E’ solo un trucco



“La maggior parte dei miei amici lavora nel mondo della moda”, dico sempre.


Essendo un mestiere che ti risucchia completamente, diventa il tuo lavoro, il tuo tempo libero, il tuo hobby, la tua ossessione. E’ un po’ come avere un figlio: è sfiancante, ma continui a starci dietro per amore, profondo e incondizionato.

E gran parte della sopravvivenza in un mondo senza orari, confini e nel quale fermarsi per pochi secondi equivale alla resa, la fanno le persone che ti stanno intorno e per come la vedo io, il supporto emotivo e lavorativo, la condivisione della bellezza e lo scambio di idee sono fondamentali.

Nel corso del tempo, lavorando nel settore, la mia cerchia di amicizie si è ampliata notevolmente e la cosa mi ha sempre fatta sentire molto fortunata. Non mi sono mai posta troppe domande sulla genuinità e sincerità di chi mi sta intorno, nonostante i racconti di molti che non però non sai mai se sono dicerie, fissazioni o se dicono la verità. Dall’esterno, ad esempio quando guardi le persone ad una sfilata o ad un evento, la prima impressione è che siano tutti amici di tutti. Il trucco però sta nell’osservazione delle singole interazioni: la credibilità di uno sguardo complice svanisce in tre secondi quando uno dei due si gira e alza gli occhi al cielo ad un altro collega, la gentilezza con “amici” e persone che contano (ma poi per chi e per che cosa resta sempre un grande mistero) diventa un’occhiata di sufficienza e talvolta neanche un saluto quando ci si rivolge al nuovo di turno.

Ho iniziato a vedere queste piccole dinamiche un po’ troppo tardi, vi racconto come.

Ho stretto amicizia con una persona conosciuta sul lavoro, non molto tempo fa, e il nostro rapporto si è intensificato in pochi mesi. Mi faceva stare bene, la sua stima nei miei confronti era balsamo per il mio orgoglio. Ci siamo trovati spesso a lavorare insieme in un’azienda molto grande e, come spesso capita, a qualcuno viene data una maggiore possibilità di crescita. In questo caso il qualcuno era lei; da lì le cose sono cambiate. L’adulazione si è trasformata in commenti sulla mia inefficienza, ogni occasione era buona per ricordarmi la differenza tra le nostre posizioni. Non ero più conveniente una volta raggiunto il proprio obiettivo e probabilmente aveva già preso, senza che me ne accorgessi, quello che poteva prendere. Contatti? Favori? Consigli? Un po’ di tutto, e senza tanti complimenti. Bastò una battuta di troppo, una frase detta senza stare troppo a pensarci, per farmi mettere in dubbio un intero castello di relazioni sociali costruito ormai da anni. Mi sono chiesta se chi mi stesse intorno lo facesse per interesse nei miei confronti o per secondi fini.

Ho realizzato che quella che io avevo scambiato per amicizia aveva un nome ben preciso: networking. Le connessioni, nella moda, sono viste come un vero e proprio lavoro: se di norma nelle occasioni di lavoro ti limiti a saluti cordiali con tutti, qui ti trovi a domandarti chi sono i tuoi amici e chi no.

Ma davvero bisogna essere questo tipo di persona per lavorare in questo mondo? Dobbiamo davvero impegnarci a prendere confidenza a caso con chiunque (beh, non proprio chiunque) ed essere inverosimilmente simpatici e gentili, nonché dispensatore di favolosi consigli e fazzoletti perché sevuoipiangeresullamiaspallapuoi? E se decidessi di piegarmi a questa regola non scritta per cercare in qualche modo di “avanzare di livello” o trovare scorciatoie, chi diventerei?

Una maschera, sorridente, piacevole ma, come direbbe Jep Gambardella, è solo un trucco.



The great beauty, Paolo Sorrentino, 2013


ENG vers


IT'S JUST A TRICK



"Most of my friends work in the fashion industry," I always say.


Because it's a profession that completely sucks you in, it becomes your job, your free time, your hobby, your obsession. It's kind of like having a child: it's exhausting, but you keep at it out of love, deep and unconditional.

And a big part of survival in a world with no schedules, no boundaries and where stopping for a few seconds is tantamount to surrender, is the people around you and the way I see it, emotional and work support, sharing of beauty and exchange of ideas are key.


Over time, as I've worked in the industry, my circle of friends has expanded greatly and it has always made me feel very fortunate. I've never asked myself too many questions about the genuineness and sincerity of those around me, despite the stories of many that you never know if they are hearsay, fixations or if they are telling the truth.

From the outside, for example when you look at people at a parade or an event, the first impression is that they are all friends of everyone. The trick, however, lies in the observation of individual interactions: the credibility of an accomplice's glance vanishes in three seconds when one of them turns around and rolls his eyes at another colleague, politeness with "friends" and people who matter (but then for whom and for what always remains a great mystery) becomes a look of condescension and sometimes not even a greeting when addressing the new person on duty.


I started to see these little dynamics a little too late, I'll tell you how.


I befriended someone I met at work, not long ago, and our relationship deepened in a few months. She made me feel good, her appreciation of me was balm for my pride. We often found ourselves working together in a very large company and, as is often the case, someone is given a greater opportunity for growth. In this case the someone was her; things changed from there.

Flattery turned to comments about my inefficiency; every opportunity was good to remind me of the difference between our positions. I was no longer convenient once I reached my goal and probably had already taken, without my noticing, what she could take.

Contacts? Favors? Advice? A little bit of everything, and without many compliments.


One too many jokes, one sentence said without thinking too much about it, was enough to make me question an entire castle of social relationships built up over the years. I wondered if those around me were doing it out of interest in me or for ulterior motives.


I realized that what I had mistaken for friendship had a very specific name: networking.

Connections, in fashion, are seen as a real job: if normally in business occasions you limit yourself to cordial greetings with everyone, here you find yourself wondering who are your friends and who are not.


But do you really have to be this kind of person to work in this world? Do we really have to commit to randomly becoming familiar with anyone (well, not just anyone) and be unbelievably nice and polite, as well as a dispenser of fabulous advice and tissues because if you can't get away with it, can you? And if I decided to bend to this unwritten rule to somehow try to "level up" or find shortcuts, who would I become?


A mask, smiling, pleasant but, as Jep Gambardella would say, it's just a trick.