IN CONVERSATION WITH: Eva Robin’s

di Martina Storani



Leggendo del suo percorso lavorativo ho notato che oltre ad un certo eclettismo artistico, che va dalla musica al cinema, dalla tv al teatro, ha anche assunto diversi pseudonimi o nomi d'arte nel corso della sua vita. In particolare mi ha colpito la scelta per la sua carriera canora di Cassandra, la mitica veggente destinata a rimanere inascoltata. Perché ha scelto questo nome, fa in qualche modo riferimento al mito greco? Perché lo ha poi cambiato con quello di Eva, la prima donna del mondo cattolico?


Venni contattata da Celso Valli, direttore d'orchestra che ha avuto molte collaborazioni con cantanti al Festival di Sanremo, e Alan Taylor per propormi questo pezzo musicale con la casa discografica Polydor, la stessa di Amanda Lear. Con il passare del tempo ho capito che probabilmente mi fecero fare questo disco dandomi il nome di Cassandra perché nessuno mi ascoltò in quel periodo, visto che fecero questa manovra per tenermi ferma, bloccata, affinché non disturbassi la già avviata e popolarissima Amanda, con cui avevo tra l'altro già lavorato come corista. Credo che fosse una strategia di mercato quella di farmi fare questo pezzo e poi tenermi comunque ingaggiata per 5 anni con loro, dato che i contratti avevano appunto quella scadenza. Il nome di Eva invece mi fu dato da degli amici omosessuali per via del mio ovale, che ricordava molto, con i capelli raccolti, quello di Eva Kant. Il fatto che sia legato anche ad una storia cattolica si rifà molto alla mia natura e alla mia educazione, perché sono stata allevata da suore e da preti. C’è stato anche un momento in cui volevo indossare gli abiti talari, ma era per via, credo, della gonna lunga che i preti indossano nella vita quotidiana.



Tempo fa ha dichiarato di aver iniziato ad assumere ormoni in giovanissima età, ma di aver trovato il suo equilibrio senza ricorrere alla chirurgia. Che cosa l'ha mossa ad avviare questo tipo di trasformazione? Quando e in che modo ha capito di aver raggiunto l'aspetto - e la sostanza - che desiderava?


Gli ormoni li ho assunti da molto giovane, è per quello che ho bloccato il mio sviluppo maschile, quando avevo 13 o 14 anni, dunque nel periodo in cui si stavano per sviluppare i caratteri sessuali che poi avrebbero distinto un maschio da una femmina. La mia idea, il mio progetto non era di diventare una donna, ma di rimanere nell'età della pubertà. Il mio mito era Tadzio di Morte a Venezia, del film di Luchino Visconti: volevo rimanere così, imberbe e adolescente senza comunque avere dei caratteri troppo femminili. Il seno è stato un incidente di percorso perché l'ormone purtroppo lavora sulla ghiandola mammaria. Non ho mai fatto ricorso alla chirurgia plastica perché non mi sono mai fidata molto, avendo visto un po’ di disastri a destra e a manca. E questa cosa mi ha salvata perché mi ha differenziato da altre figure anche molto più belle, più attraenti, di transessuali. Quindi non lo feci un po' per il denaro, perché gli interventi costavano anche molto, ma soprattutto perché sentivo di non appartenere a un mondo fatto di sale chirurgiche, che mi hanno sempre molto impressionato. Le legavo all’incidente, all'ospedale, alla fatalità della vita che ti porta in una sala chirurgica al di là del fatto che tu lo voglia o non lo voglia, che tu lo decida o no. Non è che io mi sia fermata: assumo tutt'ora estrogeni, ma in maniera molto più blanda, dato che con il passare degli anni per la terapia ormonale non si usano più le iniezioni. Oggi ci sono dei gel che si applicano sulle gambe, che ti mantengono meno aggressiva sessualmente, con una bella pelle, bei capelli... Insomma che lavorano molto sul lato estetico del corpo, senza manipolare troppo la "testa". L'ormone, ad un certo punto, quando fai una terapia abbastanza sostenuta, ti porta pian piano all'impotenza sessuale e al passo decisivo, che è quello del cambiamento di sesso, cosa che a me non interessa.



Nella costante ricerca o costruzione della propria identità, che tutti dobbiamo affrontare, che peso ricopre secondo lei quella dell'identità sessuale? Che cosa identifica - e sottolineo la differenza con il termine "definisce", che trovo troppo rigido - una persona?


E’ molto di moda ed è sempre stata causa di pettegolezzi su una persona, la questione dell'identità sessuale. Secondo me una persona viene educata in una certa maniera e a seconda del percorso che fa, di quello che incontra, di quello che trova ad esempio più erotico, che gli stimola quel surplus di libidine, di fluido sessuale... non so come chiamarlo. Siamo però tutti comunque costituiti e formati da un'educazione, che è di per sé un percorso. A seconda del tuo percorso, hai delle preferenze su ciò che ti piace e ciò che non ti piace. Che lo sfoggio dei propri

gusti sessuali diventi una questione di moda, quello è un altro fatto. Secondo me dovrebbe essere più riservato. Però ci sono persone, come nel mio caso, che si sono esibite nude con dei caratteri sessuali differenti, più espliciti, che vengono come etichettate dalla visione che hanno le altre persone. Perché è tutto nell'occhio dell'altro. Anche il fatto della definizione, della catalogazione di una persona. E allora molte volte si viene etichettati per qualcosa che non si è o per qualcosa che si cerca di celare, di nascondere, ma che per gli altri è invece molto evidente. Io ho un’identità sessuale molto sfaccettata. Sono sicuramente più esposta, perché la gente ormai la mia storia la conosce e sono più in balia delle fantasie altrui su quello che potrebbe essere la mia vera vita sessuale o la presunta vita sessuale, a seconda dei gusti, dell’occhio e della mente dell'altro che guarda e che ti cataloga.



Tra i vari linguaggi artistici nei quali ha avuto modo di sperimentarsi quale predilige? In particolare tra il cinema e il teatro, che sembrano due forme di spettacolo per certi versi vicine, ma che dal punto di vista dell'attore sono due mondi molto diversi, ne preferisce uno all'altro?


Un linguaggio espressivo che mi piace molto è quello della canzone. Ho avuto la fortuna di incidere poche cose, ma buone, come una versione chillout di Tomorrow, Disco Panther appunto con Alan Taylor e Celso Valli, Blue Velvet... Ricordo che un periodo, per due anni, con la regia di Claudio Insegno e la canzone di Rossana Casale, ho cantato in Otto donne e un mistero. Adesso faccio questa performance, Lettere a Yves, con la regia di Roberto Piana, sulla vita di Pierre Bergé e le lettere che ha scritto ad Yves Saint Laurent. Canto una bellissima canzone tratta dal film di Fassbinder Veronika Voss, che è Memories are made of this. Il 9 settembre farò una lettura tratta dal romanzo La pianista di Elfriede Jelinek e un DJ Set, Frida nel parco, nel Parco della Montagnola, che è questo posto storico di Bologna dove si va a prendere un po' di refrigerio, molto bello. Cantare mi dà sempre molto piacere, devo dire, è una forma di espressione che mi si confà. Mi piacerebbe essermi allenata di più... ho preso lezioni a suo tempo con la maestra di Gianni Morandi, la Scaglioni, qui a Bologna. Poi ho fatto spettacoli con un repertorio di Marlene Dietrich. Il cinema secondo me è una forma... io la trovo più facile rispetto a quella del teatro. Il cinema sarebbe più bello, più comodo, ma ti vizia. Ti dà una popolarità che dopo devi saper sostenere. Perché il problema non è raggiungere la visibilità, è mantenerla. Il successo non è facile. Come succede in tutte le cose, come con un uomo: non è tanto riuscire ad averlo in quel momento, quanto poi, se ti interessa, averlo accanto per un periodo più lungo. Comunque la canzone in questo momento è quello che mi piace di più e che mi darebbe di più. È un'espressività diversa, perché di teatro ne ho fatto tanto, di cinema ne ho fatto il giusto, però mi sono tolta in questi ambiti le mie soddisfazioni.



L'approccio a un personaggio prevede in qualche modo l'appropriazione di qualcosa che è "altro" da sé. Qual è il personaggio o l'opera, cinematografica o teatrale, cui ha preferito lavorare o a cui è particolarmente legata? Perché?


Il personaggio a cui sono più legata, perché più impervio e più difficile, è quello di Winnie di Giorni felici di Beckett, con la regia di Andrea Adriatico. Il personaggio è sepolto in una sostanza che lo tiene fuori solo dalla vita in su, poi pian piano sprofonda e negli ultimi 20 minuti recita solo con la testa fuori. Andrea ha avuto l'idea di vedermi come una Eva nel paradiso terrestre, ero nuda dal petto in su e tutto il tempo declamavo i pensieri folli e un po' assurdi di Winnie. Parlavo con Willie, il marito interpretato dall'attore Gianluca Enria, nudo con giusto un asciugamanino, mentre guardava su un iPod dei film porno. Uno spettacolo molto particolare che purtroppo si è potuto fare solo ai Teatri di Vita a Bologna, perché la scenografia richiedeva una enorme piscina piena di mele, dove io ero sepolta. Winnie alla fine sprofondava, nel delirio finale dell'esaltazione nel ricordare i suoi giorni felici e nello stesso tempo piano piano moriva. È uno spettacolo che ho amato molto, anche per le difficoltà. È come se fosse stato uno dei miei figli più sfortunati: si ama sempre di più la creatura che ne ha più bisogno. Per quanto riguarda l'appropriazione dell'altro da sé, è sempre una sfida essere qualcosa che non sei tu. E qui è molto importante anche il valore, la tenacia del regista che ti deve a sua volta portare in un altro involucro. È sempre un grande risultato quando ce la fai.

6 In un mondo in cui impera "l'estetica della levigatezza", per citare La salvezza del bello di Byung- Chul Han, dove la bellezza è senza spigoli, liscia, rassicurante e priva di valore oppositivo, che cosa vuol dire essere al di fuori delle etichette nella vita quotidiana?

Devo dire che nel quotidiano io cerco sempre di essere un po' personaggio. Però purtroppo per gli altri in realtà io sono quella cosa. Sono una persona che non si copre, si veste. Per cui invento sempre un personaggio che è caratterizzato da degli abiti, che trovo nei mercatini, o dai miei tanti amici stilisti. Indosso molto volentieri Amen, Parosh, che sono le mie etichette preferite, oltre naturalmente a Celine, anche se non ho le tasche giuste. Al di là di questo, la levigatezza secondo me è più una questione dell'anima. Più sono serena, più sono tranquilla, più vivo il mio quotidiano in una maniera disinvolta. Attraverso l'abito comunico le mie sensazioni di quel periodo, di quel momento: la mia serenità o la mia inquietudine. Per me tutti i giorni è un travestimento: quando esco ho come un travestimento da adottare, io adoro il costume. Per me uscire fuori è un modo, anche nel quotidiano, anche nella mia via... non sono una persona che indossa le prime due cose che trova. Io scelgo. Ho un armadio che è come un enorme archivio, per cui posso decidere di essere qualsiasi creatura. Sono io, sì, sono sempre io, ma sono fusa in un abito di Alaïa, in un abito di Mugler... potrei vestire veramente me stessa e un'altra per due vite intere. La levigatezza semmai è una levigatezza dell'essere. È più una cosa interiore, al di là del fatto che si lotta sempre con il proprio aspetto. Esiste anche una levigatezza del quotidiano, è una tranquillità dovuta alle abitudini che ci pacificano, ma a cui bisogna porre ogni tanto una trasgressione.



Il termine "ambiguo" viene spesso utilizzato con accezione negativa, forse proprio per la sua qualità fluida e sfuggevole, che poco si presta alla definizione. Che cos'è per lei l'ambiguità?


Non mi sono mai identificata nel termine "ambiguo", nel senso che io sono una persona molto chiara, che ha sempre definito la propria personalità e che ha reso esplicita anche la propria attività sessuale. Non sono una persona che si nasconde. Una persona ambigua proprio non ha le mie caratteristiche, secondo me. È una défaillance linguistica che la stampa ha usato spesso: "l'ambigua Eva Robin's". No, non credo di avere proprio niente di ambiguo o di non chiaro, anzi. Potrei semmai definirmi "l'esplicita Eva Robin's".

8 Se Eva Robin’s dovesse darsi un nuovo nome, oggi come si chiamerebbe?

Credo che se non fossi stata Eva Robin's sarei stato Roberto e Roberto è comunque dentro di me, nel senso che io credo di essere un uomo nel corpo di una donna. Anzi, più che un uomo - perché non sono proprio un uomo - sono più un maschio nel corpo di una donna. Eva Robin's racchiude proprio questo significato: "robin" è l'usignolo, quindi Eva Robin's diventa "l'usignolo di Eva". E questo è proprio un nome che mi calza a pennello.


Credits:

Photographer: Marcello Arena

Stylist: Giovanni De Ruvo in special CELINE

Grooming: Mattia Andreoli

Fashion Director: Gianluca Gagliardi