è anche fonte anche di nutrimento, abbondanza e cura infinita, la Madre Terra. E la terra non avrebbe nulla da accudire se non venisse seminata dal Cielo, dalla Luce e dal principio del dinamismo. Quando queste due forze lavorano insieme, ne risulta equilibrio e benessere, vita ed abbondanza. Inoltre bisogna anche considerare che ognuno di noi contiene principi maschili e femminili in diverse gradazioni e che non è possibile fare una distinzione solo in base al genere. Un futuro auspicabile per l’evoluzione della specie dipende, secondo me, da una presa di coscienza del proprio potere, ognuno nel suo grado e nella sua natura, e dall’intenzione di metterlo al servizio del bene comune. Senza paura di essere prevaricati. Gli uomini che reprimono le donne, hanno paura del potere di queste perché loro stessi per primi non riconoscono il proprio.

Le mie esperienze artistiche in questo senso sono state più che positive: nei miei interventi sonori collaboro da sempre con uomini, artisti che stimo molto, in una dimensione di gratitudine, mutuo rispetto e supporto reciproco.

Nella pratica personale, invece, mi riunisco spesso con altre donne meravigliose, in women circles, rituali di luna ed attività di reciproco aiuto, per imparare ad esprimere la nostra femminilità in un ambiente protetto e rivederci l’una nell’altra come in uno specchio, le mille facce dell’essere donna, onorando il nostro potere, anche per i volti nascosti di tutte quelle donne che non possono farlo pubblicamente.


PROGETTO ALPACA PARTERRE

Alpaca Parterre è una performance live nata da jam session spontanee insieme al mio grande amico Eugenio Petrarca , in arte Acrartep e membro e cofondatore del duo ambient Ab Uno. Eugenio crea soundscapes potenti attraverso sequenze modulari geometriche in continua evoluzione, intarsiate di elementi glitch, stralci di field recordings incastonati su patches ipnotiche.

In questa struttura labirintica (Parterre, in francese) si aggira un’energia morbida (Pareal) che ci richiama con il canto rituale e le risonanze armoniche delle campane tibetane, per guidarci in un percorso di visioni ancestrali e future.

L’Alpaca, venerato nelle culture andine per la sua fibra e per il suo comportamento affabile nei confronti dell’uomo, rappresenta il potere sacro di armonizzarsi al morbido fluire dell’animo e ci ricorda che c’è un filo invisibile che ci collega al tessuto del tutto.

Ci facciamo dei ‘grandi viaggi’ con Eugenio e mi emoziono sempre.


https://aumgarden.weebly.com/alpaca-parterre.html https://soundcloud.com/parealmusic/sets/alpaca-parterre https://www.youtube.com/watch?v=CdJYS_8DqLs&t=1761s


Che progetti hai per il tuo futuro lavorativo?


Attualmente pratico terapia vibrazionale individuale o di gruppo, organizzo incontri in cui si esplorano le radici ed i principi della Suonoterapia, Women Circles e piccoli rituali urbani, Bagni sonori e live performances con set up ibrido, e collaboro a diverse produzioni musicali con artisti che condividono la stessa visione, portando sempre i principi della suonoterapia nei miei interventi sonori. Ultime uscite recenti, la poesia scritta per il featuring ad un altro caro amico e compagno di viaggi Marco Bruno su V/A Tape per Dystant Recordings. https://dystantrecordings.bandcamp.com/album/v-a-bats-in-pool-vol-ii

ed i lavori con lo stimato suonoterapeuta e dj producer Simone Gatto su Pregnant Void. Ed altre in arrivo. Un altro progetto che mi sta molto a cuore è l'installazione immersiva a cui sto lavorando . Ed ovviamente, desidero continuare la mia formazione ed approfondire gli studi di medicina vibrazionale.

Ci avviciniamo ad un futuro in cui il nostro lato più etereo e spirituale urla attenzione a più non posso e basterebbe spegnere i cellulari ed ascoltandoci internamente per trovare le risposte.

Grazie all’ascolto interiore, possiamo portare guarigione in un mondo che già si sgretola sotto il peso di strutture sociali incompatibili con la nostra essenza e bombardamenti di informazioni contraddittorie, che ci hanno ingabbiati ed annebbiati per troppo tempo e reso sordi ai nostri veri bisogni.

L’ascolto attivo ed attento, permetterà la creazione di nuove strutture cooperative, più idonee alla nostra natura umana ed alla coesistenza con l’ambiente che ci ospita. Il mio progetto futuro è rimanere sempre in ascolto e ricercare l’armonia in tutto.

Che cosa significa ascolto attivo?

Quando ci dedichiamo con consapevolezza a recepire i messaggi che ci manda l’universo, facendo caso a segnali e sintomi ricorrenti, o semplicemente prendendoci qualche istante per percepire se c’è qualcosa che stride nella sinfonia della nostra vita, dicevo, quando facciamo questo esercizio abitualmente, riusciamo ad evitare scompensi e malattie ancora prima che si manifestino. Allo stesso modo, quando riconosciamo qualcosa che “risuona”, che ci fa stare bene, puramente prestando attenzione e concentrandoci su questo stato di benessere, supportiamo i processi di rigenerazione delle nostre cellule e le funzioni di riparazione del corpo, che tende naturalmente all’omeostasi.

E’ come innamorarsi.


Tu sogni? Cosa sogni e speri soprattutto per il futuro di tutte quelle giovani donne a cui ogni possibilità è stata negata, di tutte quelle sorelle vittime dell’odio dell’uomo e dell’ignoranza.


I nostri sogni, pensieri e le emozioni sono realtà in potenza. Tanti pensieri sintonizzati sulla stessa frequenza generano onde di risonanza ed hanno impatto su ciò che ci circonda. La storia lo dimostra, purtroppo spesso con esempi negativi di gruppi di persone che si sono unite in un’ ideologia di odio o separazione, generando discriminazione ed ingiustizia. E quando un’ideologia si sedimenta, diventa religione, tradizione o credo, si lega al nostro quotidiano, alle nostre scelte, si autoalimenta fino a che non ne veniamo assorbiti e diventa “normalità”.

Ma la discriminazione ha un tanfo inconfondibile e nonostante i secoli di sottomissioni e vergogne di ogni tipo, è impossibile ignorarla, far finta che sia normale. C’è un motivo se alcune cose sono inaccettabili ed altre si, lo sentiamo ad istinto, quando assistiamo, per esempio, ad un abuso, quella spina nel cuore che ci dice che non è giusto.

E non è un caso che l’ingiustizia generi rabbia e frustrazione, perché è proprio da queste che si genera e di queste che si nutre.

Nei miei sogni, nelle mie parole e nelle mie azioni c’è la visione di una presa di coscienza, da parte di ogni singolo individuo, che siamo tutti qui e, che ci piaccia o no, siamo biologicamente programmati per coesistere in bellezza.

La selezione all’ingresso nel club della vita è già stata fatta alla nascita, siamo qui e siamo stati invitati per ascoltare la musica insieme e muoverci all’unisono. Una dancefloor di 6.7 miliardi di persone. Possiamo decidere di restare scoordinati, sgomitare e pestarci i piedi a vicenda, spintonarci e ridurre i momenti di benessere a poche casuali luminose parentesi. Infondo siamo abituati così ed in molti sono ancora qui ad aspettare il momento, lo spazio da conquistare, corrosi dalla paura che gli venga tolto. Oppure potremmo iniziare ad essere veri umani, che come i veri clubber sanno condividere lo spazio ed il rispetto per il prossimo.

Lo sappiamo cosa succede quando entriamo nel flusso, perchè lo abbiamo provato almeno una volta: ad un concerto, una manifestazione, ad un festival, al matrimonio del cugino. Quando sentiamo tutti gli altri intorno a noi muoversi in sincronia, ognuno nella propria unicità, ma ognuno in armonia con l’altro, ognuno felice che l’altro sia partecipe della condivisione. Lì, in quel quel momento in cui “andiamo a tempo”, con il respiro, con il suono, con noi stessi e con gli altri, avviene il passaggio: diventiamo un’onda e tutto diventa possibile.

Tutto è possibile. L’universo detta il tempo e noi creiamo il ritmo.

E quando ci uniamo, senza paura, in ascolto reciproco, valorizzando i doni della vita, invece di metterli in discussione, accade il cambiamento. Percepiamo e portiamo benessere.


Il coraggio di credere in un futuro sano e coerente, innesca un processo di crescita ad ampia scala. Non è illusione, ma è consapevolezza del nostro potere singolo e di comunità globale.

La trasformazione è nelle nostre mani, unite a distanza da un intento comune.

Perciò è importante educarsi ed educare all’ascolto: chi sa ascoltare conosce il rispetto.

Chi conosce il rispetto, conosce la collaborazione. E, così, quando il cielo e la terra collaborano, crescono i fiori attraverso l’asfalto.

Si esprime in onde, unisce terre lontane, custodisce la memoria del mondo. La musica é come il mare, ed appartiene a chi la rispetta. É sconvolgente pensare a quante donne sia precluso l'accesso al settore dell'arte e della musica e quanto talento resti nascosto, per motivi a me incomprensibili. L'ingiustizia e la disuguaglianza inquinano il messaggio artistico che lasciamo alle generazioni future e ci allontanano dal significato dell'arte stessa, spingendo il panorama musicale in una risacca.


Ma noi tutti siamo "suono", siamo "mare", siamo onde in movimento: quando ci uniamo, cambia la corrente”