Deeping into “GOSTO” con Gemitaiz, Mace & Manuel Marini





Un beatmaker come Mace non può che portarsi sempre con sé una drum machine, soprattutto se accompagnato - nelle sue avventure - dal carismatico Gemitaiz. Spontaneità e determinazione si incontrano nel gennaio del 2020, quando i due artisti decidono di partire per il Mozambico, accompagnati dal regista Manuel Marini, che li fotograferà e riprenderà durante questo lungo viaggio di scoperta. Nulla è programmato ed è proprio questa la forza che riuscirà a determinare il tutto.

Il produttore milanese e il rapper romano frequentano i club del posto, conoscono persone e iniziano a raccogliere emozioni. La capacità di ascoltare il prossimo e l’accoglienza ritrovata per le strade mozambicane li porteranno a comporre “Bianco/Gospel”, doppia traccia uscita a luglio 2020, il cui videoclip è stato realizzato proprio lì, in maniera del tutto naturale e, perché no, casuale.

Un’esperienza vera e profonda che, grazie al tocco di Manuel Marini, riesce a farci immedesimare nei protagonisti, sfiorando gioie e spensieratezza. Perché, forse, è proprio questa l’empatia accennata in "Quel Che Resta” (Giugno 2021), documentario che esplica la genesi del viaggio. La capacità di “sentire” l’altro. Il riuscire ad essere lì e, semplicemente, lasciarsi andare




GOSTO è il libro fotografico che ripercorre tutto ciò e che abbiamo presentato negli eventi di Roma (Palazzo delle Esposizioni) e Milano (Germi), rispettivamente il 19 e 20 Febbraio 2022. Luoghi in cui i protagonisti si sono raccontati come tre “vecchi” compagni, ritrovatisi dopo tempo, senza però essersi lasciati mai.


1) Abbiamo visto che il vostro viaggio non è stato programmato totalmente dall’inizio, anzi è sembrato tutto un fluire di eventi decisamente naturale: quanto è stata importante l’imprevedibilità in Mozambico per poter vivere al meglio l’esperienza e per comporre poi la vostra nuova musica?

Gemitaiz: Sicuramente l'imprevedibilità ha giocato un ruolo importante, pensa che dopo neanche 24 ore dal nostro arrivo abbiamo incontrato un produttore di video, un designer e uno stylist.

Manuel: Partire per un viaggio vuol dire, di per sé, uscire dalla propria zona di comfort e affrontare l’ignoto. Che questa sia una gita in montagna o un viaggio in un continente lontano, viaggiare vuol dire togliersi di dosso i vestiti che indossiamo tutti i giorni, e metterne dei nuovi, mai usati fino a quel momento. Invece di subire questa situazione abbiamo cavalcato, surfato, gli eventi, spinti da una caratteristica, da una dote che ho capito subito accomunasse tutti e tre, la curiosità.

Mace: L’imprevedibilità è la chiave di ogni viaggio che valga davvero la pena vivere.

Poter essere stupiti dagli input che si ricevono senza averne troppo controllo è la mia parte preferita di un viaggio, ma anche del processo creativo.

Per Manuel: avevi già in mente come dirigere e sviluppare il tutto? O anche questo è avvenuto semplicemente vivendo quelle immagini e cercando di tirare fuori qualcosa che potesse colpire e dunque emozionare?

Non ero mai stato in Mozambico, seppure fossi già stato in Africa. Credo sia difficile, se non impossibile, raccontare di un paese, di una cultura straniera, senza averla vissuta sulla propria pelle.

Non mi sono dunque posto il limite di voler raccontare qualcosa di specifico dal punto di vista narrativo perché sarebbe stata indubbiamente una scelta controproducente. Il concetto di “empatia” che ho voluto enfatizzare nel racconto del documentario Quello che resta, è qualcosa che non avrei mai potuto esprimere in questi termini prima della partenza per il Mozambico, perché fa parte di un gruppo di idee nate e sviluppate durante e dopo questo viaggio.

Prima della partenza sapevo invece, dentro di me, di volere mostrare visivamente una contrapposizione tra le due idee “europee” dell’Africa, quella degli splendidi e incontaminati paesaggi naturali, e quella della povertà, del degrado. Già dal videoclip di Bianco/Gospel credo emerga la volontà di mettere in contrapposizione i due contesti, mostrare “i due volti dell’Africa” - come ribadiamo nel documentario. Sentivo di dover mostrare i due lati della medaglia, e lasciare che fosse lo spettatore a farsi trasportare nei due mondi e prendere il meglio da ognuno di questi.


2) Quanto cambia la concezione della vostra musica a seconda del luogo in cui la assorbite e concepite? Abbiamo visto che oltre alla classica drum machine avete utilizzato anche strumenti appartenenti alla cultura africana. Toccare con mano quanto ha inciso sul vostro sound?

Gemitaiz: Essere in un posto così suggestivo e così diverso da quello a cui siamo abituati ha influito tantissimo a livello creativo. Sia io che Simone comunque siamo sempre molto aperti e curiosi, quindi per noi è stato molto spontaneo provare e sperimentare sound nuovi.

Mace: Questo Ep voleva essere la polaroid sonora del nostro viaggio. Assorbire suoni e rumori di un posto è un’esperienza travolgente. Poi la musica in Africa è un’esperienza così fisica che è impossibile non rimanerne travolti.


3) Il concetto di empatia viene utilizzato nel documentario. Il poter comprendere gli altri, il percepire il dolore e la sofferenza di un popolo che grida invano da decenni. Un continente schiavo di una politica espansionistica e violenta come quella europea. Cosa avete provato per le strade africane e cosa avete compreso di più di quella cultura e dunque di voi stessi? Perché in fondo conoscere è conoscersi…

Gemitaiz: Posso dirti che mentre eravamo lì la bellezza ha sicuramente superato gli aspetti negativi. Per strada potevi trovarti in situazioni meno piacevoli, ma per la maggior parte del tempo ci siamo sentiti accolti, ci siamo sentiti a casa. La coscienza di sapere cosa succede poi dietro le quinte ovviamente sta al singolo individuo.

Manuel: Il concetto di empatia si applica sì alla compassione, all’immedesimazione, alla sofferenza, ma si applica allo stesso modo, se non in maniera superiore, alla condivisione di momenti “belli”, al ritrovarsi sullo stesso piano, dimenticando chi siamo stati fino a un minuto fa, alla positività che spesso si manifesta attraverso l’arte e in particolar modo attraverso la musica, senza nessun tipo di confine, di pre-concetto.

Vivere quest’esperienza ha soltanto solidificato un’idea che è cresciuta in tutte le mie esperienze precedenti in giro per il mondo. Questo viaggio mi ha permesso di buttare giù in poche righe qualcosa che vagava dentro di me da tempo e che sento ancora di dover approfondire.

Mace: Viaggiare tanto l’Africa ti fa rendere conto che veniamo dalla parte privilegiata del mondo, ma è un privilegio pagato a caro prezzo da popoli oppressi e la scia lunga del colonialismo si protrarrà ahimé ancora a lungo.

Ma ho anche imparato che avere di meno spesso non significa esser meno felici - e la gioia contagiosa di chi secondo i nostri canoni non ha nulla - perché non POSSIEDE nulla - è una lezione preziosa da imparare.


4) Spesso la povertà sociale coincide con la ricchezza d’animo. Come potremmo arrivare a vivere in un mondo più meritocratico in cui conterebbero maggiormente i valori umani e non quelli materiali?

Gemitaiz: Non voglio sviare la domanda, ma davvero non ne ho la più pallida idea. Io in maniera molto ingenua continuo come un bambino a sognare e a dire che la musica cambierà qualcosa.

Manuel: Non credo ci sia un diretto collegamento tra povertà e ricchezza d’animo, tutt’altro. Quando non hai soldi ti arrangi, non hai troppe pretese e quindi molte meno delusioni? E quando non hai niente da perdere, a volte, chissà, la vita sembra più leggera. Tuttavia, guardando alle crescenti ineguaglianze sociali legate a problematiche politico\economiche della società odierna, credo sia sostanzialmente impossibile che a prevalere sia l’umanità a scapito del profitto. Diciamo che ci abbiamo provato, e continueremo a provarci ma nel nostro mondo attuale, così come lo abbiamo disegnato, prevarrà sempre il denaro. Di certo non per me.

Mace: Non credo un’utopia del genere sia realizzabile.

Ma puoi scegliere da che parte stare, come vivere la tua vita, come relazionarti con gli altri.


5) Mentre registravate in studio siete stati colpiti da questi straordinari cori gospel femminili, provenienti da una stanza vicina. Come vi è sembrato il ruolo della donna nel mondo della musica africana?

Gemitaiz: Abbiamo sentito un sacco di dischi, abbiamo anche chiesto di darci i nomi di alcuni artisti quando ci capitava di ascoltarli in taxi. Ho sentito una grande quantità di voci femminili nel mondo della musica africana e non mi sento di dire che siano meno di quelle maschili. Sicuramente però nella musica che facciamo noi è predominante il genere maschile anche lì.

Manuel: Quei cori gospel ci hanno rapito, spiritualmente. Non credo ci fosse in quel momento un collegamento con il ruolo della donna o un’ispirazione religiosa di nessun tipo. E’ semplicemente stata un’illuminazione artistica. D’improvviso davanti a queste donne che per strada potevano essere chiunque, ma che in quella stanza, con le loro voci, ci hanno fatto venire le lacrime agli occhi.

Mace: L’Africa non può esser vista come un blocco unico, ma una costellazione di diverse società e tradizioni, spesso in antitesi tra loro. In alcuni luoghi la società è matriarcale, in altri invece la misoginia è purtroppo molto radicata.

Ma le donne africane sono una forza della natura: mandano avanti da sole i villaggi, si prendono cura dei figli - loro e degli altri – lavorano nei campi, gestiscono l’economia e l’amministrazione.


6) Avete girato numerosi mercati alla ricerca di vestiti tradizionali del posto…Cosa vi è rimasto impresso del loro modo di mostrarsi, della forte personalità che li contraddistingue e che adesso portate sempre con voi?

Gemitaiz: Sicuramente la leggerezza con la quale trattano il prossimo, ma anche la speranza nei loro volti di riuscire a vendere qualcosa per arrivare a fine giornata. Non è sempre semplice avere a che fare con questo tipo di situazioni, almeno per me, a livello emotivo.

Manuel: Il mercato di Xipamanine a Maputo è un posto incredibile. Ci dicevano che pochi bianchi “osano” andarci perché i furti sono all’ordine del giorno, ma Lauro, lo stylist mozambico che abbiamo conosciuto la prima sera in città, ci aveva promesso che lì avremmo trovato vestiti speciali. In effetti, senza capire bene come, in quel mercato gravitano dei vestiti veramente unici, in più ci sono sarti ad ogni angolo che ti creano abiti su misura. Lauro è sicuramente una delle persone con più stile che abbia mai conosciuto. Un grande gusto, visione, ricerca, e molto coraggio.

Mace: Mi piace molto come combinano tradizionale e moderno in una maniera totalmente inedita.

Ma sono troppo stilosi, non possiamo competere ☺


7) Come potremmo coinvolgere i giovani affinché questi iniziassero a spingersi verso la conoscenza di nuove culture, andando oltre la comfort zone e oltrepassando così i propri limiti?

Gemitaiz: Con la musica, con l’arte in generale. Magari avvicinandosi al mondo moderno dove hanno imparato a vivere, andandogli incontro, ma spingendo comunque verso la non “didatticità” della fantasia e della spinta interiore.

Manuel: Non credo che tutti siano portati naturalmente al viaggio, all’espansività, all’esporsi in prima linea.

Credo però che tutti dovremmo lottare per la conoscenza nel suo complesso, perché più nozioni accumuliamo, più bagaglio culturale, di esperienze e di punti vista immagazziniamo, e più possiamo avvicinarci alla verità, a cosa è giusto o sbagliato. Più grande è lo spettro di pensieri dentro di noi, più ampio sarà il risultato al di fuori.

Mace: Beh devi sicuramente avere una grande curiosità, per me è la chiave di tutto. Non so se si può insegnare o se è una questione di indole. A me la curiosità ha cambiato la vita