A DAY WITH: SIMONE DE KUNOVICH

Updated: Apr 27


“Conservatore d’avanguardia, critico nostalgico, collezionista compulsivo,

professione provocatore, amabile hater”




A fine gennaio è uscito il secondo volume di “MONDO NUOVO”, all’interno tutte le tue ispirazioni, dal cinema all’esotico. Possiamo dire che è un disco che ti racconta. Ma chi è Simone e qual è il suo mondo, o il mondo che vorrebbe?


Il mondo che vorrei è meno controllato e più caotico, meno scientifico e più filosofico, meno quantitativo e più qualitativo, meno tecnologico e più magico, meno luminoso e più oscuro.

“Mondo Nuovo” è la sintesi di una ricerca che non ha un inizio, un progetto nato dalla volontà di rielaborare il linguaggio della dance elettronica alla luce dell’eredità artistico-culturale Europea del secolo passato, cercando di rifarsi più a Umiliani, Herzog e Joseph Conrad che a Kraftwerk, Moroder o Juan Atkins giusto per essere chiari. Sicuramente è un disco che, più che raccontare me, delinea chiaramente una volontà di unire campi di interesse diversi e trasversali, il mio piccolo tentativo di rianimare certe discussioni interdisciplinari ormai sempre più rare che sono state alla base dei movimenti contro culturali da cui si è originata la nostra scena (e il business che ne deriva).



SERENDEEPITY STORE MILANO Total Look Fred Perry x Raf Simons


Bandcamp


Sappiamo che sei molto legato al mondo fashion. Il rapporto tra musica e moda ha radici nella storia. Oggi più che mai queste due sfere artistiche lavorano una a supporto dell’altra; per valorizzare la propria musica è diventato fondamentale lavorare attentamente sull’immagine e la comunicazione di sè e del proprio prodotto. Sei d’accordo? Com’è il tuo rapporto con la moda o, più in generale, con l’immagine?


Penso che la figura del Dj possa essere associata a quella dello stylist, che, nel migliore dei casi, attraverso l’associazione di creazioni altrui è in grado di generare qualcosa di inedito e sensorialmente stimolante.

È interessante notare come, sia nella moda che nella musica (ma anche nella fotografia, cinema, arte), ci sia un ritorno molto marcato ad un estetica early 2000s: sono appena rientrato da NYC e da questo punto di vista per me è stato estremamente inspirational vedere delle combinazioni di capi, materiali e texture che in ambito street erano ancora inesplorati.

Una serie di grosse entità commerciali (brand, majors, corporazioni, etc) nell’arco degli ultimi due decenni hanno sviluppato tecniche di marketing sempre più sofisticate e intrusive, comprendendo allo stesso tempo che per espandersi in determinati segmenti di mercato poteva essere ideale riciclare tutta una serie di sottoculture che per anni erano sempre state ai margini: hanno svuotato l’hip hop, l’elettronica, il punk e via dicendo delle loro connotazioni più radicali e pericolosamente ideologiche, trasformandoli da stili di vita a stili di moda, privi di contenuto e totalmente orientati all’estetica pura, intercambiabili e preferibilmente miscelabili tra di loro, alla ricerca continua di nuovi ibridi e nuovi utenti da targhettizzare con campagne su misura.

Ovviamente, da questo punto di vista, il mio giudizio nei confronti di personaggi che hanno accelerato questo trend non può che essere fortemente critico: hanno contributo alla sterilizzazione culturale e alla globalizzazione e mercificazione di movimenti che sembravano inespugnabili, saccheggiando indistintamente il mondo dell’arte, cinema, musica senza dover rendere conto a nessuno.


La musica elettronica dance è arrivata oggi definitivamente allo stesso stadio, imborghesita, totalmente impregnata di retorica mainstream, gestita da esperti di business e marketing, orientata al profitto e terrorizzata dalle controversie, essa è solo lo spettro della rave culture che terrorizzava l’Europa benpensante appena trent’anni fa.

Ad ogni modo sono convinto che il sodalizio moda-musica possa esistere ad un livello in cui entrambe comunicano tra di loro senza compromessi, non svuotandosi reciprocamente per cercare di essere più public friendly, ma al contrario amplificandosi, restando autentiche, riflettendo sulle ideosincrasie dei nostri tempi.






Total Look Fred Perry x Raf Simons


Tra le tue più grandi passioni c’è il cinema. Il regista, nei propri film, proietta una visione personale. Si può dire che allo stesso modo il dj sale sul palco con delle emozioni, uno dei motivi per il quale ogni dj set è diverso l’uno dall’altro. E’ vero però, che un bravo dj deve sapere chi ha davanti e, lui stesso, imparare ad ascoltare. Ti è mai successo non essere riuscito a captare le sensazioni del dancefloor? Cosa ti fa rendere conto che il tuo film “sia andato a buon fine”?


Come per un regista, é solo un discorso di visione. Bisogna coltivare la propria estetica e la propria poetica, cercando di essere veri con se stessi e avendo ben chiaro che tipo di attitudine e messaggio si vogliono veicolare.

Cerco sempre di visualizzare il set in termini narrativi, pensando alla coerenza degli elementi tra di loro, nella costruzione del “film” appunto.

Come sempre, alcune sere il pubblico in sala può non essere preparato (o interessato) al tipo di storia che avevi in mente di raccontare, e bisogna avere sempre un piano B. Dal mio punto di vista, un bravo Dj è sempre disposto a sacrificare il proprio ego per l’intrattenimento del pubblico: credo che la nostra sia una funzione sociale importante, dobbiamo mandare a casa le persone stanche, con un sorriso stampato in faccia e possibilmente con due tre canzoni nuove che non conoscevano.

Mi piace pensare che faccia parte anche della mia natura di provocatore mettere dei dischi che altri hanno paura di maneggiare: al momento mi sto divertendo un sacco a suonare un remix di “Lovefool” dei Cardigans fatto da Todd Terry, specialmente quando il crowd è meno etero posso sbizzarrirmi e giocare con cose pericolose.




Se la tua musica fosse un film, di quale regista sarebbe e quale storia racconterebbe?

Se la mia musica fosse un film vorrei poter immaginare che il regista sia Jacques Tati: una sinfonia audio-visiva, giocosa e colorata, altamente accessibile ma al tempo stesso caratterizzata da livelli di profondità labirintici, frizzante e provocatoria, uno stimolante multisensoriale, imperfetta e, definitivamente, umana.






Qual è il tuo film giapponese preferito e di cosa parla?

Risposta molto combattuta (Takeshi Kitano chiedo perdono): il mio film giapponese preferito è.. “Taste of Tea”.

È la storia di una famiglia bizzarra e degli straordinari problemi ordinari dei suoi membri, giusto per rendere l’idea è stato definito la versione surreale di “Fanny & Alexander” di Ingmar Bergman.

L’integrazione dell’elemento fantastico nell’ordinario in particolar modo è il punto di forza di questa commedia esistenziale, un incursione sincera nella vita di tutti i giorni ed i suoi piccoli momenti di magia e meraviglia.. un film sincero, di cuore puro. Tra l’altro ho provato a campionare la colonna sonora di Little Tempo ma per il momento con scarsi risultati ahah!



Total Look Fred Perry x Raf Simons


Come nasce in generale la tua passione per il giappone?

La mia passione per il giappone nasce all’età di 9/10 anni circa da mio cugino, consumatore seriale di manga, anime e video games. Ricordo con estrema nostalgia le giornate passate giocando “Street of Rage” sul Sega Saturn o le prime puntate di “Dragon Ball” e “Hokuto-No-Ken”.

La cultura giapponese è un mix di controllo e sregolatezza, meditazione e ossessione, isolazionismo e cosmopolitismo, totalmente orientata al concetto di eccellenza. Penso che chiunque ami profondamente una forma d’arte e comprenda la dimensione sacrificale che ne deriva, non possa non essere attratto magneticamente dall’attitudine alla ricerca e alla perfezione formale del mondo Giapponese.


Da quali artisti sei particolarmente attratto e perchè?


Ovviamente, altra risposta scontata, sono un grande amante della fotografia e dell’illustrazione giapponese: nella mia collezione ho volumi di Daido Moriyama, Rinko Kawauchi, Toshio Saeki, Keizo Kitajima, Shinya Fujiwara, Tadanori Yokoo.

Il criterio con cui scelgo i pezzi della mia collezione è estremamente personale e difficile da condividere. Ad esclusione di opere che riguardano tematiche o estetiche per cui nutro forte interesse, si può trovare di tutto nella mia libreria di dischi, libri e film.

Ci sono errori, ci sono primi amori, ci sono acquisti d’impulso, ci sono oggetti bramati per anni e poi dimenticati: in ogni caso deve esserci sempre qualcosa che mi parli, specialmente nel caso dei libri, prima che io decida di aggiungere un altro pezzo al mosaico.

Un giorno o l’altro inizierò a capire anche io il senso con il quale accumulo le cose e forse, solo allora, mi renderò conto di quanto tempo ho perso ai confini delle mie ossessioni - in parole di Walter Benjamin: “Every passion borders on the chaotic, but the collector's passion borders on the chaos of memories.”




SIMONE’S HOME

Jacket STUSSY; Pants talent’s own; Shoes CROCS


Ci hai detto che ti piace molto anche la filosofia. Se dovessi rappresentare la tua vita con un concetto filosofico?


“The violence of positivity does not deprive, it saturates, it does not exclude, it exhausts.” - Byung Chul-Han (“Society of Burnout”, 2015)


Probabilmente il filosofo più accessibile ed incisivo dei nostri tempi, Chul-Han riflette sulla condizione di vita dell’uomo iper-moderno attraverso un percorso di rilettura dei grandi pensatori classici e moderni.

Uno dei temi centrali della sua filosofia è la netta opposizione nei confronti di una positività forzata, incoraggiata dai ritmi estenuanti della società globale e dalla necessità di questa di creare lavoratori orientati alla performance e consumatori sempre propensi all’acquisto.

Sono convinto che, specialmente per chi è impegnato in ambito creativo, sia necessario avere un rapporto bilanciato con la negatività: l’incapacità di controllare il flusso estenuante di stimoli a cui siamo quotidianamente sottoposti genera un appetito insaziabile che non è mai portatore di felicità ma solo di depressione e sconforto.

Senza dilungarmi, credo sia urgente e necessario un aumento di consapevolezza delle nuove generazioni da questo punto di vista, un rigetto nei confronti di pratiche mainstream tossiche e un ritorno alla mentalità dissidente e radicale che è stata alla base del fermento contro culturale che ha generato alcuni tra i più alti esempi di arte e cultura della storia: fight the power, stay angry, embrace negativity.




Total Look Fred Perry x Raf Simons


Quali sono i tuoi compositori/musicisti giapponesi preferiti?


Non vorrei risultare ovvio ma il mio compositore Giapponese preferito deve, per forza di cose, essere Haruomi Hosono.

Membro di Yellow Magic Orchestra insieme a Sakamoto e Takahashi (che sono l’equivalente sud-est asiatico dei Kraftwerk), Pro-nipote dell’unico superstite Giapponese del Titanic, Hosono è il poli strumentista e producer che ha definito più di chiunque altro il suono nipponico degli anni 80: sperimentale ma al tempo stesso totalmente pop, bizzarro e colorato, lo assocerei all’arte dadaista per la sua stravaganza e la volontà di sovvertire le regole.

Tra i suoi capolavori del periodo elettronico sicuramente c’è “Paradise View”.




Quale disco in particolare è rappresentativo del tuo viaggio in Giappone?


In messo alla vagonata di dischi che ho recuperato in Giappone l’ultima volta che ho avuto il piacere di poterlo visitare, sicuramente “Kokijin & I” di Amaryllis è uno di quelli a cui sono piu affezionato.

Ci sono incappato per sbaglio, pensavo fosse un disco Death Metal dalla cover inizialmente, invece si è rivelato un mix letale tra New Wave, Funk e Post-Punk.. al primo ascolto ero spiazzato, specialmente dal fatto che, al contrario di molti brani di genere dell’epoca, l’arrangiamento si mantiene dall’inizio alla fine e la qualità della registrazione è estremamente alta e nitida.




SIMONE’S STUDIO

Jacket STUSSY; Pants talent’s own; Shoes CROCS


Siamo curiosi di sapere quale sottogenere musicale ti capita spesso di esplorare in un negozio di dischi, dove cade il tuo occhio e quanto una copertina ti influenza?


Ho una selezione molto trasversale, varia in base al contesto e alla tipologia di set che mi viene chiesto di fare, da cose più uptempo e peaktime per clubs e festival, a situazioni più sperimentali e meditative con Ultimo Tango ad esempio.

Per questo motivo (e anche perché sono un accumulatore seriale) è più facile pensare a quale genere e sotto genere non compro che il contrario ahah.

Sicuramente, oltre le sezioni più Dance oriented, esploro sempre le aree Ambient, Experimental e Leftfield, specialmente in cerca di ristampe degli anni 80/90 di dischi altrimenti inaccessibili.

Devo ammettere che spesso l’estetica prende il sopravvento su decisioni razionali, varie volte mi sono ritrovato a lasciare sugli scaffali dischi di qualità alta con impaginazioni grafiche mediocri a discapito di altri più suggestivi a livello visivo che poi si sono rivelati meno validi in termini di contenuto: l’unione di immagine e suono da vita ai film immaginari che per me sono la vera linfa vitale di questa avventura.




SERENDEEPITY STORE MILANO

Total Look Fred Perry x Raf Simons


“ULTIMO TANGO”: cosa volete portare in Italia con la vostra etichetta. A cosa state lavorando e quali sono i tuoi progetti futuri?


Ultimo Tango nasce nel 2018 dalla necessità di dare un nome agli eventi che io e Luca Fiore organizzavamo insieme già da un po.

Dopo 4 anni abbiamo praticamente smesso di occuparci di feste e ci dedichiamo principalmente alla ricerca e promozione culturale tramite i nostri social (canale YouTube e pagina Instagram) e, da gennaio, con l’etichetta discografica.

Come per “Mondo Nuovo”, l’idea di fondo è valorizzare l’heritage musicale Italiano degli anni 80/90 attraverso il recupero e la ristampa di dischi poco conosciuti o molto ricercati dell’epoca.


Bandcamp


La prima uscita è un album incredibile scoperto da Luca, “Frost” di Michele Tadini, in arte Tamic, figlio del pittore Emilio Tadini che ha disegnato la cover in puro stile minimalista: le sonorità solo a cavallo tra ambient, industrial e tribal, a me ricorda una colonna sonora di un film di John Carpenter (che è uno dei migliori complimenti che possa fare ad un disco).

In uscita poi abbiamo una compilation di brani sperimentali Italiani improntati sull’uso di studenti percussivi e per l’estate una ristampa di un disco Techno anni 90 che celebreremo con una serie di eventi e del merchandising che non vediamo l’ora di potervi svelare!




SIMONE’S STUDIO

Jacket STUSSY; Pants and t-shirt talent’s own



LISTEN TO THE EXCLUSIVE PLAYLIST CREATED FOR T-MAG




CREDITS:


Production and Art Direction: Alice Suppa

Filmmaker: Roxana Ceron Vergani

PH: Riccardo Ruffolo

Styling: Ilaria Felici

Sound design: Riccardo Patrone

Graphic: Elisa Marra

Location: Serendeepity Milano; Tenoha Ramen



ENGLISH VERSION


​​At the end of January, the second volume of "MONDO NUOVO" was released, inside all your inspirations, from cinema to exotic. We can say that it is a record that tells you. But who is Simone and what is his world, or the world he would like?

Conservative avant-garde, nostalgic critic, compulsive collector, provocative professional, lovable hater. The world I would like to see is less controlled and more chaotic, less scientific and more philosophical, less quantitative and more qualitative, less technological and more magical, less bright and darker.

"New World" is the synthesis of research that has no beginning, a project born from the desire to rework the language of electronic dance in the light of the European artistic-cultural heritage of the past century, trying to make more of Umiliani, Herzog, and Joseph Conrad in Kraftwerk, Moroder or Juan Atkins just to be clear.

Surely it is a record that, rather than telling me, clearly outlines a desire to combine different and transversal fields of interest, my small attempt to revive certain interdisciplinary discussions now increasingly rare that have been the basis of the movements against culture from which our scene originated (and the business that derives).

We know that you are very attached to the fashion world. The relationship between music and fashion has roots in history. Today more than ever these two artistic spheres work in support of each other; to enhance their music has become essential to work carefully on the image and communication of themselves and their product. Do you agree? How is your relationship with fashion or, more generally, with the image?

I think that the figure of the DJ can be associated with that of the stylist, which, at best, through the association of other people’s creations can generate something new and stimulating.

Interestingly, both in fashion and music (but also in photography, cinema, art), there is a very marked return to an early 2000s aesthetic: I just got back from NYC and from this point of view for me it was extremely inspirational to see the combinations of garments, materials, and textures that in the street were still unexplored.

A series of large commercial entities (brands, majors, corporations, etc.) over the past two decades have developed increasingly sophisticated and intrusive marketing techniques, understanding at the same time that to expand into certain market segments it could be ideal to recycle a whole series of subcultures that for years had always been on the margins: have emptied hip hop, electronics, punk and so on of their most radical and dangerously ideological connotations, transforming them from lifestyles to fashion styles, devoid of content and totally oriented to pure aesthetics, interchangeable and preferably mixed with each other, constantly looking for new hybrids and new users to be labeled with customized campaigns.

Obviously, from this point of view, my judgment against characters who have accelerated this trend can only be strongly critical: they have contributed to the cultural sterilization and globalization and commodification of movements that seemed impregnable, plundering indiscriminately the world of art, cinema, music without having to answer to anyone.


Among your greatest passions is cinema. The director, in his films, projects a personal vision. It can be said that in the same way, the DJ gets on stage with emotions, one of the reasons why every DJ set is different from each other. It’s true, however, that a good DJ must know who he is in front of and, himself, learn to listen. Have you ever not been able to capture the sensations of the dancefloor? What makes you realize that your movie "went well"?

As for a director, it is only a matter of vision. You have to cultivate your own aesthetics and poetics, trying to be true to yourself and have very clear what kind of attitude and message you want to convey.

I always try to visualize the set in narrative terms, thinking about the coherence of the elements between them, in the construction of the "film".

As always, some evenings the audience in the room may not be prepared (or interested) for the kind of story you had in mind to tell, and you always have to have a plan B. From my point of view, a good DJ is always willing to sacrifice his ego for the entertainment of the audience: I believe that ours is an important social function, we must send home tired people, with a smile on his face and possibly with two new songs they didn’t know.

I like to think that it’s also part of my provocative nature to put records that others are afraid to handle: at the moment I’m having a lot of fun playing a remix of "Lovefool" by Cardigans made by Todd Terry, especially when the crowd is less straight I can indulge and play with dangerous things.


If your music was a movie, which director would it be and which story would it tell?

If my music were a film I would like to imagine that the director is Jacques Tati: an audio-visual symphony, playful and colorful, highly accessible but at the same time characterized by levels of labyrinthine depth, sparkling and provocative, a multisensory stimulant, imperfect and, definitively, human.


What is your favorite Japanese film and what is it about?

Very hard-fought answer (Takeshi Kitano I ask forgiveness): my favorite Japanese film is... "Taste of Tea".

It is the story of a bizarre family and the extraordinary ordinary problems of its members, just to make the idea has been called the surreal version of "Fanny & Alexander" by Ingmar Bergman.

The integration of the fantastic element in the ordinary in particular is the strong point of this existential comedy, a sincere foray into everyday life and its small moments of magic and wonder.. a sincere film, with a pure heart. By the way, I tried to sample the soundtrack of Little Tempo but for the moment with poor results ahah!


How did your passion for Japan come about in general? Does it start from art and extend to other areas or is it a philosophical/socio-cultural attraction, which then finds its expression in the image?

My passion for Japan was born at the age of 9/10 years, by my older cousin, a serial consumer of manga, anime, and video games.

I remember with extreme nostalgia the days spent playing "Street of Rage" on the Sega Saturn or the first episodes of "Dragon Ball" and "Hokuto-No-Ken".

Japanese culture is a mix of control and deregulation, meditation and obsession, isolationism and cosmopolitanism, totally oriented to the concept of excellence. I think that anyone who deeply loves an art form and understands the sacrificial dimension that derives from it, cannot but be attracted magnetically by the attitude to research and formal perfection of the Japanese world.


Which artists are you particularly attracted to and why?

Another obvious answer, I am a great lover of Japanese photography and illustration: in my collection, I have volumes by Daido Moriyama, Rinko Kawauchi, Toshio Saeki, Keizo Kitajima, Shinya Fujiwara, Tadanori Yokoo.

The criterion by which I choose the pieces of my collection is extremely personal and difficult to share.

Apart from works that deal with themes or aesthetics in which I have a strong interest, you can find everything in my library of records, books, and films.

There are mistakes, there are first loves, there are impulse purchases, there are objects coveted for years and then forgotten: in any case, there must always be something that speaks to me, especially in the case of books, before I decide to add another piece to the mosaic.

One day or another I will begin to understand the sense with which I accumulate things and maybe, only then, I will realize how much time I have lost to the confines of my obsessions - in the words of Walter Benjamin: "Every passion borders on the chaotic, but the collector’s passion borders on the chaos of memories."


You told us that you also like philosophy. what if you were to represent your life with a philosophical concept?

"The violence of positivity does not deprive, it saturates, it does not exclude, it exhausts." - Byung Chul-Han ("Society of Burnout", 2015)

Probably the most accessible and incisive philosopher of our times, Chul-Han reflects on the condition of life of the hyper-modern man through a journey of rereading the great classical and modern thinkers.

One of the central themes of his philosophy is the clear opposition to a forced positivity, encouraged by the exhausting rhythms of global society and the need for it to create performance-oriented workers and consumers always willing to buy.

I am convinced that, especially for creative people, it is necessary to have a balanced relationship with negativity: the inability to control the exhausting flow of stimuli to which we are daily subjected generates an insatiable appetite that is never a carrier of happiness but only of depression and discouragement.

Without going into detail, I think it is urgent and necessary to increase awareness of the new generations from this point of view, a rejection of toxic mainstream practices, and a return to the dissident and radical mentality that was the basis of the ferment against the culture that has generated some of the highest examples of art and culture in history: fight the power, stay angry, embrace negativity.


What are your favorite Japanese composers/musicians?.

I don’t want to be obvious, but my favorite Japanese composer has to be Haruomi Hosono.

Member of the Yellow Magic Orchestra along with Sakamoto and Takahashi (who are the Southeast Asian equivalent of the Kraftwerk), Pro-grandson of the only Japanese survivor of the Titanic, Hosono is the multi-instrumentalist and producer who defined more than anyone else the Japanese sound of the ’80s: experimental but at the same time totally pop, bizarre and colorful, I would associate it with Dadaist art for its extravagance and the will to subvert the rules.

Among his masterpieces of the electronic period certainly "Philharmony", "Paradise View", "Omni Sight Seeing".


Which record, in particular, is representative of your trip to Japan?

In the truckload of records that I recovered in Japan the last time, I had the pleasure of being able to visit, surely "Kokijin & I" by Amaryllis is one of the ones I’m most fond of. I accidentally stumbled upon it, I thought it was a Death Metal album from the cover initially, instead, it turned out to be a lethal mix between New Wave, Funk, and post-punk.. at first listening I was blown away, especially by the fact that, unlike many genre songs of the time, the arrangement is maintained from start to finish and the recording quality is extremely high and crisp.


Are we curious to know what musical subgenre you often explore in a disc shop? Where your eye falls and how much does a cover influence you?

I have a very transversal selection, varying according to the context and the type of set I am asked to do, from more uptempo and peak time things for clubs and festivals to more experimental and meditative situations with Ultimo Tango for example.

For this reason (and also because I am a serial accumulator) it is easier to think about which genre and sub-genre I do not buy than the opposite ahah.

Surely, beyond the more Dance oriented sections, I always explore the Ambient, Experimental, and Leftfield areas, especially in search of 80/90 reissues of otherwise inaccessible discs.

I have to admit that aesthetics often takes over from rational decisions, several times I found myself leaving on the shelves disks of high quality with mediocre graphic layouts at the expense of others more striking visually that then proved less valid in terms of content: the union of image and sound gives life to the imaginary films that for me are the real lifeblood of this adventure.


"ULTIMO TANGO": what do you want to bring to Italy with your label. What are you working on and what are your future projects?

Ultimo Tango was born in 2018 from the need to give a name to the events that Luca Fiore and I had been organizing together for a while.

After 4 years we have practically stopped dealing with parties and we devote ourselves mainly to research and cultural promotion through our social networks (YouTube channel and Instagram page) and, since January, with the record label.

As for "Mondo Nuovo", the basic idea is to enhance the Italian musical heritage of the 80s/90s through the recovery and reissue of little-known or highly sought-after records of the time.

The first release is an incredible album discovered by Luca, "Frost" by Michele Tadini, aka Tamic, son of the painter Emilio Tadini who designed the cover in pure minimalist style: the sounds only straddle ambient, industrial and tribal, to me, it reminds a soundtrack of a film by John Carpenter (which is one of the best compliments I can make to a record).

Then we have a compilation of experimental Italian songs based on the use of students’ percussive and for the summer a reissue of a Techno album 90s that we will celebrate with a series of events and merchandising that we can not wait to unveil!