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FJAAK THE SYSTEM: L’imperativo morale è lasciarsi andare all’ascolto

Oggi, in data 14 maggio, i due producer tedeschi Felix Wagner e Aaron Röbig, che negli ultimi anni si sono fatti conoscere sotto il nome di FJAAK grazie ai loro live set energici con il quale hanno conquistato alcuni dei festival e dei club più importanti al mondo e per produzioni di brani iconici come “It’s Time Again”, “District 8” o l’ormai celebre remix di “Onslaught”di Robert Hood, tracce che sono state in grado di persuadere l’orecchio degli ascoltatori più disparati ottenendo così un riconoscimento quasi totale nella scena musicale elettronica; hanno pubblicato il loro terzo album in studio “FJAAK THE SYSTEM”.



Un disco, questo, che sembra voler effettivamente affermare e portare all’ennesima potenza ciò che i due avevano già iniziato con i loro precedenti lavori “Fjaak”, l’album d’esordio del 2017 per Monkeytown Records, che in 11 brani riusciva a comunicarti il loro amore per il dancefloor e “HAVEL” del 2018 che, pubblicato questa volta sotto la loro etichetta, ci dava una visione più complessiva di quello che il trio (trio, sì, perché all’epoca insieme ai due già citati c’era anche J.Manuel) creava ed ascoltava al di fuori di un contesto legato prettamente alla scena club, mettendo in luce il loro carattere da produttori. Insomma, una comunione d’intenti che trova massimo sfogo nelle 23 tracce - selezionate fra più di 300 - che possiamo ascoltare in “FJAAK THE SYSTEM” che sembra, per l’appunto, messo insieme per evidenziare ancor di più quanto questi due artisti tengano alla propria libertà di espressione e a dare un’ottica molto più grandangolare di ciò che li rappresenta, non a caso anche questo è stato pubblicato per la loro etichetta Spandau20.


Il messaggio che i FJAAK vogliono lanciare all’ascoltatore si esplica in maniera neanche troppo velata già dai primi due brani “Unity”, in collaborazione con il rapper statunitense Red Eye, un soliloquio volto alla collettività che ci intima a perderci nell’ascolto senza pregiudizi, nel quale i due ci tendono la mano per prepararci ad un viaggio fra spazio e tempo che non potrà mai categorizzarsi nei generi; e “And You Feel” che combina elementi tipici della breakbeat inglese e bassline molto simil dubstep ad una voce che ci invita a lasciarci andare e “perdere la testa” - “And you feel your head go” è l’esatto testo del vocal - in favore di una catarsi di liberazione e accettazione delle proprie emozioni e sentimenti che viene perfettamente rappresentata nel video musicale diretto da Lukas Aurel Köppe (che potete vedere qua).


Molto interessanti sono le collaborazioni presenti come “Horsepower” con i Modeselektor che, oltre a rinnovare l’amicizia fra Monkeytown e il duo, tramite break cadenzati, pad lisergici e glitch indomati riesce a catturare perfettamente l’estasi e la maestria che questi quattro producer insieme riescono a portare in studio; ma anche “Black Ice” con Skee Mask, una traccia a tinte electro che nonostante il sound cupo rappresenta forse il primo momento dell’album in cui si respira per davvero qualcosa di differente da ciò al quale siamo stati abituati fino ad ora. Ultimo ma non ultimo è “Wild Mill Hill” con il precedentemente citato ex membro del gruppo J.Manuel, che dopo aver “abbandonato la nave” in favore del suo progetto solista nel 2019, torna a collaborare con l’oramai duo in un pezzo dai break grezzi che mentre ascolti ti fanno scuotere la testa mentre il synth disteso ti porta decisamente su altri lidi.


Nell’album di certo non mancano bangers da dancefloor e momenti “meno seriosi” - perché una cosa al quale da sempre hanno abituano è sicuramente l’idea di non doversi mai prendere troppo sul serio - come “Redemption”,  che con il suo martellante alternarsi di kick e snare e l’apertura degli hi-hat su un un giro di TB-303 decisamente acido mi hanno fatto sicuramente ricordare perché quando li ho sentiti per la prima volta in una serata al Berghain anni fa mi hanno fatto smuovere per ore; oppure “Mechanic Love”, nel quale i due celebrano l’osmosi fra essere umano e macchina facendone sfumare i confini; o “Hustle” che potrebbe essere tranquillamente la nuova “ALL MY FRIENDS ARE IN THE BATHROOM”. In proporzione a brani come questi ce ne sono altri che decisamente meritano di essere citati per la loro capacità di portarci in realtà più “london-oriented” come “Vertical” o “Flashback” che sarebbero perfette come colonne sonore odierne per la scena cult del negozio di dischi del film Human Traffic, o “Breathe Underwater” che - mio modestissimo parere - sembra, ad un certo punto, ricordare “Papua New Guinea” dei Future Sound Of London.

Nonostante ciò, quello che risulta davvero particolare è il cambio di direzione  dopo la quindicesima traccia “Scoop” che ci apre ad atmosfere decisamente più oniriche come quella di “Timesqueezed”, brano che riesce davvero a dare la sensazione che da un momento all’altro il tempo si possa decostruire portandoci in una dimensione immateriale in cui ci si può solamente lasciare andare in preda al flusso; compito che viene poi totalmente svolto da brani che virano verso l’ambient come “Glove Box”, “Pentatonic Light” e “Micro Expression”.


Nel complesso, il viaggio nel quale i FJAAK ci accompagnano con “FJAAK THE SYSTEM” - seppur, a mio parere, in alcuni momenti può risultare troppo lungo e ripetitivo - offre un ritratto davvero completo della complessità e vastità delle conoscenze di due artisti che, come largamente dimostrato, sanno attingere dai loro ascolti per creare qualcosa di nuovo che riesca per davvero a trovare un connubio fra suoni prettamente legati ad una dimensione da club e parti più sperimentali. Un quasi abbandono di quel sound prettamente berlin-based che li aveva caratterizzati nei primi due dischi in favore di una migrazione verso altre sonorità fanno sì che il loro scopo, quello che si ripete durante tutta questa vorticosa catarsi che è l’album, venga ampiamente raggiunto. I FJAAK finalmente escono dai canoni per identificarsi davvero, come promesso, nella decostruzione dell’immagine e delle categorie.




ENGLISH VERSION


FJAAK THE SYSTEM:

The moral imperative is to let go while listening.


Today, on May 14th, the two German producers Felix Wagner and Aaron Röbig, who in recent years have made a name for themselves under the name FJAAK thanks to their energetic live sets that have conquered some of the world's most important festivals and clubs and for producing iconic tracks such as "It's Time Again," "District 8," or the now-famous remix of Robert Hood's "Onslaught," tracks that have been able to persuade the ears of diverse listeners, thus achieving almost total recognition in the electronic music scene; they have released their third studio album "FJAAK THE SYSTEM."


This album seems to actually affirm and bring to the nth power what the duo had already begun with their previous works "Fjaak," the debut album of 2017 for Monkeytown Records, which in 11 tracks managed to communicate their love for the dancefloor and "HAVEL" from 2018, which, published this time under their own label, gave us a more comprehensive view of what the trio (yes, trio, because at the time, alongside the two already mentioned, there was also J.Manuel) created and listened to outside of a context strictly related to the club scene, highlighting their character as producers. In short, a communion of intentions that finds its maximum expression in the 23 tracks - selected from more than 300 - that we can listen to in "FJAAK THE SYSTEM," which seems, indeed, put together to highlight even more how much these two artists care about their freedom of expression and to give a much more wide-angle perspective of what represents them, not by chance this was also released for their label Spandau20.


The message that FJAAK wants to convey to the listener is expressed in a not too veiled manner already by the first two tracks "Unity," in collaboration with the American rapper Red Eye, a soliloquy aimed at collectivity that urges us to lose ourselves in listening without prejudices, in which the two extend a hand to prepare us for a journey through space and time that can never be categorized into genres; and "And You Feel" which combines elements typical of English breakbeat and bassline very similar to dubstep with a voice that invites us to let go and "lose our head" - "And you feel your head go" is the exact lyric of the vocal - in favor of a catharsis of liberation and acceptance of our emotions and feelings that is perfectly represented in the music video directed by Lukas Aurel Köppe (which you can watch here).


Very interesting are the collaborations present such as "Horsepower" with Modeselektor which, in addition to renewing the friendship between Monkeytown and the duo, through rhythmic breaks, lysergic pads, and untamed glitches perfectly captures the ecstasy and mastery that these four producers together manage to bring to the studio; but also "Black Ice" with Skee Mask, an electro-tinged track that despite its dark sound perhaps represents the first moment of the album in which something really different from what we have been accustomed to so far is breathed. Last but not least is "Wind Mill Hill" with the aforementioned former group member J.Manuel, who after "abandoning ship" in favor of his solo project in 2019, returns to collaborate with the now duo in a piece with raw breaks that as you listen make you nod your head while the stretched synth definitely takes you elsewhere.


In the album, there is certainly no lack of dancefloor bangers and "less serious" moments - because one thing they have always accustomed us to is definitely the idea of ​​never taking ourselves too seriously - like "Redemption," which with its pounding alternation of kick and snare and the opening of hi-hats on a decidedly acidic TB-303 loop surely reminded me why when I first heard them at Berghain years ago they made me move for hours; or "Mechanic Love," in which the two celebrate the osmosis between human and machine blurring the boundaries; or "Hustle" which could easily be the new "ALL MY FRIENDS ARE IN THE BATHROOM." In proportion to tracks like these, there are others that definitely deserve to be mentioned for their ability to take us to a more "London-oriented" reality like "Vertical" or "Flashback" which would be perfect modern soundtracks for the record store scene in the movie Human Traffic, or "Breathe Underwater" which - in my very modest opinion - seems, at a certain point, to recall "Papua New Guinea" by Future Sound Of London. Nevertheless, what is truly remarkable is the change of direction after the fifteenth track “Scoop” that opens us to much more dreamlike atmospheres like that of "Timesqueezed," a track that really manages to give the feeling that at any moment time can deconstruct itself taking us into an immaterial dimension where we can only let ourselves go into the flow; a task that is then fully accomplished by tracks that veer towards ambient like "Glove Box," "Pentatonic Light," and "Micro Expression."


Overall, the journey in which FJAAK accompany us with "FJAAK THE SYSTEM" - although, in my opinion, at some points it may be too long and repetitive - offers a truly complete portrait of the complexity and vastness of the knowledge of two artists who, as largely demonstrated, know how to draw from their listening to create something new that truly manages to find a connection between sounds strictly related to a club dimension and more experimental parts. An almost abandonment of that sound strictly Berlin-based that had characterized them in the first two albums in favor of a migration towards other sounds make their purpose, what repeats throughout this whirlwind catharsis that is the album, widely achieved. FJAAK finally break free from the canons to truly identify themselves, as promised, in the deconstruction of image and categories












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